Entrate nell’Arebyte Gallery e vedrete subito trasportati in un universo alternativo, specialmente da quando l’artista sudafricana Nelmarie du Preez ha assunto un approccio insolito con la scultura, l’arte, il film e il “creare”. Ha confuso i confini tra arte e tecnologia con un effetto sorprendente nella sua mostra in corso, Autonomous Times, curata da Nimrod Vardi

Una linea di fabbrica di robot meccanizzati domina lo spazio, le macchine reagiscono apparentemente allo stimolo che le circonda; gli effetti sonori cinematografici provengono da tre televisori a schermo piatto che accudiscono il nido degli automi, creando un senso di inquietudine quasi opprimente. Questi gadget non mostrano nessuno di quei detriti di caotici circuiti elettrici che sono soliti dei creatori. Non ci sono utensili a mano a casaccio che ingombrano i piani di lavoro; tutto è efficacemente disposto e in convincente sincronia, la precisione rievoca un laboratorio scientifico che ospita una specie non identificata.

Si può essere perdonati per ricordarsi di “Khaleesi” di Game of Thrones che si prende cura dei suoi cuccioli di drago mentre si osservano i video di du Preez proiettati da due dei tre schermi. I suoi cortometraggi presentano una giustapposizione: da un lato l’artista cura queste creature aggiustandole insieme amorevolmente, tuttavia nel film successivo, li addestra nella disciplina delle arti marziali.

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Guardando queste immagini in movimento, è innegabile il legame tra l’essere umano e il robot. C’è un senso di rispetto reciproco, o almeno ci dovrebbe essere se i mini-robot fossero effettivamente in grado di provare emozioni e pensare. Il terzo ed ultimo schermo mette in scena queste creature alle prese con combattimenti post-apocalittici, i suoni sinistri e le fiamme infuocate ci mostrano una realtà in cui le macchine hanno preso il sopravvento.

L’artista non nasconde niente del suo processo creativo all’osservatore; i suoi film la mostrano al lavoro persino con strani frammenti del suo studio che fa da comparsa nel suo film di formazione , trasmettendo allo spettatore lo sforzo, l’impresa e la realtà che stanno dietro allo sviluppo di un progetto che gli altri artisti possono essere tentati di oscurare, come gli aspetti unici del flusso del loro lavoro, presentandoci solo un articolo finito esposto in una mostra.

Du Preez ammette che il suo interesse per la tecnologia proviene innanzitutto dal desiderio di capire le relazioni umane e ancora di più dalla convinzione che la nostra ricerca di tecnologie sempre più nuove ha origine dal desiderio di avvicinarsi alle altre persone. Le nostre interazioni con la tecnologia suggeriscono che manca qualcosa nell’esperienza umana per la quale i computer possono offrire una soluzione e, quindi, considerare come ci relazioniamo con le altre persone è più importante della comprensione di come siamo in grado di sviluppare una stima di una connessione emozionale attraverso l’intelligenza artificiale.

Cercando di risolvere i problemi che ha incontrato negli aspetti tecnici del suo lavoro, du Preez ha chiesto l’aiuto della vastissima comunità dei creatori, rivolgendosi ai forum per fare domande sui suoi automi con alimentazione Arduino, trasformandosi da una semplice osservatrice a una partecipante attiva nelle conversazioni tecnologiche in corso in tutto il mondo.

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Autonomous Times è un’esperienza completamente immersiva, multisensoriale e in 3D che costringe l’osservatore a una nuova forma di dialogo dove siamo obbligati a ridefinire la nostra comprensione dell’arte e a riconoscere come la tecnologia, i programmi e l’elettronica possano tener vivo il processo artistico a fianco delle arti visive più conosciute.

Kirsten Hawkins: Credi che siamo vicino a sviluppare una vera intelligenza artificiale, ovvero macchine in grado di pensare, provare emozioni e rispondere in maniera autonoma?

 Nelmarie du Preez: Recentemente ho letto un articolo riguardo questo robot lasciato libero a New York che apparentemente era consapevole di se stesso. Non è ben chiaro cosa questo significhi ma la mia domanda è “come definiamo realmente l’intelligenza?” Cosa significa intelligenza? Il modo in cui io identifico l’intelligenza è uguale al tuo e come la tecnologia interpreta l’idea d’intelligenza?

Di certo gli scienziati stanno lavorando senza sosta per produrre queste cose, giusto? Almeno questo è quello che dicono. Non sono certo che la nostra generazione riuscirà a vederlo, un essere artificiale intelligente, ma in qualche modo la cosa prenderà forma. Forse non sarà quello che ci aspettiamo oggi ma credo che alla fine qualcosa verrà fuori, questo è quello che penso.

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Kirsten Hawkins: Quale sarebbe il vantaggio per l’umanità nell’avere robot in grado di essere consapevoli di loro stessi e in grado di provare emozioni?

 Nelmarie du Preez: Una persona potrebbe per esempio domandarsi la reale necessità di qualcosa del genere nelle nostre vite. Abbiamo realmente bisogno di ancora più esseri in grado di avere opinioni? Potrebbe essere un problema reale se avessero davvero troppe opinioni. Che cosa significherebbe per la democrazia? Forse dovremmo prima sistemare la comunicazione tra umani prima di introdurre un nuovo essere.

Kirsten Hawkins: Quanto in là potranno andare le nostre relazioni con questi robot? Potremo essere amici come nel film “Lei”, dove il protagonista ha una relazione con un sistema operativo?

 Nelmarie du Preez: Sai, per quanto il mio lavoro si basi sulle relazioni tra gli esseri umani e la tecnologia e come ci fidiamo di essi, quello che ritengo più interessante è ciò che questa relazione rivela sugli esseri umani. Per esempio nel film “Lei”, lui ha una relazione con la voce che sembra umana ma in verità è quella di un computer. Ma cos’è che fa sì che noi umani cerchiamo qualcosa del genere?

Cos’è che non riusciamo ad avere tra di noi e che cerchiamo nelle cose che creiamo? Il mio lavoro si occupa del rapporto tra gli uomini e la tecnologia, ma ancor di più delle relazioni umane e di come la tecnologia diventi una sorta di mediatore tra di noi, di come la utilizziamo e di come, in un certo senso, troviamo nuovi modi di comunicare, perché credo sia questo il motivo per cui sviluppiamo nuove tecnologie. Lo facciamo per migliorare la comunicazione tra di noi.

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Kirsten Hawkins: Cosa ritieni sia stato più utile nel lavorare con la community open source online di “costruttori” quando stavi assemblando i tuoi mini-robot?

Nelmarie du Preez: Da quando ho iniziato a fare arte, ho sempre usato internet e lì ho letto molto. Cercavo le mie domande e trovavo le risposte a quello che qualcun altro aveva già chiesto in precedenza, ed era sempre abbastanza utile. Ma in questo caso stavo lavorando su cose che sembrava la gente non avesse usato molto, perciò non esistevano online molte informazioni a riguardo. All’improvviso sono dovuta divenire realmente partecipe, mentre prima stavo essenzialmente seduta a osservare e basta, trovando la risposta senza mai fare domande a una persona vera e propria.

Questa volta, invece, ero più o meno costretta ad andare sui forum per porre le mie domande e aspettare che qualcuno mi rispondesse. Tutto ciò è stato molto stimolante, ma anche un po’ snervante, dato che sei cosciente del fatto che potrebbe esserci qualcuno che pensa “È la domanda più stupida che abbia mai sentito, perché l’hai fatta? Risponditi da solo, io non ti aiuterò.” Ma poi le risposte che ho avuto sono state veramente sincere e utili, e ogni volta era proprio ciò di cui avevo bisogno.

Questo mi ha permesso di risparmiarmi un bel po’ di fatica ma anche molte preoccupazioni. E ottenere la confidenza tipica di chi fa realmente parte di una comunità è stato qualcosa di assolutamente nuovo per me. Ora non ci penserei due volte a porre una domanda online, semplicemente la farei sperando che qualcuno mi risponda. C’è qualcosa di molto bello nella mentalità open source. Ora prenderei perfino in considerazione l’idea di andare più spesso su questi forum per rispondere ad alcune domande io stessa: mentre prima ero solo una consumatrice, adesso sento che forse è ora di partecipare attivamente e restituire il favore.

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Kirsten Hawkins: È interessante che i tuoi progetti siano sviluppati a partire da cose che già esistono; perciò, cosa ne pensi della proprietà e dei crediti dei progetti creati utilizzando fonti open source?

 Nelmarie du Preez: In realtà è una domanda molto importante, su cui sto ancora riflettendo… Sicuramente voglio dare credito a tutti i “link” che ho trovato pubblicandoli sul mio sito. Tuttavia, ritengo che chiunque faccia parte di quella community sia aperto a tutto ciò, perché sta consciamente partecipando a una community che non pensa al concetto di proprietà in senso tradizionale.

Quindi, non so. Sono ancora un po’ confusa sulla mia posizione, ma, parlando in generale, mi piace dare a Cesare quel che è di Cesare. Sai, se la mia opera fosse stata realizzata grazie al disegno di qualcun’altro, lo vorrei dire a tutti.

Kirsten Hawkins: Partendo dall’inizio, come hai iniziato a realizzare tutto questo?

 Nelmarie du Preez: Credo bisogni tornare indietro a tre anni fa, quando iniziai il Master in Computational Arts alla Goldsmiths e avevamo diversi progetti da realizzare. Uno di questi era un corso di robotica e ci insegnarono come programmare dei robot e io mi esibii con un braccio robotico. Puoi vederlo sul mio sito internet, sono seduta a un tavolo e poi il braccio infila un coltello tra le mie dita distese.

Quindi, ecco, questo è come ho iniziato veramente a creare delle cose e poi a esibirmi con loro. Di solito costruisco cose che poi uso solo nei miei video, ma questa è la prima volta che mi sono spinta oltre la mia zona di sicurezza e ho detto “Bene, adesso mostrerò “sculture”.

Kirsten Hawkins: Con parole tue, cos’è un maker?

 Nelmarie du Preez: Qualcuno che non ha paura di rompere delle cose, qualcuno che è disposto ad aprire la scatola, rompere e poi riassemblare il tutto. Credo che sia questa la definizione di maker e penso che sia questo il motivo perché, da quando ero più piccola, mi piace rompere le cose per poi riassemblare, a volte funzionano e altre no. Ma ho sempre avuto il coraggio di farlo.

Ho lavorato con altri artisti che forse vogliono usare la tecnologia nelle loro opere ma spesso sono spaventati di schiacciare il pulsante sbagliato o fare quest’altra cosa e vivono nella costante paura che qualcosa si rompa. E io penso che quello che rende un maker un vero maker sia la completa libertà di dire: “Quindi, se si rompe farò delle ricerche e proverò a capire cos’è successo”.

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Kirsten Hawkins: Come ci si sente a essere nell’elenco dei possibili vincitori di un premio internazionale, o di sei?

 Nelmarie du Preez: Quest’anno è stato grandioso per così tanti aspetti. Come mi sento? Continuo a pensare:  “Sì, sto veramente facendo quel che dovrei fare”. Non devo chiedermi se sono davvero nel posto giusto. Negli scorsi hanno mi sono costantemente preoccupata se stessi facendo la cosa giusta, avevo messo in discussione molte cose. Ma quest’anno tutto è stato confermato come se mi fosse stato detto: “Sì, continua a fare ciò che stai facendo”. Ed è fantastico.


http://www.nelmariedupreez.co.za

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