Haus der Kulturen der Welt - Berlin
11 / 03 / 2016 - 09 / 05 / 2016

La visione egualitaria dell’era dell’informazione è messa sempre più in discussione. Allo stesso tempo, le società di gestione dati hanno acquisito un potere in precedenza inconcepibile.

Queste società diffondono un futuro “smart” tramite soluzioni di nuova generazione per i dati e i network “nervosi” su scala da urbana a planetaria, offrendo soluzioni semi-automatizzate per qualsiasi cosa, da governo e affari a ecologie naturali. Il grande business sempre in crescita della previsione comportamentale che è emerso da questi sviluppi sta a significare che, qualsiasi cosa faremo, è molto probabile che qualcuno abbia già fatto una scommessa finanziaria o abbia stabilito una direzione categorizzata per le azioni future.

Sta emergendo una nuova normativa statistica, che appiattisce e spiana le nostre vite e isola ogni tipo di dissenso. L’anticipazione e la prevenzione sono diventate la logica culturale dominante. Nell’individuazione di potenziali minacce e “sconosciuti”, viene avviato un processo di conseguenze su larga scala, che generano effetti potenziali che stiamo soltanto iniziando a comprendere.

Nervous Systems è una mostra che mette in discussione la chiusura sistematica e il nervosismo pervasivo che perseguitano i sistemi informatici di oggi, le razionalità dei dati e le ideologie. Cosa significa “privacy” quando diventa possibile identificare qualcuno tramite dati “anonimi” con la stessa facilità di un’impronta digitale o una carta d’identità? Cosa resta del mondo quando viene interpretato per noi dalle macchine?

La mostra presso la Haus der Kulturen der Welt è prodotta in collaborazione con Tactical Technology Collective, co-curata da Stephanie Hankey, Marek Tuszynski, e Anselm Franke.

La mostra riunisce opere di più di 25 artisti, installate in una rete architettonica evocata qui come “sistema” paradigmatico e modello di conoscenza per l’ordine e la riorganizzazione della vita nella modernità. I lavori si concentrano sulla costruzione intricata di corpi, macchine e soggettività, che sfruttano una visione stereoscopica sulla tecnologia e sul soggetto umano e mappano i progressi del capitalismo negli strati sempre più profondi delle nostre esistenze sociali. Piuttosto che rappresentare i “dati” visualizzando le loro operazioni astratte, gli artisti rendono tangibili le trasformazioni dell’esperienza vissuta nel terreno mutevole dell’interazione uomo-macchina.

Il film di Julien Prévieux, Patterns of Life, mette in scena più di un secolo di sviluppo tecnologico per tracciare i movimenti e i comportamenti dell’uomo, estrapolare schemi oggettificabili che sono quindi utilizzati per riorganizzare ogni cosa, dal lavoro in fabbrica ai centri commerciali e all’odierna “activity-based intelligence” nella “lotta al terrorismo”. La mini serie televisiva online di Melanie Gilligan ci porta in un vicino futuro, nel quale le persone portano una protesi attaccata al palato attraverso la quale le emozioni e le sensazioni possono essere percepite e monitorate dagli altri. Lawrence Abu Hamdan guarda all’implementazione contemporanea del riconoscimento vocale e delle tecnologie delle macchine della verità e al modo in cui l’individuo si tradisce attraverso il discorso, chiedendo cosa significhi dire la verità nell’era della produzione di verità tramite algoritmi e della sorveglianza di massa.

Opere storiche di artisti come Vito AcconciOn KawaraDouglas Huebler e Charles Gaines si domandano se gli interessi della prima arte concettuale riguardo ai sistemi de-personalizzati, non-soggettivi, alla quantificazione e alla sua “estetica della burocrazia” debbano essere interpretati in modo diverso alla luce delle preoccupazioni attuali per la raccolta di dati e l’auto-quantificazione. Oltre alle opere in mostra, un ulteriore strato di contributi di storici dei media e scrittori mettono in luce e ripercorrono aspetti particolari del “sistema nervoso” di oggi negli ultimi 100 anni, affrontando questioni quali il riconoscimento degli schemi, la genealogia della quantificazione, il rilevamento di anomalie e l’epistemologia del network “nervoso”. Queste “triangolazioni” allestiscono punti di riferimento storici e contemporanei in modo tale da arricchire una scenografia di confini aggrovigliati.

Infine, oltre alla “rete”, la mostra comprende The White Room, un’installazione live del Tactical Technology CollectiveThe White Room è un’inversione di una struttura di vendita e formazione di un’importante società, dotata di personale esperto e qualificato. Tuttavia ciò che hanno in serbo non è l’immagine aziendale impeccabile, ma piuttosto un incontro pratico ma basato sullo scavo con il nostro ambiente tecnologico familiare, con le nostre ombre digitali e i dati aggregati. È uno spazio nel quale impariamo a de-familiarizzarci con il nostro ambiente tecnologico familiare, a guardare oltre lo “specchio nero” e al modo in cui ci riflette. Gli oggetti, libri, manufatti, gadget e opere d’arte raccolte qui offrono una contemplazione del vuoto dell’”autonomia” in quanto modus operandi di azione politica che sta scomparendo.

Contributi e opera di Vito Acconci, Timo Arnall, Mari Bastashevski, Grégoire Chamayou,Emma Charles, Mike Crane, Arthur Eisenson, Harun Farocki, Charles Gaines, Melanie Gilligan,Goldin+Senneby, Avery F. Gordon, Laurent Grasso, Orit Halpern, Lawrence Abu Hamdan, Ben Hayes, Douglas Huebler, Tung-Hui Hu, On Kawara, Korpys/Löffler, Lawrence Liang, Noortje Marres, !Mediengruppe Bitnik, Henrik Olesen, Matteo Pasquinelli, Julien Prévieux, Jon Rafman,Miljohn Ruperto, RYBN.ORG, Dierk Schmidt, Nishant Shah, Eyal Sivan & Audrey Maurion,Deborah Stratman, Alex Verhaest, Gwenola Wagon & Stéphane Degoutin, Stephen Willats,Mushon Zer-Aviv e altri. E in The White Room: Jacob Appelbaum & Ai Weiwei, Aram Bartholl, Tega Brain & Surya Mattu, James Bridle, Julian Oliver & Danja Vasiliev, Veridiana Zurita, e contributi di Open Data City, Peng! Collective, Privacy International, Share Lab,Malte Spitz e altri.


https://www.hkw.de/de/programm/projekte/

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