Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un progressivo incremento di preoccupazioni circa i pericoli e i rischi generati da un’innovazione tecnologica estremamente rapida ed estesa, trainata soprattutto dalle tecnologie digitali, da molti considerate sempre più “fuori controllo”.

In realtà, i timori sull’innovazione tecnologica non sono nulla di nuovo: gli esempi spaziano dal Luddismo di fine Settecento in Gran Bretagna, alle considerazioni di Max Weber, uno dei padri fondatori della Sociologia, che all’inizio del secolo scorso coniò l’espressione “gabbia di ferro” per indicare la razionalità e il controllo, fino ad includere uno dei più importanti storici e intellettuali statunitensi, Lewis Mumford e il suo ammonimento, a metà del XX secolo, contro la crescita di una “mega-macchina” e le derive autoritarie dell’innovazione tecnologica.

Ciò nonostante, a partire dalla metà degli anni ’90, con l’espansione di internet a livello globale, si è diffusa una sorta di illusione sulle conseguenze positive della cosiddetta “rivoluzione digitale”. Politici ed operatori economici hanno visto nelle tecnologie digitali nuove opportunità di crescita e sviluppo; i radicali e gli attivisti di sinistra hanno iniziato a considerare gli strumenti digitali come armi atte a contrastare i poteri autoritari e a stabilire una rete globale di protesta; gli artisti hanno scoperto che le nuove tecnologie avrebbero potuto potenziare la loro espressività e ampliare la comunicazione sensoriale in un modo del tutto inedito.

Inoltre, intellettuali e sociologi hanno voluto rivelare quanto la comunicazione digitale non producesse un’esperienza artificiale, ma rappresentasse piuttosto un riadattamento di comportamenti umani di lunga data per interagire con mezzi e artefatti di ogni tipo. Ricercatori come me, interessati alla relazione tra tecnologia e società, hanno speso gli ultimi 20 anni a dimostrare che la tecnologia non è il male, ma solo una delle tante componenti della nostra vita: caotica e complicata, certo, ma nulla a cui ci si debba opporre.

“The Ethics of Invention”, l’ultimo saggio di Sheila Jasanoff, docente ad Harvard e massima esperta nel campo degli studi sociali su scienza e tecnologia, rappresenta questo cambio di prospettiva sul ruolo della tecnologia nella società invitando a riflettere in maniera più concreta e sfaccettata sulle implicazioni ed i problemi causati oggi dall’innovazione tecnologica. La domanda su cui Jasanoff si concentra maggiormente nel corso del libro è la seguente: come si può ristabilire un controllo democratico su forze tecnologiche che appaiono troppo rapide e imprevedibili per rispondere con gli strumenti politici tradizionali?

Per elaborare una risposta, Jasanoff parte dalla considerazione che, nonostante tutti i vantaggi, “la civilizzazione tecnologica non è tutta rose e fiori” e che l’accelerare dell’innovazione sta oggi compromettendo i significati e i valori fondamentali che attribuiamo all’essere umano. Come detto, sviluppando questo schema, Jasanoff abbraccia un cambiamento di prospettiva sulle conseguenze della tecnologia nella società, cambiamento che può essere rintracciato facilmente nelle odierne riflessioni sulla tecnologia.

Si prenda ad esempio il caso di uno dei padri del personal computer, Bill Gates, che  ha chiesto un’imposta sui robot in produzione che proprio lui ha contribuito a creare durante la sua carriera, oppure l’episodio che ha coinvolto uno dei fondatori di Twitter, Ed Williams, che si è scusato per il ruolo della sua piattaforma nell’infelice elezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti.

Emblema di questo cambiamento di mentalità, il radicale ripensamento da parte di uno dei più noti studiosi di internet, Sherry Turkle, docente al Massachussetts Institute of Technology, che fin dagli anni Ottanta ha contribuito, in particolare con i testi “The Second Self” (1985) e “Life on the screen” (1997) ad evidenziare il ruolo positivo dei computer nella vita e nella psicologia delle persone, ma che ora si è convertita in una critica feroce del ruolo dei dispositivi mobili nelle nostre vite, ammonendoci che “prendersi cura delle macchine mette in crisi le nozioni più basilari di ciò che significa dedicarsi l’uno all’altro” (S. Turkle, “Reclaiming conversation”, 2016).

Tutto questo per dire che la necessità di ripensare radicalmente le conseguenze dell’innovazione tecnologica nella società e di lottare per riprendere il controllo sulla direzione che stiamo seguendo grazie alla tecnologia, rappresenta una preoccupazione sempre più riconosciuta e trasversale. Tornando al libro di Jasanoff, inizialmente l’autrice segnala quelle che secondo lei sono le tre principali questioni che ci pone l’attuale innovazione tecnologica.

La prima consiste nel rischio catastrofico che lo sviluppo tecnologico comporta per settori come l’ambiente (soprattutto per quanto riguarda i cambiamenti climatici), i conflitti nucleari (che sono tornati a rappresentare una minaccia concreta dopo la caduta della cortina di ferro), o persino nuove malattie infettive e rischi economici per le persone e i lavoratori, agevolati dai modelli di business dirompenti di aziende come Uber o Amazon.

La seconda minaccia è rappresentata dalla disuguaglianza dei benefici che l’innovazione tecnologica produce in tutto il mondo e in tutte le classi sociali. L’aspettativa di vita aumenta sempre più velocemente nei paesi industrializzati, ma  non cresce altrettanto nelle regioni africane; contemporaneamente, nei paesi ricchi, è possibile notare come i benefici dell’innovazione e della globalizzazione vengano percepiti più facilmente dalle classi agiate, che vivono in aree urbane avanzate, rispetto a coloro che si trovano in zone periferiche (tutto ciò è emerso dalle divisioni politiche durante le recenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti e dal voto per la Brexit).

Infine, il terzo tema cruciale è rappresentato dal cambiamento dei significati e dei valori che ritroviamo nella natura umana e negli uomini a causa del progresso tecnologico. Da un lato, si assiste a una crescente pressione nella frammentazione sociale e all’indebolimento dei legami sociali che hanno a lungo caratterizzato il modo in cui gli uomini concepiscono loro stessi; dall’altro lato, come puntualizza Jasanoff, “le infinite nuove scoperte, soprattutto nelle scienze della vita e nelle tecnologie, invogliano il genere umano a recitare un copione di atteggiamenti e autocontrollo che potrebbe trasformare la natura e l’uomo in macchine manipolabili”.

Questi tre problemi evidenziati da Jasanoff (rischi, ineguaglianze e minacce alla natura umana) sollevano oggi dilemmi etici, legali e sociali che richiedono risposte più profonde e ampie. Una volta riconosciute le minacce più importanti, quale nuova riflessione si può fare sul ruolo della tecnologia all’interno della nostra società? La proposta di Jasanoff è stata quella di evitare le formule semplicistiche per comprendere le implicazioni della tecnologia all’interno della società.

Queste formule semplicistiche possono essere riassunte in tre concetti fuorvianti evidenziati dalla studiosa di Harvard. Il primo è la tendenza a concepire il potere della tecnologia in termini di “determinismo tecnologico”, ovvero l’idea secondo cui la tecnologia, una volta ideata, diventerà una forza autonoma e inarrestabile capace di rimodellare la società basandosi sulla propria logica.

Il secondo è quello della tecnocrazia, cioè la convinzione secondo cui la tecnologia dovrebbe essere ideata e prodotta principalmente da esperti e specialisti, mentre i cittadini e gli utenti finali la adottano solo in seguito e sono perciò soggetti passivi all’interno del processo di innovazione tecnologica. Il terzo e ultimo è che la tecnologia generi risultati negativi principalmente sotto forma di conseguenze involontarie o di effetti collaterali, perciò non è possibile e nemmeno necessario immaginare in anticipo le implicazioni negative dell’innovazione e prevedere cose che alla fine potrebbero andare male.

Quello che Jasanoff vuole far notare è che gli approcci influenzati dal determinismo tecnologico, dalla tecnocrazia e dalle conseguenze involontarie sono errati, perché “tendono a rimuovere il valore, la politica e la responsabilità dal dibattito sulla tecnologia”, mentre “controllarla in maniera diffusa e democratica ci impone di guardare oltre la superficie delle macchine, verso i giudizi e le scelte che hanno definito la linea di confine tra ciò che è consentito e ciò che non lo è”.

Partendo da questa visione teorica, nei nove capitoli del suo libro Jasanoff si concentra su alcuni dei problemi più importanti che riguardano l’innovazione tecnologica e riflette sulle soluzioni più utili per poter governare la tecnologia. Lo scopo generale di questo libro è di dimostrare che in realtà la tecnologia è molto più “plasmabile e soggetta a supervisioni etiche e politiche” di quanto i discorsi abituali, insieme alle prospettive catastrofiche, ci inducano a pensare. “Solo se ammetteremo che il potere della tecnologia influenza i nostri cuori e le nostre menti, i discorsi sul controllo si potranno spostare dal determinismo fatalistico all’emancipazione dell’autodeterminazione”, conclude Jasanoff.

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