Presentando il proprio lavoro nel corso di una conferenza alla School of The Art Institute di Chicago nel 2016, Pinar Yoldas elenca tra i propri campi di ricerca la biologia sintetica, il turbocapitalismo, i big data, le emissioni di CO2, la nano medicina, i cambiamenti climatici, la bio-accumulazione e il post-umanesimo.

La lista potrebbe continuare, eppure l’impressione è che parlare dei suoi interessi sia comunque più rapido che nominare tutti i suoi titoli di studio. Perché, superato da poco l’ennesimo traguardo di un dottorato in Media Art and Science presso la Duke University, Pinar Yoldas in fondo è essenzialmente una ricercatrice: onnivora e multidisciplinare, portatrice sana di un pensiero fluido, osmotico e, come tutte le personalità che vivono alle intersezioni, naturalmente allergica a qualsiasi definizione. Le sue opere sono sempre frutto di studi e letture, un percorso meditato di esplorazione e sperimentazione, capace di trasformare i temi caldi del dibattito scientifico in energia creativa.

In questi progetti l’obiettivo è riflettere su come cultura e società influenzano i sistemi biologici ed ecologici, denunciando gli effetti collaterali dell’uso capitalistico e incontrollato delle tecnologie. Per farlo tutto è lecito: disegni, video, installazioni, sculture cinetiche, tecnologie digitali; una flessibilità di mezzi che rispecchia la sua flessibilità mentale. Così il portfolio di Pinar Yoldas spazia da lavori come Speculative Biologies (2008), una serie di organi sessuali ipotetici, concepiti come strumenti di piacere supplementari per amplificare al massimo le sensazioni corporee; ad altri più lirici come Distilling the Sky (2016), un’installazione che vuole dare al pubblico un’esperienza ancora più vivida dell’inquinamento atmosferico distillando lo smog dall’aria e servendolo in forma liquida; fino al recente Artificial Intelligence for the Gorvernance, the Kitty AI (2016), un video messaggio dal futuro in cui un’intelligenza artificiale ci racconta della fine della civiltà capitalista.

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Vestendo i panni di un tenero gattino a mezzo busto, un’animazione 3D scandisce le tappe della sua salita al potere con un paio di languidi occhioni e ci assicura che si prenderà cura di noi; un comizio così convincente che l’istinto di mettere mano alla scheda elettorale è quasi irresistibile. Tra macchine senzienti, eco-nichilismo e speculazioni anatomiche, Pinar Yoldas si riconferma maestra nel prospettare futuri possibili, che facciano venire voglia di correggerli già a partire dal presente immediato.

Federica Fontana: Dando uno sguardo generale alla tua carriera è evidente che hai cominciato da subito a mescolare le varie discipline: hai una laurea in Architettura, poi un Master in Design della comunicazione visiva, uno in Tecnologie dell’informazione, uno in Design media art e così via fino ad arrivare alla tua attuale ricerca che ha a che fare con le scienze biologiche e le tecnologie digitali. Da dov’è nato questo approccio interdisciplinare e cosa significa per te lavorare all’intersezione di diversi campi?

Pinar Yoldas: Si può dire che io abbia avuto questa attitudine fin da quando ero piccola, mio padre è laureato in fisica e probabilmente ho ereditato da lui la predisposizione verso la scienza. Allo stesso tempo ho imparato a disegnare prima ancora di iniziare a parlare e ho fatto la mia prima mostra di dipinti quando avevo solo cinque anni. A quei tempi tutti pensavano che sarei diventata un’artista o una pittrice, ma più o meno all’età delle scuole superiori, avevo circa 13 anni, ho iniziato ad interessarmi molto anche alla matematica e alle materie scientifiche. Quindi mi sono iscritta ad una scuola speciale in Turchia, ho passato l’esame di ammissione e per i tre anni successivi mi sono dedicata a questo.

A quel punto ho realizzato che mi piacevano entrambe le cose, sia la scienza che l’arte, e ho tentato di unirle già in tenera età: continuavo a chiedermi cosa potevo fare per non rinunciare a nessuna delle due, perché se avessi scelto un percorso come scienziata una parte di me sarebbe come morta e allo stesso modo se fossi diventata soltanto un’artista che dipinge e disegna un’altra parte di me sarebbe rimasta insoddisfatta. Quindi mi sono chiesta come pensare allo stesso tempo come una scienziata e come un’artista ben prima di arrivare alla sintesi tra arte e scienze digitali.

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Federica Fontana: Oggi quindi ti consideri più un’artista o una scienziata?

Pinar Yoldas: Ho appena concluso il mio dottorato di ricerca ma ad essere sincera non posso davvero definirmi una scienziata, sarebbe un’etichetta un po’ forzata perché infondo io non gestisco un laboratorio, non pubblico saggi, non faccio il lavoro che uno scienziato tipo fa quotidianamente. Certamente sono una studiosa e faccio moltissima ricerca in ambito scientifico osservando, leggendo, imparando, ma alla fine il risultato del mio lavoro è considerato soprattutto un prodotto artistico. Per questo motivo non sarebbe corretto nei confronti dei veri scienziati definirmi tale. Anche nel mondo dell’arte capita spesso di trovare gente che realizza due o tre opere e dice: oh, sono un’artista anch’io! e a me non piace nemmeno quell’atteggiamento, quindi cerco di essere modesta ed onesta e penso che in qualsiasi modo tu voglia definirti dovresti davvero applicarti e spenderci molto tempo. Io non posso considerarmi del tutto né una scienziata né un’artista perché non mi dedico esclusivamente a nessuna delle due cose; per ora penso di essere piuttosto una specie di ibrido.

Federica Fontana: Sempre riflettendo sulla tua carriera, ad un certo punto hai deciso di continuare la tua formazione negli Stati Uniti, quali sono state le ragioni di questa scelta?

Pinar Yoldas: Non vedevo più un futuro in Turchia, la situazione era diventata abbastanza problematica per me. Nonostante fossi cresciuta in una famiglia molto aperta, laica e progressista, come del resto erano la maggior parte delle famiglie in Turchia, le cose hanno iniziato a diventare complicate e io non vedevo un percorso chiaro di fronte a me; quindi ho seguito le mie passioni e la mia sete di conoscenza, la volontà di accrescere il mio sapere. Volevo avere la possibilità di continuare a creare senza costrizioni, senza essere limitata, questo è sempre difficile ma credo comunque di aver fatto la scelta giusta, soprattutto nel mio campo. Ci sono molte cose positive che stanno accadendo in Turchia nell’ambito della New Media Art, ora ci sono molti artisti che lavorano con i media, tanti giovani interessati alla scienza, c’è molto movimento, ma in quel momento io ho pensato solo a me stessa, al fatto che avevo bisogno di passare del tempo fuori dal mio paese, andare il più lontano possibile e perdere un certo tipo di attitudine, di forma mentale.

Sono tornata per la Biennale di Istanbul e qualche volta torno per tenere delle conferenze, ho degli agganci ma passo la maggior parte della mia vita nel nord Europa e negli Stati Uniti, quindi oggi la Turchia è al terzo posto. È difficile perché ho lasciato tutti, la mia famiglia vive ancora lì, ma sono sempre in contatto con loro e qualche volta torno a trovarli. Ciò nonostante il tipo di conoscenze di cui avevo bisogno nel campo della neuroscienza o della ricerca nelle arti scientifiche ad esempio, e la possibilità di ottenere finanziamenti per fare un’arte che non fosse necessariamente commerciale, tutto questo là non era possibile, quindi era necessario partire.

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Federica Fontana: Pochi mesi fa ho avuto modo di vedere la tua video installazione Kitty AI a Berlino, nell’ambito del festival Transmediale: a proposito di questo lavoro quale pensi che sarà il ruolo degli algoritmi nel futuro? A giudicare da quest’opera sembri piuttosto scettica, non tanto riguardo all’intelligenza artificiale in sé, quanto rispetto alla capacità dell’essere umano di non venirne sopraffatto.

Pinar Yoldas: Ieri durante un incontro ho fatto proprio una battuta su questo argomento, scherzando sul fatto che io mi sento come la prima artista o designer volontaria che Kitty ha assoldato per portare avanti la sua campagna politica, o qualcosa del genere… Scherzi a parte in realtà gli algoritmi sono ovunque e le nostre vite sono ampiamente influenzate da loro già adesso, non si tratta più di qualcosa che avverrà in un futuro o una galassia remota ma a quanto pare è già realtà. Penso che la decisione di fare un video sull’argomento sia nata proprio quando ho iniziato a realizzare che la mia vita privata e le mie relazioni sociali erano condizionate dagli algoritmi.

Quindi mi sono documentata: in particolare ho iniziato a fare delle ricerche sull’affective computing, che è quella disciplina che studia come le emozioni sono processate dal cervello umano per poi tentare di combinarle con l’intelligenza delle macchine, ovvero di progettare sistemi che siano in grado di decodificare le espressioni facciali e riconoscere le reazioni emotive, oppure anche di generarle. Così mi sono imbattuta nella ricerca di Rosaline Picard, una docente del MIT che è una dei pionieri in questo campo: lei e i suoi studenti hanno avviato una società chiamata Affectiva che si occupa di creare algoritmi o sistemi di lettura facciale che appunto riconoscano emozioni ed espressioni, e sono convinti che presto tutto questo entrerà a far parte della nostra realtà quotidiana. Quindi riflettendo su questo concetto e pensando anche a Watson, il sistema di intelligenza artificiale dell’IBM, mi sono chiesta quali potranno essere i possibili usi di questa tecnologia.

Sono molto interessata a questo argomento anche perché fin dall’alba dei tempi c’è questo mito della dicotomia tra Apollo, il dio della logica e dell’intelletto e Dioniso, quello dell’emozione e dell’estasi, e quindi crediamo in questa sorta di divisione tra le emozioni e la razionalità. Tutto questo emerge anche nell’essere donna: mi riferisco a come le donne sono spesso forzate dal lato emozionale e sono spinte a prendere le decisioni meno razionali perché sono considerate più sentimentali degli uomini e cose di questo genere. Nel corso delle mie ricerche invece ho letto il saggio del neurologo Antonio Damasio “L’errore di Cartesio” che in sostanza spiega che è impossibile per l’essere umano possa prendere una decisione razionale senza avere un sistema emozionale di base. Questo libro è stata la mia epifania: si può essere emotivi e allo stesso tempo prendere decisioni razionali, abbiamo bisogno delle emozioni per decodificare il mondo, quindi le emozioni esistono per un motivo. È stato questo ragionamento che mi ha portato a studiare come le emozioni sono elaborate dal cervello e quindi come le emozioni sono elaborate dalle macchine e alla fine è nato questo personaggio, Kitty AI, che è un’intelligenza artificiale che possiede anche un’intelligenza emozionale. È stato un percorso di elaborazione molto lungo ed intricato e ci ho lavorato davvero per molto tempo.

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Federica Fontana: E probabilmente è proprio questa la parte più interessante – e anche inquietante, se vogliamo – di questo lavoro, che il gatto non è solo una macchina parlante, ma possiede ed esprime delle emozioni…

Pinar Yoldas: Sì, io credo che sia davvero importante per noi realizzare quanto siano importanti le emozioni nella nostra vita, ed ora con gli algoritmi e le macchine intelligenti questa è una cosa che sta per saltare fuori, che le emozioni non sono più solo una prerogativa dell’uomo.

Federica Fontana: Sempre a proposito di quest’opera, navigando su Instagram ho visto che di recente hai postato sul tuo profilo una foto con degli schizzi per alcuni gadget di Kitty AI… hai in mente qualche sviluppo per questo progetto?

Pinar Yoldas: Sì sto cercando di raccogliere dei soldi per realizzare un’app con diverse intelligenze artificiali incorporate che possano comunicare con gli utenti sempre in forma di Kitty AI; l’idea è che si possa parlare con i gattini proprio come stiamo conversando noi ora su Skype, magari per un breve lasso di tempo… Così ho pensato ad un modo per raccogliere fondi per finanziare questo progetto e sto cercando di realizzare una sorta di merchandising, ma rigorosamente sostenibile, non prodotto in Cina, come cover per smartphone, magliette, chiavette USB…ho anche provato a disegnare una sorta di manifesto elettorale… Insomma, voglio che questo personaggio si diffonda nel mondo: si potrebbero creare anche prodotti di bellezza in omaggio, film, app… è così che immagino Kitty AI ancora per un anno o due.

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Federica Fontana: Quella di quest’anno non è la tua prima presenza alla Transmediale ma quattro anni fa se non sbaglio hai preso parte ad un’altra edizione. Puoi raccontarci qualcosa di quell’esperienza e riguardo al progetto a cui hai lavorato in quell’occasione?

Pinar Yoldas: Il progetto si chiama An echosystem of excess (2014), e anche in questo caso ho iniziato a lavorarci molti anni fa, la maggior parte delle mie opere sono frutto di lunghi periodi di ricerca. Questa in particolare riguardava l’evoluzione e nello specifico come noi esseri umani abbiamo indirettamente cambiato il modo in cui l’evoluzione stessa agisce, per esempio attraverso le mutazioni e la tecnologia. Nell’Antropocene, l’era geologica in cui ci troviamo, gli esseri viventi e l’intero ecosistema sono pesantemente impattati dai prodotti della civilizzazione, primo tra tutti l’inquinamento, che modifica l’ambiente in modo irreversibile. Uno dei casi più emblematici è il Great Pacific Garbage Patch, un gigantesco tappeto di rifiuti composto da diverse tonnellate di plastica che si è venuto a creare a nord del Pacifico.

Così mi sono chiesta: la vita è iniziata 4 bilioni di anni fa nell’Oceano, come sarebbe se cominciasse adesso, che tipo di creature emergerebbero e che aspetto potrebbero avere? E a dire il vero un gruppo di scienziati ha rilevato davvero dei batteri plastivori che si sono sviluppati in questo nuovo habitat al centro dell’oceano. Quindi ho immaginato una nuova specie, una specie biologica che emergesse ai giorni nostri da un ecosistema sintetico. Questo era il mio progetto e l’ho proposto in diversi canali, istituzioni e residenze, e inizialmente nessuno sembrava interessato ma poi grazie a Kristoffer Gansing, il direttore artistico della Transmediale, sono stata in grado di realizzarlo e di esporlo comunque nel Project Space della Fondazione Schering Stiftung, dopo un anno di lavoro continuo. Questa è stata la mia prima esperienza con la Transmediale ma ne è uscita una mostra di grande successo e sì, è stata una bella avventura.

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Federica Fontana: Tra gli organismi che hai creato per An Ecosystem of Excess ci sono alcuni esemplari che sono in grado di identificare e metabolizzare le materie plastiche e sfruttarle come nutrimento. Puoi dirci qualcosa riguardo alla realizzazione di questa sorta di bioconvertitori? Sono finti o funzionano veramente?

Pinar Yoldas: Se per finti intendi che non sono esseri viventi, sì, sono finti. È molto difficile e costoso progettare e realizzare dei microorganismi, anche se è comunque una cosa che ho in programma di fare; assieme con le cover per cellulare di Kitty AI, in futuro voglio realizzare anche qualcosa del genere. In ogni caso io sono essenzialmente una scultrice, creo oggetti con le mie mani, quindi ho usato argilla polimerica, pezzi di plastica e altri materiali e ho assemblato questi modelli artigianalmente. Ho usato anche acqua e pompe per potergli dare l’aspetto di qualcosa di vivo, in modo tale che gli organismi si muovessero leggermente e dessero l’impressione di respirare, ma di base sì, resta un sistema che ho costruito io con le mie mani, proprio come un oggetto artigianale.

Federica Fontana: A proposito di veri microrganismi: gran parte del tuo ambito di ricerca coincide con quello dei bioartisti, ma loro lavorano direttamente sulla carne e gli organi, manipolando il codice genetico e le sequenze di DNA, coltivando cellule e tessuti; nel tuo caso invece il risultato è sempre artigianale (penso anche a un’opera come Speculative Biologies ad esempio); per te rinunciare ai wet media è stata una scelta oppure ci sono ragioni diverse?

Pinar Yoldas: Questa è una domanda interessate, me lo sono chiesta a lungo anch’io; il fatto è che molti degli oneri che gli artisti si accollano per questo tipo di operazioni non sempre sono funzionali al risultato. L’arte oggi funziona in modo tale che qualsiasi tipo di opera si produca, questa viene poi immessa nel circolo dei media, quindi viene snaturata comunque: si trasforma in una fotografia, in un paragrafo scritto, viene appiattita fino a confondersi con la sua stessa rappresentazione. Prendiamo ad esempio Eduardo Kac, che nel progetto GFP Bunny ha condotto un’imponente campagna “pubblicitaria” in giro per il mondo anche prima della nascita del coniglio, e in quel caso la tecnologia sono state le voci che aveva messo in giro circa un laboratorio in Canada o la storia raccontata successivamente nel suo libro, così che quel materiale è stato interpretato in maniera diversa dalla stampa o dalla gente. Le persone si chiedevano “Ha usato Photoshop?”, “Si illuminava veramente?” e domande di questo tipo e quindi in fin dei conti Kac ha centrato l’obiettivo, è stato in grado di suscitare tutte queste riflessioni in merito agli organismi geneticamente modificati.

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Il coniglio era davvero brillante e sano come appariva nelle fotografie? Non possiamo saperlo, ma alla fine quello che conta è che l’artista è stato in grado di sensibilizzare il pubblico. Un altro approccio lo si può vedere nei lavori di coltura dei tessuti o ingegneria genetica di Oron Catts, ogni opera viene realizzata accuratamente in laboratorio, con materia vivente e tangibile; ma ci sono anche un sacco di progetti puramente speculativi in cui non si ha mai la certezza che il progetto sia reale o no, quindi ci sono diversi approcci che si possono prendere in considerazione. Personalmente, essendo un’artista emergente e non avendo né budget né accesso ai laboratori e alla strumentazione necessaria, ho realizzato che avevo un sacco di idee che avrei voluto comunicare ma non potevo aspettare di avere tutte le carte in regola e tutte le condizioni ottimali per creare ciò che volevo.

Alla fine il risultato è che queste creature sono tutte delle meteore, appaiono e scompaiono e quello che mi importava era solo comunicare un messaggio, è questo lo scopo dell’arte in fin dei conti. Questo è il ragionamento che è stato alla base della mia scelta, ma sono comunque molto interessata ai wet media e a realizzare alcune delle mie idee in laboratorio in futuro, sto lavorando ad alcuni progetti di questo tipo proprio ora, ma non voglio legarmi troppo all’etichetta di bioartista. Come è noto Kac ha questa netta definizione di Bioarte che prevede che si debba lavorare necessariamente con il sangue e con le cellule: io so come si fa a livello pratico, so come estrarre il DNA, sono stata nei laboratori e per me non si tratta soltanto di stare lì seduti a discutere, semplicemente ho deciso di scegliere un percorso diverso e privilegiare il messaggio rispetto al mezzo.

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Federica Fontana: Nel tuo intervento alla conferenza Metabody che si è tenuta qualche anno fa a Madrid hai intitolato una delle slide della tua presentazione L’umano è morto, lunga vita al postumano, significa che sei d’accordo con quanto ha dichiarato Stelarc, che il corpo umano è obsoleto?

Pinar Yoldas: In realtà quella voleva essere una battuta. Facevo un po’ il verso a tutte queste discussioni sul postumano, a quello che dicono che ci aspetti eccetera… Era più che altro una provocazione.

Federica Fontana: Molti teorici ed artisti prospettano un futuro in cui l’essere umano sarà in grado di ricreare e manipolare il proprio corpo a piacimento, così che in futuro sarà possibile scegliere non solo il proprio aspetto ma anche la propria forma, la propria razza e il proprio genere. Qual è la tua posizione, pensi che questo sia un processo che dovremmo contrastare in qualche modo o che sia giusto adattarci?

Pinar Yoldas: Di certo noi siamo già preparati psicologicamente al post-umano, ne parliamo già, ne siamo già consapevoli. È un processo che ormai si è già messo in moto, che sta già accadendo, e quindi in qualche modo ci stiamo già adattando. Ma sinceramente non so se dobbiamo riprogettare l’essere umano, non ho ancora preso una decisione in merito, ci penso spesso e certamente in generale sono per la riprogettazione degli organismi viventi, penso che dovremmo fare degli esperimenti e vedere dove ci porterà questo percorso. Allo stesso tempo c’è una parte di me che è molto scettica, quindi penso che dovremmo fare più che altro dei tentativi cercando di capire se funzionano.

Rispetto a questi temi penso che il mio atteggiamento rispecchi un po’ quello che ha avuto in passato l’opinione pubblica rispetto alle modificazioni genetiche: sicuramente c’è eccitazione ma anche un po’ di paura. Io credo di essere più possibilista, non penso che non si dovrebbe fare niente di tutto ciò, che non si dovrebbe cambiare nulla, ma allo stesso tempo sono consapevole che ci sono tante conseguenze e risvolti imprevedibili nel fare una cosa del genere. Basti pensare a ciò che accade con il cibo geneticamente modificato, ad esempio il caso della Monsanto, che ha creato del mais transgenico e poi è venuto fuori che la farina tratta da questo mais aveva sviluppato delle tossine.

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Quindi guardiamo il nostro pianeta e diciamo la verità: siamo davvero capaci di comprendere questo sistema? No, non del tutto, non sappiamo ancora niente. Noi siamo degli intellettuali, giusto? Quindi io sono a favore della sperimentazione, ben venga l’esplorazione ma allo stesso tempo penso che decisioni di questo tipo richiedano una grande istruzione, moltissima documentazione e una comprensione davvero profonda di cos’è la Terra e di cosa significa la vita.


http://www.pinaryoldas.info/

Articolo a cura di Federica Fontana

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