Ci sono domande che cambiano risposta a seconda del momento in cui vengono poste, ci sono invece interrogativi che perdono significato con il passare del tempo, ci sono infine questioni destinate ad orientare l’intero pensiero di un’epoca, tra queste ultime certamente si colloca degnamente la definizione dell’opera d’arte (o la sua s-definizione).

L’incontro con il collettivo IOCOSE è scaturito, in parte, proprio dalla curiosità di ricevere una possibile risposta al quesito di cui sopra. Più volte, infatti, nelle opere da loro prodotte si nota una volontaria componente (letteralmente) ludica riguardo lo statuto dell’opera (materiale/virtuale, durevole/effimero, etc.), la sua produzione (diretta/indiretta, oggettuale/immateriale, etc.) e la sua diffusione (tradizionale/innovativa, canonica/originale, etc.).

Il gruppo ha recentemente presentato il suo ultimo lavoro Drone Memorial nell’ambito della serie di mostre Refresh 01 – #LAYERS a cura di Fabio Paris, il cui primo capitolo ha luogo in questi giorni e fino al 19 Novembre prossimo presso Spazio Contemporanea a Brescia. Drone Memorial è una scultura in acrilico specchiato che raffigura un drone modello Predator caduto in una generica azione di guerra, prodotto dalla General Atomics come come uno dei suoi principali veicoli per scopi bellici, adottato quindi dalla US Air Force e dalla CIA. Il memoriale riporta costantemente le proprie coordinate sul sito http://dronememorial.org, in modo tale che tutti i droni del mondo a prescindere dalla loro ubicazione, possano puntare al sito e rendere omaggio al drone caduto. Il progetto è il terzo capitolo della serie In Times of Peace, che ha già visto la produzione dei lavori Drone+ del 2014 e Drone Selfies sempre del 2014, come progetto di ricerca che indaga la possibile vita dei droni alla fine del loro servizio in territori di guerra.

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Ma la vera occasione che ha portato alla realizzazione di questa intervista è stata la partecipazione del collettivo alla scorsa edizione del roBOt Festival a Bologna, dove sono stati invitati ad esporre il video Spinning the Planet.

L’opera, da subito, andava oltre la documentazione di una performance collettiva, attestandosi bensì come una dichiarazione di poetica. Ultimo tassello che compone la triade di sincronismi che portano alla stesura di questo articolo è stata la pubblicazione di un manifesto, o meglio di un report in forma di manifesto (o viceversa), “Art After Failure”.

Dopo una residenza a Bangalore, in un luogo cioè che si colloca lontano dalla mappa ufficiale del sistema dell’arte contemporanea, IOCOSE ha sentito il bisogno di rivedere retrospettivamente il proprio operato, di mettere in ordine (non sparso) una serie di spunti ricevuti durante i primi dieci anni di ricerca collettiva, di stilare insomma quello che non faticano a chiamare manifesto. Ed è proprio con questa elaborazione relativamente recente che si apre un dialogo in cui alla lettura delle opere (o meglio delle operazioni) si affianca una più ampia indagine su un approccio chiaro e delineato all’arte e alla tecnologia.

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Claudio Musso: Alla fine dello scorso anno avete pubblicato “Art After Failure” un vero e proprio manifesto nato dopo una residenza a Bangalore, in India. Nel testo viene più volte citata la categoria del “post”, di un supposto “dopo qualcosa” attraverso il quale definire le teorie e le pratiche artistiche del presente. Prima di chiedervi ulteriori spiegazioni, mi piacerebbe sapere cosa vi ha spinto ad utilizzare la forma “manifesto”, tipica espressione delle Avanguardie Storiche e non solo, in un era decisamente “post- avanguardista”?

IOCOSE: Il testo è varie cose al tempo stesso: è un reportage dal nostro periodo di residenza presso TAJ and Ske Gallery a Bangalore, in India, ma è anche una dichiarazione pubblica di come intendiamo la nostra ricerca artistica. Arriva però a posteriori rispetto ai nostri stessi lavori. È come se ci fossimo fermati per chiederci cosa volevamo davvero dire, con quello che abbiamo detto per questi anni. Nel 2015/2016, pensiamo che quello che è raccontato in quel testo rappresenti, a posteriori, le nostre intenzioni.

Forse le capiamo meglio ora di allora, o forse le vogliamo intendere diversamente da come erano. Sta di fatto, che oggi dovendoci presentare al mondo lo facciamo così. Visto che l’obiettivo era rendere pubblica una serie di idee, ci è sembrato che il termine ‘manifesto’ fosse appropriato. Non c’era un riferimento esplicito alle Avanguardie, anche se un manifesto sta solitamente affisso sulla porta, o su un muro, dunque è (d)avanti a tutti. È anche un testo proiettato in avanti, racconta di un modo di pensare l’arte e il suo rapporto con la cultura e le tecnologie, un testo che traccia la nostra direzione futura.

È quello che intendiamo col concetto di Post Fail, che racchiude il nostro manifesto: la proiezione in avanti, verso il futuro, racchiude già in sé il suo stesso fallimento. La sfida di fare arte Post Fail è proprio quella di accettare questa condizione e concentrarsi sul presente.

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Claudio Musso: Sempre nel testo “Art After Failure”, attraverso la necessaria spiegazione dei motivi che vi hanno portato a voler mettere nero su bianco (si dice ancora così ai tempi di Internet?) la vostra posizione su tecnologia, grandi narrazioni e arte, emerge un’indagine sul vostro essere artisti. La domanda allora diventa: come vedete il ruolo dell’artista oggi, partendo dal presupposto di essere un gruppo, di singoli che non vivono nella stessa città e comunicano attraverso la rete?

IOCOSE: Sembra che da tanti anni a questa parte all’artista venga dato l’onere di dover dire qualcosa, in un mondo in cui è stato detto tutto. E i grandi artisti sono di solito coloro che reagiscono non dicendo nulla. È una strategia che si può rintracciare in buona parte dei grandi nomi dagli anni ‘60 ad oggi. Ci piace pensare che l’apice sia Kim Kardashian, – e che è famosa per essere famosa, senza dovere fare o dire nulla, se non apparire – che comunque non è poco.

Paris Hilton prima di lei faceva lo stesso con anche un giusto velo di ironia, ma era troppo avanti. A noi tutto questo va bene, e piace anche. A noi il vuoto pneumatico della sculture colorate di Jeff Koons piace tantissimo, cosi come gli animali morti di Hirst. Lungi da noi puntare il dito, in fondo non c’è nulla di troppo malvagio. Eventi come Frieze difficilmente vedranno gli IOCOSE protagonisti, ma se ci regalano i biglietti ci andiamo.

Qual è il ruolo dell’artista oggi? Difficile da dire, ma forse il primo bivio consiste nella scelta, imposta ad ogni artista oggi nel mondo occidentale, se tentare la fortuna con la lotteria del mercato dell’arte, o cercare appunto di dire qualcosa di nuovo, a costo magari di non essere mai invitato ai cocktail di Frieze. Sono scelte che si pongono a prescindere dall’essere un gruppo o degli individui. Anche se per i gruppi la strada del fandom è davvero in salita, e quindi la scelta diventa più facile.

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Claudio Musso: L’idea di questa intervista è nata in qualche modo durante l’ultima edizione del RoBOt Festival a Bologna dove era stato selezionato il video Spinning the Planet (2013). Un’opera-manifesto, in un certo senso, dove si ritrovano connessi molti dei temi sollevati dalla vostra ricerca: l’agire in gruppo, lo sviluppo performativo, la registrazione video, l’idea di porsi un obiettivo irraggiungibile, il tentativo di provarci comunque e con grande eleganza. Tutto questo poi frutto di una commissione da parte di una multinazionale. Ci dovete delle spiegazioni.

IOCOSE: Sì, soprattutto l’eleganza, a cui teniamo tantissimo! Spinning the Planet è un’opera che rappresenta a pieno IOCOSE. Ci era stato chiesto da ST Microelectronics di realizzare un’opera che mostrasse come l’arte e le tecnologie possano portare avanti il mondo. Noi lo abbiamo dimostrato letteralmente, accelerando la rotazione terrestre.

Ci piace l’idea di compiere atti di micro-vandalismo invisibile, che senza alterare l’apparenza permettono di rivoluzionare l’interpretazione. L’antesignano è, forse, Socle du Monde (1961) di Piero Manzoni, anche se quello ha una sua presenza fisica non indifferente. Recentemente abbiamo iniziato un lavoro che porteremo avanti per un po’ di tempo, rispetto ai nostri altri lavori non ha un inizio e una fine preciso. Si intitola Moving Forward e consiste in una serie di brevissimi video in cui con un dito spostiamo in avanti una serie molto diversificata di coseepersone, l’obiettivo è quello di spostare in avanti l’intero mondo, un oggetto alla volta.

Anche in questo caso un gesto semplicissimo che si pone però in contrasto con la retorica dell’innovazione come slancio in avanti continuo e inarrestabile. Con questo non vogliamo essere però luddisti, semplicemente il nostro spostamento in avanti si fa con un dito e lo si può applicare quotidianamente a qualsiasi cosa.

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Claudio Musso: La partecipazione al progetto Streaming Egos. Identità digitali – a cura di Marco Mancuso e Filippo Lorenzin per il Goethe Institut nel 2015, in mostra all’NRW Forum Düsseldorf lo scorso Gennaio 2016 –vi ha riportato al tema del ruolo dell’artista, questa volta in carne ed ossa e sotto forma di autoritratto. Un autoritratto contemporaneo dell’artista digitale è un viaggio compresso tra diversi media (pittura, fotografia, internet) che pone l’obiettivo sulla figura dell’artista, potremmo dire che in questo caso lo fa letteralmente. I soggetti siete voi, IOCOSE, alle prese con la (ri)produzione della vostra immagine digitale, ma in formato analogico. Il cortocircuito è linguistico oltre che semantico… a voi la parola!

IOCOSE: Abbiamo messo in piedi un gran casino per fare una cosa semplice. Del resto volendo dare una rappresentazione di noi stessi (siamo in quattro e dispersi tra varie città), non poteva che scaturire qualcosa di plurale e complesso. Il risultato finale sono quattro autoritratti, ma in cui noi non abbiamo fatto nulla. Le foto sono state commissionate, uploadate su Shutterstock, inviate a dei pittori che su commissione le hanno trasformate in quadri (con tanto di watermark dipinto a olio). L’artista che lavora e vive su internet usa queste meccaniche di collaborazione e sfruttamento, e noi volevamo dipingerci proprio così, cogliendo questa dinamica. E poi alla fine il risultato è sempre un banalissimo quadro: nonostante tutto il parlare che si fa dell’arte digitale e post digitale, poi in galleria ci vanno i quadri.

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Claudio Musso: In fondo il vostro rapporto con l’arte o con la sua rappresentazione aveva preso strade precise già con Sunflower Seeds On Sunflower Seeds. In quell’occasione (per semplicare) entraste alla Tate Modern di Londra per tirare dei veri semi di girasole su tutti quelli di ceramica che formavano l’installazione Ai WeiWei per le Unilever Series. La domanda allora risuonava in un vostro statement (“Cosa state vedendo?”), ma la risposta oggi sarebbe cambiata? L’arte, la sua percezione, il suo valore sono ancora al centro della (vostra) ricerca?

IOCOSE: In un certo senso sì. La domanda oggi forse non è solo “cosa state vedendo?”, ma anche “chi ve lo mostra?” e per quali motivi. Nel rinominare l’opera di Ai Weiwei e attribuirla a noi abbiamo compiuto un gesto di vandalismo che non vandalizza l’opera in sé ma il suo titolo e la sua autorialità. Un gesto iconoclasta che preserva l’icona, diciamo. L’opera in sé non cambiava di aspetto, ma cambiava il titolo, per addizione di semi di girasole. Cerchiamo ancora di chiederci, ad esempio nella serie dei Contemporary Portraits e Self-Portraits of the Internet Artists, ma anche in A Crowded Apocalypse, che ruolo ha l’autore e l’artista nelle nuove dinamiche di produzione e consumo dell’arte.

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Claudio Musso: Con NoTube Contest (2009) e First Viewer Television(2012) vi siete immersi negli antri nascosti della rete, in particolare avete scavato (facendovi aiutare) laddove l’autonoma produzione di contenuti da parte degli utenti, video in questo caso, non raggiunge nessun pubblico. In questo approccio affiancate l’estrema fiducia nella creatività umana, la remota possibilità che dall’oblio spunti il capolavoro e l’indagine estetica della vastità dell’archivio on line. Arrivare, in modo pratico, al fondo della discussione “cercando e premiando ciò che non deve essere trovato” (Domenico Quaranta). C’è un che di dadaista, immancabile citazione nell’anno del centenario, ma che altro c’è?

IOCOSE: Piuttosto potremmo dire: che altro non c’è’. Vogliamo capire cosa ci resta una volta tolti i tag, le keyword, i mi piace, ogni tipo di contenuto che possa essere contestualizzato, ogni qualsivoglia parvenza di bellezza, tutto. Siamo ancora capaci di trovare un vuoto? Perché questo vuoto inesorabilmente cresce, si accumula nei data center di tutti i social network, è una massa ben più grande di quei contenuti che hanno un audience, un pubblico di riferimento, una chiave di ricerca. Sono come un enorme buco nero. Tanto sono numerosi quanto vengono ignorati. Questo è il tema centrale del progetto NoTube e questa è la massa che a noi interessa, in qualità e quantità – anzi la sua qualità è essere presente in quantità.

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Tutto nasce con il NoTube Contest. Ci affascina l’idea di usare un concorso classico, con delle regole, una giuria ed un premio, come strumento di ricerca su un tema inesplorato, e che non offre nessun appiglio. La First Viewer Television nasce poco dopo. Ci ha dato modo di poter accedere ai contenuti che non sono ancora stati segnalati a YouTube da parte degli utenti (tipo contenuto erotico o infrazione del copyright) e ad alcuni video che non hanno alcuna ragione per essere condivisi, o anche solo guardati.

Una massa di informazioni priva di senso apparente, in crescita continua, che a noi interessa ed ispira, ma che non si lascia osservare facilmente. È la domanda con cui ci lascia un approccio PostFail al mondo che ci circonda: una volta preso atto che YouTube è fatto quasi completamente di video senza alcun valore, cosa vogliamo farci con questi video? E come possiamo osservarli senza aggiungerci significati che non hanno mai avuto?


http://www.iocose.org/

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