Una delle prime cose che mi è saltata all’occhio quando ho visitato per la prima volta il sito dell’artista con sede a New York Carla Gannis è stata, oltre al variopinto lavoro The Garden of Emoji Delights (2015) che introduce efficacemente il suo stile, il numero delle icone dei vari canali social online dai quali si possono seguire gli aggiornamenti sulla sua vita all’interno del mondo dell’arte (guardate le foto dei suoi viaggi e lo sviluppo del personaggio “Carla Gannis, l’artista”).

Carla Gannis is an artist who lives and works in Brooklyn, New York. She holds a BFA in painting from the University of North Carolina at Greensboro and an MFA in painting from Boston University. She is the recipient of several awards, including a 2005 New York Foundation for the Arts (NYFA) Grant in Computer Arts, an Emerge 7 Fellowship from the Aljira Art Center, and a Chashama AREA Visual Arts Studio Award. She has exhibited in solo and group exhibitions both nationally and internationally.

Gannis is currently Assistant Chair of The Department of Digital Arts at Pratt Institute a Brooklyn, NY (https://www.pratt.edu/). I social media sono diventati il campo sia di battaglia sia di studio: la comunicazione online, le chat, le interfacce variopinte e allarmanti vengono usate da Carla Gannis in modo critico, diventando il materiale iniziale della sua ricerca artistica. É una dei più produttivi artisti digitali americani e negli ultimi mesi il suo nome è stato uno dei più ricercati sul mercato.

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Filippo Lorenzin: Come descriveresti la tua ricerca artistica?

Carla Gannis: Il mio lavoro ha sempre origine dalle osservazioni culturali, per esempio come reagiamo emotivamente all’apparenza, come lo abbiamo fatto in passato e come potremmo farlo in futuro. Sono affascinata dalle modalità contemporanee della comunicazione digitale, dal potere (e a volte dalla perversione) dell’iconografia più popolare e dalla situazione dell’identità nei contesti confusi della virtualità tecnologica e della realtà biologica. Ad ogni modo, non descriverei quello che faccio come una pratica basata principalmente sulla ricerca. Si tratta più di un processo di creazione di una storia che si evolve al di fuori della mia appropriazione, assemblandosi, riproponendo immagini e contenuto.

Come storyteller visuale, racconto attraverso uno “specchio digitale” da cui emergono le riflessioni sul potere, sulla sessualità, l’emarginazione e le azioni. Lo humor e l’assurdo sono elementi importanti nel “racconto” delle mie narrazioni sociopolitiche; i motori, i software e gli hardware per la ricerca delle immagini mi permettono di “mostrare”.

Gli scrittori di speculative fiction Neal Stephens e Marge Piercy, l’artista new media Lynn Hershman Leeson, l’attivista cyborg Neil Harbission e il ricercatore e studioso di robotica Bruce Duncan appartengono a una lunga lista di pensatori preveggenti che mi ispirano a considerare più profondamente i digital network e i sistemi biotecnologici di oggi e domani. Allo stesso modo, le enigmatiche chimere nelle opere di un artista del Cinquecento come Hieronymus Bosch, del quale si hanno pochissime informazioni biografiche, mi ricordano che le evocazioni pittoriche del passato possono emergere nei cerchi in continua espansione della civilizzazione umana.

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Filippo Lorenzin: I tuoi lavori sono molto spesso connessi all’immaginario pop, strettamente legato alle grafiche Web. A questo proposito, vorrei sapere cosa ne pensi del dibattito sull’arte post-Internet e se ritieni che la definizione data da Karen Archey e Robin Peckham, secondo i quali “[l’opera] è intenzionalmente creata in un ambiente che suppone la centralità della rete e che spesso si basa su elementi che spaziano dai bit fisici alle ramificazioni sociali di Internet, inteso come soggetto”, possa valere anche per le tue opere.

Carla Gannis: C’è senz’altro un’estetica pop nel mio lavoro, che, per la maggior parte, deriva dalle ricerche su Google e le osservazioni dei social media ecc. come, ad esempio, la cultura web 2.0. Concordo sul fatto che i temi trattati nella mia opera siano, in un certo qual modo, conformi alla definizione di post-Internet formulata da Archey e Peckham. Tuttavia, non mi ritengo un’artista post-Internet. Non faccio parte della generazione di artisti che per primi adottarono il termine, quindi ritengo che si tratti di un’inquadratura contestuale alla quale non riesco proprio ad adattarmi. Di recente, ho scoperto che “movimento” e “classificazione” sono diventati onnicomprensivi per chiunque utilizzi Internet come base per la propria attività, che amplia o indebolisce il termine a seconda del punto di vista. Vorrei inoltre aggiungere che per quanto io dipenda dall’uso di Internet e trovi materiale di base dalla “coscienza collettiva”, non abbiamo assistito alla sua centralità, che speravo potesse contribuire al cambiamento, alla giustizia sociale e alla nascita di una cultura più egualitaria, e, insieme alla sua aziendalizzazione, non sembra possa diventarlo in futuro.

Filippo Lorenzin: Qual è il ruolo degli artisti in un’epoca, come quella attuale, in cui chiunque può creare, modificare e diffondere immagini senza limiti?

Carla Gannis: Bella domanda! Devo pensarci un po’ su. Sono molto interessata alla capacità di propagarsi che un’opera d’arte ha. Noi, e con noi intendo tutti coloro che sono connessi a internet, comprendiamo un flusso costante di immagini a una velocità notevole. Anche se un’elevata percentuale di persone può facilmente produrre e condividere immediatamente le immagini, quanto rimane a noi? Che impatto hanno sulla nostra coscienza le immagini della “like economy”? Ci obbliga a ritornare ancora sull’opera, a guardarla, a giocarci e a viverla? O ci offre una nuova prospettiva sull’umanità, sulla vita nel mondo, a cui non avevamo mai pensato? La risonanza fa affidamento sullo spettatore e sulla complessità del suo rapporto con l’opera di un artista. Un artista non può realmente controllare se l’opera interessa o meno, se piacerà a qualcuno in modo personale e profondo. Ad ogni modo, penso che gli artisti del 21° secolo possano sfidarsi a produrre opere che siano distanti da loro stessi, o che riformulino il “principale flusso di immagini” che vediamo ogni giorno, per mettere alla prova le percezioni e le aspettative degli spettatori su cosa può rivelare un “upload costante”.

Penso anche che il ruolo odierno degli artisti includa l’estrazione e l’analisi dei dati (immagini, gif, testo, codice, ecc.) in un modo che non ha precedenti. Noi cataloghiamo, selezioniamo e remixiamo, provando a cercare la metafora e il senso della nostra produzione di forme sempre più ibride. Non si tratta tanto di una creazione singolare come ricreazione multistrato, attraverso un processo selettivo e trascrittivo. Penso che molte delle opere d’arte contemporanea più coinvolgenti forniscano un’idea fissa attraverso una linea passante per il contenuto. L’artista crea un percorso, anche se tortuoso, che noi possiamo percepire e non solo scorrere o cliccare.

Filippo Lorenzin: Una delle tue nuove opere è The Garden of Emoji Delights. Mi incuriosisce il fatto che artisti interessati a questioni digitali diano molta attenzione all’opera di Bruegel. Potresti descrivere questo progetto e dirci come è nato?

Carla Gannis: Il mio lavoro è spesso pieno di riferimenti alla storia dell’arte. Mischio opere prese dal “Canone” con l’immaginario contemporaneo, alcune volte come parodia, altre come riflesso delle tendenze umane, delle ideologie, o delle costruzioni sociali che nella sostanza sono rimaste invariate per secoli. Ma non solo, il mio miscuglio parla di ciò che è cambiato culturalmente per effetto della Rivoluzione Digitale.

Questo è un simpatico disegno di alcuni anni fa intitolato “The Smiths Find Paradise” in cui una parte de “Il Giardino delle Delizie” di Bosch diventa un universo parallelo che gli Smith difendono e di cui forse si approfittano, come un’attrazione da circo.

Per quanto riguarda gli Emoji, loro hanno cominciato ad apparire nelle mie opere nel 2012, ma sempre accompagnati da una grande varietà di altre immagini e riferimenti culturali. Gli Emoji non erano al centro di nessuna delle opere. A dicembre 2103, Zoë Salditch & Kulia Kaganskiy hanno curato ”Emoji Art & Design Show” all’Eyebeam Art+Technology Center di New York. Hanno lanciato un appello agli artisti e ho deciso che volevo presentare qualcosa, ma pensavo che prima fosse necessario inserire l’iconografia degli Emoji in un nuovo lavoro che esaminasse specificatamente che tipo di storie potessero essere raccontate con questo sistema di glifi altamente popolare.

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Così mi sono seduta davanti al computer e ho pensato a cosa avrei voluto produrre e, dopo cinque minuti, come una lampadina animata di Emoji che si accende, ho deciso che “Il Giardino delle Delizie” di Hiernonymus Bosch, con il suo appeal culturale generalizzato (come gli Emoji), era un’opera che volevo trascrivere, “emojizzare”. Sebbene il trittico fosse una delle mie opere d’arte preferite di tutti i tempi, lo conoscevo solo attraverso riproduzioni, il che lo rendeva, in un certo senso, virtuale, proprio come i caratteri Emoji che utilizzavo.

Ho stampato una piccola versione digitale del pannello del trittico raffigurante l’inferno per la mostra Eyebeam, e ho poi dedicato l’anno successivo, con l’assistenza dello studio di Rafia Santana, alla produzione di una stampa digitale di circa 4mt x 2 mt che ri-immaginasse l’intero trittico come Il Giardino delle Delizie degli Emoji. Ho anche realizzato una versione animata del trittico, nonché 12 video-vignette, alcuni gif animati, un prototipo di un’applicazione per una Emojificazione umoristica di Bosch, e una scultura stampata in 3D su cui ho lavorato in collaborazione con l’artista Everett Kane.

Riguardo all’influenza esercitata da Bosch su artisti intenti a esplorare ‘territori’ insoliti come la cultura della rete e la vita digitale, essendo io stessa impegnata in prima linea in tale settore, posso dire di essere assolutamente affascinata dal grandissimo interesse che ha suscitato Il Giardino… fra gli spettatori contemporanei. Quelle di Bosch sono raffigurazioni di un genere umano in espansione, sempre più fuori controllo, che risulta schiavo della follia, dei vizi e della corruzione, cosa che sembra essere in linea, anche da un punto di vista propriamente simbolico, con ciò che più ci attrae e richiama la nostra attenzione, culturalmente parlando, nel XXI secolo. Nonostante il quadro sia un trittico che va ‘letto’ da sinistra a destra, ogni pannello è talmente intriso di arte figurativa che i tuoi occhi non possono fare a meno di scorrere e scrutarlo ripetutamente dall’alto verso il basso. Dal canto mio, trovo l’opera in questione “ipermediatica”, vista la sua estrema ricchezza di contenuti, e mi è piaciuto tantissimo riadattare tutti i differenti gruppi di figure che raccontano queste incredibili storie dallo humour nero in un sistema moderno di segni visivi.

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Filippo Lorenzin: Quali sono i tuoi progetti futuri?

Carla Gannis: Uno dei miei attuali progetti, di cui ho cominciato a occuparmi a gennaio, è la serie Selfie Drawings: si tratta di disegni digitali costituiti da “selfie”, che si sviluppano su un romanzo a fumetti di stampo per lo più estetico, da me realizzati e pubblicati a puntate su diverse piattaforme nei social media. A differenza dell’immediatezza dell’atto che scaturisce da un selfie fotografico, quello che faccio è “ri-rappresentare” me stessa, una “me-diatica stessa”, prendendomi i miei tempi tramite un processo di disegno lento e più tradizionale. Negli ultimissimi lavori, si è fatto più sofisticato il contesto di elaborazione in cui giustappongo me stessa alla tecnologia o, addirittura, mi raffiguro “in quanto tecnologia”. Voglio evidenziare ancora di più la rappresentazione dell’identità in merito ai continui upload di “selfie” attraverso le piattaforme dei social media.

Ed è proprio qui che cominciano a svilupparsi, sebbene in modo discontinuo e non lineare, racconti in materia di sorveglianza, marchio d’identità, pareri su età/aspetto fisico e raggio d’azione in rete. Mi sento profondamente attratta dalle nuove mode apportate dalla comunicazione virtuale e dal conseguente scontro tra queste ultime e mezzi d’espressione più datati, scontro-incontro che rivela la duplice natura dell’uomo, leale verso il passato e mutevole in vista del futuro. In sostanza, questi non sono selfie di me stessa ma di “quella parte di sé” propria della sfaccettata cultura della rete d’ipermediazione, di una presenza sempre più forte della realtà e dell’incertezza ambientale.

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E sempre parlando di futuro, recentemente ho collaborato con Hopes&Fears realizzando le immagini per un articolo intitolato “Il futuro prossimo e remoto degli emoji”, dove viene richiesto a developer tecnici della lingua e studiosi di digital media di fare previsioni sul mondo degli Emoji, mondo in continua evoluzione. Qui potete dare un’occhiata alle mie immagini e alle GIF animate.


http://www.carlagannis.com/

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