Vittore Baroni è nato nel 1956 a Forte dei Marmi, vive e lavora a Viareggio. Critico musicale e indagatore delle controculture, è da tre decenni uno dei più attivi operatori nel circuito planetario della mail art.

Dal 1978 promuove mostre, eventi, pubblicazioni e progetti collettivi sulla Networking Art e le culture di rete che hanno anticipato Internet. Si è occupato assiduamente anche di poesia visiva e sonora, street art e fumetto. Ho incontrato Vittore a Viareggio, nella sua casa di Via Cesare Battisti, un pozzo delle meraviglie per tutti coloro interessati alle dinamiche di rete e di corrispondenza creativa, dato che raccoglie centinaia di materiali, buste, francobolli, dischi e opere di progetti collettivi accumulati in trenta anni di scambi postali.

Abbiamo passato un bel pomeriggio, circondati dalle sorprese celate nel suo archivio che spesso rivivono per intrattenere piacevolmente i tanti ospiti che fanno visita a Vittore e alla sua famiglia (gatto e coniglio compresi) e abbiamo riflettuto sulle dinamiche attuali di social networking, rapportandole alle esperienze artistiche e alle pratiche di rete dei decenni passati.

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Tatiana Bazzichelli: Pensi che le piattaforme di networking definite con il termine Web 2.0 (Facebook, YouTube, MySpace, ecc.) costituiscano un’opportunità importante per avvicinare le nuove generazioni al concetto di network o rappresentino lo specchio di un’involuzione nelle pratiche di rete? Cosa significa a tuo parere „fare rete” oggi?

Vittore Baroni: Credo che prima di tutto non possiamo fare altro che accettare il fatto che si è creata una nuova generazione di social network, nell’ottica di un’evoluzione costante degli strumenti tecnologici e comunicativi. Facendo una ricerca appare evidente che non esistono solo i social network più conosciuti, ma è un fenomeno talmente vasto che è sicuramente difficile dare un giudizio di valore e considerarli più o meno positivi rispetto alle pratiche di networking più “tradizionali”. Semplificando un po’, credo che la presenza di questi strumenti sia utile; ciò che diventa determinante è capire come utilizzarli e a quali scopi. Lo stesso Ray Johnson, noto come “padre” della mail art, nelle sua attività di networking in realtà non utilizzava solo la posta, ma anche ad esempio il telefono, oppure incontri fisici di gruppi di persone in base a particolari strategie. Il networker è una persona che non si chiude nel suo studio per fare la sua arte, ma ha come primario obiettivo quello di costruire delle reti e di comunicare con gli altri. È lo stesso atto di comunicare che diventa l’opera d’arte.

Trovo molto utile che ci siano milioni di persone che cominciano ad approcciare il tema del networking mettendosi in connessione fra di loro. Del resto mi pare ovvio che i social netwok che hanno e avranno più successo sono quelli in cui le persone trovano una certa utilità pratica. Prima ancora che esistesse Internet, facevo parte di circuiti di musica e di collezionismo musicale, e questo network aveva già assunto dimensioni mondiali. Internet, con tutte le sue filiazioni definite col termine web 2.0, è uno strumento di enorme potenzialità ma che, sembra impossibile, ancora non siamo in grado di usare appieno. Ogni volta che mi imbatto in progetti creativi di tipo collettivo online, mi sorprendo a constatare che il risultato ottenuto è spesso minore in termini di networking di quello che si riusciva ad ottenere con l’arte postale mediante un semplice francobollo.

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Ci sono stati decenni di controcultura e lotte politiche, durante i quali il mezzo di comunicazione più usato era il semplice strumento del “ciclostile”. Il volantino che si dava in mano alla gente, durante il ’68 (che poi in Italia era il ’69), le fanzine o punkzine dell’epoca del punk, creavano un’azione efficace e dirompente in certi circuiti. Tale processo grazie a Internet dovrebbe essere ancora più esponenziale, perchè diretto a un pubblico allargato. Ma ancora non credo che sappiamo utilizzare lo strumento in maniera adeguata. Forse dovremo aspettare il web 3.0? Ci si rende conto che molte delle reti peer-2-peer sono ancora usate in larga parte solo per scambiare materiale pornografico; gran parte della popolazione mondiale è soggetta al digital divide e a problemi di prima sopravvivenza; altri sembrano preferire una concezione della vita “individual” piuttosto che “social”; non credo che siamo già approdati a un punto di arrivo e a una totale maturazione delle pratiche di rete, nonostante molti pensano il contrario.

La speranza è che, come negli anni Sessanta si arrivava a tirature di centinaia di migliaia di copie di riviste indipendenti, oggi si possano sviluppare nuove forme di social network più elastiche e che favoriscano realmente il lavoro creativo. Di solito gli „inventori” di queste piattaforme sono ragazzi molto giovani che iniziano quasi per gioco, e questo è positivo. Siamo ancora in una fase molto immatura: stare su Facebook è come andare in una piazza ad ascoltare il chiacchiericcio, con qualcuno che ogni tanto urla più forte. Ma la struttura stessa di network non è pensata per creare un dialogo costruttivo. Se un domani avranno successo social network congegnati in modo meno rigido e restrittivo, senz’altro sarà un passo avanti e forse potrà anche prendere corpo un nuovo discorso controculturale. In passato queste pratiche sono emerse perchè il „teatrino dello spettacolo” era così ristretto che il contenuto sovversivo poteva assumere evidenza e rimbalzare velocemente. Oggi siamo saturati dai dati e dalle voci. Da un lato è positivo, ma dall’altro il messaggio si diluisce e non si sa più come intervenire attivamente.

Perchè una realtà come Luther Blissett ha avuto senso negli anni Novanta? Perchè ci siamo accorti che mancava una mitologia di certe attitudini e modi di pensare, mancava quello che Franco Battiato definisce “un centro di gravità permanente”. Un tempo si andava a vedere grandi concerti alla Woodstock e sul palco c’erano persone „mitologiche” di riferimento che fungevano da parafulmine e diffusore delle energie. Oggi nelle dinamiche di rete abbiamo un’esplosione di artificiosa democrazia e parità, che crea una totale opacità; il discorso delle responsabilità individuali tende a sbriciolarsi in una massa indifferenziata di dati frammentari. Un tempo personaggi come John Lennon creavano un brano musicale che aveva senso perchè realizzato da lui, ma anche perché percepito da un pubblico che contribuiva a diffonderlo e veicolare un immaginario. Se poi un suo pezzo come „Give Peace a Chance” veniva cantato da milioni di persone in piazza durante una manifestazione, si attuava un circuito virtuoso in cui erano inclusi sia l’artista che il pubblico. Nella frenesia di parità del web 2.0 i più soddisfatti sono sicuramente coloro che detengono il potere, perché di fatto le problematiche rimangono inalterate ma le persone hanno l’illusione che esista una piena libertà e la possibilità per tutti di diventare star per 15 minuti. Definirei gli attuali social networks come il reality show per tutti. Si tratta ora di trasformare il reality show in programma culturale (che non è impresa da poco!).

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Tatiana Bazzichelli: Mi chiedo se il network della mail art e le pratiche di rete che si sono ispirate a questo, ma ancora prima all’esperienza di Fluxus, possano trovare spazio nell’attuale generazione dei network sociali. Penso al fatto che gli stessi mailartisti e networker possano utilizzare i social networks come un territorio di critica artistica. Credi che queste pratiche di rete siano reversibili o incommensurabili?

Vittore Baroni: La nascita della mail art ha coinciso con la diffusione del mezzo postale in diversi circoli, come quello della New York Correspondence School di Ray Johnson, ma anche quello dei poeti visivi nei paesi del Sud America, o altri artisti all’interno della Cortina di ferro. La genesi è coincisa con un’esigenza pratica: l’idea di mettersi in connessione nel modo più semplice e funzionale possibile. George Maciunas aveva capito che esisteva un network di persone che condividevano obiettivi artistici e creativi, ma si trovavano in Europa, in America o Giappone. Non a caso Fluxus è nato attraverso un Festival in Germania, intessendo una rete via posta e telefono fra diversi individui con comuni interessi. Dietro a Fluxus c’è un’intensa attività di corrispondenza epistolare. Allo stesso modo, Ray Johnson ha trovato nella posta e nel telefono i mezzi più efficaci ed economici per creare il proprio network artistico, ma se fosse ancora vivo oggi probabilmente utilizzerebbe anche Internet.

In realtà la vera essenza primaria della mail art non era il fatto di “usare la posta”, ma quello di avviare progetti di condivisione. Non esiste, da parte di chi pratica la mail art, un attaccamento feticistico e assoluto al mezzo postale, così come non c’è un rifiuto a priori di diversi mezzi di comunicazione e delle nuove tecnologie. Anzi, il computer si è rivelato fin da subito utilissimo per catalogare archivi, per gestire grandi indirizzari, per impaginare e stampare in proprio fogli di francobolli e molto altro. Svariati artisti postali, come Piermario Ciani, hanno cominciato usando il Commodore 64, i primi computer, il fax, cercando di imparare i primi linguaggi di programmazione, innanzitutto per lo scopo di comunicare. C’è anche chi ha cercato di avviare sistemi postali “alternativi” per la corrispondenza artistica, come Ulises Carrion e Peter Kuestermann.

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Quando si è diffuso l’uso del computer, molti mailartisti hanno cominciato ad utilizzare la posta elettronica simultaneamente a quella tradizionale, non rinunciando del tutto al piacere del manufatto “fisico”, ma servendosi delle più rapide e-mail per la diffusione di inviti, le comunicazioni quotidiane, ecc. La mail art è una pratica artistica non remunerativa e non commerciale, ma può risultare molto dispendiosa, se si comincia a corrispondere con centinaia di persone. Il naturale ricambio generazionale sta sempre più spostando l’ago della bilancia verso modalità di comunicazione elettroniche.

Rispondendo alla tua domanda credo che queste pratiche siano reversibili, nel limite in cui in certi Paesi il computer è diventato il mezzo di comunicazione più diffuso. Ma per mailartisti in Africa o in Cina il computer è ancora un mezzo costoso e quindi chiaramente la posta viene utilizzata ancora diffusamente. Nei progetti degli ultimi anni, ho cercato di veicolare gli inviti a progetti di mail art non solo via posta, ma anche via Internet. Così ho potuto vedere quanti partecipanti potevo coinvolgere attraverso i diversi canali di comunicazione. Nel 2008 ho curato un progetto sul libro d’artista, basato sul tema dell’Utopia, veicolando l’invito anche attraverso vari siti d’arte, come quelli dedicati ai continuatori di Fluxus, ai creatori di stickers o all’arte di strada. L’invito era aperto a tutti ed è rimbalzato in parecchi siti e blog, col rischio di ricevere un numero di lavori ingestibile. Ho ricevuto in tutto 170 libri d’artista da 26 Paesi diversi. Di questi, circa due terzi provenivano dal circuito della mail art che mi sono costruito in trent’anni di scambi. Non più di una cinquantina venivano da autori che avevano reperito l’invito su Internet.

Il popolo della rete non ha familiarità con il meccanismo della mail art e forse non crede possibile il fatto che tutti possono partecipare ad un progetto e tutti ricevono una documentazione gratuita. Magari pensano ci sia sotto un qualche trucco. Fatto è che sussiste una strana discrepanza fra il networking „analogico” e quello digitale. Ho partecipato a diversi progetti creativi sul web, concepiti con una struttura simile ad un progetto di mail art, e mi sono reso conto che il numero dei partecipanti era notevolmente ridotto rispetto alle potenzialità di Internet. Per creare networking nel digitale, ci vuole una dose di impegno paradossalmente maggiore, nonostante gli utenti siano potenzialmente molto più numerosi. La gente si abitua al fatto che i progetti sul web sono di fruizione rapida e immediata, il linguaggio di Internet è velocissimo e intuitivo. Partecipare a un progetto di rete in Internet può ridursi a volte al fatto di inviare una battuta, un’immagine già pronta. Per la mail art occorrono tempi di preparazione e di risposta più lenti e personalizzati, ma le persone sembrano più predisposte a utilizzare creativamente il proprio tempo, anche in ragione dei lavori che riceveranno in cambio nella buca delle lettere. La mail art è comunicazione ma è al tempo stesso un dono , un potlatch. La rapidità di Internet porta spesso ad un indebolimento del contenuto e del messaggio.

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Tatiana Bazzichelli: Come ti spieghi allora la diffusione dei progetti di net art degli anni Novanta?

Vittore Baroni: Riflettendo sulla net art, quando vado alle varie Biennali o fruisco i progetti in rete, ho l’impressione che tali piattaforme di condivisione, spesso concettualmente innovative e ben architettate, siano in realtà utilizzate da pochissimi nel corso del tempo. Mi ricorda un po’ l’arte concettuale: vicino a grandi enunciazioni, l’opera in sé appariva spesso acerba. Il più delle volte le opere di net art dopo il primo momento di entusiasmo non hanno un futuro di rete, ci si inventa dei bei „giochi” che rimangono congelati nella fase enunciativa. Sono poco utilizzati da un pubblico ampio e fanno (forse) solo fare bella figura al net artista, o chi per lui, che ha creato l’opera e l’ha esposta in qualche rassegna. Il lavoro resta nella storia della net art, ma è molto povero nel suo uso sociale, anche perchè diventa velocemente obsoleto e in rete non si trova più.

Dal mio punto di vista la net art resta una pratica piuttosto elitaria, diffusa dall’industria della cultura che deve continuare a produrre cataloghi e a costruire capitale immaginario. Sono quasi contento del fatto che la mail art è stata così poco storicizzata e studiata. Forse vale veramente poco, o forse c’è qualcosa di scomodo nella sua „apertura” e „gratuità”, nel suo puntare il dito alle nudità regali, per cui è meglio non parlarne troppo… La somma di arte + Internet dovrebbe far scaturire, sulla carta, progetti realmente rivoluzionari, che tardano però a concretizzarsi.

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Del resto, se prendiamo ad esempio il campo della musica generativa via computer, sono almeno trent’anni che artisti del calibro di Brian Eno si cimentano con esperimenti di musica robotica, senza aver prodotto alcun capolavoro. Ci siamo abituati ad un mondo che viaggia a velocità sempre più vertiginosa, ma forse i paradigmi culturali hanno tempi di gestazione che non collimano con la nostra fretta di consumatori. Fin da adolescente sono stato totalmente affascinato da movimenti artistici e fenomeni culturali d’opposizione, dal Dadaismo a Fluxus, dalla Beat Generation agli hippies, portatori di un fertile immaginario e di idee forti per un cambiamento nella vita reale, capaci di lasciarti veramente qualcosa dentro. Negli anni recenti del Postmoderno, che spero stiano volgendo al termine, abbiamo invece preso elementi della modernità e ci siamo limitati a ricombinarli, senza andare veramente oltre (post), senza aprirci ad una nuova dimensione dell’arte grazie anche alle pratiche di rete.

Forse le pratiche di hacking o net art non hanno ancora trovato il modo di lasciare un reale „dono” a chi le utilizza. Quando da ragazzino mi procuravo riviste underground inviando qualche dollaro chiuso in busta a New York e sperando che qualcosa mi tornasse indietro, l’esperienza mi arricchiva, quei materiali mi provocavano dei veri e propri shock culturali. Fino a che non riusciremo a creare un immaginario altrettanto forte tramite i media attuali, la conclusione sarà sempre qualcosa sul tipo di FaceBook. Tante persone messe insieme, ma che si scambiano contenuti poveri e superficiali.

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Tatiana Bazzichelli: Forse ciò che manca nel web 2.0, che invece era proprio della mail art, è il fatto di creare uno scambio „reale” e generare una critica del medium stesso. Magari si dovrebbero creare delle strategie per avvicinare gli utenti dei social network alle forme più „tradizionali” di networking?

Vittore Baroni: Beh, sarebbe perlomeno curioso un retro-front dalle pagine dei blog alle fanzine spedite per posta… In realtà la fase „storica” della mail art si è a mio avviso già compiuta da almeno un decennio, la mail art ha svolto la sua funzione e non si può tornare a ripercorrere le stesse strade. Ma la mail art può essere utilissima come memoria storica, insieme alle precedenti forme di networking analogico. Quello che si dovrebbe favorire in questo momento è un’attenta analisi e studio del passato del networking, le sue tante piccole trame spesso nascoste, che potrebbero fornire utili consigli a chi lavora col computer oggi. È il caso degli oltre quaranta anni di storia della mail art, al cui interno e dal cui humus si sono sviluppati fenomeni che pochi conoscono, di cui il Neoismo, i Nomi Multipli, il Plagiarismo, l’Impossibilismo, Trax, il Luther Blissett Project, rappresentano solo la punta dell’iceberg. Bisognerebbe avere la pazienza e curiosità di studiare più a fondo le origini del networking artistico, prendendo spunto da quei pochi critici e autori che hanno avviato una riflessione teorica sull’argomento (Chuck Welch, John Held, Craig Saper, senza dimenticare il tuo libro sulla Networking Art), sia per evitare di continuare a riscoprire l’acqua calda che per cercare di comprendere come sviluppare anche nelle reti digitali meccanismi di condivisione meno superficiali e meno legati a logiche commerciali.

Spero che in un non lontano futuro piattaforme come MySpace o Second Life, dove si è ingabbiati in strutture e comportamenti obbligati – personalmente vi percepisco una sensazione quasi da „campo di concentramento” – lascino il posto a realtà in cui ci si possa trovare veramente a proprio agio. Esperienze più affini in spirito alla mail art sono invece ad esempio i Flash mob, che usano il web per dar vita ad appuntamenti fisici, per vivere una seppur brevissima esperienza „estetica” comune, un po’ come avveniva nei Meeting organizzati da Ray Johnson. Si tratta, a mio parere, di scavalcare le distinzioni tra arte e non arte, tra identità personale e lavoro artistico, tra operatore ed opera, tra individualità e collettivo, tra incontro virtuale e fisico. Con alcuni amici sto cercando di muovermi in questa direzione, tramite un progetto che utilizza il web ma che necessita anche di interventi nella vita reale, pensato per coinvolgere anche chi non sa nulla di net art o di hacking o di arte in generale.

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Il progetto si chiama Luoghi Erranti e prevede l’esplorazione collettiva, su convocazione di singoli partecipanti, di luoghi concreti che ricoprono per questi un significato particolare, come una porta verso la dimensione della memoria, del sogno, dell’utopia. Il primo incontro è stato in cima al monte Borla, sulle Alpi Apuane, in un avvallamento naturale in cui la foresta si apre in una suggestiva visione circolare del cielo. Questi luoghi vengono documentati su un blog all’interno del social network Ning (dove anche i mailartisti italiani hanno dato vita all’attivissimo snodo Dododada: http://dododada.ning.com/), andando poco per volta a costituire una sorta di mappa geo-psichica condivisa, dove ciascun aderente al progetto può suggerire nuove situazioni d’incontro o visitare i „luoghi erranti” già segnalati da altri.

I social network „creativi” dovrebbero essere fruibili da chiunque, non solo da chi dispone di conoscenze specifiche in ambito artistico. Luther Blissett è nato in questo modo, come un’icona „pubblica” di cui chiunque si poteva impadronire, priva di una caratterizzazione specifica al mondo dell’arte. Secondo me potrà affermarsi una nuova generazione di artisti/networker solo quando la gente inizierà a provare un vero piacere nel prendere parte ai diversi progetti, quando vi troverà un motivo di arricchimento personale. Bisogna avere qualcosa di costruttivo da scambiare e condividere. Non è necessario nascondersi sempre dietro ai nickname per risultare efficaci, il fatto di mettersi assieme fisicamente senza barriere è forse il vero obiettivo del fare rete. Quando si crea un’esperienza in cui ci ritroviamo solo tra di noi addetti ai lavori, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Pur contrapponendomi alla logica dello star system, mi rendo sempre più conto che oggi mancano delle „figure di riferimento” che servono da catalizzatori, per coagulare assieme le forze.

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Tatiana Bazzichelli: Nei social network non crei tu la piattaforma, ma ti trovi a casa di qualcun’altro, cercando di arredarla come preferisci e per di più producendo contenuti per terzi. Perchè pensi che su Facebook oggi ci sono tanti utenti, nonostante la velocità e superficialità dello scambio, mentre prima nelle BBS ci si ritrovava sempre in pochi, anche se si condividevano utopie e immaginari?

Vittore Baroni: Sicuramente perché la comunicazione in Facebook è più facile e allo stesso tempo perché tutti i social network permettono di raggiungere una condivisione integrata prima impossibile: con il cellulare si filma qualcosa e si mette su YouTube, poi si fa il link su Facebook. Tutto questo, ai tempi delle BBS, non era neppure immaginabile. Il procedimento è piuttosto immediato e facile, ci si promuove facilmente e si raggiunge tanta gente con un click. Su Facebook tutti hanno la curiosità di sapere che fine ha fatto il vecchio compagno di scuola o la persona che non si vede più da tempo, per passaparola il numero degli utenti è rapidamente aumentato a dismisura. Uno si iscrive per curiosità, poi ci rimane perchè il chiacchiericcio fa compagnia o per una sorta di voyeurismo autorizzato, ma potrebbe anche essere un fuoco di paglia. Appena verrà offerto un social network simile, ma un tantino più utile e gradevole, gli utenti si sposteranno. Vedi quello che è successo con MySpace. Aveva la funzione di Facebook, ma ora è diventato più che altro un obbligo per chi fa parte di un gruppo musicale e spesso sono le stesse case discografiche a creare la pagina ai propri artisti.

Ci sono molte idee di nuovi social network in incubazione, in attesa di aver successo o di essere abbandonati. Ad esempio, Arturo di Corinto ha progettato un ottimo network con lo scopo di monitorare tutti i politici italiani, di rendere realmente trasparente il dialogo tra elettori e politici. Il dubbio è se il progetto sarà in grado realmente di catturare l’interesse delle persone per farle partecipare, per far sì che sia possibile aggiornare regolarmente la piattaforma, verificare la veridicità delle informazioni, ecc. Forse un social network su un singolo politico sarebbe più facilmente concretizzabile, dove sia i sostenitori che gli avversari possano confrontarsi.

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Wikipedia è un buon esempio di piattaforma virtuosa, che funziona con l’apporto di tutti e a tutti fornisce un servizio utile. Il sistema funziona se tutti lo usano correttamente, partendo dalla concezione dell’open source, se lo senti almeno in parte tuo. In molti social network invece ti senti a disagio, hai la sensazione di essere solo un ospite temporaneo. Credo che nel momento in cui ci sentiremo davvero come a casa nostra, tranquilli e certi della possibilità di condividere un’esperienza con altri senza alcun Grande Fratello che ci alita sul collo, allora potremo parlare veramente di social networking.

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