Con una laurea in digital media design e una carriera ancora relativamente breve, iniziata non più tardi del 2010, l’olandese Jeroen Van Loon è diventato in pochi anni uno dei media artist più interessanti a livello internazionale. La sua ricerca è capace di integrare in maniera sorprendente e ironica un approccio critico all’utilizzo degli strumenti tecnologici, e internet in particolare, con un solido impianto teorico e concettuale: ciò si traduce nella produzione di oggetti e installazioni che entrano nello spazio espositivo con disarmante immediatezza.

Riflettere artisticamente sull’impatto che le tecnologie e le reti hanno sulla società nella quale viviamo non è oggi esercizio tra i più semplici. Infatti, in questi anni, molto è già stato detto e raccontato nel contesto della media art. Al contempo, le tecnologie vengono costantemente celebrate dai media mainstream per le crescenti potenzialità offerte in ambito sociale e politico. Per di più, esse sono utilizzate in maniera sempre meno consapevole in ambito creativo per la produzione di artefatti ed esperienze sempre più immersive, coinvolgenti e che portano l’uomo contemporaneo in una posizione di apparente privilegio: quello,cioè, di estraniarsi dal mondo e dai suoi problemi, dalle sue dinamiche più disfunzionali, dall’impatto che le tecnologie hanno sulla propria vita e da ciò che questo comporta all’interno di un sistema di valori più ampio.

Per nostra fortuna, c’è ancora un ristretto numero di artisti che contribuiscono ad alimentare un soddisfacente processo di consapevolezza delle potenzialità, positive e negative, delle tecnologie e di internet. Questi artisti problematizzano la presenza invasiva delle tecnologie nelle nostre vite, la capacità che esse hanno di modellare non solo l’ambiente che ci circonda ma anche il modo in cui ci relazioniamo con esso, -la tensione a trasformarci in esseri biologici produttori di dati virtuali, sequenze della nostra identità che ci trasciniamo ormai inconsapevolmente nel mondo.

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Tra questi artisti, Jeroen Van Loon agisce come un vero e proprio antidoto, una mistura potente ed efficace che ci costringe ad uscire dal sogno e a confrontarci con la realtà. Realtà che può assumere le sembianze di un grosso monolite nero, che consente al miglior offerente di acquistare tutti i 380Gb di sequenza genomica dell’artista (Cellout.me, 2015), di un sistema di tubi trasparenti che riproducono la disposizione delle grandi dorsali oceaniche di internet (An Internet, 2015), esposto all’ultima edizione di transmediale all’interno della mostra Alien Matter a cura di Inke Arns, di un pannello di display LCD a forma di cuore in cui vengono riprodotte le immagini di giovani e dolci ragazze insieme ai loro tweet più crudeli e pieni di odio nei confronti del mondo (Kill your darlings, 2014).

Marco Mancuso: Potresti parlarci del progetto An Internet? Com’è stata l’esperienza al Trasmediale, come è stato presentato il progetto all’interno dello spazio espositivo, qual è stato il riscontro da parte del pubblico? Pensi che le persone abbiano capito l’opera e che funzioni sia dal punto di vista intellettivo che prettamente installlativo?

Jeroen Van Loon: Ho iniziato a lavorare sul progetto An Internet perché intendevo creare un lavoro che toccasse diversi aspetti che mi interessavano in quel periodo, soprattutto i concetti di località & temporalità legati al contesto delle informazioni e della storia di internet come strumento fisico e come infrastruttura del mondo reale. Mi ricordo che all’epoca giocavo a cercare di creare l’anti-internet. Volevo inserire internet in un contesto storico. Può risultare difficile concepire il web in questa prospettiva, voglio dire, è dappertutto, in ogni momento. Sta diventando sempre più improbabile immaginare un mondo senza internet o addirittura un futuro in cui venga sostituito da qualcos’altro. Ovviamente questo accadrà prima o poi, come è accaduto per il telegrafo, che non usiamo più.

Gli aspetti locali e temporali si basano esclusivamente sulle informazioni, e io ho voluto concepire un tipo di informazione che avesse un’attitudine più transitoria possibile. Alla fine, l’ho trovata nei segnali di fumo, che si sono inseriti nel mio interesse storico del web. Ma mi è servito un po’ di tempo prima di capire come davvero volevo rappresentare questi segnali di fumo. Ripensandoci ora, l’infrastruttura, i cavi, senza i continenti, è stata la parte veramente iniziale della mia ricerca. Ed è buffo come poi questa sia diventato più o meno il cuore del mio lavoro.

Trasmediale è stato fantastico! Mi sento veramente onorato che Inke Arns abbia selezionato An Internet per la mostra Alien Matter. Oltre al fatto che il progetto è stato posto in una location ottima, proprio alla sua destra si trova Burial Ceremony di Evan Roth (2 km di cavo LWL fibra ottica nascosto) e nella stessa zona si trovano i lavori di Susanne Treister e Addie Wagenknecht, che si basano sulla fisicità di internet come infrastruttura. La mostra quindi presenta davvero l’“infrastruttura” come aspetto dominante. Oltre al fatto che offre la possibilità di vedere An Internet dall’alto, un’idea magnifica di Inke, si può veramente avere una ‘vista completa’ dell’intero lavoro.

Per me è sempre difficile capire quello che il pubblico pensa dell’opera. Ho visto molte foto e clips online postate dai visitatori, ma non ho parlato con la gente durante l’inaugurazione, l’ho solo vista osservare il progetto. Ovviamente spero che il lavoro comunichi più del “sono solo una bella collezione di tubi di vetro e qualche segnale di fumo”, ma credo che lo faccia, specialmente considerando la posizione dell’opera nella mostra, come ho già detto.

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Marco Mancuso: Tutti considerano Il web un mezzo effimero, non visibile nella sua natura fisica e i cui dati virtuali rimangono nascosti. Sia Internet Landscaps, ad opera di Evan Roth, che il tuo An Internet, superano il confine della rappresentazione fisica dell’infrastruttura di internet e lavorano su un’idea simile: mentre il primo presenta fotografie di luoghi remoti in cui le reti locali terrestri di internet si collegano con le infrastrutture globali sottomarine, la tua opera mostra queste connessioni fisiche tramite una struttura in vetro incredibile. Mentre Internet Landscaps si collega con l’elemento naturale, tu sembri più interessato alla visualizzazione astratta di questa struttura; un’attitudine più concettuale e intellettuale.

Jeroen Van Loon: Nel 2015, quando stavo lavorando a An Internet, mi venne in mente che l’idea generale di internet come qualcosa di più che un segnale Wi-Fi era qualcosa che affiorava sempre di più nei media. Credo che per un artista come me, internet sia sempre stato più di un semplice segnale wireless, e il fatto che ci fosse questa differenza enorme tra il modo in cui l’artista o i tecnici percepissero internet e il ‘pubblico comune’ era una delle cose che mi spingeva a fare più ricerca su questa infrastruttura fisica.

Non l’ho mai inquadrata come un’opposizione tra natura e concetto, ma credo davvero che il fatto che stessi cercando di comunicare qualcosa sul contesto storico di internet, mentre allo stesso tempo volevo rappresentare un internet futuro basato su dati effimeri, sia stata la ragione per cui l’opera è risultata più concettuale piuttosto che reale o naturale, come Internet Landscaps di Evan Roth.

Davvero non riesco a rispondere alla domanda sul perché di un’installazione. Non è mai stata una scelta intenzionale, è nata dalla mia ricerca. Ma adesso che ci penso, è stato importante per me che il lavoro abbia provocato qualcosa. Nel senso che ha funzionato davvero, che non è stato solo un concetto. I nomi dei cavi sono veramente convertiti in codice binario e poi gonfiati in segnali di fumo.

Marco Mancuso: Sono molto interessato all’idea che hai sviluppato con An Internet su una rete futura capace di produrre dati più effimeri della rete stessa: non semplici dati da archiviare da qualche parte nel cloud, qualcosa che svanirà e si disperderà come il fumo nelle provette di vetro. È una speculazione possibile sul futuro in cui internet sarà qualcosa di obsoleto usato da un numero sempre minore di persone in tutto il mondo? Quali sono le possibili prospettive che vedi al riguardo: sull’archiviare opere d’arte su internet, su sistemi di memoria collettiva che si muovono su internet giorno per giorno o un processo narrativo usando internet al giorno d’oggi?

Jeroen Van Loon: Io credo davvero che un internet più effimero non sia tanto assurdo come sembra. Su una più vasta scala, l’intero rivoluzione digitale è qualcosa di davvero effimero. Chi sa usare un drive Zip o un floppy disk al giorno d’oggi? Cosa succederà in futuro a tutti i server che immagazzinano i nostri dati? Forse entro un anno non useremo più una porta USB, poco dopo smetteremo di usare il protocollo TCP/IP. Credo che Vincent Cerf abbia affermato che stiamo vivendo un nuovo medioevo, soprattutto perché non abbiamo un buon sistema di archiviazione per i dati che stiamo creando. Potremo ancora guardare una tavoletta di argilla, ma potremmo accedere ai nostri dati tra 500/1000 anni?

Su una scala più piccola potrebbe essere diverso, qualcosa che metto online oggi, sarà ancora lì in pochi anni, quindi l’argomentazione che spesso si sente “fai attenzione a ciò che metti online, potrebbe perseguitarti per sempre…”. Tuttora potrebbe essere un argomento naive, pensi all’annuncio dell’Internet Archive di trasferire una copia dei loro dati in Canada, avvertendo la minaccia dell’amministrazione Trump. Ma su una più piccola scala non è tutto così effimero. Se lei ha il giusto hardware, un .jpg mostrerà ancora un’immagine, un .txt mostrerà dei testi e così via. Quindi gli stessi file non sono molto temporanei. I dati stessi non sono molto temporanei, l’hardware o il software possono esserlo, ma se tutto ciò funziona, io posso ancora aprire un floppy disk per visualizzare i file.

È questo che volevo rendere effimero, i dati stessi. Quando dico che l’opera An Internet, è una prospettiva futura di internet è esattamente ciò che intendo. Quando mi guardo intorno e vedo come le giovani generazioni stanno usando i media digitali, sembra quasi tutto temporaneo. Loro non voglio avere i propri dati/hardware/software, vogliono l’accesso e l’esperienza. Snapchat, video in streaming live, servizi come younow.com e perfino Kanye West mostrano una tendenza verso il temporaneo, il momento, l’unicità, l’esperienza. I negozi pop-up di West sono un grande esempio, così come l’ultimo album dei Wu-Tang, di cui hanno venduto solo la copia originale al più grande bider o software che funziona con tecnologia blockchain, che sembra essere davvero un buon modo per creare oggetti digitali unici e limitati, la Left Gallery (che produce e vende oggetti che possono essere scaricati) di Harm van den Dorpel per un perfetto esempio. Sono temporanei, unici e/o locali, tutto quel che internet non è.

Dopo un’esplosione di informazioni, è naturale cominciare a decidere criticamente quali informazioni trasmettere e quali no. Penso che sia, in linea di logica, lo step successivo per internet: diventare più effimero, più una singola esperienza, più unico, qualcosa che viene vissuto con altre persone.

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Penso che questo sia il potenziale di un internet effimero. Attualmente internet è sempre connesso, 24/7, mai spento, un distributore di documentazione (ovviamente con alcune eccezioni politiche). Questo è altamente funzionale ed è ciò che ha permesso ad internet di svilupparsi, è ciò che rende questa rete globale un successo in tutto il mondo. Tutto quello che deve fare è accedere e sarà lì, con più o meno ogni altra persona (se è abbastanza fortunato da averci accesso). Ma da un punto di vista artistico o culturale, è noioso. Perché fare lo sforzo di vedere qualcosa ad Amsterdam alle 09:30 (+0 GMT) o a Singapore (+8 GMT) quando si può vedere domani a qualsiasi ora, online.

Internet ha ucciso il momento, non le videostar, la tv, la musica o qualsiasi altra cosa. Quindi quando io rifletto su internet nel futuro con un’infrastruttura più effimera, penso che internet debba essere più come un concerto. Lei va ad un concerto, che implica: comprare un biglietto, i biglietti potrebbero essere finiti. Deve andare in un luogo specifico, la sede dove si terrà. Il concerto inizia e finisce ad una determinata ora. Un certo numero di persone entreranno nella sala. Se lei riesce a soddisfare tutti questi criteri, avrà l’opportunità di vedere il concerto. Altrimenti, peggio per lei, buona fortuna per la prossima volta. Può comprare un biglietto per lo stesso artista, nello stesso luogo, ma non sarà lo stesso concerto che si è perso.

Sono davvero affascinato da tutte queste cose e nelle mie opere sto pianificando come far fronte a questi problemi e comprenderne le opportunità.Perfino cellout.me sembra lavorare sulla stessa linea di ricerca: l’idea di sottolineare network invisibili al fine di penetrare nella rappresentazione delle nostre identità.

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Marco Mancuso: Con celleout.me, ancora una volta, fa un passo avanti: il network di identità al quale sei interessato è la trasposizione diretta di noi stessi, del nostro lato più nascosto, ma anche quello che ci caratterizza maggiormente. Il nostro sistema genomico, come mappa di ciò che siamo dal punto di vista biologico. Con cellout.me giochi con l’idea che la nostra identità possa essere venduta, messa sul mercato e in scena: l’etica, la privacy, sono tutti concetti che in questo contesto sono sfruttati a dovere. Qual è l’idea affascinante che sta dietro la sua visione: la speculazione su un possibile futuro o pensa che sia qualcosa che possa realmente accadere?

Jeroen Van Loon: Ho creato cellout.me nello stesso periodo in cui stavo lavorando ad An Internet. cellout.me è il controcanto di An Internet, un lavoro in cui le informazioni non sono irrilevanti, ma di fondamentale importanza. Entrambi i lavori sono presentati al Central Museum dei Paesi Bassi, in una mostra chiamata Beyond Data. Mostrando insieme questi due lavori, il mio intento era quello di rendere elastico il concetto di informazioni.

In realtà l’idea di vendere il mio DNA è arrivata a causa della frustrazione e di uno scherzo. Mi ci è voluto molto tempo per pensare a qualcosa di interessante da poter fare con le informazioni del DNA. Nel 2013 avevo intenzione di lavorare con i dati del DNA, perché credevo che dopo la rivoluzione dell’informazione avremmo avuto una rivoluzione anche nella bio-informazione, ma non sono riuscito a trovare un modo per trattare i dati del DNA che fosse abbastanza interessante da trascendere il campo tecnologico. Ho iniziato a fare delle letture sul Brevetto dell’essere vivente, ma non hanno portato a nulla. Ricordo di aver detto alla mia ragazza “bene, mi limiterò a vendere il mio DNA e vedremo cosa succederà” e i suoi occhi si spalancarono subito per l’ entusiasmo.

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Credo che ciò che rende il lavoro così interessante sia il fatto che la vendita dei dati del mio DNA, ovvero un’azione quasi insignificante, si ponga domande fondamentali su temi come la privacy, l’etica, la paternità e soprattutto sul tema delle informazioni. Tutte le domande che ora abbiamo con l’uso delle nostre informazioni sono minori se paragonate alla vendita di informazioni sul DNA umano. Questo è ciò che rende i dati del DNA così interessanti, non soltanto i miei dati, ma sono, in parte, anche i dati di mio figlio, delle mie sorelle dei miei genitori, di mia nonna e così via.

Naturalmente le informazioni del DNA possono essere vendute, e immagino che tutto ciò potrebbe accadere in futuro per una serie di ragioni. Il DNA è informazione, l’informazione è denaro e il denaro è potere. Una citazione di Neelie Kroes “le informazioni importanti sono il nuovo oro” riassume bene il concetto: ogni cosa che è informazione sarà accettata con piacere. Se si disponesse di informazioni sufficienti, il problema potrà essere risolto. Ma ad essere sinceri, il lavoro è più sulla ricerca di nuove domande circa l’utilizzo delle informazioni, piuttosto che su un futuro in cui la vendita dei dati del DNA sarà una pratica ampiamente messa in atto. Le ragioni per le quali le persone normali dovrebbero mettere in vendita il loro DNA non sono chiare, tuttavia ognuno di noi regala gratuitamente informazioni ad aziende come Facebook o Google, in cambio di servizi funzionali, quindi cosa potrebbe impedire alla gente di fare lo stesso con le informazioni del proprio DNA?

Forse l’unico ostacolo sta nel fatto che le persone non sono in grado (almeno non ancora) di tracciare il DNA in modo semplice ed ad un costo accessibile. Quando tutto ciò sarà accettato, non vedo il motivo per cui noi non passare le informazioni del nostro DNA in cambio di un nuovo gadget o di un servizio online gratuito. 23andme.com sta facendo i primi passi in questo senso.

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Marco Mancuso: Anche in Kill Your Darlings si evidenzia una idiosincrasia nel processo di narrazione delle identità su Internet. Mi interessa conoscere l’evoluzione della raccolta dei dati in questo contesto: hai trovato qualche tipo di modello? Voglio dire, esiste forse un “mezzo” di decadenza di Internet? Come un virus che infetta il sistema “trasformando” i profili di adolescenti candidi e miti in una valanga, un concentrato di insulti e reazioni aggressive e “malate”?

Jeroen Van Loon: Quando raccoglievo questi tweet e queste immagini del profilo disponevo di uno strumento-software che poteva catturare automaticamente tutte le foto e tutti i tweet, salvandoli in modo da poter essere rappresentati nell’installazione. Ma questo non significa che ho usato tutto quello che ho raccolto su Twitter. Ho dovuto attuare un processo di selezione: i tweet dovevano essere reali, non dei re-tweet o delle pubblicità; le immagini del profilo dovevano rappresentare una persona in carne ed ossa, non Spongebob o qualcos’altro; e tutte le persone dovevano essere delle ragazze in età adolescenziale, perché ero convinto che in questo modo il lavoro ottenesse un impatto maggiore. Il contrasto tra gli autori e il loro messaggio duro sarebbe stato più marcato usando delle adolescenti dai modi abitualmente gentili. Questo non vuol dire che non fossero presenti adolescenti maschi, giovani adulti, genitori o addirittura nonni: tutti facevano esattamente parte dello stesso progetto.

La cosa buffa è che non ho iniziato con l’intenzione di fare un lavoro sugli abusi online o sul cyberbullismo. Ho iniziato raccogliendo i tweet perché trovavo che il contrasto tra il loro comportamento su Twitter e il mio fosse affascinante. Uso Twitter come se fosse il mio PR personale. Twitto del mio lavoro, seguo altri artisti, musei o istituzioni artistiche, quindi non uso Twitter per dire ai miei follower cosa ho mangiato o cosa farò oggi pomeriggio. Gli adolescenti, però, non lo usano così, hanno un approccio molto più aperto e personale.

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Sono cresciuto negli anni ’90, quindi ho utilizzato una serie di programmi come IRC, MSN, Hotmail e vari forum olandesi prima di arrivare a Facebook, Twitter, WhatsApp eccetera. Tutti questi strumenti hanno delle regole e una netiquette proprie. Il modo in cui i giovani usavano Twitter era molto più simile a una chatbox o un canale IRC in cui non sai davvero chi ti sta guardando e c’è un volume maggiore di botta e risposta. La grande differenza con Twitter sta nel fatto che, ovviamente, un canale IRC o una chatbox online non registra e salva tutti i messaggi. È questa la cosa buffa, tutti questi tweet su dove va la gente, a che ora sono a scuola, chi ha detto cosa ecc, sono tutti archiviati. È come se il cortile della scuola diventasse digitale e meno effimero. In passato i pettegolezzi in cortile erano semplici onde sonore che sparivano nell’aria. Ora ci sono tweet che possono essere letti da chiunque, non solo dal follower dell’autore. Ad ogni modo, il punto è che tutta questa storia potrebbe essere riassunta in me che parlo come un vecchietto. A quanto pare c’è un enorme divario generazionale tra come uso io Twitter e come lo usa la gente più giovane (ammesso che si continui ad usare ormai).

Un’altra cosa interessanti sui tweet che si vedono sono le domande su come interpretare certi messaggi. C’è differenza nel dire la stessa cosa di persona? Se sì, perché? Ha importanza che questi messaggi siano solo vagheggi immagazzinati online? Si può giudicare una persona da ciò che twitta? In circostanze normali non si sceglierebbe solo una frase di un’intera conversazione, concentrandosi esclusivamente su quella. Penso che Twitter possa mostrarci qualcosa su come ci comportiamo online, ma dobbiamo prestare attenzione a non mettere ogni tweet su un piedistallo e percepirlo come un fatto totalmente significativo o come una verità assoluta.

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Marco Mancuso: What you See Is What You Get lavora sulla visualizzazione della parte interna (nascosta) del computer: è un’immagine a raggi x dei suoi organi, delle sue parti vitali. Anche in Analogue Blog la narrativa digitale privata si sposta su un livello fisico e cartaceo Entrambe queste opere all’inizio della tua carriera attivano un possibile dialogo con l’interno e l’esterno, il pubblico e il privato. Come si sono evoluti questi elementi durante la tua carriera e come si evolvono – a tuo avviso – nella società in cui viviamo?

Jeroen Van Loon: Beh, hai tratto delle conclusioni e dei contrasti sicuramente interessanti del mio lavoro. All’inizio della mia carriera ero più concentrato sulla cultura digitale di quel periodo e più precisamente circa il modo in cui internet modellava la mia vita quotidiana. What You See Is What You Get offre la conclusione che se il mio computer è così importante nella mia vita da non permettermi di vivere senza, allora voglio vedere cos’ha dentro allo stesso modo in cui vedrei i miei organi, senza i quali non posso vivere.

Hai ragione nel dire che nelle mie prime opere c’è contrasto tra il fisico e il digitale e ancora di più tra il digitale e l’analogico. Penso che dicotomia che è venuta successivamente, fosse il primo tentativo di dare senso al digitale nella mia vita, e corrisponde anche alla mia età all’epoca (26 anni) e l’inizio della mia carriera nel 2010. Sono cresciuto proprio dopo l’introduzione su larga scala del computer e di internet. Avevo un po’ di esperienza del mondo senza computer o della rete, ma presto durante la crescita ho passato tutto il mio tempo sui computer, fino alla laurea. Quindi quando ho smesso di usare il computer e internet per la mia tesi la prima cosa che ho analizzato è stata la differenza tra la mia identità tecnologica e quella analogica. Il progetto www.lifeneedsinternet.com continua ancora a documentare queste differenze, ormai su scala più globale.

Oggi non sono veramente interessato alla differenza tra digitale e analogico o tra online e offline. Non sto dicendo che non c’è più differenza come molta gente pensa ormai – c’è sicuramente una bella differenza, da cui derivano i digital-detox e gli hotel offline. Ma per me in quanto artista è più importante il modo in cui internet, in quanto architettura, influenza le tendenze sociali piuttosto che il comportamento personale, oltre al fatto che mi sono sempre più interessato agli scenari futuri. Sono passato dalla cultura digitale presente a quella futura enfatizzando la maniera in cui l’architettura fisica del digitale concorre nell’effimerità, temporalità e località perché penso che questo sarà il potenziale futuro della cultura digitale.


http://jeroenvanloon.com/

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