Werktank è una piattaforma per la new media art che si concentra sulla produzione di progetti d’arte visiva, di media art e performativi con sede operativa a Leuven, in Belgio. L’obiettivo principale delle loro attività è la realizzazione di installazioni che indagano le relazioni tra tecnologia e percezione.

Una piattaforma questa, che ha anche lo scopo di promuovere ed accompagnare il lavoro dei giovani artisti e degli artisti emergenti. Ogni anno, attraverso delle open call dedicate viene data loro la possibilità di lavorare presso Werktank in parallelo ad artisti fissi supportati a lungo termine: Kurt d’Haeseleer, Jo Caimo, Ief Spincemaille, Sandy Claes & Daan Wampers, Antonin De Bemels, Mats Dekock, Mekhitar Garabedian, Elias Heuninck, Aernoudt Jacobs, Wim Janssen, Els Viaene.

I progetti realizzati mirano a riflettere la cultura visiva del contemporaneo, e per fare ciò mettono in ballo sia le nuove, sia le vecchie tecnologie dei media. A riprendere quelle che sono le drammaturgie dei vari progetti c’è anche la volontà di far combaciare le nuovissime tecnologie digitali con le tecniche artigianali. L’apprezzamento delle abilità artigianali fa si che alcuni dei progetti acquisiscano un’aura retrò interpolata alle nuove tecnologie, le tecnologie digitali più avanzate ma soprattutto le idee e ricerche che le costituiscono.

Inoltre, alcune opere realizzate, come alcune dell’artista Ief Spincemaille sembrano essere oggetti di design Where’s the sun, un orologio che funziona seguendo tutte le posizioni del sole nel cielo, di giorno e di notte, oppure sempre un’opera dello stesso artista Little moon and little sun che è una specie di termometro che misura la presenza, l’intensità e l’evanescenza del sole e della luna attraverso una piccola luce led.

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Werktank sembra dare molto respiro agli artisti. Nei lavori proposti si trovano molte sperimentazioni sia a livello estetico, sia a livello concettuale. Si va dal meccanismo più complesso, all’oggetto più semplice, entrambi però hanno un fine simile, ovvero quello di cambiare la nostra percezione della realtà attraverso la tecnologia. A dirigere l’organizzazione artistica è Kurt dHaeseeler, direttore artistico e designer di video per teatro, danza e opera, nonché artista di Werktank presentando progetti come Memoritis, un’installazione video teatrale o Cabine, un’installazione interattiva distrutta.

Kurt si è prestato ad un’intervista per “Digicult” per parlarci nello specifico delle attività e le poetiche di Werktank.

Roberta Busechian: Quando hai iniziato a lavorare sulla piattaforma Werktank? Quali erano gli obiettivi iniziali del progetto?

Kurt dHaeseeler: Werktank è il figlio bastardo di un’altra organizzazione, de Filmfabriek, dove ho lavorato dal 2001 al 2006. Abbiamo prodotto un sacco di progetti, per lo più intersecazioni tra film, videoarte, scenografia e digital media. Intorno al 2005 Filmfabriek è caduta in un letargo invernale e la maggior parte dei membri ha abbandonato il progetto. Intorno al 2008 e 2009 il fondatore di Filmfabriek, Peter Missotten e io abbiamo lanciato Werktank come piattaforma di produzione per le installazioni di media art. Peter si è dedicato a fare spettacoli teatrali e Ief Spincemaille si è unito Werktank.

Roberta Busechian: La questione sulla tecnologia di percezione è un elemento fondamentale per l’attività di Werktank. Dove ha origine?

Kurt dHaeseeler: Dalla nostra vita quotidiana in cui la tecnologia è così molto presente. Penso che sia importante essere critici su di essa e utilizzarla in altri modi rispetto a quelli canonici. Noi non facciamo opere apertamente politiche, ma credo che a volte la sovversione delle tecniche, la bellezza e le domande che esse generano, senza dover dimostrare apertamente di cosa parla, può essere più politica per esempio rispetto ad un lavoro sulla guerra siriana (non voglio mettere in discussione la validità di queste opere, sono necessarie senza dubbio).

Questo perché esse funzionano a livello personale e penso che nulla sia più politico della totale assurdità ed inutilità dell’arte, che è ciò che la rende paradossalmente necessaria in questo mondo brutale. La tecnologia e la percezione sono molto correlate ad un certo straniamento o alienazione che la tecnologia può generare. C’è per esempio un lavoro di Ief Spincemaille, Chain Driving Hologram, che ti fa camminare intorno ad una proiezione olografica della tua testa. Una modalità strana di esperienza del proprio corpo, che normalmente non si può avere nella vita reale, ma che simboleggia in un bel modo ciò che la tecnologia fa con i nostri corpi. Credo che il fascino rispetto alla percezione provenga in buona parte dal background di cinema sperimentale di molti artisti. Ed un’altra cosa, suo padre era un ottico, questo spiega molto immagino.

Roberta Busechian: Vi è anche una volontà di promuovere il lavoro di artisti giovani ed emergenti in parallelo con una selezione di artisti che vengono supportati a lungo termine, questo da continuità ai progetti presentati. Quanto è importante l’estetica delle opere presentate? Esse dovrebbero avere un fondo comune?

Kurt dHaeseeler: Non vi è alcun canone estetico, ma penso che lavoriamo con persone che condividono una certa sensibilità. Credo molto nell’ intelligenza emotiva e nell’istinto e credo che nella scelta degli artisti finiamo ad avere persone che stanno bene assieme proprio per questo motivo.

Roberta Busechian: La maggior parte di artisti coinvolti nel progetto sono artisti multimediali, alcuni di loro lavorano nel campo delle arti audio e video, e ci sono anche degli architetti. Una delle idee principali di Werktank è quella di riflettere la cultura visiva contemporanea. Da quali ambiti di questa cultura gli artisti Werktank estrapolano maggiormente le loro informazioni?

Kurt dHaeseeler: Penso che la risposta sia diversa in base all’ artista. Molti di loro hanno alle spalle degli studi di cinema sperimentale, anche se non necessariamente per la creazione di film ma più per quanto riguarda le installazioni o il cinema espanso. Per esempio Reconstructing Marienbad di Mats Dekock, che ha usato dei modellini architettonici per ricostruire l’esperienza cinematografica del guardare L’Année dernière à Marienbad di Alain Resnais. La situazione è cambiata nel corso degli anni e le discipline di provenienza sono diventate più varie, ma all’inizio di certo il cinema era la principale influenza ed è ancora molto presente in molte opere. Non credo che vi sia ora un ambito predominante. Gli artisti sono influenzati dall’immaterialità di Internet, dagli sviluppi climatici, dalle immagini scientifiche, dal mercato dell’arte.

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Roberta Busechian: Hai presentato anche le tue opere sulla visualizzazione della dinamica delle informazioni presso Werktank. Come si fa a descrivere le meta-immagini e come affronti il problema dell’interattività applicata ad esse?

Kurt dHaeseeler: Con meta-immagine intendo dire che ogni immagine incarna la presenza e la dinamica dell’informazioni. Non sempre è importante ciò che queste immagini mostrano, lo è di più il modo in cui vengono trattate, il linguaggio visivo che generano. Per così dire, qualsiasi immagine potrebbe essere trasformata in una meta-immagine. L’effetto è il messaggio.

Ho creato alcune installazioni interattive, per lo più sulla sorveglianza e la memoria, ma rispetto alle immagini era più importante il come applicare i trattamenti e gli effetti su di esse senza sapere esattamente quale sarebbe stato il risultato, introducendo un elemento di sorpresa facendole reagire a determinati parametri. Questo processo si è evoluto nel corso degli anni e ho sviluppato un certo “stile”, che sta evolvendo in qualcosa di molto perturbante “unheimlich”. Provo a creare delle immagini che abbiano un aspetto vecchio e nuovo allo stesso tempo.

Allo stesso tempo esse dovrebbero essere così nuove che tu come spettatore non sapresti se ti piacciono o no, perché sono strane e come qualcosa di mai visto prima. Ma dovrebbero anche avere qualcosa di “vecchio”, forse una qualità da vecchia pellicola in modo da non sapere quando sono state fatte. Potrebbe essere oggi, ma potrebbe anche essere stato 10 anni fa.

Roberta Busechian: Anche la materia sonora è molto presente in alcune opere, ci sono alcuni artisti infatti che arrivano dall’ambito sonoro sperimentale o hanno un’educazione musicale. Come hanno sviluppato la loro produzione con Werktank?

Kurt dHaeseeler: Vorrei sottolineare che Werktank non è un collettivo. Alcuni artisti presentano un solo lavoro presso Werktank, con alcuni collaboriamo per un lungo periodo e realizzano più opere. Noi non chiediamo a nessuno di sviluppare il loro lavoro secondo la nostra drammaturgia, ma naturalmente selezioniamo le persone con le quali condividiamo una certa sensibilità. Penso che questa sensibilità abbia molto a che fare con idee forti e trasparenti che generano una certa poesia. Produciamo molti prototipi tecnologici imperfetti che racchiudono in essi un certo tipo di umorismo strano o bellezza.

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Roberta Busechian: I progetti presentano anche una miscela di tecniche artigianali e nuove tecnologie. Questo dà alle opere presentate una dimensione umana: fa parte del vostro scopo utilizzare tecniche artigianali per rendere la tecnologia più connessa alla percezione umana?

Kurt dHaeseeler: Credo che ci piacciano le imperfezioni. Belle imperfezioni, ben realizzate, in cui l’errore umano è sempre visibile, il che rende il nostro lavoro vulnerabile, personale e sensibile. Il nostro lavoro si basa sull’influenza della tecnologia, ma non siamo degli adoratori della tecnologia, e nemmeno troppo nerd.

Roberta Busechian: Quale è la relazione tra media poveri e tecnologie nella pratica di Werktank?

Kurt dHaeseeler: Il media povero è stato un tema sviluppato per il Poor Media Expo, che abbiamo fatto lo scorso Ottobre. È nato dall’idea di creare dei lavori sulla tecnologia ispirati al movimento dell’Arte Povera, del tutto anti tecnologico. È stata una sfida per i nostri artisti, ma mai un dogma in sé. Per esempio in Static di Wim Janssen dei filtri di polarizzazione sono utilizzati per simulare l’effetto visivo della statica della tv.

L’evento non si è tenuto presso la nostra sede, ma in un’agenzia internazionale per i Poor Media. Vi è stata una mostra con opere di Katinka de Jonge, Floris Vanhoof, Gabriel Ruiz Larrea, Ief Spincemaille e io stesso. Poi ci sono stati alcuni artisti ospiti, come Dries Verhoeven con l’opera Songs of Piety che ha posizionato dei ghetto blaster nella città per diffondere la voce di mendicanti che chiedono soldi. Un media molto povero. Linea Boogaerts ha eseguito un live painting sulla mia macchina, spero che sia sopravvissuta. Poi abbiamo fatto delle conferenze con Juha van ‘t Zelfde dal Lighthouse di Brighton e George Fifield dell’ex Boston Cyberarts Festival.

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Roberta Busechian: Quali sono gli obiettivi della piattaforma per il futuro? Ora siete una realtà consolidata nella città di Leuven, con collaborazioni internazionali.

Kurt dHaeseeler: Ief e io lavoriamo già molto a livello internazionale, ma l’obiettivo è certamente di essere più conosciuti come organizzazione fuori del Belgio. Siamo sempre alla ricerca di collaborazioni interessanti ovunque si trovino.

Roberta Busechian: Come funziona per le collaborazioni con nuovi artisti? Werktank organizza delle open call dedicate? Chi può partecipare?

Kurt dHaeseeler: Ogni anno organizziamo un open call. Chiunque può iscriversi. A volte il bando è specificamente orientato su un tema, a volte è completamente libero. Forniamo un piccolo budget di produzione e assistenza artistica, tecnica e di produzione. A volte collaboriamo con una scuola di ingegneria a Louven per la realizzazione dell’opera, per lo più nel caso di un prototipo che deve poi essere messo a punto. A volte invitiamo noi stessi nuovi artisti per fare un installazione. Abbiamo limitato le risorse e fatto la scelta di produrre meno, ma meglio e con il pagamento degli artisti, con un’amministrazione molto rifotta, quindi non possiamo produrre moltissime opere. Less is more.


http://www.werktank.org/

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