Galerie Charlot - Paris
27 / 04 / 2017 - 03 / 06 / 2017

Il neologismo “Archeonauts”, da cui trae il titolo questa mostra, è un portmanteau che fonde la radice di «archeologia» con una parola che in greco antico significa «navigatori». Il primo elemento si articola in un doppio significato, quello dell’antichità (archaios) ma anche l’atto di governare e dominare (archein), come Sigfried Zielinski ha indicato nel suo saggio “Il tempo profondo dei Media”, mentre il suffisso “-nauti” si riferisce idealmente a un repertorio di figure connesse all’esperienza di viaggio, sia esso un percorso attraverso l’Universo (Astronauti), attraverso i mari che stanno tra l’oriente e l’occidente (Argonauti) o nel Cyberspazio (Internauti).

La parola “Archeonauta” identifica un archetipo, quello di uno stato itinerante, un viaggiatore attraverso il tempo e lo spazio, un viandante che si muove avanti e indietro tra occidente e oriente e sviluppa se stesso nelle reti dell’internet; suggerisce un incontro di mondi remoti e raccordi impredicibili tra «i passati e i futuri, i futuri passati e i passati futuri» (Jussi Parikka,”What is Media Archeology”, 2012). Dunque, questo neologismo definisce con precisione un universale antropologico coinvolto in una ricerca del significato attraverso uno sguardo archeologico.

Due lezioni rivoluzionarie hanno dato forma a questa visione: l’archeologia della conoscenza e il campo relativamente più recente dell’archeologia dei Media da parte di Michel Foucault. Se il metodo archeologico implica che l’atto di scavare nel passato sia solo un tentativo di dare un senso di una situazione attuale, e che l’archeologia sia sempre, esplicitamente o implicitamente, un’interpretazione del nostro presente, l’archeologia dei Media, da parte sua, ha suggerito che i fantasmi dei media dal passato possano essere una chiave per una comprensione più profonda dei sintomi del nostro presente.

archeonauts2

Come ha sottolineato Mark Fisher, mentre la cultura sperimentale del XX secolo è stata colta da un delirio ricombinatorio che ha fatto sentire le novità come incredibilmente disponibili, il XXI secolo è oppresso da uno schiacciante senso di finitezza e di esaurimento. «Intanto, negli ultimi quindici anni, la tecnologia di internet e delle telecomunicazioni mobili hanno alterato la consistenza dell’esperienza quotidiana oltre ogni riconoscimento. Tuttavia, forse per tutto questo, c’è un senso crescente che la cultura abbia perso la capacità di cogliere e articolare il presente.» La distinzione stessa tra passato e presente sta cadendo a pezzi. Da allora, il tempo culturale si è ripiegato su se stesso e l’impressione dello sviluppo lineare ha lasciato la strada a una strana simultaneità (Mark Fisher, “Ghosts of my life”, 2014).

Esplorando la continuità dell’esperienza contemporanea, questo momento distruttivo ha provocato una crisi del modello storico teleologico, che considera la storia come un continuum e come una celebrazione dell’inarrestabile marcia del progresso. Una credenza tradotta a livello di sistemi economici mondiali nei miti di crescita illimitata e di potenza tecnologica.

In questo contesto, la mostra “Archeonauti” tenta di riunire un gruppo di artisti che sono anche attivisti, teorici e visionari. Fuori dalla sincronia con il presente, come esseri di un futuro lontano che affrontano le rovine artistiche e tecnologiche di una civiltà perduta, s’immergono nella cultura materiale e immateriale pre- e post-internet. Appartengono a due correnti diverse: una è la generazione di artisti nati all’alba di quella che è stata definita «fine della storia», mentre l’altra è una delle prime generazioni a essersi appropriata delle nuove tecnologie informatiche per scopi artistici.

archeonauts1

Spostandosi attraverso una pluralità di linee temporali nel tentativo di recuperare possibili futuri, questi artisti lanciano uno sguardo archeologico nato da una disarticolazione del tempo tipico della nostra epoca, presentando una serie di letture «policroniche e multitemporali» (Serres e Latour, Conversazioni, 1995) di un patrimonio tecnologico e artistico che attraversa l’Oriente e l’Occidente.

Con le opere di Morehshin Allahyari, Quayola, Evan Roth, Eduardo Kac, Nicolas Maigret, Maria Roszkowska, Clément Renaud, Laurent Mignonneau e Christa Sommerer

A cura di: Valentina Peri


http://www.galeriecharlot.com/

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn