Geert Lovink, nel 2003, affermava che la guerra per l’informazione è una “condizione generale”[1, e pertanto, affrontare questa guerra solo dalla prospettiva occidentale, è solo “uno dei possibili approcci”. Quest’osservazione appare un ottimo punto di partenza per inquadrare il libro di Vito Campanelli InfoWar. La battaglia per il controllo e la libertà della rete (Milano, Egea, 2013, pp. 164).

Campanelli sceglie come contraltare dialettico il fortunato The Net Delusion. The Dark Side of Internet Freedom (2011), con cui Evgeny Morozov, analista politico di origini bielorusse, ha provato a demolire quella tendenza ideologica nota come “cyber-utopismo”, secondo cui la diffusione delle tecnologie informatiche e telematiche nei Paesi a basso tasso di democrazia si sarebbe tradotta in un’apertura democratica dei regimi. Campanelli, in un breve capitolo, riporta, sostanzialmente condividendoli, i due errori principali che Morozov attribuisce ai governi occidentali nelle politiche della democrazia digitale: “innanzitutto ritenere che Internet sia una sorta di forza deterministica e unidirezionale che conduce o alla liberazione globale o all’oppressione” e, in secondo luogo, aspettarsi che “Internet possa produrre gli stessi risultati in paesi e contesti assai diversi tra loro”[2].

L’invito dello studioso italiano è di concentrarsi su analisi che valorizzino la complessità dello scenario, dominato, in maniera lampante, da alcuni attori protagonisti. In primo luogo, i governi. In ciò, la voce di Vito Campanelli, sulla scia di altri esponenti della teoria critica di Internet e in primis di Geert Lovink, è forte e decisa: sebbene sia opinione comune che si possa tracciare un confine tra Stati assolutamente favorevoli al Web ed altri, gestiti da dittatori ottusi e sanguinari, che reprimono blogger e internauti, un’attenta osservazione della realtà rivelerebbe uno scenario angoscioso in cui Stati paladini delle libertà digitali – quali, ad esempio, gli  Stati Uniti – operano secondo le convenienze (politiche, economiche, sociali) del momento per restringere o allargare gli spazi di libera circolazione di idee ed artefatti comunicativi e culturali online. Emblematico, in tal senso, è il panorama della legislazione occidentale sul copyright: per effetto di una retrograda difesa degli interessi costituiti da parte dell’industria culturale, nonché per l’incapacità delle forze politiche di inquadrare i nuovi bisogni socio-culturali di condivisione e costruzione collettiva dei processi comunicativi emersi nelle società all’epoca del web, si approvano norme restrittive delle libertà personali costituzionalmente protette. Quest’aspetto chiama in causa anche i big player del web, soltanto parzialmente inclusi nella dura requisitoria allestita da Morozov, il cui principale bersaglio sono invece i governi nazionali.

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Così, se, per esempio, Google è apparentemente schierata sul versante del “no-copyright”, ma nel quotidiano cancella dalle ricerche milioni di risultati su semplice richiesta dei presunti titolari dei diritti, d’altra parte Facebook, Apple e altre aziende – secondo l’efficace metafora della “pecora” usata da Campanelli – recintano i propri clienti in spazi dove possono controllarne le informazioni personali e sfruttarle come merce da vendere alle agenzie pubblicitarie. La posta in gioco è chiara, e difficilmente eludibile: come si regolamenta il potere di imprese le cui strategie, per la natura globale del proprio capitale, escludono la convergenza con gli interessi di un unico Stato?

II. Accanto a Morozov, l’altro riferimento principale di InfoWar è Clay Shirky[3], che ha il merito di aver distinto tre livelli di coinvolgimento politico-emotivo innescato dalle reti sociali: quello più superficiale della “condivisione”; la “collaborazione”, che impone il cambiamento di alcuni comportamenti; l'”azione collettiva”. In ogni caso, il dato incontrovertibile testimoniato dai movimenti di massa 2.0 (Indignados, Occupy Wall Street, 99%) è che le reti sociali facilitano l’organizzazione del consenso e la mobilitazione rapida, soprattutto dei cittadini nella fascia d’età 18-40 anni. Campanelli, sulla scia di Shirky, sottolinea almeno tre vantaggi offerti dai social network: la semplificazione nelle forme di organizzazione di eventi collettivi; la facoltà di pubblicare contenuti scomodi senza passare dai canali mediali ufficiali; la possibilità di servirsi della “gratuità dei fallimenti”, ovvero, secondo il modello “prima pubblica, poi filtra”, l’opportunità di “sfruttare il collasso dei costi di transazione per dar vita a esplorazioni contemporanee di molteplici possibilità, con altissime percentuali di fallimento ma con costi del tutto trascurabili”[4].

Nel rispetto di un’impostazione teorica non occidentale-centrica, Campanelli precisa che “il vantaggio competitivo offerto dalla “gratuità dei fallimenti” è tuttavia tale finché si rimane in àmbito economico, mentre diventa assai dubbio là dove il fallimento si traduce in arresti o addirittura in esecuzioni di attivisti politici”[5]. Di fronte ai lati indubbiamente positivi dei social network, InfoWar offre un equilibrato quadro dei limiti dei media digitali nell’innescare rivolte popolari, analizzando, seppur brevemente, i due distinti fenomeni della ribellione iraniana del giugno 2009 e della Primavera araba tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 (che coinvolse Tunisia, Egitto, Libia, Siria). Campanelli concorda con Morozov sia sulle ragioni del fallimento delle rivolte iraniane (addebitabili, in massima parte, alla mancata organizzazione politica dell’opposizione); sia sul ruolo sovrastimato dei media digitali, e segnatamente di Twitter, nell’accensione della Primavera araba.

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Dati alla mano, riporta Campanelli in InfoWar, pochi account attivi postavano durante i movimenti iraniani, mentre molta parte dell’eco ottenuta da questi post è da addebitare a quella classe di esuli, spesso appartenenti alla borghesia colta, cosmopolita, alfabetizzata e competente nell’uso dei media. D’altra parte, il successo delle agitazioni egiziane, tunisine e libiche va attribuito anche all’incidenza di altri fattori, dal deciso sostegno offerto alle proteste dalle tv satellitari panarabe non soggiogate ai governi nazionali (soprattutto, ma non solo, Al Jazeera)[6], all’operato pluriennale sul territorio degli attivisti dell’opposizione (che potevano contare su basi logistiche, conoscenze e appoggi tutt’altro che trascurabili), passando per la stessa conformazione fisica dei luoghi (come piazza Tahir)[7].

III. Sebbene il tono della trattazione sia medio e divulgativo, InfoWar accetta la sfida di formulare le domande decisive, su cui spesso si arena la speculazione di Morozov (e di altri studiosi della c.d. “teoria critica di Internet”): per esempio, qual è lo spazio pubblico entro cui si radica il discorso politico dei social? Ne esiste uno? Al contrario di quanto prefigurato nella profezia di Pierre Levy, che Campanelli pone in questione radicalmente, lo spazio dei social appare affetto da una cancerogena autoreferenzialità, che impedisce un confronto basato sul pari riconoscimento di differenti posizioni[8]. Alla nozione di spazio pubblico tout court se ne sostituisce un’altra, quella di “spazio pubblico mediatizzato”, nel quale tutte le attività – politica compresa – sono costrette ad estrinsecarsi. Questo è pure l’ambiente culturale e tecnologico nel quale debbono muoversi gli attivisti politici, che possono espugnare i circuiti della comunicazione mainstream, a patto che  – come scrive Castells – comprendano che i media compongono e nutrono l’ambiente in cui si costruisce il potere.

IV. Un secondo quesito fondamentale riguarda la questione delle immagini. Sotto tale profilo, InfoWar si limita a ricordare come, già nel 1989, le immagini hanno provocato una sommossa popolare. Si tratta del presunto eccidio di Timisoara, trasmesso dalla tv di Stato romena in mano ai ribelli, che si rivelò un falso storico, in quanto i cadaveri – attribuiti alle brutalità degli apparati militari e polizieschi ancora al servizio di Ceasescu – erano in realtà resti di cittadini comuni prelevati da alcuni cimiteri locali. Tuttavia, questa ricostruzione[9] non tiene conto delle specifiche qualità estetiche dei filmati diffusi dalla televisione romena: la bassa definizione, le riprese malferme, le inquadrature a lungo fisse, la fotografia spartana, per l’opinione pubblica televisivizzata del ricco Occidente rappresentavano altrettanti indici di videoriprese dal vero. Nel dibattito sull’immaginario dell’attivismo mediatico 2.0 un elemento di assoluta centralità – su cui torneremo diffusamente  nel seguito di questo saggio/recensione – è per l’appunto la definizione delle immagini, fisse o in movimento,  e il rapporto da esse tessuto con categorie del pensiero quali “realismo” e “verità”.

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V. Potremmo ulteriormente definire il concetto di guerra mediale, alla luce della breve sintesi di Info War,  individuando quattro guerre mediali – tra loro interrelate: 1) la guerra tra Stati per l’affermazione dei mezzi di comunicazione digitali, primariamente in quelle località in cui l’accesso al Web è rigidamente controllato (è la guerra che Hillary Clinton definisce per la “cyberdemocrazia” globale)[10]; 2) la guerra per la diffusione, libera e gratuita, del sapere e dei prodotti culturali coperti da copyright, che vede contrapposti attivisti e industrie culturali, ma anche vecchi modelli di economia, fondati sulla tutela di marchi e brevetti, e nuovi modelli, basati sulla massima disseminazione e diffusione di opere culturali digitali  – in sintesi, impresa tradizionale e colossi del Web; 3) la guerra intestina, nei movimenti sociali, per affermare un equilibrio tra poteri, modalità di aggregazione e di gestione del consenso, discorsi politici on e off line: in tal senso, il ruolo di piattaforme di microblogging e social networking andrebbe coniugato con la funzione delle strutture consolidate sul territorio (circoli, centri sociali, ecc.),  scongiurando il rischio che l'”attivismo da poltrona”[11] si sostituisca all’impegno sul campo; 4) la guerra per l’affermazione del controllo totale da parte degli Stati e delle big corporation sui dati personali.

VI. L’ultimo conflitto si combatte su posizioni di radicale asimmetria tra le parti: da un lato, abbiamo Stati, dittatoriali e non, che sanno mixare, secondo la felice intuizione di Morozov, sia un approccio “orwelliano” (basato sulla sorveglianza totale, praticabile grazie ad onnipresenti videocamere dal sapore benthamiano), sia un approccio “huxleyano” (massimizzare le occasioni di consumo, piacevoli e appaganti, in primis la pornografia, al fine di eliminare l’interesse per le questioni politiche)[12]; dall’altro, inermi utenti della Rete, privi delle risorse necessarie a tutelare i propri dati personali nella giungla di soggetti che, a vario titolo, vi hanno accesso. I big player del Web, inoltre, hanno la forza economica e il potenziale tecnologico per intrecciare tra loro i dati personali dei singoli individui, ricavandone valore per qualsiasi uso decidano di farne (si veda Mayer-Schönberger 2010).

Persino la censura assume forme nuove, democratizzandosi (delegata alle aziende, o ai cittadini stessi) e personalizzandosi (la profilazione resa possibile da raffinati software consente di cancellare un singolo contenuto di un singolo utente). E’ la mole di post, commenti, tracce lasciate sul web a rappresentare, per il potere, la migliore fonte di informazioni sui navigatori, soprattutto quando tali “impronte” sono impresse in ambienti apparentemente protetti da intrusioni e controlli esterni[13]. Da alcuni anni, le opinioni pubbliche occidentali, per fortuna, avvertono sempre più il rischio di essere sorvegliate[14]: una volta accertato tale pericolo, molti occidentali (indipendentemente dal fattore di genere richiamato da Campanelli sulla scia di Appelbaum, a nostro avviso piuttosto opinabile) si preoccupano concretamente di come il loro comportamento online li faccia apparire agli occhi degli osservatori esterni; inoltre, la possibilità di essere intercettati e sorvegliati da soggetti ostili ha alimentato il dibattito sull’opportunità di usare software di criptaggio delle comunicazioni online.

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Tuttavia, su questo specifico punto, si consuma il confronto dialettico tra Morozov e Campanelli circa le responsabilità delle aziende, con il primo accusato dal secondo di eccessiva indulgenza verso Facebook & company, messe sul banco degli imputati dallo scrittore di InfoWar non solo per il disinvolto uso dei dati personali degli utenti (testimoniato dallo slogan di Mark Zuckerberg “La privacy è finita”), quanto per il collaborazionismo con le polizie di tutto il mondo, costato anni di carcere, pestaggi e, nel peggiore dei casi, l’esistenza stessa a centinaia di oppositori. Analogamente, ad evolversi sono pure le tattiche della propaganda: come gli hacktivist, nota Campanelli, le istituzioni sono in grado di utilizzare evolute tecniche evolute per disinnescare le critiche, moltiplicare i consensi, mettere a punto “armi di distrazione di massa” (pornografia, intrattenimento, chat, ecc.). Una  guerra per il consenso, d’altronde, necessita, su ambo i fronti, di cybersoldati, competenti e qualificati.

VII. Nel panorama degli Internet Studies il volume di Campanelli delinea l’attuale stato dei giochi di potere attorno al controllo dell’informazione e della comunicazione online, integrando una pluralità di punti di vista senza mai perdere il quadro concettuale di riferimento, attinente alla sociologia della comunicazione e delle culture digitali. Un ulteriore merito dell’analisi dell’autore di InfoWar concerne il format del suo lavoro, aperto ad ulteriori approfondimenti, in ragione della natura dell’oggetto di studio, continuamente in fieri. In questo senso, Campanelli avvista e sviscera questioni, più che chiuderle in risposte rigidamente determinate.

VIII. Due sviluppi, in particolare, appaiono degni di alcune osservazioni[15]. In primis, va messa al centro la questione dell’immaginario audiovisivo delle cyberguerre inquadrate poco sopra (vi accennavamo nel paragrafo IV). A tal proposito, non esiste una pellicola emblematica, in grado di identificare la generazione degli attivisti mediali in narrazioni, figure e simboli: è arduo individuare, nella produzione degli ultimi dieci anni, un film (o una serie tv) in grado di rappresentare per i web-antagonisti ciò che, per esempio, Easy Rider (D. Hopper, 1969) rappresentò per le comunità ribelli e libertarie degli anni ’60. Nel 2005, è uscito nelle sale V for Vendetta (J. McTeague)[16], assai amato tra gli hacker e i cyberutopisti.

A nostro parere, il film non può racchiudere gli snodi valoriali-esperienziali della presente generazione per una serie di ragioni: 1) precede cronologicamente le rivolte degli anni Duemila e, pertanto, non può essere ritenuto una loro condensazione; 2) la pellicola è tratta da un fumetto, scritto da Alan Moore e disegnato da David Lloyd, che risale al periodo 1982-85 e fortemente influenzato, oltre che da 1984 di George Orwell, dalle paure atomiche di un mondo ancora diviso in due dalla cortina di ferro: V for Vendetta non può, dunque, intercettare le ansie, qualitativamente diverse, delle società occidentali nel periodo che va dal 1990 al 2013, segnate da vasti processi sociali, culturali e mediali, per un analista degli anni Ottanta  inimmaginabili –  la telematica, il digitale, la post-modernità, il post-human, la globalizzazione; 3) sebbene  i media attivisti del XXI secolo riconoscano processi sociopolitici della contemporaneità in alcune tematiche – il controllo del potere totalitario sui media, un corpo sociale sottomesso ad autorità violente e disumane, la discriminazione delle minoranze, la gestione della paura per catalizzare il consenso – l’elemento dirimente che rende impossibile identificare nell’opera  audiovisiva (nella doppia versione di film e fumetto) le tensioni della Occupy Wall Street Generation è la sua origine fantastico/letteraria, risalente alla comic series, che esalta il lirismo di un’azione insurrezionalista spettacolare, ma non segue da vicino visioni, sogni, speranze, modalità organizzative, successi e fallimenti degli antagonisti 2.0; 4) la risposta politica dei vari movimenti  nati sul Web – comunitaria, “generazionale”, fondata sull’auto-organizzazione – differisce significativamente dalla risposta politica offerta da V, vale a dire una risposta individualistica, anarchica, ancora fortemente incistata in una concezione dell’evento spettacolare tipicamente novecentesca.

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In altri termini, la distruzione finale del Parlamento, conditio sine qua non per la palingenesi di un mondo il cui governo è sottratto alla disponibilità del popolo, si basa sul presupposto che il successo di un tale attacco estremo al cuore del potere sia affidato alla sua rappresentazione televisiva, contando, pertanto, su un mediascape (appunto, ancora tardonovecentesco) in cui il piccolo schermo soppianta ogni altro medium e canale di comunicazione e produzione simbolica. Va, d’altro canto, ricordato come quest’opera cinefumettistica abbia costituito un punto di riferimento simbolico per i cyber-ribelli: basti ricordare l’uso della maschera di V, nel logo di Anonymous (sigla utilizzata da diversi collettivi di hacktivist), o in quello di manifestazioni e movimenti politici, in buona parte modellati sul Piratpartiet svedese. Dove cercare quindi tracce dell’immaginario delle cyberguerre? A nostro avviso, nel war movie Redacted (2007)[17] di Brian De Palma.

Le guerre sono il contesto più trasparente in cui si dispiegano i conflitti mediali in atto in una determinata epoca. Ogni campagna militare americana del secondo dopoguerra, in questo senso, illumina un diverso stadio mediologico del cinema rispetto al più ampio sistema dei media: se il Vietnam segna il passaggio dalla Hollywood classica al New American Cinema e la prima Guerra del Golfo illumina il ruolo delle nuove emittenti satellitari (CNN) tracciando un nuovo pattern audiovisivo “luminescente”, l’Iraq incarica il cinema statunitense di appropriarsi delle forme brevi della comunicazione multimediale. Basato sulle vicende di un gruppo di soldati americani di stanza in Iraq, Redacted mescola molte fonti audiovisive (clip tratte da Youtube, videodiari, videoblog, siti web fondamentalisti, un documentario francese, videocamere di sorveglianza, servizi di tv satellitari, videochat su Skype), nel narrare i fatti relativi all’eccidio di Samarra, in cui alcuni militari USA si resero responsabili dello stupro e dell’assassinio di una quindicenne e dell’uccisione di tutta la sua famiglia.

Il regista sceglie di adottare le soluzioni visive dei media digitali, perché ritiene che è attraverso queste che si può arrivare più vicino alla verità storica: ciò accade perché il war movie non può più raccontare da un’unica prospettiva, a causa delle radicali lacerazioni della società tra fazioni politiche rivali, tra giornalismo embedded e giornalismo freelance indipendente, tra punto di vista dell’autore e centinaia di migliaia di punti di vista di autori/testimoni degli eventi. Per De Palma la verità sull’Iraq, dunque, può essere ricercata solo a partire dalla consapevolezza della profonda trasformazione culturale operata dal web, con le relative dinamiche socio-economiche e simboliche – in primis, la pervasività dell’informazione “dal basso” e in secondo luogo la quasi assoluta accessibilità degli strumenti di produzione e degli archivi audiovisivi.

Nell’allestire questa complessa operazione finzionale, De Palma costruisce un mosaico in cui, dietro ciascun medium, svela una precisa qualità estetica dell’immagine che, a sua volta, è sorretta e sorregge una relazione tra dispositivo tecnologico, controllo politico e spazi di costruzione di immaginari alternativi “dal basso”. De Palma disegna un quadro piuttosto completo del mediascape contemporaneo: da un lato, le telecamere a basso costo, gli smarthphone e altri dispositivi di videoripresa consentono a gruppi di resistenti arabi (o terroristi, secondo i punti di vista), ai soldati  e agli oppositori politici americani di narrare la guerra dal proprio punto di vista, provando a sfruttare la bassa definizione delle immagini dinamiche come indicatore di verosimiglianza del girato. D’altro canto, le trasmissioni in alta definizione e perfettamente confezionate delle tv americane embedded (il cui modello è la Fox), diffuse e integrate anche attraverso portali web, dispiegano un notevole potenziale di incidenza sull’immaginario collettivo, incrinato da una miriade di documenti che raccontano verità alternative. Tuttavia, De Palma sfata la concezione dell’equivalenza tra bassa definizione e alto indice di fotorealismo documentale (che ha come corollario l’equivalenza tra alta definizione e confezionamento/falsificazione delle immagini in movimento), rivelando come pure le ombre indefinite, illegibili e sporche, riprese dai media digitali low definition, possono essere il frutto di un’ardita costruzione scenica e finzionale.

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In poche parole, con Redacted De Palma spoglia di ogni retorica i discorsi sul controllo dell’informazione, rafforzando l’idea che la principale qualità della comunicazione digitale pervasiva e globale di fine millennio sia la sua manipolabilità: tale qualità ne fa oggetto di una vigorosa contesa che coinvolge, per un verso, gli apparati economico-aziendali di produzione mediale in cerca di pubblici, audiences e posizionamento e, per l’altro, opposte fazioni politiche, il cui obiettivo è qualificare il portato conoscitivo ed epistemologico delle fonti mediali di cui possono disporre più o meno liberamente.

IX. Il secondo filone di indagini concerne i limiti dell’uso della libertà on line. Sotto tale aspetto, al dark side tratteggiato da Campanelli (e Morozov) – caratterizzato dall’abuso di potere degli Stati e delle corporation, dalle questioni dell’e-privacy, della censura e dell’organizzazione del dissenso e della contestazione con social e media digitali – Internet ne rivela un altro, popolato da spam, pornografia, virus, bug[18], e un terzo ancora, noto come “Deep Web”, ovvero quella porzione di informazioni “nascoste” della Rete che i motori di ricerca non riescono ad indicizzare e a rendere fruibile per l’utente finale. In questo spazio si collocano diversi tipi di attività semi-illegali e criminose, dalla diffusione di materiale protetto da copyright allo svolgimento di conversazioni totalmente anonime, arrivando sino al reperimento di armi, droga, killer[19].

La nostra modesta proposta teorica si basa sull’assunto per cui Internet va considerato, in termini sociologici, non come un medium, ma piuttosto come un ecosistema mediale. Il 15 ottobre 2010 Internet Society (www.isoc.org), organizzazione no-profit i cui soci sono imprese, enti pubblici e privati, professionisti e singoli cittadini, pubblica sul proprio sito un documento, intitolato “The Internet Ecosystem”, in cui l’ecosistema del Web viene definito come l’insieme di “organizzazioni e comunità che presiedono al funzionamento e allo sviluppo delle tecnologie e dell’infrastruttura che include la rete Internet globale. Il termine “Internet Ecosystem” implica che il rapido e continuo sviluppo e l’adozione delle tecnologie Internet possano essere attribuiti al coinvolgimento di un più ampio spettro di attori; a processi aperti, trasparenti e collaborativi; all’uso di prodotti e infrastrutture con proprietà e controllo diffusi”[20].

Sono incluse nell’ecosistema definito dall’Internet Society: le organizzazioni che si occupano di stabilire gli standard tecnici (come l’IETF, Internet Engineering Task Force, e il W3C, World Wide Web Consortium), le organizzazioni che gestiscono le risorse per il management degli indirizzi (come l’ICANN, Internet Corporation for Assigned Names and Numbers, il RIR, Regional Internet Registries, e il Doman Name Registries and Registrars); le compagnie che forniscono servizi di rete come il DNS (Domain Name System), i provider, gli operatori di rete e gli Internet Exchange Points (IXPs); individui e organizzazioni che usano il Web per comunicare e fornire servizi; organizzazioni che “provvedono all’educazione e costruiscono le competenze nello sviluppo e nell’uso delle tecnologie di Internet, come organizzazioni multilaterali, istituzioni educative, e agenzie governative”[21].

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Una tale definizione dell’ecosistema Internet presenta alcuni indubbi vantaggi, in primis riportare l’attenzione degli studiosi e dell’opinione pubblica sulla natura convenzionale delle regole del Web, nonché sulla complessità degli apparati tecnico-normativi che presiedono al suo corretto funzionamento. Tuttavia, in quanto concepita in ambito informatico, questa prospettiva di studio esclude il dato emergente delle relazioni sociali e delle forme culturali, prodotte da altre comunità e gruppi (per lo più informali), negli usi locali, molecolari e personalizzabili degli strumenti del Web. Un ulteriore tentativo di tracciare i confini del concetto di ecosistema della Rete è stato effettuato nell’ambito degli studi sul marketing online; in questo caso,  gli studiosi miravano a concepire un “modo sistematico di comprendere e teorizzare i social media online, come un ecosistema di elementi collegati che comprende sia i media digitali che quelli tradizionali”[22].

Sebbene funzionale per l’ambito di studi per cui è stata concepita, questa prospettiva risulta nondimeno deficitaria per integrare gli elementi dell'”Internet Ecosystem” in una teoria del Web allargata alle scienze umane. Infatti, se l’ecosistema mediale viene concepito semplicemente come un ambito spaziotemporale in cui diversi media e i loro pubblici, teorie, pratiche espressive e dimensioni tecno-cognitive si relazionano, non si coglie le qualità precipue introdotte in questo tipo di transiti crossmediali e transmediali con l’avvento della Rete. Un ecosistema mediale si configura già in epoca analogica: tuttavia, le condizioni produttive e fruitive specifiche di ogni medium, pur non impedendo affascinanti interrelazioni tra diversi media, ostacolano la nascita di ambienti convergenti, multimediali, fruibili globalmente – tutte conseguenze dell’introduzione della codifica digitale che consente di utilizzare il codice binario sostanzialmente per qualunque tipo di informazione (video, foto, testi, musica, ecc.).

Inoltre, come osserva Naughton, “l’economia (…) è lo studio di risorse scarse, mentre un importante caratteristica dell’emergente ambiente mediale è l’abbondanza, non la scarsità”[23]; d’altronde assistiamo, online, alla creazione di “un fiorente settore non-commerciale dell’informazione, della conoscenza e della produzione culturale basato su un ambiente connesso [i cui prodotti] sono soggetti a una sempre più forte etica della condivisione aperta”[24]. Una soluzione a quest’impasse teorica è proposta dallo stesso Naughton e tratta dal territorio disciplinare delle scienze biologiche: “Per un biologo (…) un medium è un mix di nutrienti necessari alla crescita della cellula (…) Quello che voglio è applicare questa prospettiva alla società umana: trattarla come un organismo che fa affidamento sull’ambiente mediale per le sostanze nutritive di cui necessita per sopravvivere e svilupparsi. Ogni cambiamento nell’ambiente – nei media che supportano la vita sociale e culturale – avrà corrispondenti effetti sull’organismo”[25].

Centale, nella concezione teorica qui delineata, è pure la nozione di “ecologia dei media”, derivata, attraverso Neil Postman, dalle scienze naturali: “un sistema dinamico in cui organismi viventi interagiscono reciprocamente e con i loro ambienti”[26]. Un’ecosistema rappresenta un’entità dinamica, i cui equilibri possono mutare velocemente, generando nuovi punti d’equilibrio caratterizzati da un diverso set di interazioni e gerarchie tra i soggetti che vi prendono parte. Ci pare che la metafora ecosistemica renda meglio idea della complessità delle relazioni tra media, tecnologie, estetiche, individui, comunità, imprese, società e culture che coevolvono nell’ecosistema allestito dalla Rete. Rispetto al modello proposto da Naughton – per il quale “gli ‘organismi’ nel nostro ecosistema mediale comprendono la tv broadcast e narrowcast, i film, la radio, la stampa e Internet (che a sua volta include la rete, le mail e le connessioni peer-to-peer di vario tipo), proponiamo uno scarto ulteriore: riteniamo si possano mappare due diversi ecosistemi – il primo è costituito da tutti i media tradizionali (convenzionalmente definiti “old media”) e dai media digitali off line, in reciproca, mobile interdipendenza; il secondo è interamente dispiegato nelle maglie, non sempre afferrabili, della grande Rete e determina nuove connessioni di dipendenza sia tra i soggetti (individui, comunità, gruppi, imprese digitali e tradizionali) e le entità mediali (stampa, tv, radio, cinema, teatro, danza, media digitali, ecc.) che, a vario titolo, vi accedono, sia con il primo ecosistema “off line”.

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Tirando le somme di questa apparente divagazione,  proviamo ora a dimostrare come questa teoria del Web come ecosistema mediale sia intimamente legata all’attualità e, pertanto, ben lungi dall’essere una pura astrazione teorica. A tal proposito, riprendiamo dall’edizione on line del quotidiano “La Repubblica” del 15 maggio 2014, quattro notizie intimamente legate al lavoro di Campanelli.

X. La prima. Il 13 maggio 2014, la Corte di Giustizia Europea, accogliendo il ricorso di un cittadino spagnolo, sentenzia che “nel caso in cui, in seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, l’elenco di risultati mostra un link verso una pagina web che contiene informazioni sulla persona in questione, questa può rivolgersi direttamente al gestore per la soppressione del collegamento. Nel caso in cui il gestore non dia seguito alla domanda, la persona può adire le autorità competenti per ottenere, in presenza di determinate condizioni, la soppressione di tale link dall’elenco di risultati. Tuttavia, poiché la soppressione di link dall’elenco di risultati potrebbe, a seconda dell’informazione, avere ripercussioni sul legittimo interesse degli utenti di Internet, la Corte constata che occorre ricercare un giusto equilibrio tra questo interesse e il diritto al rispetto della vita privata e il diritto alla protezione dei dati personali”[27]. La sentenza è storica e cambia, in maniera radicale, il preesistente e, prima citato, rapporto di gerarchia tra un colosso del Web, Google, e i  cittadini interessati alla tutela dei propri dati personali (v. infra, paragrafo VI). Questa circostanza consente di comprendere come gli organismi che popolano l’ecosistema abbiano differenti vettori di forza da manovrare e come, ciononostante, risultati inaspettati nella regolazione delle attività ecosistemiche (non sempre in senso positivo) possano scaturire da mutamenti di equilibri tra le istituzioni tradizionali (apparati politico-legislativi, tecnico-amministrativi, giudiziari, esterni all’ecosistema, ma dotati di poteri in grado di alterarne il funzionamento), i grandi tecno-capitalisti e i cittadini digitali (parti, a pieno titolo, dell’ecosistema Internet): nel caso in questione, la sentenza ha innescato, da parte di persone di tutta Europa, richieste a catena di cancellazione di risultati delle ricerche online, potenzialmente nocivi per i dati personali, rinfocolando polemiche e dibattiti intorno al “diritto all’oblio”[28].

La seconda notizia si lega al superpotere di Facebook di correlare preferenze e gusti degli “amici”, consentendo a ognuno di accedervi attraverso modalità sempre più semplificate: “in pratica, Facebook proporrà agli iscritti delle “schede” sulle attività degli amici legate a quello che si è appena condiviso. Ad esempio dopo la registrazione in un ristorante, il social potrà segnalare quali amici ci sono stati, oppure se si condivide che si sta guardando un programma tv saranno segnalati gli amici che stanno facendo lo stesso”. Nello stesso articolo, una notizia apparentemente minore ci informa che gli utilizzatori dell’Iphone 6 potranno scrivere post anche off line: l’app Facebook per Iphone si occuperà di salvare in automatico quanto scritto senza connessione alla Rete, per poi postarlo non appena la stessa ritorna disponibile. Al di là dell’ormai consueta modalità di testare una nuova funzionalità del popolare social in determinati contesti per poi espanderla a tutti gli utenti di Facebook attraverso qualsiasi dispositivo (secondo una tecnica ben nota agli studiosi di marketing e comunicazione), ciò che sembra evidente è il tentativo – ancora una volta, eminentemente “ideologico” – di Zuckerberg di rafforzare la pervasività del mezzo nelle vostre vite (incentivandone l’uso persino senza accesso alla Rete) e rispetto all’ecosistema Web in generale, imponendosi come collante in grado di tenere assieme diverse fonti informative attinenti ai nostri gusti, ma con il rischio, che Vito Campanelli ben sottolinea, di ridurre la curiosità intellettuale e, in generale, il desiderio di esperire strade nuove e inconsuete.

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La terza notizia rappresenta un brutto colpo per i cyber-utopisti: “La Federal communications commission (Fcc), l’agenzia federale che regola le comunicazioni negli Stati Uniti, dà l’ok all’apertura di un periodo di commenti di 4 mesi sul progetto di legge che potrebbe trasformare Internet in un sistema a due velocità: i grandi gruppi che gestiscono le telecomunicazioni (Verizon, At&t…) potranno offrire ai loro clienti (Google, Netflix, ad esempio) la possibilità di avere più banda e priorità sulla rete attraverso il pagamento di un abbonamento più costoso. In questo periodo l’Fcc valuterà le proposte e i suggerimenti per poi arrivare al voto finale”[29]. Per alcuni attivisti si tratta del primo passo verso il definitivo addio alla neutralità Internet,  “il principio per cui Internet sia priva di restrizioni arbitrarie sui dispositivi connessi e nel modo che essi operano”. Il caso offre un quadro, per l’appunto (eco)sistemico, dei conflitti in atto: da un lato, gli interessi dei provider, che intendono massimizzare i profitti distinguendo in servizi ad alto valore (offerti ai clienti più facoltosi) e ad altri a basso valore aggiunto[30]; dall’altro, le resistenze dei fornitori di servizi (per esempio, Google) che mirano ad offrire ad un pubblico indifferenziato con pari (o quasi) opportunità di accesso al Web un insieme variegato di prodotti.

Proprio in riferimento al concreto rischio di una messa in crisi degli attuali equilibri ecosistemici del Web, risulta affascinante lo scenario associato  alle cosiddette “reti mesh”, oggetto della quarta notizia presa in esame: si tratta di reti in grado di portare una connessione Internet in zone commercialmente non appetibili e di trasmettere dati da un pc all’altro senza accedere alla grande Rete, ad una velocità trenta volte superiore all’Adsl e potenzialmente fuori dal controllo della Nsa. In Europa sono attivi già due network di questo tipo: lo spagnolo Guifi (24mila nodi) e il greco AWMN (circa 3mila nodi)[31].

Questa notizia ci consente di illustrare una linea di fuga interessante e concreta per chi ambisce a concepire, progettare e utilizzare un nuovo Web – un ecosistema radicalmente rigenerato e con rapporti di forza ripensati. Le forze antagoniste e i media attivisti avrebbero l’opportunità di emanciparsi dallo strapotere delle corporation e dai tentativi di censura di poteri centralizzati e, contemporaneamente, di promuovere la diffusione di competenze informatiche diffuse, tali da permettere a fasce della popolazione assai ampie di contribuire alla definizione di standard, protocolli, infrastrutture, oltre che di veicolare contenuti in maniera consapevole e libera. Naturalmente, è probabile (e, a nostro avviso, auspicabile) che, qualora il mesh networking si diffonda, si concepiscano strumenti per contemperare la libertà di espressione con i diritti della persona costituzionalmente protetti, consentendo la tutela della privacy in ossequio alla legislazione vigente e limitando tutte le violenze oggi, spesso, confinate nel Deep Web (pedofilia, spamming, vendita di armi, droghe, ecc.).

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In conclusione, possiamo apprezzare la profezia secondo cui un’altra tecnologia è possibile, ma il suo inveramento dovrà passare attraverso una lunga fase in cui se ne diffonda la consapevolezza tra la popolazione. Affinché la pressione della pubblica opinione operi nell’ecosistema di Internet come un fattore di cambiamento, occorre, insomma, che ognuno di noi abbia i mezzi per progettare gli stessi strumenti con cui, un giorno, costruiremo l’ambiente mediale in cui si formeranno le culture e le società del futuro.


Note

[1] – Lovink 2003.

[2] – Campanelli 2013, pp. 50 e seguenti. Un’ulteriore conferma del mancato legame tra democrazia e diffusione dei media digitali si trova in Matiz 2014.

[3] – Shirky 2008 e 2010.

[4] – Campanelli 2013, p. 28.

[5] – Ivi, p. 29.

[6] – Sul ruolo delle tv satellitari nel corso delle rivolte del 2011, Campanelli cita soprattutto Lawrence Pintak, Breathing Room. Toward a new Arab media, “Columbia Journalism Review”, May 5, 2011, http://www.cjr.org/cover_story/breathing_room.php?page=all [consultato il 29/04/2014].

[7] – A sostegno di questa tesi, Campanelli richiama gli studi di Eltantawy e Wiest 2011, e di Bayat 2010.

[8] – In realtà, ci sono diverse ragioni di ordine tecnologico alla radice della scomparsa di commenti dai blog: si veda Nicola Carmignani, I commenti dei blog sono morti. E non è solo colpa dei social network, “Wired”, http://www.wired.it/internet/social-network/2014/04/17/commenti-blog-morti-non-solo-colpa-social-network/ [consultato il 09/05/2014]

[9] – Quest’analisi di Campanelli si basa su Flusser 1997.

[10] – L’accesso al Web meriterebbe, forse, un ulteriore approfondimento, necessariamente precluso a un testo che ha altre questioni fondamentali al suo centro. Tuttavia, non possiamo esimerci dal notare che, anche nelle società occidentali, il problema del digital divide è tutt’altro che superato: va ribadita, insomma, l’incapacità dei governi  di produrre politiche pubbliche in grado di favorire l’accesso alla Rete a coloro che ne sono esclusi per ragioni geografiche (regioni interne), demografiche (anziani), sociali (emarginati, disagiati), economiche (a causa del costo d’accesso e delle apparecchiature: poveri, senza reddito). Tra i contributi a nostro avviso più significativi in proposito si segnalano Norris 2001,  Anzera e Comunello (a cura di) 2005, Acevedo e Moreno 2009, Smith, Zickuhr 2012 e Zickuhr 2013.

[11] – Campanelli 2013, pp. 93-97. Sui rischi de-democratizzazione e disimpegno sociale, dovuti al c. d. “attivismo da poltrona”, concordano studiosi di estrazione, formazione e interessi diversi quali Morozov, Formenti, Dodi, Lovink e altri.

[12] – Ivi, pp. 67-70. Campanelli riporta un ampio quadro di riflessioni, incluse quelle di Keen 2007 e Mayer-Schönberger 2010.

[13] – Morozov 2011.

[14] – Anche sul tema della sorveglianza e della e-privacy, lo studioso italiano riassume un quadro ampio di interventi teorici, che comprende le posizioni di Mark Poster, Anders Albrechtslund, Byung-Chul Han, Joshua Topolski, il creatore di Facebook Mark Zuckerberg, Giovanni Boccia Artieri, oltre ovviamente a Evgeny Morozov.

[15] – Riprendo qui alcune delle osservazioni sviluppate nel mio intervento nel corso dell’incontro “Info War e Teoria Critica di Internet”, con l’autore Vito Campanelli in dialogo con Giso Amendola, Vincenzo Del Gaudio e Mario Tirino, nell’ambito della rassegna “Open Class. Arte e Comunicazione” (II edizione) con il coordinamento scientifico dalla Cattedra di Sociologia degli Audiovisivi Sperimentali (prof. Alfonso Amendola) e del Laboratorio di Storia dell’Arte (prof.ssa Maria Passaro) dell’Università di Salerno. L’evento si è svolto il 3 aprile 2014 presso l’Aula 14 multimediale di Lettere nel campus di Fisciano (SA).

[16] – Ringrazio per la segnalazione Mattia Barra.

[17] – Riprendo qui, in forma estremamente sintetica, alcune delle riflessioni contenute nella relazione “Estetiche della bassa definizione. INLAND EMPIRE e Redacted: due casi a confronto”, presentata al seminario di studi “L’illuminazione audiovisiva tra cinema, pittura, fotografia e teatro”, a cura del prof. Alfonso Amendola, nell’ambito dell’evento “ReMedium”, preview della quinta edizione di “Flussi – Media Arts Festival”, organizzato dall’Associazione Culturale Magnitudo,  e tenuto al Teatro Gesualdo di Avellino il 21 maggio 2013. La relazione è in via di pubblicazione.

[18] – Tali fenomeni sono stati sviscerati, in un’interessante analisi “topologica”, da Parikka e Sampson (a cura di) 2009.

[19] – Sul fenomeno del Deep Web, rinviamo ai saggi introduttivi di He, Patel, Zhang e Chang 2007 e di Iffat e Sami 2010.

[20] – “The Internet Ecosystem”, http://www.isoc.org/pubpolpillar/docs/internetmodel.pdf, p. 4 [traduzione mia] [consultato il 14/05/2014].

[21] – Ivi, p. 5 [traduzione mia].

[22] – Hanna, Rohm e Crittenden 2011, p. 265 [traduzione mia].

[23] – Naughton 2006, p. 1 [traduzione mia].

[24] – Benkler 2006, p. 7 [traduzione mia].

[25] – Naughton 2006, p. 2 [traduzione mia].

[26] – Clapham 1973.

[27]Corte Ue: “Motore ricerca responsabile dati”. Google: “Decisione deludente”, “Repubblica.it”, http://www.repubblica.it/tecnologia/2014/05/13/news/causa_contro_google_corte_ue_motore_di_ricerca_responsabile_dati-85985943/ [consultato il 15/05/2014].

[28] – Alessandro Longo, Diritto all’oblio, pioggia di richieste a Google, “Repubblica.it”, http://www.repubblica.it/tecnologia/2014/05/15/news/richiesta_cancellazione_google-86240050/ [consultato il 15/05/2014].

[29]Usa, primo sì della Fcc a Internet a due velocità, “Repubblica.it”, http://www.repubblica.it/tecnologia/2014/05/15/news/usa_primo_s_della_fcc_a_internet_a_due_velocit_la_federal_communications-86241557/ [consultato il 15/05/2014]. Sulla questione della “net neutrality”, interessante la posizione di Tim Wu, docente alla Facoltà di Legge della Columbia University, riportata in Jeff Sommer, Defending the Open Internet, “New York Times”, 10/05/2014, p. BU1 (versione online: http://www.nytimes.com/2014/05/11/business/defending-the-open-internet.html?_r=0) [consultato il 17/05/2014]).

[30] – Per ora questo modello di business sarebbe applicato solo al mercato delle aziende; nulla vieta, ovviamente, che in futuro venga esteso al mercato consumer.

[31] – Rosita Rijtano, Mi connetto, lontano da Internet: la rivoluzione del mesh networking, “Repubblica.it”, http://www.repubblica.it/tecnologia/2014/05/12/news/mi_connetto_lontano_da_internet_la_rivoluzione_del_mesh_networking-85929965/?ref=HREC1-32 [consultato il 15/05/2014]. Sullo stesso tema si veda Primavera De Filippi, It’s Time to Take Mesh Networks Seriously (And Not Just for the Reasons You Think), “Wired.com”, 01/02/2014, http://www.wired.com/2014/01/its-time-to-take-mesh-networks-seriously-and-not-just-for-the-reasons-you-think  [consultato il 15/05/2014].

Riferimenti Bibliografici

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