Gerfried Stocker è un media artist e, dal 1995, direttore di Ars Electronica. In quanto una delle principali istituzioni di Media Art, Ars Electronica svolge un ruolo fondamentale nella promozione, nella diffusione e nel riconoscimento della Media Art. L’aspetto sociologico che caratterizza questo campo culturale rappresenta il vero punto focale di questa intervista, nella quale Stocker esprime la speranza per un dialogo fruttuoso tra l’arte contemporanea e la Media Art, nel rispetto delle loro competenze specifiche.

In questo senso il mercato dell’arte, visto come uno degli elementi che creano riconoscimento e legittimazione delle pratiche artistiche, si presenta come un possibile punto di incontro in cui la conoscenza di queste due aree può convergere. Il finanziamento dell’arte si compone di un ampio spettro di economie e, secondo Stocker, dal momento che la Media Art presenta un’ecologia di pratiche molto complessa, ha bisogno di essere supportata da diverse formule economiche. In questa intervista Stocker mette in evidenza la natura specifica della Media Art e come questa trovi la sua perfetta espressione nei festival. È comunque importante che tutte le diverse formule attualmente disponibili per esporre contenuti culturali siano utilizzate per supportare la specificità dei diversi prodotti artistici.

Un altro aspetto centrale che emerge da questa intervista è la necessità di stimolare il processo di “musealizzazione” della Media Art. In questo senso il contributo del mercato dell’arte nel creare valore economico potrebbe suscitare preoccupazione riguardo alla conservazione problematica della Media Art, e dovrebbe quindi invitare le istituzioni a promuovere politiche di preservazione. È necessario però riconoscere che il processo di “musealizzazione”, e quindi “santificazione” della pratica, è sempre l’atto finale della produzione artistica. Infatti, la storicizzazione potrebbe rappresentare una sorta di disaffezione nei confronti del tempo presente e quindi la fine della fase sperimentale.

Alessio Chierico: Le particolarità della Media Art, così come del più ampio ambito delle pratiche che riuniscono arte, scienza e tecnologia, spesso richiedono un’attenzione speciale. Secondo te quali sono le formule (festival, gallerie, piattaforme online, musei, ecc…) più adeguate ad esprimere il potenziale della Media Art?

Gerfried Stocker: Penso che i festival, ad oggi, abbiano la miglior formula. Non è un caso che la maggior parte della Media Art sia stata presentata presso dei festival, perché possono essere più sperimentali, si possono utilizzare tipologie di presentazioni e modalità diverse rispetto ad una galleria o un museo, ma naturalmente esiste molta Media Art che può essere presentata anche in quei contesti. Abbiamo molta Media Art che si basa su effetti visivi o sonori o su piccole interazioni che potrebbe essere adatta anche ad una galleria. In ogni caso, l’ampio spettro delle diverse tipologie di Media Art, da visuale a sonora, da installazioni a processi, da comunicazione a comunità, può essere presentato molto bene e con molta efficacia all’interno di un festival.

Penso che sia questo il motivo per cui negli ultimi venti o trent’anni si è vista una fioritura di festival in tutto il mondo. La Media Art è dotata di questa importante e peculiare caratteristica che è la sua natura esplorativa, che si adatta molto bene al tipo di attenzione che la gente dà ai festival. I festival di Media Art hanno una struttura e una forma ben definite e alcuni tipi sono più popolari e funzionali per la Media Art. In genere i festival hanno un tema e uno scenario: ci sono i simposi, le conferenze degli artisti, le esibizioni, tutte situazioni che si potrebbero trovare in una galleria e che permettono degli scambi. Credo che sia proprio questo l’aspetto rilevante, perché c’è tanta Media Art che ha una grande importanza teoretica e discorsiva. Gli artisti hanno l’opportunità di parlare delle loro opere e al contempo esibire i loro progetti, o possono discuterne al mattino e andare a un concerto o ad una performance di sera. È anche possibile ammirare un’opera d’arte costituita da un’istallazione che presenta anche elementi performativi. Tutti questi scambi fanno parte della natura dei festival.

Credo che per questa ragione la maggior parte dei festival presentino stili e attività molto simili. Dal mio punto di vista è perfettamente chiaro che la Media Art non è solo arte che usa i computer e le tecnologie dei media; la Media Art, se si prende seriamente e nel suo insieme, è in sé un’arte specifica, con forti caratteristiche che si possono individuare facilmente. È per questa ragione che quest’ambito è fiorente e si sviluppa nel migliore dei modi con questa struttura. I festival sono stati sviluppati in questo modo per rispondere alle esigenze della Media Art. Dico questo prendendo in considerazione la nostra attività e quelle di altri; il modo in cui i festival hanno elaborato e creato le varie modalità di presentazione risponde alle esigenze della Media Art e degli artisti che lavorano con i media. 

Alessio Chierico: Quali credi che siano le risorse economiche più adeguate per lo sviluppo e la circolazione della Media Art? Dovrebbe prendere in prestito la struttura delle arti performative (biglietti d’entrata, compensi per gli artisti, ecc.), contare sul finanziamento pubblico o usare il tradizionale modello di mercato basato sulla vendita e l’acquisto?

Gerfried Stocker: Prima di tutto, la realizzazione di un modello di business che non sia basato sul finanziamento pubblico non è possibile, nemmeno se si pensa alle belle arti e alla costosissime opere posseduta dalle gallerie. All’inizio tutti gli artisti, persino le superstar che guadagnano un sacco di soldi, hanno cominciato con qualche tipo di finanziamento pubblico. I finanziamenti provengono o dal governo, come in Europa, o da fondazioni e filantropi come negli Stati Uniti. In genere è sempre questo il modello base di business per l’arte. Anche le arti performative come il teatro hanno bisogno di molti finanziamenti pubblici finché non si riesce a vendere dei biglietti. Il teatro guadagna delle somme extra con i biglietti, ma il budget maggiore arriva da un certo tipo di pubblico, o da alcune forme di contribuzione della società. Questo perché il teatro avrà bisogno di qualcuno che opera nel teatro stesso, bisogna pagare gli sceneggiatori.

Credo che dobbiamo essere onesti in merito e che non dovremmo aspettarci che la Media Art diventi una forma d’arte per cui ci si guadagni da vivere o per cui si riesca a guadagnare di più in proprio. La Media Art è nuova, sperimentale, di avanguardia, una forma di arte esplorativa, credo che si potrebbe suscitare un forte interesse per la società allo scopo di supportare questo tipo di arte. Un forte interesse che va oltre l’intrattenimento e l’istruzione, qualcosa che deve avere a che fare con le ragioni per cui stiamo investendo nella ricerca e nella scienza. La Media Art è uno strumento che aiuta a capire meglio e a scendere a compromessi con tutte le trasformazioni che sta attraversando la nostra società a causa delle tecnologie digitali, dei media, delle reti e altro ancora.

Dovremmo veramente considerare che questo tipo di arte dà un contributo molto importante alla società, non solo per quanto riguarda l’interesse nella buona arte, ma anche per la sua capacità di contribuire al processo di sviluppo della conoscenza e alla comprensione dei nostri tempi.

Penso ancora al motivo per cui i festival sono entrati a far parte della Media Art. La maggior parte degli artisti che hanno avuto successo nella Media Art negli ultimi dieci, vent’anni hanno fatto la loro carriera. Non conosco nessun artista che abbia guadagnato solamente con un’attività ma una grande parte del reddito deriva da festival e da soggiorni artistici, spesso incentrati sui festival stessi. Questo perché se sei un artist in residence, o hai un lavoro che vuoi presentare, il festival è diventato un tipo di mercato che paga bene gli artisti per produrre, presentare e discutere nuove realizzazioni. Inoltre, in Ars Electronica, molti direttori di festival, curatori e persone che sono responsabili delle mostre e dei programmi, arrivano per vedere le novità, i nuovi progetti artistici, per conoscere gli artisti e perfino per fare contratti o accordi durante il festival.

Alessio Chierico: Dal momento che la Media Art rappresenta una piccola porzione dell’intero settore, come pensi sia possibile associare uno specifico valore economico alla Media Art fuori dal mercato dell’arte? Pensi che questo possa essere considerato un problema, o che non abbia effetti negativi sullo sviluppo di questo campo?

Gerfried Stocker: Non lo vedrei come un problema ma piuttosto come un bene, come una delle qualità speciali della Media Art. Non a caso si può notare che un certo segmento della Media Art ha una buona possibilità di connettersi alle gallerie e al mercato dell’arte. Inoltre abbiamo un altro segmento della Media Art, forse più grande, che si adatta perfettamente alle performance e ai concerti, inclusi tutti gli aspetti della cultura pop come ad esempio il vjing. C’è una parte consistente di materiale audiovisivo che si adatta perfettamente al mercato dei concerti e delle performance, ma c’è sempre anche questa esplorazione, questa sorta di sperimentazione e indagine sulle nuove realtà della nostra società per comprendere i meccanismi del nostro tempo. Credo sia un chiaro contributo della Media Art che conosciamo anche dall’arte contemporanea. In questo campo ci sono sempre stati artisti che hanno creato opere molto concettuali, soprattutto nel XX secolo. Ci sono molte aree e alcune, dopo qualche tempo, hanno raggiunto anche collezioni di musei e simili.

La cosa interessante è che nel momento in cui Joseph Beuys ha cominciato ad essere collezionato dai musei, era già morto. Questo è il problema: l’energia reale di questi progetti artistici non può essere espressa dalle collezioni. La collezione è un ottimo riferimento che conferisce rispetto all’artista, alla sua idea e al suo concetto, ma il momento in cui l’opera accade è il momento in cui viene concettualizzata e discussa. Di nuovo, questo è il momento in cui la Media Art mostra il suo punto forte: quando sta raccogliendo, per così dire, una parte del tempo, quando sta progettando e dando forma al nostro tempo contribuendo alla sua comprensione. Il dato di fatto che un certo segmento o una parte della Media Art non sia adatto a nessun mercato artistico esistente non è un problema, ma forse un bene. Come società, dobbiamo solo assicurarci che queste opere e questa produzione artistica possa continuare ad avvenire e sopravvivere, perché ne traiamo grandi benefici. Come società, traiamo maggiori benefici da questa parte sperimentale ed esplorativa della Media Art che dalle bellissime animazioni di generative graphic che si appendono in qualche galleria.

Alessio Chierico: Pensi che la Media Art e l’arte contemporanea siano due cose separate? Dovrebbero trovare una convergenza o semplicemente mantenere il proprio dominio di pertinenza?

 Gerfried Stocker: Beh, potrei dare una risposta diplomatica, ma preferisco quella provocatoria, che è: credo che non esista arte contemporanea al di fuori della Media Art. Ciò non significa che il tipo di Media Art che presentiamo ad Ars Electronica o che proviene da corsi educativi come Interface Culture sia l’unica arte contemporanea, ma non si può fare arte contemporanea al di fuori di ciò che significa “contemporaneo”: contemporaneo non è solo “ok, è un artista vivente”. Per me contemporaneo si è sempre riferito all’arte che si appropria in profondità della realtà dei nostri tempi, che è in grado di svelare e mostrare come funzionano i meccanismi del nostro tempo. Dal momento che il presente è prevalentemente dominato da fenomeni, sviluppi e trasformazioni che provengono dalle tecnologie dei media, l’arte più contemporanea che si possa fare non è solo lavorare con i media come strumento, ma lavorare come artista sulla nostra epoca digitale, sulla nostra era tecnologica.

Che si sia coinvolti in una specie di attivismo o in qualcosa di educativo, che si lavori con tutti i tipi di strutture di mercato che ci sono dietro ad internet, con la questione della sorveglianza, o che si stia solo creando esperienze belle o estetiche di ciò che significa essere digitali, queste sono tutte le cose che descrivono il nostro tempo, quindi direi che l’arte contemporanea deve essere un’arte che si occupa di questa realtà. In un modo o nell’altro, anche se non comprende l’uso di un computer. L’odierna realtà centrata sulla tecnologia o realtà dei media è il nucleo dell’arte stessa.

Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, ciò significa che abbiamo una forte convergenza delle due cose, e lo apprezzo appieno. Sono in questo settore da più di venticinque anni e ricordo i tempi in cui la Media Art e l’arte contemporanea erano completamente separate. Adesso, a parte questi tipi di approcci concettuali o ideologici, non si può davvero distinguerle. Per me è importante capire veramente che non è la Media Art che si dissolve nel grande oceano dell’arte contemporanea, ma che in realtà avviene il contrario. L’arte contemporanea, quando è davvero rilevante e contemporanea, converge in opere artistiche che si basano sulla realtà tecnologica del nostro tempo.

Alessio Chierico: Potrebbe essere che non sia la pratica artistica in sé, ma che le istituzioni che gestiscono l’arte contemporanea e la Media Art stiano creando questa separazione tra i due campi?

Gerfried Stocker: Nell’arte, come in qualsiasi altro settore della società, ci sono persone che hanno creato una posizione per se stessi, e poi devono difenderla. Le istituzioni hanno una certa identità, sono gestite da persone che hanno trascorso la loro vita a diventare esperti in un determinato campo, quindi, naturalmente, non vogliono rinunciare, hanno bisogno di proteggerlo. Non voglio dire che questo sia negativo.

Questo è il modo in cui si crea la competenza: fare la differenza e assicurarsi che le cose possano essere considerate di alta qualità senza che rovinino le nostre competenze. Ci sono sempre momenti di transizione quando le cose cambiano. In questi momenti si proteggono le proprie cose difendendo i propri interessi. Questo potrebbe diventare controproducente ed è ciò che sta accadendo proprio ora e negli ultimi anni.

Sotto molti aspetti la gente riconosce che la chiusura non è più la migliore strategia. Anche se sei una galleria o un collezionista e se ancora ti ostini a dire: “Ho a che fare solo con dipinti a olio”, o lavori di grafica, o qualsiasi altra cosa, potresti pensare che corri il rischio di diventare irrilevante. Anche da un punto di vista puramente di mercato, le persone stanno riconoscendo che devono aprirsi, perché ci sono anche altre cose. Dal momento dell’apertura, intuiscono un’energia e delle dinamiche interessanti. Quindi iniziano ad appassionarsi a questo campo. Molti artisti con una formazione e una carriera tradizionali improvvisamente si sono interessati all’utilizzo del computer nel proprio lavoro, perché fa parte della nostra vita, della nostra realtà.

Alessio Chierico: Il problema della conservazione delle opere di Media Art solleva alcune questioni culturali, ma anche economiche. Come si pone Ars Electronica nei confronti di questo problema? Che contributo dà per arginarlo?

Gerfried Stocker: L’impressione è che al momento le opere di Media Art siano difficili da conservare in quanto si basano su tecnologie piuttosto recenti, ma questo discorso vale un po’ per tutti i tipi di arte. Ad esempio, la pittura richiede molta cura e attenzione. Da centinaia di anni i più visionari e gli esperti del settore hanno pulito e lucidato i dipinti, per assicurarsi che il colore restasse vivo o per piccoli interventi di restauro. Quello che abbiamo oggi è solo una piccola percentuale del patrimonio artistico. È quello che è sopravvissuto a secoli di storia. Oltre alla questione della conservazione c’è quella del valore: che valore attribuiamo a questo tipo di produzione artistica? Ad esempio, è facile capire la mole di lavoro richiesta per conservare una vecchia fotografia, dai tempi delle prime dagherrotipie e dei primi film. Passa sempre del tempo prima che certe opere vengano apprezzate del tutto. Ecco perché molte opere estremamente interessanti di Leonardo da Vinci e Michelangelo sono andate perse; a quel tempo nessuno prestava la giusta attenzione. Quando guardiamo le sculture dell’antica Grecia, ad esempio, è raro trovarne in bronzo, perché veniva fuso e usato per realizzare armi, che a un certo punto erano più importanti delle sculture greche o romane.

Pochissime opere sono sopravvissute, come la Macchina di Anticitera, rimasta sommersa per migliaia anni. La questione della conservazione va di pari passo con la rivalutazione e con il valore che diamo all’arte. Questo è il nostro obiettivo ad Ars Electronica, e in generale in questi tipi di festival. Ciò che stiamo costruendo è la rivalutazione. Tra le responsabilità del festival, oltre a quella di essere al servizio degli artisti e di creare un ambiente di lavoro ottimale, c’è quella di metterli in contatto con i visitatori, creare un dialogo necessario a sensibilizzare il pubblico e far loro comprendere l’importanza di questa arte, per il presente e per il futuro. Quanto al nostro contributo, siamo ancora nel campo delle ipotesi, ma il prossimo step sarà valorizzare luoghi come Ars Electronica e ZKM per promuovere la conservazione: questi luoghi devono diventare i primi centri di sviluppo delle abilità, delle conoscenze e della tradizione della conservazione. Il passo successivo non è solo come conservare un’opera d’arte di Media Art, ma anche come tramandarla alle generazioni successive. Che sia la musica, la pittura o il teatro, abbiamo legioni di esperti, ogni generazione coltiva migliaia e centinaia di migliaia di super musicisti, storici d’arte, ristrutturatori e tante figure di questo tipo. Allo stesso modo, inizieremo a farlo con la Digital Art.

Alessio Chierico: Nel corso della sua lunga storia, Ars Electronica è stata molto attenta a uno dei rapidi cambiamenti che sono avvenuti nella tecnologia e nella società. Ciò ha probabilmente richiesto un’elevata flessibilità nei contenuti proposti e nella struttura stessa. C’è qualche nuovo “ramo” che sarà presto creato e che può rivelare? Quali sono i contenuti che pensi dovranno essere affrontati presto nel campo dell’arte, della scienza e della società?

Gerfried Stocker: Quando si fa riferimento a questo tipo di ricettività di Ars Electronica su questo rapido cambiamento, che serpeggia tra gli sviluppi della Media Art, si deve dire che questo aspetto ha un suo prezzo. In questi trentasette anni Ars Electronica è stata molto capace di rimanere sempre all’avanguardia, ma dall’altro lato non abbiamo costruito o creato una collezione. Abbiamo documentato molto, ma la capacità di seguire gli sviluppi più rapidi si paga sempre a caro prezzo. Senza di questo, non saremmo in grado di prestare abbastanza attenzione a ciò che è già stato creato. Alla fine è molto importante avere entrambe queste responsabilità istituzionali e istituzioni che si comportano come Ars Electronica, e che rimangono in prima linea e che cercano di comunicare i valori di questo campo. L’altro punto è che abbiamo bisogno di più istituzioni che si occupino della conservazione e della creazione di una collezione, è qualcosa in cui dobbiamo necessariamente essere veloci. Perché in primo luogo si devono costruire un certo apprezzamento e un certo valore e poi si deve prendersene cura. In questo stesso modo stiamo sempre più superando la separazione tra arte contemporanea e Media Art. Questa separazione tra la freschezza dell’evento o dell’istituzione, entrambi veloci e flessibili, e il lavoro come ad esempio: raccogliere gli elementi, prendersi cura di creare tassonomie, creare teorie, ricavare da esse un codice.

C’è ancora molto più lavoro da fare insieme, e credo che questo si stia sviluppando poco a poco, e più si sviluppa, meno gelosi siamo l’uno dell’altro e non pensiamo di toglierci risorse a vicenda. Penso che stiamo sempre più riconoscendo che dobbiamo collaborare. Nei prossimi anni questo significa sicuramente che dobbiamo sforzarci di collegare un luogo come Ars Electronica, in particolare il festival, con questo mercato d’arte, quello dell’arte contemporanea, e questo tipo di cose, qualunque cosa stia accadendo. Si tratta di una descrizione ancora molto vaga, perché per molti anni, perfino per decenni, ci andava bene dire “noi siamo Media Art e loro sono l’arte contemporanea, a chi interessa?” Ora dobbiamo fare uno sforzo per connetterci al campo dell’arte contemporanea, per descriverlo il più vagamente possibile, includendo il mercato, che è parte di questo grande settore, dai collezionisti fino alla Biennale, alla Triennale, ecc.

Mi rendo conto che questo campo sta prestando sempre più attenzione alla Media Art, creando possibilità in rapido aumento per i media artist. Ci saranno collezionisti di Media Art, proprio come quelli delle forme d’arte convenzionali o tradizionali. Tuttavia, il numero di artisti realmente in grado di sostenersi economicamente vendendo i propri lavori è davvero basso. È come andare al casinò, c’è sempre la probabilità di avere successo commerciale, ma si tratta di una percentuale molto bassa, e in quanto artisti, non dovremmo prestarci troppa attenzione. Nonostante tale questione, tale speranza di diventare ricchi e famosi, esiste un grande settore in cui artisti e media artist possono essere attivi, in cui possono trovare possibilità e opportunità di lavoro. Ecco perché, anche dalla nostra parte, dobbiamo lavorare duramente per distruggere queste barriere e creare modelli interessanti di collaborazione tra i festival mondiali, sperimentali, esplorativi e dalle dinamiche flessibili, e il mondo, non così lontano, ma non per questo meno importante, di gallerie, biennali e questo genere di cose.

È nell’interesse degli artisti, e, in quanto istituzione, la mia più grande responsabilità per Ars Electronica, prendersi cura degli interessi degli artisti; questo è ciò che le istituzioni dovrebbero fare prima di tutto. Così sarà nei prossimi anni: stiamo lavorando a diverse proposte a gallerie, collezionisti e musei, ad esempio per quanto riguarda la questione della conservazione di Digital Art e Media Art. Ci sono sempre più collezionisti, privati o pubblici, interessati all’acquisto e ad avere delle opere di Media Art nelle loro collezioni. Tuttavia, nessuno sta realmente offrendo supporto riguardo a come conservarle e tenerle in vita. Gli artisti non possono, hanno altro da fare: devono creare nuove opere d’arte, altrimenti si limiterebbero a creare tre opere per poi passare tutta la vita ad occuparsi della loro manutenzione. Le gallerie non vogliono farlo, perché non è affar loro, e non hanno le conoscenze per farlo.

Ogni anno, ad Ars Electronica, con tutta l’esperienza che abbiamo, conserviamo centinaia di progetti delle nostre esposizioni, e abbiamo degli esperti che se ne occupano. Ad esempio, rifacendoci ad alcuni tipi di business model, possiamo offrire contratti di manutenzione, con lo scopo di supportare gli artisti nella vendita dei loro progetti. Proprio come in qualsiasi altro campo tecnico. Ad esempio, se nel proprio palazzo è presente un ascensore, c’è anche un contratto di manutenzione con l’azienda di ascensori. Per adesso, l’importante è iniziare il dialogo e lo scambio tra questi due mondi, e credo che sia ciò che il nostro festival stia provando a fare.


https://www.aec.at/

http://interface.ufg.ac.at/blog/media-art-and-the-art-market/

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