Il quartiere est di Londra si sta trasformando molto rapidamente, ed è un’area che cambierà drasticamente nei prossimi anni. Se fino a qualche anno fa era una delle periferie più malfamate della capitale, a partire dai giochi olimpici del 2012 sono sorti con un ritmo sostenuto nuovi spazi residenziali, università e centri commerciali.

Le persone che risiedevano lì da molti anni hanno dunque dovuto iniziare a coabitare con nuovi gruppi di cittadini, formati specialmente da studenti e artisti. La zona di Hackney Wick è particolarmente rinomata per la sua scena artistica indipendente, presente già prima che avvenisse questo processo di gentrificazione, ed è anche per questo che, attraverso la psicogeografia, è interessante studiare cosa sta accadendo in questi luoghi.

Lo scopo di questo campo di ricerca è studiare le leggi esatte e gli effetti specifici dell’ambiente geografico, sia esso organizzato consciamente o meno, sulle emozioni e il comportamento degli individui, come spiegato dallo stesso Guy Debord. E proprio in questo contesto si inserisce Virtual Choreography, il nuovo progetto dell’artista Rosana Antolì, presentato da Arebyte nel corso degli ultimi due mesi. L’artista ricerca i gesti comuni e i comportamenti di specifiche zone di Hackney Wick, chiedendo il coinvolgimento di diversi strati della comunità.

La Antolì ha mappato l’area registrando: skater, guardie giurate, receptionist e giocatori di basket, raccogliendo i vari gesti che poi vengono riproposti alla mostra in formato video e in un website dove tutti possono registrare e caricare un nuovo movimento all’interno di questa sinfonia della gestualità.

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Filippo Lorenzin: Hai dichiarato che il tuo lavoro si pone a metà tra la coreografia, l’arte e la vita quotidiana. Ciò descrive bene il background di Virtual Choreography. Quello che mi ha colpito maggiormente è l’attenzione riservata ad aspetti che stanno diventando, giorno dopo giorno, più a rischio a causa delle logiche di mercato. Il linguaggio, ad esempio, è probabilmente l’altro sistema di comunicazione che impieghiamo giornalmente e non sorprende vedere quanto sia stato influenzato dalle grandi compagnie di marketing per cambiare la nostra percezione della realtà ed etichettare ciò che costituisce il nostro ambiente. Il tuo progetto arriva in un momento in cui ciò accade anche alla comunicazione non verbale, ma penso ci sia un atto di rottura nel raccogliere i gesti per preservarli dall’imminente collasso della peculiarità individuale. Cosa ne pensi?

Rosana Antolì: Virtual Choreography parte dalla comprensione dei gesti come attuazione dell’inscrizione culturale del corpo. Questa non è la prima collezione di gesti, ma è la prima mappa virtuale dei gesti. Nel libro “Chiromia” di Gilbert Austin del 1806 o, per esempio, nel libro “Chirologia, or the Natural Language of the Hand” scritto nel 1644 dal fisico e filosofo John Bulwer, erano elencati i gesti manuali della quotidianità per poter comprendere culturalmente il nostro comportamento.

La gestualità costruisce la nostra identità, che può cambiare con l’ambiente e la cultura. Quindi i gesti hanno una connotazione anche politica e sociale a seconda del loro paradigma. Uno degli scopi di Virtual Choreography è quello di essere un archivio dei nostri gesti quotidiani, perché decontestualizzandoli e ripetendoli essi diventano dei meri movimenti o una danza, il che li rende assurdi. Questa assurdità si riflette anche su come ci muoviamo negli ambienti di lavoro, ed è inoltre una critica sociale su come viviamo o come utilizziamo le nostre ore produttive.

Improvvisamente le persone si rendono conto dei propri gesti e si accorgono di quanto le loro e nostre azioni possano essere assurde e ripetitive durante le ore lavorative, un po’ come il sentimento esistenziale di Sisifo, vediamo noi stessi spostare il masso su e giù dalla collina. Come hai detto tu: la città e l’architettura stanno cambiando e di conseguenza anche il modo in cui ci rapportiamo al contesto in cui ci muoviamo.

Allo stesso tempo, il nostro lavoro o il nostro ruolo sociale non cambia, tutto diventa più tecnologico ma ciò non ci impedisce di continuare a muoverci. Oggi muoviamo parti più piccole del corpo, ad esempio le dita per premere dei pulsanti. I nostri gesti hanno un’evoluzione, eppure continueranno a cambiare a seconda del tempo e del luogo in cui siamo. Per questa ragione trovo in questo progetto anche un valore archeologico.

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Filippo Lorenzin: Per quanto riguarda il raccogliere gesti, mi torna in mente un progetto mirato a catalogare e preservare “l’arte perduta del kung-fu” mediante una tecnologia 3D in grado di catturare i movimenti. L’idea di registrare l’evanescente è la stessa che sta alla base di molti altri progetti incentrati sulla preservazione – dalla città di Palmira alle barriere coralline. Da qualche anno diversi artisti stanno attualmente lavorando sulle conseguenze di tale approccio e gran parte di loro concentra la propria attenzione sull’azione politica e coloniale di salvare qualcosa dalla morte per registrarlo attraverso processi che non tengono conto di alcuna caratteristica particolare che, invece, potrebbero presentare. In tal caso mi piacerebbe parlare del metodo da te utilizzato per registrare i gesti. Credi che sia possibile raccogliere alcuni aspetti di una comunità da un punto di vista etico? Se vuoi raccogliere dati reali e non informazioni graduali, devi fare in modo che il soggetto si accorga della tua presenza?

Rosana Antolì: Ho capito a quali progetti ti riferisci. Nel caso di Virtual Choreography, il progetto interessa direttamente me e la comunità. Una parte significativa di questo progetto si fonda sul processo: cammino e mappo tutta la strada su cui andrò a lavorare. Vado in giro con la mia videocamera e parlo con la gente alla ricerca di comunità, background ed età diverse, raccogliendo dati reali. In questo modo riesco a ottenere una rappresentazione precisa del quartiere o della città con cui lavoro.

Questa parte di progetto ha natura performativa in quanto l’atto di camminare e interagire crea uno scambio diretto con i residenti con cui condivido le informazioni sul progetto al quale poi sono invitati a partecipare. Mi stuzzica molto l’idea che hai dato di raccogliere l’effimero e mi rendo conto che la mia ricerca in Social Choreography, assieme alla relazione che essa instaura con la performance, deve automaticamente generare una riflessione sul tempo e il modo in cui possiamo registrarlo o raccoglierlo.

La performance ha sempre avuto una proprietà effimera innata e ancora oggi si discute sull’intenzione della sua registrazione. A parer mio, la piattaforma virtuale apre la strada alla possibilità di lavorare con un nuovo percorso, sfidando lo spazio e il tempo fisici di un’esposizione d’arte.

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Filippo Lorenzin: Come hai scelto i soggetti da inserire nel progetto? Te lo chiedo perché credo che per me sarebbe difficile non essere condizionato dal desiderio di mostrare i dati più interessanti e particolari, dimenticandomi inconsciamente dell’esistenza di molti altri gesti più comuni. Per dirlo in altre parole, come fai a evitare di raccogliere esclusivamente informazioni che siano strane, memorabili, speciali? Hai dovuto assumere le sembianze di un’antropologa, il che mi porta a porre un’ulteriore domanda. Presto continuerai a raccogliere gesti quotidiani in altre città, quindi mi chiedo: come farai a non lasciarti condizionare dai preconcetti esistenti sulle loro comunità?

Rosana Antolì: L’aspetto performativo di me che cammino per le strade giorno e notte include anche una parte di interazione, conoscenza e ricerca della e sulla zona e delle persone che ci vivono già da tempo. Sento l’esigenza di sapere come sia costruito il quartiere, come funzioni la politica e di essere il più oggettiva e analitica possibile al fine di ricordare i molti e diversi soggetti della comunità. Nel quartiere di Hackney Wick, ad esempio, mi sono cimentata in una ricerca approfondita della zona, imparando a conoscere la sua storia, il suo presente e il suo futuro, nonché il modo che hanno oggi le persone di aggregarsi tra di loro.

Il tutto trattato come quell’immagine di cristallo di cui parlava Deleuze. A Londra, ho collaborato con persone diverse: i ballerini di break del centro commerciale, impiegati dei negozi o delle imprese locali, artisti residenti, preti di una chiesa cattolica, i giovani skater o i giocatori di basketball, tanto per farti alcuni esempi. Il mio lavoro ha inizio solo quando un’area è stata studiata e io sono in grado di comprenderne la situazione.

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Ora porterò il progetto in altre città ed eventi, come la Biennale di Kochin in India, l’anno prossimo a cui sono stata invitata. Per questo progetto dovrò imparare a conoscere la città di Kochin e chiedere ai curatori, agli organizzatori e agli enti locali di aiutarmi a inquadrare, il che rappresenterà il mio radar di azione. Un’altra parte del progetto scaturisce da questo sito che funge da database aperto di movimenti quotidiani.

Su questo sito le persone possono registrare gratuitamente il proprio minuto di Social Choreography (ispirandosi al minuto scultoreo di Erwin Wurm) e poi caricare i video creati da loro. Sono le persone a decidere e dirigere questi gesti, ma non so in che modo li scelgano, né tantomeno come siano visualizzati dalla videocamera. È proprio questo fattore di incertezza a intrigarmi poiché il campo è aperto a risultati sorprendenti. E così anche Virtual Choreography diventa un essere organico, aperto alla ricezione di più input possibili e impotente di fronte al modo in cui si evolverà.


http://www.arebyte.com/rosana-antoli/4592867696

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