Christopher Kline (Kinderhook NY, 1982) è un artista sincretico che preferisce essere definito creatore e i cui progetti spaziano su di una vasta gamma di media e ambiti artistici. Nelle collaborazioni e nei progetti personali, come Snakebraid, Wooden Veil, Night Music e Gemeine Gesteine, ​​Kline si è occupato di ricerca nel campo della musica rituale, della cultura sacra e del primitivismo concentrandosi sulla loro astrazione e ri-contestualizzazione in happening e mostre. Oltre al suo interesse per la musica sperimentale, nel 2010 ha iniziato, con lo pseudonimo Hush Hush, un progetto di musica pop che si colloca al di fuori del mondo dell’arte per diventare un reale prodotto commerciale.

Tessuti, costumi, arazzi, maschere e trapunte rappresentano la parte principale della sua produzione artistica di stampo artigianale. Spesso realizzati in collaborazione con Sol Calero (Caracas, 1982), questi tessuti ricchi di motivi richiamano una lunga e antica tradizione e trovano il loro significato anche nella precisione e nel tempo della produzione. Questo approccio ricorda, in qualche misura, alcuni dei precedenti progetti di Kline dedicati alla scrittura come l’imponente raccolta di Lettere o l’archivio informale dei Documenti Ufficiali.

Christopher Kline vive attualmente a Berlino, dove insieme a Sol Calero gestisce lo spazio progettuale Kinderhook & Caracas dal 2011, e il progetto editoriale Feather Throat. Ha realizzato mostre e performance in vari spazi pubblici e privati ​​negli Stati Uniti e in tutta Europa. Dal 2010 è costantemente in tour con il suo progetto musicale Hush Hush. Nel 2011 ha preso parte alla mostra Based-in-Berlin; successivamente ha tenuto una mostra personale con Sol Calero al TEA Tenerife e nel 2012 ha partecipato alla 2012 Preview Berlin Art Fair.

Mario Margani: Christopher, il primitivismo e l’estetica alchemica sembrano avere un ruolo fondamentale in molti dei tuoi progetti come Feather Throat, Wooden Weil, Snakebraid, e Gemeine Gesteine. A quando risalgono questi interessi?

Christopher Kline: Fin da ragazzino raccoglievo piccoli oggetti e li esponevo sulle mensole della mia stanza. Collezionavo pietre, bastoncini e altre cose e, persino quando viaggiavo, avevo una mia collezione di oggettini sistemata sul comodino. Credo che, alla base di questo, ci sia il piacere di realizzare una collezione di oggetti e di avere una specie di intuizione, capire che potrebbero avere qualche altro tipo di proprietà e qualità. In alcune occasioni mi balza l’idea o ho la sensazione che voglio che certi oggetti entrino nella mia vita e, dunque, sottraggo questi oggetti dalla loro situazione e li colloco altrove. Credo che sia una sorta di senso metafisico per la materia. L’alchimia è interessante per me come una sorta di ricerca topica. In realtà, non vado in profondità con l’alchimia e non faccio magie o pozioni. È un punto di riferimento per me… Ma in fondo trovo punti di riferimento simili nella religione o in qualsiasi altro tipo di rituali che la gente fa.

Il Cristianesimo in tutto il mondo ha così tante tradizioni strane, probabilmente più delle altre religioni. Anche in paesi come la Spagna, che è molto cattolica, c’è sempre un mix di tradizioni locali e feste religiose. Non hanno alcun senso in realtà: colpire la batteria per 24 ore o salire in piramidi umane e torri, correre per le strade con costumi di pelliccia e campane…. Ma tutte queste cose hanno origini antiche, pre-cristiane. Quando vedi certi oggetti o senti certe canzoni, quando senti la gente intonarsi… Sono tutte cose che calamitano gli esseri umani in modo piuttosto naturale. Ognuno ha il proprio piccolo attaccamento a questi vecchi sentimenti.

Mario Margani: Ti aspetti che il pubblico sia fisicamente ed emotivamente coinvolto in una sorta di rievocazione di un rituale o, piuttosto, che si avvicini alla performance in modo più concettuale?

Christopher Kline: Penso che sia più intuitivo. Non ci sono riferimenti specifici o intenzionali ad altri rituali. Riguarda più l’astrazione di un rituale, quindi il pubblico non va in una specie chiesa, non riveste alcun ruolo richiesto in una cerimonia, né deve credere in qualcosa. Wooden Veil era formata da Hanayo, Marcel Türkowsky, Dominik Noé, Jan Pfeiffer, e me. Venivamo tutti da esperienze diverse e avevamo punti di vista diversi sul mondo e sulla religione. Sviluppando le nostre performance e i relativi rituali, abbiamo seguito un processo intuitivo e ognuno di noi aveva una percezione molto astratta di oggetti, movimenti e suoni. Anche i costumi aiutano lo spettatore a separare quel momento dalla realtà, perché il pubblico si trova di fronte a qualcosa che non è parte della sua vita quotidiana: non sta guardano dei ragazzi sul palco che suonano la chitarra e masticano chewing gum, non c’è alcuna comunicazione tra di loro. Creano un ambiente per il suono ed è essenziale al fine di raggiungere un altro livello di concentrazione. Anche le maschere sono importanti, e per gli esecutori stessi. Quando si indossa una maschera si ha una sensazione di distacco dalla propria personalità e si può andare più in profondità nella musica e nell’azione, piuttosto che pensare alla propria espressione, al suo effetto sul pubblico, o al loro sguardo. Penso che sia molto importante, quando si suona, perché consente alla mente andare in un altro posto.

Mario Margani: Per molti tuoi costumi, arazzi e trapunte, hai lavorato con tessuti e modelli, spesso prodotti in collaborazione con Sol Calero. Come avete iniziato?

Christopher Kline: Penso che sia una sorta di rapporto intuitivo con i materiali e i tessuti che abbiamo entrambi. Il tessuto è uno dei materiali con cui lavoriamo e ha una lunga e bellissima storia. Direi che mi interessa circa il 25% dell’arte arte e mi piace forse il 5% di quello che vedo, ma probabilmente apprezzo il 90% delle trapunte. C’è sempre qualcosa di interessante in loro, anche se possono essere cose completamente diverse. Apprezzo sempre queste pezzi artigianali realizzati con grande cura. Apprezzo ancora il duro lavoro e la cura manuale in un oggetto: anche se ha altre qualità estetiche o concettuali, si può dire che qualcuno ha impiegato un sacco di tempo, ore intere della sua vita, per questo oggetto. Il modo in cui si pensa al pezzo mentre si sta cucendo da ore  (o qualsiasi cosa si stia facendo), il modo in cui le idee si evolvono attraverso il lavoro, ha un grande valore per me…  È probabilmente questo rapporto con le cose vecchie, forse primitive, mescolato con nuovi concetti o nuove modalità di posizionamento e ricontestualizzazione, e che richiede tempo e tecnica manuale.

Mario Margani: Riguardo al progetto Hush Hush, citi Lewis Hyde, che riferendosi a Mircea Eliade afferma: “Lo storico delle religioni Mircea Eliade una volta ha suggerito che, nei momenti di sventura, il sacro sopravvive camuffandosi all’interno del profano. Per recuperarlo, dobbiamo sviluppare con gli occhi una sorta di visione notturna o l’attenzione di un cacciatore, che possa scoprire le forme del sacro, nonostante il suo camuffamento.” Quanto è importante il camuffamento nei vostri vari progetti e pratiche? È anche un modo per distaccarti dai tuoi molti “personaggi”?

Christopher Kline: Ho usato quella citazione di Lewis Hyde anche perché non volevo citare direttamente Eliade, che era in stretto rapporto con alcuni ideologi fascisti. Quindi suppongo che ci sia un qualche tipo di camuffamento nel mio stesso uso della citazione. Credo che, in generale, camuffarsi sia un buon modo di lasciare aperta la propria personalità in un modo che le nuove idee possano entrare. Se si rimane attaccati al proprio ego, allora si può restare bloccati in un tipo di creazione. Penso che qualsiasi cosa si faccia sia sempre il risultato di molte situazioni della propria vita e delle influenze avute. Ci potrebbero essere state un milione di combinazioni diverse, quindi cerco di non chiudermi in una sola identità in quanto persona ma, allo stesso tempo, è necessario avere un po’ di coerenza ed essere una persona degna di fiducia con cui gli altri possono relazionarsi, proprio come con un amico o un membro della famiglia. Posso essere molto concentrato e chiuso a volte, quindi cerco almeno di mantenere una piattaforma, aprire la mia mente e provare cose totalmente indipendenti. Su alcuni elementi ho bisogno di un controllo totale, mentre in altre cose, come Hush Hush, controllo la sala, ma ci sono un sacco di altri fattori che possono verificarsi durante l’esecuzione e devo essere pronto alla perdita di questo controllo. Tanto dipende dal pubblico, mentre in una mostra tutto è progettato, durante una performance si sceglie come utilizzare lo spazio e lo si fa esattamente come si desidera.

Mario Margani: Quando lavori sulle tue performance e mostre (a parte Hush Hush) hai bisogno di un maggior controllo dello spazio e del pubblico, ma poi durante la performance hai bisogno di perderti nell’azione…

Christopher Kline: È anche un modo per allontanarsi da atteggiamenti e abitudini passati. Hush Hush ha più a che fare con elementi sociali: io canto, le persone ballano e applaudono.

In altri tipi di performance non ho alcuna idea di quello fa che la gente: sono solo seduti e concentrati perchè andiamo molto in profondità. È bello avere questo contrasto fra diversi modi di fare musica. Non ho mai fatto musica pop prima: venire da un ambiente sperimentale e poi cercare di muoversi nella musica pop è una sfida. Alcune persone si concentrano totalmente su una cosa e la approfondiscono per tutta la vita o per molti anni. Per me è interessante sperimentare il formato intero e non solo il contenuto.

Mario Margani: In Hush Hush, per la prima volta, stai producendo gran parte della musica digitalmente. Questo sta coinvolgendo anche altri progetti o cerchi di tenerli separati?

Christopher Kline: Sì, è la prima volta. Ho avuto delle drum-machines per Wooden Veil e altri progetti, ma non sul computer. Ultimamente non sto facendo molta musica oltre Hush Hush. In origine, a Wooden Veil seguì Snakebraid, molto più minimalista e da cui ho tratto buona parte della musica. Non c’erano vere canzoni, ma campane, performance e costumi. Hush Hush, d’altra parte, è fondamentalmente pura musica ed energia. Ora, penso, Hush Hush inizierà a diventare un pò più interessante dal punto di vista sonoro, prendendo elementi da altri suoni. Inizialmente è stato pensato come un progetto live e le registrazioni servivano solo per ricordare ciò che era successo. Non ho ancora fatto un album che sia pensato per l’ascolto. Quando faccio un album vero e proprio voglio fare qualcosa che la gente può davvero ascoltare a casa. Cambierà forma un paio di volte, probabilmente diverrà meno divertente e più strano e utilizzerà diversi livelli di comunicazione con il pubblico.

Mario Margani: Parliamo dei numerosi progetti che hai portato avanti insieme ad altri artisti: alcuni di questi – come Wooden Veil – sembrano conclusi o in stand-by… Di solito archivi un progetto per alcuni anni per poi riaprirlo con un nuovo approccio?

Christopher Kline: Credo che questo sia un modo per mettere a fuoco le mie idee. Ad esempio il progetto Wooden Veil  è durato circa tre anni ed è terminato due anni fa anche perché le persone che lavoravano al progetto adesso vivono in luoghi diversi o hanno obiettivi diversi. Non si sa mai, ma probabilmente non si riformerà. Tutti i progetti in corso sono quelli per cui vedo un futuro, uno sviluppo. Gli altri vanno in archivio.

Mario Margani: Hush Hush e il suo linguaggio “osceno” fatto di riferimenti sessuali, nei testi e nei video, rappresenta una liberazione o vuoi criticare e prendere un pò in giro alcuni generi musicali e le loro caratteristiche?

Christopher Kline: Hush Hush non è così critico, io non sto cercando di fare il punto sulla sessualità o l’hip-hop, ma, allo stesso tempo, non uso molte parole come i cantanti hip-hop, non impreco troppo, non utilizzo affatto termini sprezzanti nei confronti della gente. Forse le nuove canzoni non sono così basate sul sesso, ma credo il motivo principale alla base della presenza del linguaggio di cui parli sia il fatto che la sessualità è adatta alla musica pop. Così, quando cercavo di imparare a fare musica pop, ho notato che è anche più facile divertirsi, cosa che nell’arte può essere un problema. La commedia può essere molto impegnativa e rischiosa: andare di fronte ad una sala piena persone e parlare facendole ridere… È difficile. Ma può anche essere un modo molto sicuro di fare arte. Vedo un sacco di gente più giovane che fa cose un pò bruttine, un pò semi-serie, un pò ironiche: un sacco di “un pò’”… Mezze battute che in realtà non sono molto divertenti. Invece fare un gesto sincero, anche se un sincero pugno in faccia, prevede un pò più di rischio. Quando la gente critica un scherzo sciocco si può sempre dire che era solo una cosa stupida e non prendersela, ma se si viene criticati per qualcosa che si sta facendo sinceramente è più difficile da affrontare. Penso che Hush Hush ne soffra un pò per il momento… È  un pò troppo difficile da criticare, la gente non sa se ​​la battuta colpisce loro o me. Da una parte, mi piace questa ambiguità, ma in qualche modo è un pò troppo sicura. Per tutti.

Mario Margani: Consideri Hush Hush più un progetto artistico o un progetto musicale a tutti gli effetti?

Christopher Kline: Ho deciso di farlo in un contesto musicale, perché mi annoiano questi progetti nelle gallerie che sono un gruppo falso, che mostra una falsa documentazione. Ho creato un vero e proprio gruppo e operiamo nel mondo della musica. Succede davvero, con persone vere, una vera interazione con il pubblico, fan e autografi veri. È molto più interessante che mostrarlo in una neutra galleria d’arte come una cosa costruita. Ho deciso di realizzarlo sul serio.

Mario Margani: Come hai finito per esibirti con una squadra di arti marziali miste (MMA) alla Galerie Conradi di Amburgo?

Christopher Kline: Era una doppia mostra personale e l’altra artista era Anneli Schütz. Avevamo due sale diverse e due performance per l’opening. Anneli avuto l’idea di prendere questi ragazzi perché lavora con elementi sportivi astratti. I ragazzi MMA rientravano sicuramente nella sua organizzazione e poi io ho avuto un’idea per il passaggio tra i loro esercizi e la mia performance. Ho  creato un ariete e, alla fine della loro performance, i ragazzi l’hanno usato per sfondare il muro ed entrare nella sala dove era esposto il mio lavoro. Lì è inizita la parte successiva con la mia performance. Quei ragazzi sono stati eccezionali e io sono stato davvero impressionato da come hanno preso seriamente la performance. Hanno colpito nel segno. L’entrata della sala e la mia performance era bloccata da un dipinto in modo che nessuno sapesse cosa c’era dentro. Era un pò strano perché, per le prime due ore dall’apertura, le persone non potevano vedere il mio lavoro e Sol Calero ed io eravamo già dentro in attesa di esibirci. Poi, all’improvviso, abbiamo visto il buco nel muro aperto dai ragazzi. Penso sia stata una bella combinazione, difficile e strana, e mi piacerebbe organizzare più performance con altri artisti.

Mario Margani: In alcune delle tue scorse mostre hai esposto la collezione di Lettere e sul tuo sito web collezioni ed esponi un archivio di Documenti Ufficiali. Che ruolo hanno questi scritti nella tua arte? Come ti rapporti con questo tipo di ambivalenza tra, da un lato, collezionare queste carte e questi scritti o lavorare con la musica rituale e, dall’altro, usare strumenti digitali e tecnologie in alcune delle tue opere e per la comunicazione in generale?

Christopher Kline: Sono stato un vero scrittore di lettere. Scrivevo, forse, tre lettere alla settimana e ne ho anche ricevute tante, ma alcuni anni fa ho rallentato molto e ora non scrivo più, ma le ho ancora tutte. In realtà, credo che la mia produzione artistica principale per un pò di anni sia stata proprio scrivere lettere: era una specie di progetto principale, sebbene non lo considassi esattamente come un progetto artistico. Ma nella maggior parte del mio tempo libero creavo cose per la gente. Ero abbastanza bravo a scrivere lettere, ci mettevo un sacco di tempo e di duro lavoro. Questa è una cosa importante nella scrittura. Secondo me le persone delle volte pensano: “Aspetto finché non vado in pensione e poi, a 60 anni, proverò a scrivere un libro”. Ma se non ci si abitua a scrivere, il libro sarà pessimo. Per me scrivere lettere significava comunicare con la gente che mi piace e poi ha anche a che fare con l’elaborazione di pacchi, buste, collage, disegni e strani oggetti… Tutte cose che si mettono dentro. Era carino perché quando mandi una lettera a qualcuno non ti giudica davvero come quando si fa una mostra. Ci si può esibire e non mostrarlo mai ad altre persone, se non al destinatario della lettera. Ti dà una grande libertà per sperimentare cose. E ci si sente come se le si stesse pubblicando perché, quando la lettera è lontana da te, è andata. Quindi ho centinaia e centinaia di lettere, ho mandato foto e disegni che non ricordo neanche più. Quando qualcuno mi mostra una lettera che gli ho inviato anni fa, come una battuta o un disegno, spesso non me ne ricordo affatto, come se avessi cancellato tutto. Dato che ora faccio più mostre non ho avuto il tempo di continuare a scrivere lettere.

Mario Margani: L’archivio dei Documenti Ufficiali rappresenta una sorta di dichiarazione o è anche questo un modo di esercitarsi e sperimentare la scrittura?

Christopher Kline: Sta accadendo in modo casuale. Guardando indietro penso sia davvero influenzato dal mio amico Ethan Hayes-Chute. Ha fatto una newsletter dal nome Good News Folks e abbiamo anche iniziato a scrivere un sacco di cose stupide su delle cartoline che abbiamo mandato in giro per Berlino con un codice di spedizione gratuito. Volevamo testare, in qualche modo, i limiti di ciò che potevamo spedire. Qualcuno mi ha mandato un cracker, non una busta o altro, solo un cracker. Già il postino era infastidito e quella fu l’ultima goccia. Con Documenti Ufficiali stavo solo provando una serie di idee divertenti che avevo avuto e dopo un pò ho semplicemente pubblicato le loro scansioni sul sito. Fondamentalmente sono solo una sorta di falsi documenti ufficiali. Non c’è niente di ufficiale ma è anche un modo per fare commenti e soprattutto un modo di esercitarsi con la scrittura. Ora scrivo spesso i testi per la Kinderhook & Caracas con Sol Calero e credo che per il prossimo anno avrò più scritti pubblicati.

Mario Margani: Qual è il rapporto tra i tuoi progetti da curatore e lo spazio che tu e Sol Calero state portando avanti, Kinderhook & Caracas? Consideri come parte dei vostri progetti anche gli artisti e le opere che mostrate nel vostro spazio? E’ anche un tipo di camouflage, come in altri dei vostri progetti?

Christopher Kline: Non credo di essere davvero un curatore, o almeno non uno molto bravo. Ma Kinderhook & Caracas per me non è così diverso dalla mia arte o pratica, che è fatta anche di molte attività diverse. Con alcuni artisti finisco per condividere una visione, che a volte può portare a delle collaborazioni. A volte si nota il potenziale di qualcun altro, si vede quello che potrebbe essere e quindi si tenta di renderlo pubblico e farlo arrivare a più persone; condividerlo o semplicemente contribuire a realizzarlo. Quindi penso che, con lo spazio espositivo, ho lo stesso atteggiamento di quando si vede ciò che potrebbe essere un progetto e si tenta di realizzarlo. Il più delle volte facciamo mostre personali, in modo da poter andare abbastanza a fondo nella visione di un artista. Con le mostre collettive è possibile perdere il filo… Ho visto tante brutte collettive a Berlino con alcuni artisti interessanti, ma spesso niente di più. Spesso gli artisti spesso non portano i loro lavori migliori in una collettiva, anche perché non sanno come sarà utilizzato lo spazio: nessuno in realtà si interessa a pieno di una manifestazione di gruppo. Mi piace lavorare con uno o un paio di artisti per volta su un progetto specifico e allora si può davvero comprendere ciò che dovrebbe essere l’opera. C’è uno sviluppo del lavoro come un’installazione nello spazio e quindi diventa sempre più speciale di un disegno o un dipinto in una mostra collettiva. I curatori che mi piacciono molto hanno una visione chiara e si avvicinano alla curatela quasi come ad un progetto di ricerca o una tesi. Sviluppano l’idea e vogliono darle vita con le idee di altre persone o combinandole. Penso che un curatore veramente bravo sia difficile da trovare e penso che, con lo spazio, sto in realtà solo agevolando i progetti di altri artisti.

Mario Margani: Questo approccio si rifà anche ai tuoi progetti e lavori. Nelle mostre che hai curato, a parte Kinderhook & Caracas, per esempio Feather Throat, la tua posizione potrebbe essere assimilata ad altri progetti in cui eri direttamente artista e performer? E’ un altro camouflage o un altro lavoro?

Christopher Kline: Non so se si tratta di camouflage o, piuttosto, della possibilità di tirar fuori tutti i diversi tipi di visione. Camuffare significa nascondere qualcosa, riguada identità e visioni divise, ma qui non c’è nulla da nascondere. Tra i progetti che faccio non c’è davvero qualcosa di più reale e sincero di qualsiasi altra cosa particolare. Quando si prende una scultura e la si mette in una sala in un certo modo o con una certa disposizione, come stiamo facendo a Kinderhook & Caracas, in qualche modo c’è qualcosa di profondamente legato a quello che stiamo facendo nel nostro lavoro. Dico sempre di non essere un musicista perché, anche se faccio un sacco di musica, non ho talento in uno strumento specifico: seguo un’idea e cerco di realizzarla. Non canto molto bene, non ballo molto bene, ma faccio tutto, in modo da realizzare le cose. Di sicuro non sono un curatore e direi che, probabilmente, non sono nemmeno un artista perché ritengo che questo sia soltanto un modo semplice per classificare una persona e le sue azioni. Forse abbiamo bisogno di alcune terminologie nuove. Credo piuttosto di corrisponde alla categoria del “creatore”, qualcuno che mescola le cose, che dà loro vita. Non sono molto legato al mondo dell’arte anche perché solo una minima parte di  ciò che vedo mi colpisce. Sento così tante canzoni incredibili, vedo così tanti film incredibili, posso vedere un ballerino straordinario, posso sentire delle voci straordinarie e leggere libri straordinari, ma molto raramente vedo un’opera d’arte e penso “è favolosa!”. Probabilmente non è nemmeno possibile realizzare un’opera d’arte “favolosa”, perché diventa così retorica e interconnessa che si deve sapere, ricercare, leggere. Normalmente lo straordinario si trova al di fuori di questo processo.

Mario Margani: Prima parlavamo del possibile sviluppo commerciale di Hush Hush. Qual è il tuo rapporto con l’arte commerciale, in generale, e con le gallerie con cui lavori? Mostri anche documentazioni foto e video delle tue performance?

Christopher Kline: Non sono concettualmente interessato al mondo e al mercato dell’arte. Non faccio consapevolmente cose da vendere. Penso che non ci sia un modo per commercializzare le performance: la documentazione non è mai così interessante, forse dà solo un’idea di quello che è successo. Ho avuto l’idea di utilizzare Hush Hush in modo commerciale per avere più fondi da sfruttare per altri progetti, come una specie di lavoro. In Hush Hush questo ha senso dal momento che è stato progettato per operare in un settore commerciale e per essere popolare. In generale, se alcuni dei miei lavori sono vendibili va bene. Se non lo sono, va bene lo stesso, a condizione che il progetto continui a migliorare e porti ad esprimere un qualche tipo di visione. Questa è la cosa principale.

Mario Margani: Come stai sviluppando il tuo progetto editoriale?

Christopher Kline: Abbiamo fondato la piccola casa editrice Feather Throat nel 2010. Abbiamo iniziato prima di aprire il project space, ma ora funziona in stretta connessione. L’idea originale era quella di fare una pubblicazione o un’edizione per ogni mostra. Fino ad ora, in realtà, abbiamo realizzato due cose: il Master of None per Brent Wadden e la cassetta Volta di Lame di Lune di Francesco Cavaliere. Un paio di altre cose non sono state completate. Sol ed io stiamo lavorando a una pubblicazione sulle nostre ultime quattro mostre riunendo tutte le idee, trovando materiali, riferimenti, ricerche, scritti e la documentazione dei lavori.

Mario Margani: Quali sono i tuoi prossimi progetti, mostre e performance?

Christopher Kline: Fino a fine ottobre ho la mostra Regalos Ancestrales con Sol Calero al TEATenerife Espacio de las Artes. Abbiamo un progetto quasi ogni mese al Kinderhook & Caracas, che attualmente ospita una mostra personale di Ethan Hayes-Chute. A novembre inaugureremo lo spettacolo di Elise Florenty e Marcel Türkowksy. Ho appena partecipato alla Berlin Art Fair Preview con Grimmuseum. Durante i prossimi mesi ho diversi live con Hush Hush, la maggior parte fuori città. A dire il vero, avrei voluto mantenere un profilo più basso, tenendo in caldo alcuni nuovi progetti e idee.

www.christopher-kline.com

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