Come ultimo partecipante ufficiale olandese del programma di residenza dell’OCAT (Office of Cultural and Academic Transitions, ndt) a Shenzhen, Constant Dullaart ha lasciato un segno notevole nel mondo della Internet Art in Cina. Intervistato per il nostro sito appena un anno fa (link: http://www.digicult.it/it/digimag/issue-072/law-of-the-instrument-an-interview-with-constant-dullart/), questa nuova conversazione si concentra sulla sua relazione con la Cina e, nello specifico, con Internet. 

Nonostante l’estetica e i modi di trasmissione di Internet vengano sempre più imbrigliati nell’Arte Contemporanea cinese tradizionale  (per non parlare di una vera e propria scena “new media” parallela, presente per almeno un decennio), la quantità di lavori che davvero hanno a che fare con le NetworkTtechnologies in senso comune, rimane comunque microscopica.

Alla luce della sua personale consuetudine — dare cioè sempre un tocco particolarmente umano se non sentimentale agli anonimi e comuni spazi del web — Dullaart è quindi l’interlocutore ideale per capire cosa sta succedendo e cosa rimane ancora da fare nell’ambito Internet nel grande paese d’Oriente.

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Robin Peckham: Hai passato molto tempo a Shenzen l’anno scorso, per cui sono particolarmente interessato alla tua opinione sulle intersezioni tra il mondo dell’arte in Cina e il mondo dell’Internet Art in generale. Come ti sei relazionato con la scena tech locale quando sei arrivato, intesa come uno dei centri fisico-logistici di un’industria spesso “immateriale”?

Constant Dullart: Alcuni miei amici avevano contatti a Hong Kong, Greg Leuch (http://gleu.ch/) mi ha presentato alcune persone che lavoravano con il portale Seeed Studio (http://www.seeedstudio.com/depot/): avevo anche fatto alcune ricerche online. Sembrava che fossero per la maggior parte product designers, nonchè alcuni ingegneri che cercavano di raggrupparsi attorno a quella che è la fonte dell’elettronica di consumo su scala mondiale.

In ogni caso, era ancora piuttosto difficile fare ricerche su come le cose venivano effettivamente prodotte su larga scala. Ho visitato alcune fiere e ho tentato di contattare diversi produttori con idee balzane, chattando su QQ e fingendo di essere un uomo d’affari.

Ma ho capito che l’unico modo per comprendere davvero come funziona l’industria è far veramente produrre qualcosa: qualche mese dopo ho avuto quindi l’opportunità di visitare le fabbriche dell’azienda con cui sto lavorando attualmente, per la fabbricazione del mio ultimo prodotto…ma ne parlerò più avanti.

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Robin Peckham: Hai lavorato su alcuni social network cinesi come Weibo (http://www.weibo.com/) e Weixin (http://weixin.qq.com/). Li vedi come diretti analoghi dei loro equivalenti occidentali, o sono fondalmentalmente tutt’altra storia? Ti sei imbattuto in altre cose interessanti sui network?

Constant Dullart: Parliamo di qualcosa su cui non sono in grado indagare come vorrei, poichè non comunico abbastanza bene in Mandarino. I miei amici cinesi mi hanno detto, molto prima che me ne potessi rendere conto da solo, che ormai utlizzano Weibo a malapena mentre Weixin (WeChat) è la principale piattaforma di comunicazione. Per quanto ne so, le differenze tra Weibo e Facebook sono piuttosto interessanti, per lo più formali, e con tanti piccoli dettagli.

Weibo è sempre stato più la combinazione di ciò che fanno Facebook e Twitter nell’occidente, essendo stato il social media principale per parecchio tempo. In generale le linee guida sono più chiare, e ti viene ricordato cosa può essere pubblicato e cosa è ritenuto inappropriato. Ma, cosa più importante, si possono vincere medaglie virtuali per aver pubblicato contenuti, ottenuto followers e segnalato correttamente post inappropriati.

Weixin, d’altro canto, è una combinazione di Twitter e un programma tipo iMessage o WhatsApp. È principalmente una piattaforma per cellulari, con l’aggiunta di una schermata home social a una normale piattaforma di chat, con audio messaggi facili da utilizzare e altre funzioni. Spesso accusato di aver rubato caratteristiche da altri software, sembra piuttosto aggressivo ma funziona alla grande in tutte le sue funzionalità. Ci sono differenze fondamentali, per come le vedo io, per lo più a livello d’identità delle società. Le equivalenti occidentali sembrano avere qualcosa di ribelle, giovane e sfacciato, ad esempio Facebook che sembra derivare da Fuckbook, mentre le controparti cinesi appaiono come business molto tradizionali.

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Robin Peckham: Poco fa hai fatto un breve accenno all’aspetto produttivo nell’ambito del periodo che hai trascorso a Shenzhen. Mi affascina quest’idea di un riproduttore multimediale che hai creato con il nuovo progetto DullTech (http://www.dulltech.com/), sul quale fare un preload del tuo lavoro per poi distribuirlo alle istituzioni. E’ proprio questo aspetto della distribuzione che trovi interessante o proprio il processo di produrre un pezzo di hardware come opera d’arte?

Constant Dullart: L’intero processo di creazione di questo media player rientra nell’opera d’arte stessa. Collaborare con il tecnico dell’azienda (il suo nome inglese è “Eagle”), visitare la fabbrica, calcolare i dazi d’importazione, progettare la confezione: tutto questo contribuisce alla creazione dell’opera d’arte allo stesso modo in cui levigare il marmo è parte della scultura. Ho desiderato tanto intraprendere questo progetto per comprendere al meglio la catena di eventi necessaria al giorno d’oggi per la produzione di elettronica di consumo.

Ad ogni modo, il progetto consta di vari livelli. Poiché il media player è nato dalla necessità personale di fare installazioni video attraverso istruzioni a distanza, questo progetto è iniziato dal mio desiderio di un riproduttore multimediale economico che potesse essere un modello di riferimento per gli artisti.

Il modo in cui la macchina è progettata o funziona è anch’essa opera d’arte, in particolare, ad esempio, il marchio che ho scelto è un riferimento al mio cognome: DullTech. Anche il modo di confezionare il mio lavoro è un’opera d’arte, in quanto uno dei miei video apparirà sugli schermi come screensaver. La funzionalità della macchina agisce da “Cavallo di Troia”, poiché, nel momento in cui un’istituzione acquista la migliore e più semplice versione in commercio di riproduttore per l’arte video, acquisisce al contempo anche il mio lavoro.

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Robin Peckham: Infine, come hai iniziato a collaborare con il parco a tema OCT “Windows of the World”? Inoltre, ti vedi bene nel ruolo di europeo che riesce a incidere sulla consapevolezza cinese della cultura americana?

Constant Dullart: “Windows of the World” (http://en.wikipedia.org/wiki/Window_of_the_World) è stato costruito nel 1994, l’anno in cui morì mio padre. Da diciotto anni porto dentro di me il dolore per la sua scomparsa, una sofferenza che è cresciuta nel tempo. Nel frattempo, tuttavia, la mia visione del mondo è rimasta immutata da diciotto anni e ormai risulta obsoleta. Dal 1994 la Cina ha aperto le porte al cambiamento politico, grazie al quale la Zona Economica Speciale in cui è situato il parco ha raggiunto uno sviluppo oltre ogni previsione, fomentato anche da Deng Xiaoping. Molte persone entrarono per la prima volta in contatto con stranieri, in molti cominciarono a superare i confini della Cina verso l’estero e così il parco diventò strumento educativo e un gesto simbolico di apertura al resto del mondo nel territorio cinese. A causa della recente diffusione di internet in Cina il progetto educativo del parco è decisamente crollato.

Un parco gemellato con quello di Shenzhen è situato a Pechino, dove i visitatori cominciano ormai a essere una rarità. In effetti, il parco di Pechino ospita un aeroplano, per far sentire ai visitatori cosa si prova realmente stando a bordo di un velivolo. E poi, certo, quelle riproduzioni di luoghi storici su larga scala mi sembrano ormai superate ed eccessivamente smielate.

All’improvviso, come artista olandese in un progetto di residenza finanziato, sentii il forte desiderio di fare una performance tra i mulini a vento. Registrai il momento in cui la riproduzione delle cascate del Niagara nel parco veniva messa in funzione alle 9:30 del mattino, o i ballerini “africani”, che in realtà sono cinesi dalla pelle leggermente più scura perché provenienti dalla Provincia dello Yunnan, caratteristica per cui si pensa siano anche dei bravi ballerini. Inoltre, proposi di fare una cerimonia l’11 settembre prima che le torri gemelle fossero rimosse dalla zona del parco dedicata a Manhattan. L’ingresso del parco a tema mostra un cartello recante la scritta “Benvenuti nel nostro Mondo”, frase che interpreto in tre modi diversi:

1. Benvenuti nel mondo che voi e noi (Cina) condividiamo.

2. Benvenuti nella nostra versione del mondo.

3. Benvenuti nel mondo che abbiamo rivendicato.

Sembrava un simbolo per il mondo, proprio come cerca di essere Internet. Entrambi stanno fallendo nel loro intento in modo stupendo, poetico e affascinante. Questo è il motivo per cui sembra essere una buona metafora scultorea, per il semplice fatto che gli Stati Uniti controllano la maggior parte delle infrastrutture della rete e continuano ad essere il più grande esportatore di cultura di massa del mondo. Nel frattempo, una guerra dell’informazione infuria attraverso i cavi transatlantici e soltanto una parte di questi è stata parzialmente rivelata da Snowden…

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Robin Peckham: Ha in mente qualcos’altro dopo aver terminato l’ultima fase del suo lavoro a Shenzhen?

Constant Dullart: Mi piacerebbe concentrarmi sull’idea di un mondo dentro un mondo, come il concetto di eterotopia elaborato da Foucault. La Cina è un mondo all’interno del mondo e ha a disposizione il suo Internet all’interno di Internet. Senza considerare che probabilmente lo stesso “Windows of the World” era considerato, una volta, un mondo all’interno di questo mondo nel mondo.

Robin Peckham: Negli anni precedenti, ci sono state un sacco di illazioni sul cosiddetto “Intranet Cinese”, quando la censura della rete attraversava il suo momento peggiore. Siccome non è mai troppo difficile colmare lo spazio esistente tra un circuito e un altro, è sempre sembrato molto strano che così tante persone non si diano da fare con il VPN o con altri modi per superare il Grande Firewall. Possiamo considerare il parco “Windows of the World” come qualcosa di simile a un VPN, sebbene più strettamente controllato. È un modo per osservare il mondo al di fuori del mondo, filtrato in modo preciso per quel mondo all’interno del mondo. Ma dove vedi l’eterotopia in tutto ciò? Solo perchè la Cina sembra essere un mondo a sè stante? E, riprendendo la mia domanda precedente, in che posizione ti collochi? Stai tentando di collegare questi mondi, o soltanto li abiti per un determinato periodo di tempo? La tua azione per le torri gemelle del World Trade Center è un tentativo palese di riconciliare il mondo nel mondo all’interno del mondo con il mondo al di fuori del mondo nel mondo?

Constant Dullart: Dunque, l’eterotopia è dovuta al fatto che la Cina costituisce sostanzialmente un mondo a sé (dentro un mondo più grande), ma anche perché il “Windows of the World” è, come dire, un non-luogo. Rappresenta il mondo, ma in un modo così artificioso che, al tempo stesso, esclude esso stesso dal mondo reale. E, rappresentando il mondo intero in una piccola parte del mondo, mostra effettivamente quella parte piccola e chiusa del mondo, la sua immagine locale, e contemporaneamente tenta di fare sentire il mondo un villaggio globale. Saltellando tra un paese in miniatura e un altro, si percepisce quanto il mondo sia piccolo, ma poi, realizzando che si è ancora all’interno di un paese che si è aperto al mondo soltanto pochi decenni fa, ciò crea una sorta di vuoto intellettuale.

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Robin Peckham: Dal momento che il programma di residenza a Shenzhen non continuerà più allo stesso modo, cosa pensa si stia perdendo? Credi che sia ancora interessante o importante per l’arte mondiale, e in particolar modo per il mondo della Net Art, mantenere una finestra aperta su questo mondo della tecnologia manifatturiera e della riproduzione in copia?

Constant Dullart: Allora, il programma di residenza continuerà, ma solo su invito e non in collaborazione con istituti di finanziamento esteri. Iniziative come Seeed Studio a Shenzhen sono di estrema importanza per il campo della tecnologia creativa, e mi chiedo se le residenze degli artisti per gli artisti visivi possano avere un senso in quel contesto. A tal proposito mi piacerebbe recarmi a Guangzhou per prendere ispirazione da quell’energia esplosiva tipica della Cina Meridionale. Godere di quel patrimonio di conoscenze, non soltanto nel campo tecnologico ma anche per ciò che riguarda il modo in cui la Cina Meridionale si relaziona con il resto del paese, è incredibilmente proficuo per gli artisti che desiderano sperimentare e crescere artisticamente. E lo scenario copy-tech vale sicuramente un viaggio per esplorare Shenzhen.


http://www.constantdullaart.com/

 

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