In un momento in cui la sound art vive un riconoscimento nel mondo dell’arte, sia a livello accademico che di mercato, la definizione è condizionata da una dicotomia di discorsi. Da un lato, infatti, la sound art è interpretata come una pratica artistica basata sul suono; dall’altro, essa si configura piuttosto come possibilità di reciproco ascolto articolata in diverse forme, nel quale il suono può anche essere silente.

Con il suo lavoro artistico ed accademico, Brandon LaBelle propone una definizione inclusiva dell’ arte sonora, intesa come possibilità relazionale, eventuale momento di scambio, potenziale di negoziazione.

Becoming a stranger è un tentativo di ritrarre il presente dell’artista, dove mettere in relazione la complessità del suo lavoro con la definizione di sound art, analizzando due dei suoi ultimi lavori, entrambi interpretati come interventi silenziosi in spazi pubblici come Diary of a stranger e Counterparts; il suo ultimo libro “Diary of Egypyian” e il programma di micro-residenza che ha organizzato a Gennaio presso Errant Bodies a Berlino (http://www.errantbodies.org/), che opera anche come publisher caratterizzato da un interesse multi-disciplinare alla sound art.. 

Brandon LaBelle è artista, scrittore e teorico specializzato in sound art. Il suo lavoro esplora questioni legate alla vita sociale e alle narrative culturali, usando il suono, la performance, il testo e costruzioni site-specific. Il suo lavoro artistico è stato presentato al Whitney Museum, NY (2012), Image Music Text, London (2011), Sonic Acts, Amsterdam (2010), A/V Festival, Newcastle (2008, 2010), Instal 10, Glasgow (2010), Museums Quartier/Tonspur, Vienna (2009), 7th Bienal do Mercosul, Porto Allegro (2009), Center for Cultural Decontamination, Belgrade (2009), Tuned City, Berlin (2008), Casa Vecina, Mexico City (2008), Fear of the Known, Cape Town (2008), Netherlands Media Art Institute, Amsterdam (2003, 2007), Ybakatu Gallery, Curitiba, Brazil (2003, 2006, 2009), Singuhr Gallery, Berlin (2004), and ICC, Tokyo (2000).  LaBelle è anche uno scrittore, autore di “Diary of an Imaginary Egyptian (Errant Bodies, 2012)”, “Acoustic Territories: Sound Culture and Everyday Life” (Continuum, 2010), e “Background Noise: Perspectives on Sound Art” (Continuum, 2006).

 

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Il silenzio è quindi il topic della seguente intervista, nonchè della figura dello straniero, metafora della poetica dell’artista.

Anna Raimondo: Come artista, scrittore, curatore, critico, la tua ricerca è principalmente improntata verso la sound art e le sue possibili implicazioni sociali e culturali. Facendo riferimento alla citazione di Anna Fritz “Divenire è desiderio”, quale desiderio – o desideri – hanno rivolto la tua attenzione verso la sound art?

Brandon LaBelle: Il mio interesse per il suono inteso come progetto artistico ha avuto origine sicuramente dal suo potenziale relazionale – a mio avviso, il suono è ingovernabile, proprio così, è al contempo mio e non mio; è esattamente ciò che potrebbe tener conto di espressioni di condivisione: ci insegna ad affrontare la perdita, e anche a essere estremamente presenti. Il suono, per me, nasconde sempre qualcosa in più rispetto alle aspettative, e trovo che questo sia molto suggestivo sia da artista sia da individuo. Nei miei progetti ciò che conta è utilizzare il suono come tramite per generare vari tipi d’interazione, forme di narrativa e produzione di conoscenze che spesso circolano o si basano sull’effimero, sul fuggevole, sul fugace e sull’associativo. Il suono e l’ascolto sono fortemente legati, del resto producono tali esperienze e idee; offrono uno scenario per costruire processi che mettono in dubbio o scuotono l’eccezionale, l’individualità umana, la legge e i linguaggi appropriati. Nei miei progetti è questa la base di partenza, un mezzo per sviluppare materiali e presentazioni, aree di costruzione e conversazione; il suono mi dà il coraggio per oltrepassare il limite di particolari linguaggi e, soprattutto, me stessa.

Anna Raimondo: Nel tuo approccio artistico e accademico, sembri utilizzare una “definizione a tutto tondo” di sound art. Non è definita come “suono fine a se stesso”. A tuo avviso, la sound art cosa comprende e da cosa potrebbe essere composta?

Brandon LaBelle: Certamente. Intendo dire che è una forma di “inclusione radicale”. Perché potrebbe anche comprendere ciò che è escluso – non per fare giochi di parole! Ma ciò che prendo dal suono è un’opportunità per incontrare l’incertezza, l’interruzione, l’invisibile, linguaggi che sfuggono, unici e diversi al tempo stesso, conoscenze per associazione, tremori, rumori, voci estranee, la radio, l’amorfo, la quiete, l’individualità, e senza dubbio, il futuro. Senza dubbio, anche questi sono elementi imprescindibili della sound art.

Anna Raimondo: Da un punto di vista estetico, la sound art potrebbe richiedere una qualche compenetrazione con la componente visiva?

Brandon LaBelle: Non mi sento proprio di dire che necessiti di qualcosa.

 

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Anna Raimondo: Mi riferisco alla relazione tra sound art e silenzio. Soffermiamoci sull’opera Diary of a Stranger [1]: si tratta di un intervento silenzioso in uno luogo pubblico a Oslo, nel quale esplori la figura sociale dello straniero. I partecipanti portano dieci legnetti, uno a testa, di diversi colori, ognuno con una piastrina di metallo con scritto messaggi come: “Non mi conosci”, “Sono perso in città”, “Portami con te”, ecc. Quegli oggetti creano una cartografia casuale e partecipativa della città, invitando la gente a girare con gli oggetti da uno punto all’altro della città. In questo caso, silenzio e lettura evocano il processo di ascolto e la questione di estraneità tra la tua voce impercettibile e silenziosa e quella degli spettatori attivi. Si tratta di un’opera di sound art e, in caso di risposta affermativa, perché?

Brandon LaBelle: Mi piace la tua interpretazione dell’opera e  la relazione con il “suono” non è così immediata; piuttosto, occupa e crea questo spazio di ricognizione silenziosa, o conversazione silenziosa. L’oggetto, il legnetto, per me è nello specifico una forma di silenzio che vuole attenzione. E questa è una direzione, un percorso (non l’unico…) nei confronti dello straniero, o un presunto tale, qualcuno di molto vicino a uno straniero – una figura in grado di spostare le linee della vita sociale, che ha come potenziale principale un’abilità di turbare i perimetri dello status quo, poiché lo straniero in un certo senso non è mai del tutto conoscibile; lui o lei (ammesso sia possibile dire ciò…) è un tipo di circolazione, un corpo senza un vero nome, un corpo che fugge; che si libra nell’aria, per occupare uno spazio sempre ai margini del centro; un corpo al buio, o persino, a volte, alla luce – un corpo che può essere all’improvviso anche così vicino. Tali condizioni o caratteristiche per me suggeriscono anche le caratteristiche del suono: il suono a volte non è forse uno straniero di per sé? Persino il suono più familiare – la mia stessa voce – spesso sembra provenire dal nulla; mi sfugge. Il divenire straniero è un momento d’incontro, un momento di ascolto improvviso.

Anna Raimondo: L’idea di un intervento silenzioso (suono, perciò) in un luogo pubblico mi riporta alla mente un altro progetto, Calling Card (1986-1990)[2] di Adrian Piper. In quest’opera, l’artista afro-americano ha sparpagliato carte scritte in luoghi pubblici con messaggi precisi riferiti a situazioni concrete. Quelle carte, senza dare opportunità di reagire a parole, non ha fatto che provocare nel lettore un dibattito interiore silenzioso con se stesso su argomenti specifici. Qui, di nuovo, siamo di fronte a ciò che Salome Voegelin definisce “silenzio del suono” o “inizio dell’ascolto” (2010)[3]. Che ruolo svolge l’ascolto nella tua interpretazione di sound art e nello specifico nella tua opera?

Brandon LaBelle: Penso all’uditore come a qualcuno che è curioso ma non consapevole; un corpo alla ricerca di ciò che non si vede, che all’improvviso è colpito da qualcosa – una voce, una storia, un labirinto che non porta da nessuna parte o da qualche parte; penso all’ascolto come a una condizione per trovare associazioni: ogni suono ci sta già chiedendo di lasciarci alle spalle chi pensiamo di essere. Mi spiego meglio: abbiamo quella sensazione che il suono giunga a noi; che si muova nel nostro corpo, che ci catturi. Certo, questo è vero, ma tendo anche a pensare che il suono ci attiri; ci chiama e così ci muoviamo nella sua direzione. Insiste, ci porta verso un orizzonte dell’ascolto. In questo modo, il suono è veramente un punto d’incontro, un punto verso il quale mi muovo – tuttavia dove finirò non sarà mai realmente noto in anticipo; e inoltre, tale punto d’incontro non è mai soltanto mio. Mi piace pensare al suono come a uno spazio abitato da una comunità di stranieri. Ci si incontra qui, come corpi che si uniscono, assemblano – un assemblaggio – e tuttavia già sulla strada per qualcos’altro; verso un altro ascolto. (Ma qualcosa può accadere, nel mentre; tale associazione ha conseguenze – il suono mi cambia, la comunità, unita, può fare qualcosa).

 

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Anna Raimondo: Vorrei tornare all’opera Diary of a Stranger, che finiva con una performace basata su appunti presi durante il processo. Cito una delle frasi pronunciate: “Condividere – essere”. Vorrei collegare la frase allo spirito del tuo ultimo libro “Diary of an Imaginary Egyptian” nel quale chiede un’”agenzia dell’intimo”, “delineando una sorta di mappa del transnazionale” (cito la presentazione del libro sul sito internet)[4].  Possiamo parlare della sua opera in generale come di una “poetica dell’estraneità”, come una condizione di costante scoperta, come desiderio di impegnarsi nei confronti del prossimo a partire dal diverso? L’estraneità interpretata come condizione di costante scoperta, come desiderio di impegnarsi attraverso il diverso, portando con sé un potenziale d’intimità.

Brandon LaBelle: Lo trovo molto interessante e molto perspicace; il tuo punto di vista mi trova assolutamente d’accordo, e apprezzo questo concetto di “poetica dell’estraneità”. Credo che la differenza sia sull’essere riconosciuti: c’è sempre quell’idea per la quale l’identità è formata solo dalla separazione (dalla madre…), da un taglio, una rottura (dall’unione… dall’attaccamento).  Essere “se stessi” vuol dire essere un corpo contrapposto a un orizzonte; una figura a terra, tracciata; vuol dire avere un nome giusto, e abitarlo, come nessun altro. La differenza poi è anche l’inizio della condivisione; è ciò che diamo all’altro – ciò che possiamo offrire, oltre a ciò che riceviamo: la differenza dell’altro. Intimità.

Anna Raimondo: Il fatto che tu stesso sia straniero nel luogo in cui risiedi, ha influenzato la tua ricerca artistica e il tuo colore politico? Essere stranieoa permette di avere una prospettiva più analitica?

Brandon LaBelle: Vorrei dire qualcosa di più personale ora: essere straniero vuol dire anche portare con sé un certo senso di solitudine (Continuo a pensare di scrivere una “storia sulla solitudine” … ciò che si può imparare dalla solitudine, come un filo allungato sulla cultura, il corpo, il pensiero, ecc.? Credo sia un proprio questione di solitudine al centro dei nostri sforzi…) – ecco che forse la solitudine è la forza propulsiva, uno scenario per la necessità di “trovare l’altro”.

Anna Raimondo: Come consideri il tuo rapporto con la cultura americana tradizionale? E in particolare, con il contesto subculturale di Los Angeles?

Brandon LaBelle: Per me è come un desiderio.

Anna Raimondo: Un altro aspetto interessante della tua opera è la relazione con gli oggetti che trasforma. Mi riferisco ora all’opera Counterparts, realizzata a Curitiba (Brasile) nel 2006 con Ken Ehrlich e Octavio Camargo. Nel progetto[5], l’obiettivo finale del tavolo costruito con il legno raccolto riassume l’intero progetto. In questo caso, ne convieni con me sul fatto che il tavolo – il risultato finale – è al contempo la documentazione del processo in toto? Avendo spesso a che fare con l’effimero, opere basate sul tempo o specifiche del sito, qual è il tuo approccio alla documentazione? Potrebbe essere una seconda opera d’arte?

Brandon LaBelle: Direi di sì, è interessante pensare al tavolo come documentazione, incarnando il processo dell’intero progetto. Il corpo materiale è proprio l’aspetto che rende l’intento, l’immaginazione, lo sviluppo dell’opera. Ma il tavolo è anche concepito come un evento – è posizionato in un luogo particolare e produce reazioni diverse; la gente ha mangiato sul tavolo, ha parlato, l’ha toccato e senza rendersene conto. Così il tavolo era anche un mezzo per dar vita a una conversazione. In linea di massima, devo dire di non essere ossessionato dalla “documentazione”: la mia attenzione è concentrata sulla situazione specifica e volta a creare un’opera che parli alla situazione. Documentare ciò sarà sempre “inferiore” alla situazione stessa; è una traccia, certo, e in quel senso voglio proprio che sia una traccia. Non ho bisogno di un’altra opera d’arte.

 

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Anna Raimondo: Ho la sensazione che in ogni caso la tua voce (la tua voce silenziosa piuttosto che quella fisica) sia sempre presente nella sua opera. E a tal proposito vorrei citare Adriana Cavarero: “La voce manifesta l’unicità di ogni essere umano, oltre alla propria auto-comunicazione spontanea secondo i ritmi di una relazione sonora”. Cosa diresti a proposito della citazione in relazione alla sua ricerca artistica?[6] 

Brandon LaBelle: Certamente, apprezzo il pensiero della Cavarero e ho imparato molto dai suoi scritti su voci e storie della logica occidentale. La sua nozione di unicità dell’essere è davvero incredibile (e riporta alla mente l’opera di Walter Ong…) – al contempo però, sento sempre che manchi qualcosa nella sua opera. Tende ogni volta a muoversi verso idee di “condivisione”, quella voce ha una certa purezza nell’instaurare relazioni positive; quella voce è la parte imprescindibile dell’individuo. Questo può rivelarsi molto utile e importante, ma il mio auspicio è quello di sentire nella voce aspetti di argomentazione, disaccordo, mancanza – voce come negoziazione, in altre parole. In questo modo, la relazione sonora al centro della voce è anche pieno di scontri, nei quali non per forza bisogna convenire, ma piuttosto divergere. Ciò non esula del tutto dalle idee di “unicità”, ma suggerisce un altro punto di vista per la voce, un’altra tonalità: non è sempre un dato di fatto. 

Anna Raimondo: Il suono è sempre dentro e fuori al corpo. A metà tra isolamento e partecipazione. Il suono intimorisce e richiede intimità. A partire da ciò, nel 2010 hai pubblicato con Errant Bodies il “Manuale per la costruzione di un suono come strumento per elaborare collegamenti sociali”[7], una riflessione in seguito a un incontro che tu e altri artisti avete fatto a Oslo in quell’anno. Quali erano i principali obiettivi del progetto? 

Brandon LaBelle: Il progetto era volto a esplorare il suono come materiale pubblico. Ciò è avvenuto riunendo un piccolo gruppo di artisti per sviluppare nuove opere, create ad hoc per la città di Oslo. Ci siamo organizzati come un gruppo di lavoro, per quanto concerne varie questioni riguardanti spazio pubblico e vita pubblica, mentre ognuno di noi si occupava dei propri progetti. Concetti come collaborazione, rumore, politiche di ascolto e arte pubblica in genere circolavano attraverso i progetti e prendevano forma grazie a eventi pubblici, interventi in città, workshop e registrazioni. Ritenevamo importante creare tale processo anche come modo per invitare all’interazione e alla partecipazione. Ciò ha avuto luogo anche mettendoci in una vetrina in città verso la fine del progetto. Questo spazio è diventato uno studio, uno spazio di discussione e presentazione, un punto d’incontro oltre che un luogo d’apertura potenziale per strada.  

Anna Raimondo: Dirty Ear (Gennaio 2013), l’ultimo progetto organizzato da Errant Bodies in occasione di Transmediale (http://www.transmediale.de/content/errant-bodies), sembra essere una continuazione delle riflessioni sorte nel “Manuale per la costruzione di un suono come strumento per elaborare collegamenti sociali”. In entrambi i progetti, mi sembra che i punti principali siano come il suono possa essere uno strumento, un metodo, un mezzo per utilizzare panorami politici. In entrambi i progetti, troviamo uno spazio-tempo collaborativo tra gli artisti, nei quali costruire una nuova conoscenza attraverso un lavoro in corso. Puoi dirci di più sul se e sul come l’ultima esperienza a Oslo ti ha guidato verso lo sviluppo di Dirty Ear

Brandon LaBelle: Chiaramente parte di tutto questo lavoro è proprio pianificare strategie e metodi di auto-organizzazione, oltre che di processi collettivi, e col passare degli anni ho avuto la possibilità di sperimentarlo in modi e luoghi diversi. Si potrebbe dire che diventa un modo per insegnare a rendere più facile e anche a indirizzare collettività informale e cooperazione. Ciò emerge anche in Errant Bodies, come una piattaforma di pubblicazione, oltre che Surface Tension, da cui nasce il progetto del Manuale (http://www.surface-tension-site.net/). Non sono certo che esista un qualche diretto collegamento tra il Forum di Dirty Ear e il progetto del Manuale, ma di certo ci sono ripercussioni, in termini di attenzione al suono, su questioni di carattere pubblico o di gruppo di lavoro. E il tentativo di allargare i processi ad esso connessi. Così facendo, ecco come l’ascolto può diventare una piattaforma per un tipo d’impegno sociale e politico. 

 

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Anna Raimondo: Tornando a Dirty Ear, si trattava fondamentalmente di uno spazio lavoro-pensiero nel quale invitavi altri sette artisti a unirsi a te per fare una riflessione sul suono come strumento sociale. Puoi descriverci come hai strutturato il progetto e perché? E come hai selezionato gli artisti? 

Brandon LaBelle: Ritengo sempre più importante concentrarsi sul processo e creare piattaforme per tipi di ricerche sperimentali, e ciò richiede sicuramente confronto e interscambio con altri interlocutori. Il Forum Dirty Ear è stato un tentativo di promuovere tale scambio, in particolare per quanto riguarda suono e ascolto; direi che è un po’ come promuovere e collezionare una diversità di metodologie di lavoro e argomenti, e fare ciò partendo dal concetto di “molteplicità” o idee di carattere “pubblico” – dove quel “pubblico” è un’arena piena di diversità, interazione, processi comunicativi: cercare caratteristiche comuni attraverso la differenza. Questo è diventato poi il tema del Forum, e ho pensato a ogni singolo partecipante come a un rappresentante di un determinato punto di vista. Ho voluto mettere insieme un gruppo eterogeneo di esperti il cui lavoro è attraversato peraltro da energia discorsiva, curiosità e atteggiamento dubitativo, oltre che da un impegno nel processo. Non volevo certo fare a meno di tali differenze, al contrario desideravo amplificarle all’interno del lavoro stesso, nella condivisione e occupazione di un singolo spazio, tutti insieme. 

Anna Raimondo: Il progetto, in fasi diverse, è terminato con un’installazione sonora collettiva composta da otto altoparlanti, uno per ogni artista. Da un punto di vista del curatore, si trattava di una scenografia interventista, provvisoria. L’approccio del curatore come riflette la relazione tra molteplicità e isolamento? 

Brandon LaBelle: Ho pensato che l’idea degli otto altoparlanti che occupano un singolo spazio serviva da un lato a conciliare la sensazione di un lavoro individuale, per il processo individuale, costringendo al tempo stesso il tutto a diventare un processo di negoziazione, di condivisione e di lavoro collettivo. Ho sempre la sensazione che il suono attraversi il privato così come il pubblico – potremmo dire che ci mostri tutto come un evento dinamico, come un canale per relazionarsi; mi riporta alla mente che il mio corpo non coincide con me stessa. La struttura del Forum in certo senso era semplicemente un’analogia: produrre un suono vuol dire già entrare nella sfera pubblica, e così la questione diventa, cosa è possibile trarre da questa collettività? 

Anna Raimondo: Nel testo allegato al progetto, dice che Dirty Ear si parlava anche di “ascolto radicale”. Cosa intendevi dire con questa definizione? Esiste un collegamento con movimenti politici? 

Brandon LaBelle: Non mi soffermerei su una particolare relazione con movimenti politici – parte del progetto non era predeterminare una particolare adesione a una politica specifica se non a un certo tipo di “anarchia”. Ma più per dare peso al potenziale dell’ascolto per poi agire o dare un contributo nell’attuale panorama politico. Un metodo d’inclusione che non esiste neanche in una coalizione.    

Anna Raimondo: Quali saranno i passi successivi del progetto? 

Brandon LaBelle: Sono davvero intenzionato a continuare il progetto riproponendolo in luoghi e contesti diversi. Credo che l’importante sia continuare – è chiaro che una delle cose più difficili sarà capire come sostenere il dialogo, come ampliare il progetto per farlo evolvere e in un certo senso, per realizzare parte della sua intrinseca complessità. È sempre presente questa grande fioritura di energia all’inizio, di punti di vista, di condivisione che va di pari passo con progetti analoghi, e che di per sé è molto utile e significativa. Ma sono alla ricerca di ciò che può accadere una volta trovata l’energia, una volta che ci si conosce: cosa faremo a quel punto? 

 

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Anna Raimondo: Errant Bodies è un editore con sede a Berlino, con interessi multidisciplinari verso pratiche riguardanti suono e spazio. Come lo descriveresti? 

Brandon LaBelle: Penso a Errant Bodies come a un progetto editoriale in senso lato – costruire un pubblico, che senz’altro comprende una politica di associazione, un tipo di poetica attiva, che prende forma principalmente attraverso il libro. L’esperienza del libro è un qualcosa cui sono davvero interessata, e credo sia uno strumento davvero potente, una spada potente, un luogo d’unione potente e per la poetica – in particolare per ciò che Edouard Glissant chiama “poetica relazionale”. È uno luogo pubblico, uno spazio condiviso, della pagina e delle sue risonanze nelle conversazioni e sull’individuo. Così, il libro ha una particolare importanza che credo offra una grande opportunità per approfondire la riflessione sulla società, oltre che per guidare l’immaginazione. Sono rapita dalla gradualità del libro, che in relazione alla velocità della cultura digitale è in grado di offrire una certa compensazione al giorno d’oggi.

Sono anche interessato a come Errant Bodies sia capace di operare come piattaforma di collaborazione, per diffondere l’idea di “autorialità” – concetto che si sta sviluppando attraverso una serie di progetti diversi, per esempio, la scenografia per una serie di Open Source, messa in atto come installazione in cui i visitatori davano il loro contributo di scrittura in prima persona. Per me, il libro cartaceo, e l’atto della pubblicazione, è anche una perfetta articolazione del sodalizio tra il reale e il virtuale (e lo è sempre stato) – il libro è già di per sé così palpabile, eppure così immateriale; invade la stanza con la sua energia silenziosa, lasciando sempre tracce, ovunque; è rete pura, potenzialità pura, la cui materialità è sì fissata ma comunque interamente aperta alla modifica, al riferimento, alla lettura. Per una molteplicità di usi, e certamente per qualsiasi funzione.

Negli ultimi due anni abbiamo anche portato avanti un progetto spaziale a Berlino. Diversamente dalla funzione delle pubblicazioni come piattaforma per la collaborazione, la condivisione e la diffusione, per sviluppare dialoghi e ampliare l’opera all’interno del libro, il progetto spaziale per me è importante in termini di contatto diretto. Lo considero più come un modo di supportare artisti e processi di ricerca e produzione sperimentale, rispetto a opere aventi a che fare col suono e lo spazio, nella produzione testuale e nel pensiero critico e poetico, e anche un modo per richiamare l’influenza di questi artisti nell’opera in questione. Così, il progetto spaziale nasce dalla volontà di aprire Errant Bodies agli altri, oltre che per dare un contributo alla città di Berlino, per essere un punto d’incontro, e per diffondere Errant Bodies come piattaforma, sorprendendosi di volta in volta di ciò che potrebbe accadere. 

 


Note: 

[1] http://www.brandonlabelle.net/diary_of_a_stranger.html

[2] http://www.spencerart.ku.edu/exhibitions/radicalism/piper1.shtml

[3] Listening to noise and silence, Salome Voegelin, 2010, Continuum

[4] http://www.pro-qm.de/brandon-labelle-diary-imaginary-egyptian

[5] Il progetto prende forma in relazione al programma di riciclo della città di Curitiba e in particolare al rapporto con gli spazzini “non ufficiali” che risiedono nella comunità di barrio che funzionano con un’economia informale.

Cercare questa comunità e questa cultura dei rifiuti e riciclando il lavoro è stato come un atto oscuro. Ciò prevedeva anche la costruzione di un trasportatore simile a quelli utilizzati dagli spazzini “non ufficiali” girando in tutta la città per raccogliere la legna scartata.

Il trasportatore è stato costruito in collaborazione con artigiano del posto con lo scopo di intervenire nel circuito di raccolta della spazzatura, che derivava dalla volontà di normalizzare il lavoro quasi forzato per pochi soldi di una comunità impoverita. Il trasportatore funzionava letteralmente come un veicolo per creare interazioni, e alla fine è stato esposto in una galleria del posto, insieme ad altre opere e manufatti, come un tavolo costruito con il legno raccolto e utilizzato per servire il rinfresco durante l’esposizione.

[6] Adriana cavarero, for more tan one voice: toward a phylosophy of vocal expression, stansford university press, 2005, p.173

[7] “Manual for the construction of a sound as a device to elaborate social connection”; Errant Bodies Press, Berlin & Atelier Nord, Oslo, 2010; 108 pages.

 

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