Come è stato sottolineato su un piano istituzionale,  il patrimonio culturale, in particolare nelle sue forme di arricchimento attivo – in altre parole, la produzione culturale – è un elemento di immenso valore strategico per lo sviluppo, non solo materiale, della comunità, ed è dunque, in questo, un diritto della cittadinanza, concepita come civitas, categoria che consiste di relazioni sociali, servizi e istituzioni che danno ai cittadini, ovunque vivano, il valore di una vita civilizzata.

Sempre di più questi processi di recupero e valorizzazione di monumenti storici, realizzati  proprio attraverso le attività di produzione culturale, sono intrapresi a livello informale e autogestiti – come nel caso di 26 centri sociali con missione culturale nell’area urbana di Napoli (Vittoria, Napolitano, 2017) o il caso Milanese di Macao (d’Ovidio, Cossu, 2016) – attraverso forme di sussidiarietà orizzontale, concepita per colmare le mancanze di un intervento pubblico sempre più precario, spesso capace soltanto di imitare la logica di una pseudo-governance aziendale, appiattita su futili politiche gestionali che sono sempre le stesse, in particolare nei settori stoicamente deboli in termini di costi, perché considerati, erroneamente, non strategici, come i settori culturali e creativi.

aceti-images-body-text-001-001Tutto questo porta con sé quello che viene chiamato welfare effects (Bonomi, 2012), una dinamica sociale che prevede la delega a imprese private del compito di risolvere problemi sociali complessi, che normalmente richiederebbero l’intervento delle istituzioni; il singolo che diventa Stato, in molte aree diverse: per fornire una nuova e più cosciente educazione al gusto, nel fornire l’offerta culturale, nel recuperare spazio per la comunità. Particolarmente importanti sono le forme di pianificazione partecipata, basata su modelli di coinvolgimento delle comunità locali, particolarmente efficienti esattamente nei periodi di transizione, come è stata la Grecia negli ultimi anni.

Una transizione drammatica, che ha visto la comunità cui dobbiamo la categoria stessa di Europa come laboratorio di disarmo di qualsiasi ambizione di politiche pubbliche per tutelare i diritti minimi delle civitas ma, allo stesso tempo e come reazione a questo stato di cose, è anche un laboratorio di forme di resistenza e di resilienza che, come nel caso del progetto Empty Pr(oe)mises assume il ruolo di azione militare in cui l’arte contemporanea diventa un metodo di ricerca e veicola la creazione di nuove comunità, per colmare le lacune in chiave mitopoietica e non lineare, partendo dal valore pedagogico che quel vuoto porta con sé, per ascoltare e ricominciare dallo spazio bianco di un museo che dal contesto espositivo si trasforma in uno strumento politico.

Di questo importante progetto, realizzato nel Museo di Arte Contemporanea di Atene, rimasto vuoto (ma non privo di significato) durante gli ultimi anni di austerità, ho parlato con il co-curatore, Lanfranco Aceti.

aceti-images-body-text-002-001Pasquale Napolitano: Lanfranco, com’è nata l’idea del bando di partecipazione a Empty Pr(œ)mises?

Lanfranco Aceti: L’idea è nata da una conversazione con Katerina Koskina, direttrice del Museo Nazionale di Arte Contemporanea di Atene (EMST). Stavamo discutendo sul problema del vuoto come una delle conseguenze della crisi finanziaria e socio-politica. Dato che le difficoltà amministrative delle istituzioni culturali hanno danneggiato le élite politiche, le istituzioni stesse di conseguenza sono rimaste intrappolate all’interno di un dilemma esistenziale: quello di tenere fede alle loro promesse coniugando premesse fisiche e concettuali che necessariamente rendono la struttura funzionale e accessibile. Questo avviene in un contesto sociale in cui l’estetica deve riflettere e riconciliare le condizioni locali e globali, approfondendo le premesse concettuali per cui l’istituzione culturale stessa e le strutture vengono realizzate. Come si può osservare dal punto di vista concettuale, la stretta relazione tra le premesse e le promesse diventa sempre più scoraggiante poiché è inserita nel panorama politico. In particolar modo, il Mediterraneo è un panorama che è apparentemente incapace di capire o di trarre profitto dalla cultura come prodotto di identità che a sua volta crea future formazioni culturali.

Questo è il motivo per cui ho pensato che la visibilità dei progetti e delle idee dei diversi artisti – come risposta al vuoto dell’EMST – doveva essere promossa come azione sociale. Come parte di un processo di una formazione di identità post-crisi, l’opera rappresenterà tutte le voci, non solamente quelle gerarchicamente approvate dal corpo politico dello stato ma piuttosto un conglomerato di voci che sarebbero storicizzate e che diventerebbero parte del canone. Mentre nel Mediterraneo non c’è interesse nel supportare i processi di formazione dell’identità e di costruzione culturale, ciò non viene manifestato tramite un sano laissez faire. Au contraire, visto il valore storico della cultura, i politici sono estremamente consapevoli della necessità di controllare e censurare qualsiasi produzione artistica contemporanea che non si adatti alle politiche degli stati.

Il vuoto, in questo caso, non è solo vuoto di spazio conseguente alla Grande Recessione, ma è un problema di lunga data caratterizzato dal vuoto di promesse socio-politiche. Il vuoto in tale contesto sarebbe potuto essere solo un’esperienza negativa, ma la decisione è stata quella di considerarlo come un’opportunità di documentare il potenziale concettualizzato, mentre si cercano le possibilità e i contesti finanziari per metterlo in atto.

aceti-images-body-text-003-001Pasquale Napolitano: Qual è stato il feedback della comunità internazionale? Era ciò che si aspettava?

Lanfranco Aceti: Il feedback da parte delle comunità nazionali e internazionali è stato travolgente e ha superato ogni nostra aspettativa. Abbiamo ricevuto più di quattrocento progetti e numerose richieste di prorogare il termine di presentazione, cosa a cui abbiamo acconsentito estendendo la scadenza al  31 agosto 2017. Questo ci permetterà di lavorare a stretto contatto con gli artisti e di elaborare le loro richieste prestando maggior attenzione alle loro idee e ai progetti proposti. Per quanto mi riguarda, come curatore, questa operazione — se pensassi come alcuni dei miei colleghi — dovrebbe essere considerata come una completa perdita di tempo. Il mio impegno e supporto sono motivati dalla possibilità per gli artisti di sviluppare progetti che innanzitutto metteranno in mostra le loro idee e il potenziale di tali idee. Sì, queste idee e progetti potrebbero essere realizzate nel museo in un prossimo futuro, ma potrebbero altrettanto facilmente essere scelte da altri curatori, fiera d’arte e biennali per essere realizzate e utilizzate in contesti diversi.

Spero che il progetto metta in mostra idee originali e una varietà di approcci estetici. Vorrei vedere diversi prodotti mediatici che perlomeno sfiorino la complessità del significato dell’esistenza al giorno d’oggi, anche se non devono necessariamente focalizzarsi su questioni socio-politiche. Credo che il compito di un curatore sia prendersi cura degli artisti, dei loro lavori e delle loro storie. Ѐ questo prendersi cura che mi interessa. Forse sono troppo caloroso, come adorano dire i miei amici britannici, ma do il mio appassionato sostegno all’idea e al lavoro di ciascun artista con cui scelgo di collaborare. Quando decido di accettare il progetto di un artista non mi interessa quanto tempo questo mi porti via, devo fare in modo che si realizzi nonostante i condizionamenti esterni. È un po’ come andare in guerra con una convinzione e lottare animati da essa affinché si realizzi qualcosa di fondamentale nella lunga storia dell’arte.

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Pasquale Napolitano: Che riscontro ha negli artisti? Che genere di proposte ha ricevuto? Che tipo di artisti hanno risposto alla chiamata?

Lanfranco Aceti: Abbiamo avuto un’immensa varietà di persone: dai giovani artisti emergenti a persone che hanno avuto carriere lunghe e interessati alla follia della proposta in sé. Ci sono artisti internazionali e artisti locali, persone con background molto formali e altri con approcci molto concettuali, artisti con carriere internazionali avviate e illustri che hanno esposto alla Biennale di Venezia e altri che più circoscritti. Per molti aspetti non posso dire che questa sia una proposta indirizzata a una singola tipologia di artisti ben definita. Se mi chiedesse la tipologia in cui ho trovato più riscontro finora, direi che sono gli artisti più avventurosi. Non importa se siano giovani o vecchi, greci o no, questa qualità specifica è quella che caratterizza le persone che si occupano del progetto: vogliono provare qualcosa di nuovo.

So che molti di loro erano preoccupati che la richiesta per una proposta richiedesse abbastanza lavoro. Tuttavia, stiamo pubblicando un catalogo di proposte in collaborazione con il MIT Press e, in tutta onestà, è qualcosa che ha un certo valore e richiede un certo impegno. Le proposte che verranno pubblicate saranno anche archiviate permanentemente in ARTECA, il deposito artistico della MIT Press, che sarà a disposizione delle generazioni future. Questo permette di avere un’istantanea di quello che l’arte rappresentava in Grecia in questo particolare periodo, dando di fatto voce agli artisti e alle loro opere. Al giorno d’oggi non è una cosa che si vede spesso, né in Grecia né in altre parti del mondo.

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Pasquale Napolitano: Credo che questo tipo di operazione descriva sostanzialmente la questione degli investimenti nella cultura, in particolare nei Paesi colpiti dalla crisi economica. Questi Paesi devono infatti sottostare a imposizioni quali tagli della spesa e ad altre priorità che portano allo svuotamento dell’essere cittadino, e si trovano di fatto costrette a ridurre gli investimenti nell’arte e nella cultura proprio nel momento di maggior bisogno. Dunque, la domanda che mi pongo è: come è cambiata la vita artistica e culturale ad Atene dall’inizio della crisi? Ha subito una frenata? Quali sono le altre forme di resistenza simili alla vostra iniziativa?

Lanfranco Aceti: Sono ormai quasi dieci anni che rifletto su quanto è successo in questo periodo in Grecia e in Europa. A mio avviso la Germania ha colonizzato l’Europa senza farla integrare e senza integrarsi. In termini finanziari, e dunque anche politici, hanno adottato un approccio Deutschland über alles (la Germania sopra tutto), senza considerare che l’esistenza stessa dell’UE e la presenza della Germania al suo interno sono fortemente legate alla collaborazione. Per molti versi la Germania ha adottato lo stesso approccio in Gran Bretagna (“con l’UE ma non per l’UE”), nel tentativo di realizzare un programma trasformazionalista tedesco, con interessi tedeschi, schiacciando di fatto un’intera popolazione. L’Italia sta venendo meno agli standard finanziari dell’UE, e potrebbe essere la prossima paziente di un’altra “cura Greca”.

Il fatto che questo non sia già successo è dovuto esclusivamente alle ondate nazionaliste e populiste che dipingono l’UE come un regime antidemocratico e oppressivo, e che stanno tentando di demolire quella che vedono come un’oppressione euro-tedesca. È in questo contesto socio-politico dell’Europa, radicalizzato e terribilmente mutevole che nasce l’arte. È affascinante osservare il mondo dell’arte in questo momento, è davvero schizofrenico e mi sconvolgono i tumulti politici negli USA e in Europa. Il conflitto tra le aziende e lo stato dell’arte da una parte, e la molteplicità di forme d’arte socio-politiche di resistenza e opposizione dall’altra è davvero aspro.

Mi sembra che Atene rimanga una sorta di scena del crimine: come se si fosse verificato uno stupro e per qualche assurdo motivo nessuno abbia intenzione di prestare soccorso. Au contraire, le istituzioni continuano ad irrompere e a perpetrare l’atto su un corpo traumatizzato, a malapena capace di reagire. Quest’anno dOCUMENTA è solo l’ennesimo di questi fattori: impone la propria percezione culturale estetica e colonialista di questo stupro, con la pretesa di essere poi ringraziati mentre sfruttano la sofferenza sociale e l’oppressione politica dei Greci.

Trovo stupefacente la forza della scena artistica greca e il modo in cui hanno proseguito a lavorare e ad agire sfidando le aspettative. I gruppi e le organizzazioni meno istituzionali continuano ad operare grazie a tecniche di sopravvivenza, tra le quali la collaborazione è certamente la più importante. Il cambiamento fondamentale è che non c’è più niente da perdere e in un ambiente di questo tipo, la produzione di arte è un’impresa da compiere per la salvezza dell’arte stessa. Il Platforms Project di Artemis Potamianou è proprio uno di questi atti di audacia e durante la crisi finanziaria ha avuto la funzione di punto di incontro internazionale ad Atene, concentrandosi sulla promozione dell’attività di artisti emergenti provenienti dalla Grecia e dal resto del mondo.

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Sono del parere che bisogna provare a sperimentare e cercare altri modi con cui le cose possano essere fatte o percepite. Nelle arti non capita tutti i giorni che qualcuno si svegli e dica: “Facciamo un elenco di proposte, non importa se verranno realizzate o meno. Poi pubblichiamo online una mostra personale per ciascuna delle proposte selezionate, mentre cerchiamo i modi – finanziari e organizzativi – per rendere fisica la mostra.” Capisco che, andando avanti, ciò è un po’ più complicato, ma il mio intento era di assicurarmi che: a) gli artisti avessero visibilità in un periodo in cui ci sono poche opportunità, b) le idee e i progetti continuassero a circolare e c) desideravo esaminare il valore della negoziazione tra promesse e attuazione. Vedo il tutto come un’emozionante opportunità di registrare la storia delle persone semplici, utilizzando la terminologia adorniana, che sono poste ai margini della storia ed esiliati oltre i suoi più estremi e irraggiungibili confini.

Vale a dire, utilizzando una terminologia economica comprensibile, se uno non è più azionista in una società (post-democrazia), allora questo (un post-cittadino) avrà tutte le libertà del mondo. Chi sceglie di godersi (o sopportare) questa libertà, lo fa perché rimane fuori dal contratto sociale e quindi non ha obblighi verso le istituzioni locali, nazionali o sovranazionali. Credo che questa sia l’esperienza più liberatoria e, allo stesso tempo, la più inebriante opportunità.

Ma ciò ha un prezzo: essere bruciati sul rogo sulla pubblica piazza in quanto eretico.


http://www.lanfrancoaceti.com/2016/10/empty-proemises-curatorial-statement/

http://www.emst.gr/en/

http://museumofcontemporarycuts.org/

http://www.leoalmanac.org/

Intervista curata da Candice Bancheri

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