Quando sono ormai le sette e mezza di sera, la sala centrale di BASE Milano è stracolma di gente. E ne continua ad arrivare. Tutti qui, per vedere un incontro sul data visualization: penso, beh i tempi stanno finalmente cambiando anche in Italia e in questo, Meet The Media Guru, ha contribuito in modo importante nel corso degli ultimi 10 anni. Al contempo penso che, al di là del grande lavoro di Maria Grazia Mattei e del suo staff, è evidente che l’ospite in questione non sia una designer tra le più comuni: e sicuramente, Giorgia Lupi non lo è.

Giorgia Lupi ama definirsi una “information designer”: con la sua azienda Accurat, lavora nel campo della visualizzazione dei dati. Per aziende, organizzazioni, progetti culturali e artistici di vario tipo. Ciò che caratterizza il lavoro di Giorgia, che ha inevitabilmente attratto la mia attenzione, è l’equilibrio quasi magico tra digitale e analogico che governa il suo lavoro. Dati complessi catturati mediante algoritmi e sistemi di “machine learning”, accompagnati da una – apparentemente semplice – visualizzazione mediante carta e penna. Colori e forme quasi infantili, che sembrano riflettere la fisicità di Giorgia, disegnati con cura e attenzione quasi maniacali nella loro corrispondenza al singolo dato, ma la cui risultante è pura poesia.

O magia, perché sia nella presentazione a cui ho potuto assistere il giorno prima presso ACIN (Accenture Customer Innovation Network), il nuovo hub milanese (integrato in una rete globale con poli a Bangalore, Manila e Singapore) per l’open innovation guidato da Accenture e dedicato ai mondi del retail, della moda e dei beni di consumo, che nella presentazione a BASE di settimana scorsa, la vera domanda che sorge spontanea è: come è possibile disegnare a mano un dato effimero, un numero, un valore in modo così preciso e meraviglioso?

Ma il tecnicismo non è tutto, anzi: la vera magia di Giorgia Lupi è quella di rendere l’aspetto tecnico, meno interessante della poetica che lo sottende. O comunque, meno presente. Cosa che, ne converrete, ha più i crismi del mondo dell’arte rispetto a quello del design: per lo meno, seguendo quelle divisioni disciplinari che oggi non hanno più senso di esistere. Giorgia usa infatti la tecnica per raccontare la vita: utilizza il digitale per narrare il reale. Lo ha definito Data Humanism, la capacità cioè di associare i dati alle persone che li generano, ai loro comportamenti e abitudini: il dato come elemento di storytelling, rappresentabile con una componente fortemente creativa, di impatto immediato, come il disegno. Questo può valere per visualizzare e interpretare il database di Amazon (Amazon’s Data Come To Life, per la Fast Company Innovation by Design Awards Conference), in una consulenza per IBM, per un progetto artistico come la collaborazione con la musicista Kaki King (A Dialogue between Four Hands), o nell’ambito di un progetto di vita molto personale come il bellissimo Dear Data.

E’ quest’ultimo il progetto che ha reso Giorgia Lupi famosa in tutto il mondo; un incredibile lavoro di visualizzazione di dati personali, intimi quasi, capaci di raccontare situazioni di vita quotidiane di due designer, la stessa Giorgia e Stefanie Posavec. Giorno per giorno, per un anno, le due ragazze hanno disegnato le loro vite su delle cartoline postali, condividendole da un parte all’altra del oceano (Giorgia da New York e Stefanie da Londra), conoscendosi così sempre di più, in modo lento e graduale, per raccogliere poi i lavori in un libro di 300 pagine, pubblicato da Princeton Architectural Press negli Stati Uniti e da Particular Books in Europa. E per chi ancora non lo sapesse, la collezione originale di cartoline e schizzi è oggi parte della collezione permanente del Museum of Moderna Art di New York….

Marco Mancuso: Giorgia Lupi, information designer e artista: mi interessa molto sapere di più della tua formazione e cosa ti ha spinto verso questo ambito disciplinare.

Giorgia Lupi: Sono una collezionista da sempre. Da bambina passavo tantissimo tempo a collezionare e organizzare qualsiasi oggetto in raccoglitori trasparenti che dopo etichettavo con attenzione maniacale. La mia collezione conteneva pezzi di carta colorata, piccoli sassi, lembi di stoffa della sartoria di mia nonna, bottoni, scontrini e altro ancora. Ricordo quanto mi piacesse suddividere i miei tesori in base al colore, alla forma e alle dimensioni, e disegnare piccole etichette per chiarire la classificazione. Non saprei come spiegarlo, ma credo che la mia mente stesse già lavorando con una mentalità guidata dai dati!

Inoltre come essere umano ho una mente molto visiva: ho bisogno di disegnare e fare schizzi per comprendere l’ambiente che mi circonda. In effetti quando non riesco a capire e a spiegare perfettamente quello che sto pensando o quello che mi viene in mente riguardo a un problema di grafica, di solito dico che non posso pensare a un progetto senza carta e penna. So che disegnare ed esprimermi visivamente è il mio primo modo per capire che ho avuto un’idea, ma non amo creare grafiche fini a se stesse, mi piace piuttosto progettare artefatti visivi che hanno un senso strutturale e logico. Mi piace creare modalità visive per rappresentare parametri quantitativi e rigorosi.

Considero la visualizzazione dei dati come una combinazione del mio lato artistico e di quello estremamente razionale, ciò che mi guida in quello che faccio è lo spazio in cui si sovrappongono analisi e intuizione, logica e bellezza, numeri e immagini.

Per quanto riguarda la mia formazione ho studiato architettura ma si dà il caso che non abbia mai progettato o costruito un edificio. Mentre studiavo mi interessavano gli aspetti inerenti alla rappresentazione delle informazioni e ho provato a sviluppare i miei progetti architettonici e urbanistici in modo da lavorare con le informazioni e i sistemi di mappatura. Nei quattro anni successivi ho collaborato con diverse aziende di interaction design in Italia, concentrandomi sulla documentazione e la rappresentazione grafica, la mappatura e l’architettura delle informazioni.

Solo ultimamente ho cominciato a lavorare in modo specifico con la data visualization. Per me è stato naturale concentrarmi progressivamente sull’aspetto quantitativo nel campo dell’information design e quando ho compreso il vero potenziale del lavoro visivo con i dati strutturati per fornire informazioni su fenomeni o contesti, mi sono semplicemente innamorata di questo mondo e del ventaglio di possibilità che offre.

Manco Mancuso: Da un punto di vista prettamente tecnico, come si lavora alternando il disegno al software e la grafica tradizionale al digitale?

Giorgia Lupi: Molti lettori potrebbero associare il termine data visualization a grandi capacità di programmazione, software complessi ed enormi quantità di numeri ma, che ci si creda o no, molti designer usano le antiche tecniche di bozzetto e disegno su carta come loro principale strumento di progettazione: realizzano uno schizzo dei dati per capire il contenuto dei numeri e per organizzare visivamente tali quantità in modo da dare loro un significato.

Nel mio lavoro sono design director di Accurat, un’azienda di design basata su dati. Anche se creiamo per lo più esperienze digitali con i dati, io continuo ancora a usare il disegno come fonte primaria di comprensione e come principale strumento di progettazione.

Realizzare degli schizzi dei dati, quindi in un certo senso eliminare la tecnologia dall’equazione prima di reintrodurla per ultimare il progetto con gli strumenti digitali, introduce nuovi modi di pensare e porta a progetti che sono personalizzati in modo esclusivo per i problemi specifici dei dati con cui lavoriamo invece di basarsi su quelli standard.

Infatti nella progettazione del data visualization,un approccio molto comune e talvolta fuorviante è cominciare da ciò che gli strumenti di cui si dispone possono creare con facilità e forse anche da ciò che noi, in quanto designer, ci troviamo più a nostro agio a fare con questi strumenti. Questo può però portare ad adottare la soluzione più semplice, ma forse non la migliore, per rappresentare gli aspetti importanti delle informazioni.

Al contrario, quando creo uno schizzo per valutare le dimensioni di un insieme di dati non ho accesso ai dati reali con la penna e la carta ma solo alle loro organizzazioni logiche, e questa è una risorsa preziosa per concentrarsi sul significato delle informazioni e non sui numeri presi fuori dal contesto.

Il disegno dei dati è uno strumento indispensabile che scopre l’unicità dei numeri in questione; fa sorgere, inoltre, nuove domande relative ai dati stessi. Questa pratica limitativa aiuta a rivelare nuove possibili analisi da attuare: invece di essere sopraffatti dalla dimensione dei dati e da milioni di numeri, ci focalizziamo solo sulla loro natura, la loro organizzazione, e seguire questo procedimento molto spesso apre a nuove opportunità che derivano da questo punto di forza.

Marco Mancuso: Nel tuo approccio al data visualization, la grafica sembra sempre funzionale a una narrazione: mi ricorda il processo che sottende alcuni lavori di Aaron Koblin, quelli soprattutto del periodo del Google Creative Lab. È anche il mezzo attraverso il quale parli di esperienze, delle persone, delle emozioni, rendendo i dati un elemento vivente. Ti riconosci in questa definizione?

Giorgia Lupi: Sì, ma nei miei lavori come designer e artista mi pongo sempre domande sul ruolo dei dati. Dico sempre che i dati mi servono, in primis, come materiale: un artigiano potrebbe paragonare il mio lavoro di design di data visualization a scolpire il legno o a dipingere ad olio. Se ci pensa, fare sculture con il legno richiede differenti processi e può comunicare diverse cose rispetto a scolpire con l’acciaio o dipingere con l’olio.

Ma allo stesso modo, per me, i dati definiscono la “forma” nello stesso modo in cui il legno la definisce e, per questo motivo, dobbiamo rispettare questo “materiale” con cui lavoriamo: i dati. Come lasceremmo guidare la nostra mano dal legno o dall’acciaio, lo stesso vale per i dati e dobbiamo esserne consapevoli!

I dati sono un mezzo per me: il veicolo con cui trasmetto queste storie che voglio portare alla luce. Dico spesso che, per comprendere il vero potenziale dei dati, dobbiamo capirne il loro vero potenziale, a volte dobbiamo dimenticarci della loro esistenza per vedere, invece, oltre ad essi.

Questo perché i dati sono solo un mezzo, uno dei mezzi, che utilizziamo per rappresentare la realtà. Sono sempre un anteposto per qualcos’altro ma non sono mai la cosa reale. I dati sono uno strumento che filtra la realtà in una maniera decisamente soggettiva: come si raccoglie un insieme di dati, e le informazioni incluse, e omesse, determina direttamente il corso della sua vita. I dati hanno il potere unico di astrarre il mondo, e questo può realmente aiutarci a capirlo secondo differenti, rilevanti fattori ogni volta.

Marco Mancuso: Quali sono i dati che ami maggiormente visualizzare? Esistono dati che ti comunicano e ti ispirano più di altri?

Giorgia Lupi: Mi piace trovare dati in contesti inaspettati e usarli come fossero occhi nuovi, per vedere di più e meglio. Proprio per questo credo che tutti i dati siano interessanti e affascinanti se solo recuperiamo la soggettività su come essi vengono catturati e raccolti, recuperando la soggettività e la bellezza in come i dati vengono rappresentati.

Marco Mancuso: Come procedi nel tuo lavoro alla realizzazione di una visualizzazione di dati che sia – caso per caso – maggiormente “scientifica”, “estetica” o “emozionale”. In altri termini, quanto l’obbiettivo condiziona o meno il processo?

Giorgia Lupi: Risponderò a questa domanda prendendola alla larga: credo che i lavori visuali più puri e belli sono in qualche modo rilevanti nella vita quotidiana perché accendono la curiosità delle persone e le spingono a esplorarne i contenuti. Mi piace l’idea che le persone pensino: “Oh, è stupendo! Voglio saperne di più!”. Credo che anche se la visualizzazione è “scientifica” è importante progettare un’estetica piacevole per raccontare storie basate sui dati; per questo mi piace descrivere il mio approccio e il nostro lavoro come un tentativo di “comporre” immagini di dati multistrato ed esteticamente piacevoli. Ovviamente l’accuratezza dei principi di rappresentazione delle informazioni dovrebbe essere seguita e cerchiamo di farlo mentre spingiamo in avanti i limiti di ciò che possiamo produrre, da un punto di vista visivo.

Marco Mancuso: Nel libro di Alberto Cairo ”L’Arte Funzionale. Infografica e Visualizzazione delle Informazioni”, che so essere per te un punto di riferimento, uno dei concetti chiave trattati nel libro è: “la forma segue la funzione ed essa in qualche modo restringe la forma”. Sei ancora d’accordo con questa affermazione, o gli sviluppi in ambito software per il data visualization ti consentono oggi nuovi gradi di libertà?

Giorgia Lupi: Sono ancora d’accordo, ho già accennato prima a come le storie e i dati con cui lavoriamo debbano definire la “forma” visiva con cui siamo soliti rappresentarli. Soprattutto ora che i dati crescono per numero e tipo, credo sia davvero importante progettare rappresentazioni visive davvero specifiche per il contenuto con cui si sta lavorando e per il loro stesso contesto. Più dati produciamo, più abbiamo bisogno di sperimentare nuovi linguaggi visivi (e quindi “forme”) che vadano al di là delle convenzioni: linguaggi che saranno in grado di rappresentare la grande varietà di dati con cui lavoreremo.

Marco Mancuso: Hai suggerito l’idea che questa nostra epoca possa essere vista come un nuovo Rinascimento, in cui abbiamo l’occasione di guardare ai dati secondo una luce nuova: maggiormente legata agli esseri umani, che direttamente o indirettamente, li producono. Hai chiamato questo processo Data Humanism e adoro le immagini che lo accompagnano, quel parallelismo visivo tra il tecnicismo della font digitale e l’imprecisione del gesto calligrafico. A chi è rivolto il tuo messaggio di consapevolezza, più alle persone o ai mondi professionali del design e dell’arte?

Giorgia Lupi: Questo messaggio è per le persone che lavorano con i dati ogni giorno, sperando di spostare l’attenzione dai numeri, dalle quantità e dalle tecnologie che li circondano a ciò che i numeri rappresentano: storie, persone, conoscenze, idee. Ma questo messaggio è anche per tutti gli altri: in qualche modo nella nostra cultura crediamo che i dati saranno la risposta definitiva a tutte le nostre domande, ma non è così. Nel mio discorso al TED, ho raccontato come per me invece i dati siano sempre l’inizio della conversazione, ho spiegato come i dati siano imperfetti, perché sono per loro natura un prodotto dell’uomo. “Data-driven” non significa “inequivocabilmente vero” e non lo ha mai significato. È tempo di abbandonare qualsiasi presunzione di controllo assoluto e verità universale e considerare una rappresentazione dei grandi numeri consapevole delle piccole imperfezioni che collaborano a descrivere la realtà.

Questo mi riporta al modo in cui noi, in qualità di professionisti, dovremmo occuparci dei dati: per rendere i dati fedelmente rappresentativi della natura umana dovremmo cominciare a progettare modi per includere l’empatia, l’imperfezione e le qualità umane nel modo in cui li raccogliamo, trattiamo, interpretiamo e mostriamo.

Mi immagino un mondo di dati in cui parlare di dati vorrà dire discuterne le qualità intime, con conversazioni che saranno improntate sui loro aspetti soggettivi, imperfetti e perfino fortuiti. Un mondo in cui le convenzioni sui dati siano sostituite dalle loro possibilità, dove i dati basati sulla progettazione prendano il posto della progettazione basata sui dati, e dove infine, invece di utilizzare i dati solo per diventare più efficienti, tutti noi useremo i dati anche per essere più umani.

Marco Mancuso: Parlami di A Dialogue between Four Hands: è bellissimo il modo in cui si crea un dialogo tra la tua partitura visiva e la musica di Kaki King, il modo in cui riesci a suddividere la sua composizione in strutture ricorsive, come le rappresenti attraverso una serie di “ecosistemi” quasi naturali e soprattutto come giochi con gli elementi strettamente musicali e quelli maggiormente gestuali, per ricondurre il dato alla persona fisica che lo produce. Mi ricorda, in parte ovviamente, Archive d’une Frappe di Paul Destieu.

Giorgia Lupi: L’obiettivo della collaborazione fra me e la musicista Kaki King è scoprire come utilizzare i dati per stimolare esperienze più intense, aiutando le persone a “percepire” e “vedere” la musica attraverso i dati. Il nostro lavoro è anche un’esplorazione multimediale del ruolo che i dati rivestono nella nostra vita e un’opportunità per ciò di cui parlavamo prima: rivendicare la soggettività sul modo in cui i dati vengono acquisiti e raccolti e accogliere la soggettività inevitabilmente insita nel modo in cui i dati vengono rappresentati.

La nostra collaborazione è iniziata con una semplice domanda: le nostre mani – il mezzo che entrambe usiamo per lavorare – cosa dicono di noi? Ovviamente abbiamo raccolto dei dati a riguardo. Durante una giornata come tutte le altre abbiamo raccolto dati su tutto ciò che abbiamo fatto con le nostre mani (cosa e chi abbiamo toccato, i gesti che abbiamo fatto, le sensazioni che abbiamo provato…).

Ho unito i dati raccolti per creare una “Partitura visiva” dove tutto ciò che abbiamo toccato in quei due giorni si traduceva in simboli visivi. Ho passato la partitura a Kaki e lei ha composto una canzone basata sulle regole e le metriche della nostra raccolta di dati, cosa che per lei è stata un’esperienza nuova, che le ha permesso di comporre musica in un modo che non avrebbe mai immaginato.

Ma la nostra collaborazione non è finita qui: mi interessava trovare un sistema per catturare e visualizzare il modo in cui la canzone veniva suonata e come le sue mani si muovevano sulla chitarra. Quindi abbiamo dato inizio ad una nuova raccolta di dati: per ogni singola nota della canzone prendevamo nota di quali dita usasse per suonarla, delle diverse tecniche adoperate e di tutti i movimenti delle sue mani sulla chitarra. Questo perché nel caso specifico di Kaki, considerando che utilizza una tecnica tutt’altro che convenzionale, una buona parte delle informazioni è davvero difficile da esprimere attraverso una partitura regolare senza ricorrere ad un sistema visuale completamente nuovo.

In seguito, ovviamente, ho meticolosamente visualizzato tutte queste informazioni. Piuttosto che concentrarmi su una rappresentazione lineare della musica, che sarebbe stata semplicemente una rappresentazione delle partiture e delle tab, ho puntato su un approccio differente: ho seguito la natura ripetitiva della canzone, che è chiaramente strutturata in sezioni. La canzone scritta da Kaki ha delle parti intercambiabili: possono essere suonate una dopo l’altra in ordine casuale e risultare comunque una composizione.

Abbiamo presentato per la prima volta il progetto al Design Indaba Festival di Cape Town, dove Kaki ha suonato dal vivo mentre noi accompagnavamo il pubblico lungo l’intero processo, è stato un grande successo! Io e Kaki vorremmo fare molto di più insieme, presentando la nostra combinazione di dati, arte visuale e musica ad eventi dal vivo e continuando ad esplorare questo percorso attraverso i dati e i sensi.

Marco Mancuso: Una battuta anche su Dear Data: ciò che mi affascina, oltre ovviamente alla “immediatezza” dell’idea, alla sua traduzione estetica quasi infantile nei tratti, alla corrispondenza della narrazione delle vostre vite, è la dimensione mediale. Il fatto che i data visualization e le chiavi di lettura, fossero stampate su delle cartoline postali da inviarvi mensilmente per una maggiore conoscenza una dell’altra. Via posta, attraverso l’oceano. Senti in qualche modo il bisogno di prestare maggiore attenzione ai dettagli delle nostre vite, a raccontarli con sentimento, a descriverli con gesti lenti, meticolosi, amorevoli, in contrasto all’overload vorace di informazioni che sembra ormai segnare le nostre vite?

Giorgia Lupi: Dear Data è stata un’esperienza meditativa, a un livello personale. La premessa per imbarcarsi in un progetto così lungo e laborioso è stata la volontà di esplorare il ruolo che i dati possono avere nel capire le esperienze personali e nell’essere in grado di creare storie a partire dalla vita delle persone: i dati spesso vengono considerati molto impersonali, ma questo progetto aveva lo scopo di evidenziare il contrario attraverso l’esplorazione dell’utilizzo di qualcosa che sembra “freddo” per comunicare vite umane caotiche ed emotive.

Per quanto riguarda la fisicità, è stato importante che i dati venissero esperiti nel formato fisico della cartolina; entrambe amiamo la bellezza dell’atto della “scoperta” mentre la rigiriamo da un lato all’altro di continuo, all’opposto di avere tutto visibile in un unico luogo. C’è una lentezza, una riflessione forzata richiesta dal medium che è unica: sia il processo che il prodotto sono intensamente umani, ogni cartolina richiede tempo per l’ideazione e tempo per la lettura; richiede una sorta di attenzione emotiva da entrambe le parti. E la “lentezza” di questi sforzi settimanali che abbiamo fatto per un anno ha prodotto un dialogo lento e meditativo, un tipo di indulgenza senza fretta, che un momento in cui aggiorniamo il nostro status ogni volta che respiriamo, per me è stato davvero una sorta di meditazione. Credo che esista un enorme potenziale nell’utilizzo di questa forma di raccolta attiva di dati personali (in opposizione al freddo e impersonale movimento auto-quantificato) per aumentare il benessere mentale, e sono davvero interessata ad esplorarlo ulteriormente.

Marco Mancuso: Ad oggi, ti sei più artista o designer? A dire, ti soddisfa di più una visualizzazione efficace o una bella?

Giorgia Lupi: Non sono una grande fan delle definizioni, preferisco confondere i confini ed espandere la mia pratica piuttosto che cercare di definirla. Penso a me stessa come artista e data visualization designer, e come artigiana di dati. Per quanto riguarda l’efficacia e la bellezza, credo che la funzionalità (cioè l’esattezza nella rappresentazione) dovrebbe essere data per scontata e raggiunta in ogni progetto di visualizzazione dei dati, ma che bellezza e funzionalità insieme ottengano risultati straordinari, quindi dobbiamo mirare a entrambi.

Marco Mancuso: Senti di poter essere abbastanza creativa per continuare a lavorare su questo sottile equilibrio anche negli anni a venire?

Giorgia Lupi: Lo spero.


http://www.accurat.it/

http://giorgialupi.com/

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn