Come ti sentiresti a entrare in un Club di sabato mattina, camminando in una luce morbida e sentendo l’odore delle sigarette dalla sera prima, per partecipare a una conferenza sulla tecnologia? Gli organizzatori di #Unit2017 – Connecting Unicorns probabilmente risponderebbero con tranquillità: accolta. Così è la location – SCHWUTZ, un club gay-friendly a Berlino – e l’atteggiamento – amichevole e cool – della Global LGBTI Tech & Science Conference organizzata da Unicorns in Tech, che ha avuto luogo lo scorso 6 maggio.

Ci sono innumerevoli motivi per cui persone queer e attivist* tech possano essere entusiast* della #Unit2017. Non solo perché la comunità LGBT di Berlino è viva, attiva e radicata, ma anche per l’energia e la fiducia in se stessi prodotta dal significativo e potente discorso sui diritti delle persone LGBT sul posto di lavoro che si è costruito durante la conferenza.

Lavorando all’intersezione tra le tematiche di genere e le tecnologie, # Unit2017 supporta quel tipo di interazione che incoraggia e genera nuove prospettive, nuove idee e nuove amicizie.

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Incontrarsi e condividere per costruire un mondo tech più inclusivo

Grazie al lavoro di Stuart Cameron e Dastan Kasmamytov, e di molt* altr* volontar*, Unicorns in Tech è una rete internazionale per la comunità LGBTQ. Il network coinvolge chiunque sia interessat* alle tecnologie e alla scienza che sia un/una professionista o un/una appassionat*/curios*. La comunità si nutre di persone con differenti background e interessi: informatic*, ingegner* di software, grafic*, artist* digitali, gamers, fisic*, espert* di social media, blogger, giornalist*, innovator*, student*, sartupper e così via.

Lo scopo della rete è quello di connettere e far incontrare persone LGBT e diverse comunità tech, e renderle più visibili e empowered. Per questo motivo Unicorns in Tech organizza una conferenza annuale, la #Unit2017. Inoltre, tra le altre attività, Unicorns in Tech organizza riunioni mensili – Get-Togethers – ospitate da varie aziende attive nel settore tecnologico con sede a Berlino con l’obiettivo di incontrarsi di persona per fare rete e di conoscere nuovi sviluppi e tendenze tecnologiche.

#Unit2017 è alla sua terza edizione e quest’anno ha accolto più di 400 persone provenienti da ogni parte d’Europa, Stati Uniti e Asia. Si sono tenute più di 50 sessioni sui temi sentiti come più urgenti a cavallo tra tecnologia e diritti di LGBT. Il festival/conferenza è a tutti gli effetti uno spazio di apprendimento multi-sensoriale inclusivo dove hanno avuto luogo workshop, presentazioni e performance artistiche.

Le attività si sono svolte in differenti spazi. Era facile incontrare persone che imparavano a programmare in una stanza, e persone che ascoltavano una conferenza sul ruolo delle donne nella scienza in un’altra stanza; una riunione inclusiva per donne queer poteva avere luogo accanto a una splendida performance di arpa digitale. I confini tra discipline, tra arte e scienza, tra saperi istituzionali e cultura DIY sono stati messi in discussione: uno/una speaker poteva tenere una presentazione sul sessismo nelle startup e il momento dopo essere coinvolta/o in un workshop di coding.

Durante tutto il giorno sono stati organizzati momenti di “speed networking” per incoraggiare le persone a incontrarsi, a mescolare i gruppi e a costruire nuove connessioni tra le persone. Secondo le intenzioni degli organizzatori questi momenti vogliono incoraggiare i/le partecipanti a godere del tempo insieme in uno spazio divertente e sicuro. Condivisione, ispirazione reciproca e apprendimento orizzontale sono considerati, infatti, strumenti fondamentali per aumentare la fiducia in se stessi all’interno di un mondo, quello tecnologico, che accoglie e riproduce pregiudizi e discriminazioni nei confronti di persone non binarie.

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Qual è il genere della tecnologia?

Le tecnologie non sono neutre sotto diversi punti di vista. Gruppi minoritari, come donne e LGBT, sono stati spesso esclusi dalle tecnologie – e così come il genere, anche la razza e la classe definiscono il livello di inclusione e di esclusione dalle tecnologie. Questi gruppi sono stati esclusi dal mercato del lavoro. Infatti, le persone impiegate nel mondo della tecnologia sono per lo più uomini, bianchi e eterosessuali. Anche se molte aziende nelle ICT stanno sviluppando una politica più attenta per porre fine alla discriminazione contro le persone LGBT, la discriminazione culturale e strutturale rimane ancora elevata in termini di presenza, possibilità di carriera e di divario retributivo – con un diverso impatto in considerazione dei differenti contesti geografici.

Allo stesso tempo, a livello culturale, il rapporto simbolico tra le tecnologie e la mascolinità egemonica ha prodotto rappresentazioni stereotipiche di genere della tecnologia (e nella tecnologia), insieme a una diversa socializzazione alla tecnologia tra ragazzi e ragazze.

Com’è ben noto a chi è abituat* a pensare criticamente a Internet, la cultura dei videogiochi è un esempio chiaro di quanto gli spazi digitali possano essere sessisti. Fin dalle loro origini i videogiochi sono stati percepiti come campo di interesse principalmente per giovani uomini eterosessuali, producendo una cultura misogina tra i giocatori e rappresentazioni principalmente binarie della sessualità e del genere.

In tema di videogiochi – uno degli aspetti approfonditi durante il festival – #Unit2017 è stato sia un evento dove si è discusso dello stato attuale dell’industria, sia uno spazio in cui evidenziare e celebrare le diversità nell’industria dei videogiochi attraverso l’incontro, la condivisione di storie e di esperienze per celebrare le opere di sviluppatori di videogiochi donne, trans* e persone non rientrano in identità normate.

“Abbiamo bisogno di un test queer di Alan Turing” afferma Robin-Boris Kasper durante il suo discorso “Adding a Gender Perspective to A.I. Driven UX Design”. Non siamo abituati, infatti, a pensare a come gli artefatti tecnologici incorporino le norme di genere. Come viene prodotta e riprodotta l’eteronormatività in un videogioco o in un algoritmo? Nella sua presentazione, Robin chiede al pubblico, specialmente a chi programma e produce codici, di assumersi le loro responsabilità (le nostre, direi) per sostenere e promuovere uno sguardo queer quando si producono e si diffondono le tecnologie A.I. nella società.

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Prendendo in considerazione la dimensione di genere, Alan Turing ha sottinteso che la rinegoziazione del confine tra l’essere umano e la macchina implicasse molto più che la trasformazione della domanda ‘chi è in grado di pensare?’ in ‘cosa sia in grado di pensare?’. La riconfigurazione delle soggettività rispetto al genere e alle tecnologie apre importanti sfide nella nostra società omofobica ed eterosessista, e mette in discussione la conoscenza stessa incorporata nella materialità della tecnologia.

Ho avuto la possibilità di assistere a molti scambi e conversazioni interessanti con diverse persone davanti a un caffè, una birra o qualcosa di buono da mangiare. Un incontro in particolare – con una ingegnera informatica e sostenitrice dei diritti delle persone trans, invitata a parlare durante la conferenza – mi ha aiutata a capire l’importanza della creazione di uno spazio sicuro in cui la comunità di LGBT che lavora in ambito tech possa incontrarsi, condividere e discutere per ricevere ispirazione, migliorare le proprie abilità tecnologiche e anche creare opportunità di lavoro.

Il mondo tecnologico ha bisogno di più persone, a prescindere dal settore, che sfidino le attuali strutture di potere. Creare uno spazio di visibilità per i bisogni e le competenze tecnologiche di donne, queer, trans*, aiuterà a rivendicare la tecnologia come uno spazio di potenziamento per chiunque.


Il reporto è a cura di Arianna Mainardi:

Arianna Mainardi è ricercatrice, al momento assegnista di ricerca presso la Scuola Normale Superiore. Ha ottenuto un PhD in Società dell’Informazione presso l’Università Milano-Bicocca ed è stata visiting fellow presso l’Erasmus University Rotterdam e l’ École des Hautes Études en Sciences Sociales (Parigi). I suoi interessi di ricerca riguardano il genere e la tecnologia, il corpo e la sessualità, la cultura digitale, i metodi per la ricerca sociale e la partecipazione politica.

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