Un mese fa sono entrato in Siria via terra dalla Turchia. Dopo un paio di settimane trascorse in Siria ad investigare sotto copertura sulla rivolta siriana iniziata quasi sei mesi fa a partire da oggi, mi sono spostato a Beirut alla ricerca di attivisti che lavorassero al di fuori del paese.

Per coincidenza sono venuto a contatto con un attivista Egiziano arrivato qui per una conferenza, lui mi ha passato il contatto di un Siriano coinvolto nello stesso evento. Ho iniziato a chiamarlo. Nessuna risposta per cinque giorni. Il sesto giorno ho ricevuto un messaggio che mi indicava data, luogo e ora per un incontro. Il mio interesse principale riguardava il ruolo degli attivisti siriani al di fuori del paese e le modalità che permettono alla rete di attivisti all’interno di fornire informazioni quasi in tempo reale sulla rivolta.

L’ho incontrato. C’è il sole e fa molto caldo. K indossa stivali invernali e jeans e ha i capelli lunghi ancora bagnati dopo la doccia. Barba, pelle tirata, occhiali scuri. Il suo modo di fare è frettoloso, come se fosse perennemente in attesa di un’imboscata, in ritardo, sovraccaricato da qualcosa.

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Si rapporta a me in maniera distaccata. Sembra agire meccanicamente. Fa fatica traspare, probabilmente a causa del carico di lavoro.Mi dice di avere un’ora. Il bar è quasi vuoto. Beirut si risveglia intorpidita dagli eccessi della vita notturna, vuota e straziata tanto quanto reminescente delle guerre recenti le cui storie si sentono ovunque, raccontate dalle voci ubriache di belle donne libanesi mezze nude.

Mitra Azar: Chi sei e che cosa stai facendo?

K: Sono un attivista siriano che ha ripiegato su Beirut, Libano. Prima che tutto iniziasse, scrivevo già in maniera critica a proposito del regime, ma il mio interesse principale era ed è tuttora la poesia, mi considero un poeta. Ora sono parte di una rete di attivisti siriani al di fuori della Siria che cerca di aiutare i siriani a diffondere informazioni da dentro su cosa stia realmente accadendo nel nostro paese. Il nostro scopo è quello di far cadere il regime di Bassar Assad in maniera pacifica.

Mitra Azar: Perchè hai lasciato la Siria?

K: Ero sotto pressione. Il mio nome era in una lista e mi stavano cercando. Dall’inizio della rivolta, il 18 marzo a Daraa, ho provato ad accedere a informazioni riguardanti quello che stava accadendo lì e diffonderle. Abbiamo visto che nulla di tutto ciò veniva raccontato sul mezzo di comunicazione più guardato del paese e ci siamo presi l’incarico di raccontare questa storia per prevenire una seconda Hama [n.d.r. città della Siria in cui il padre di Assad uccise circa 30.000 persone in poche settimane nel febbraio 1982].

Mitra Azar: Come sei riuscito ad ottenere informazioni e video sulle prime fasi della dimostrazione ?

K: Abbiamo parlato con le persone del posto, ottenendo informazioni, per poi contattare i giornalisti internazionali con base a Damasco affinchè potessero diffondere le notizie in giro. Quando abbiamo capito che non erano disponibili a raccogliere le informazioni, abbiamo provato a contattare direttamente le sedi delle più grandi agenzie d’informazione nel Golfo e in Occidente. Durante la prima settimana di rivolta, quasi il 70% delle informazioni sulla Siria provenivano da me e da un paio di amici.

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Mitra Azar: Come cresce questa rete di attivisti e quanto è grande ora?

K: La rete si è ingrandita naturalmente quando la rivolta si è allargata a tutto il paese. Non sono in grado di dire quanto sia grande ora, ma è abbastanza grande da informare il mondo su cosa stia accadendo all’interno della Siria. Il numero dei membri di questa rete cambia in continuazione. Stiamo soffrendo per gli omicidi, gli arresti e i rapimenti dell’intelligence siriana, ma incontriamo ogni giorno nuove persone disponibili ad aiutarci, per cui è davvero difficile dire quanto sia grande esattamente.

Mitra Azar: Capisco cosa intendi, anche perché non riesco a concepirla come un’organizzazione strutturata e gerarchizzata, la immagino piuttosto come un’entità flessibile dove ognuno degli attivisti è in grado di lavorare da solo così come è in grado di interagire con gli altri. Non mi sbaglio?

K: No, è così. Non la si può definire come un esercito in rete. Non c’è una struttura fissa, ma ci sono compiti fissi da adempiere ogni giorno: recuperare i video, caricarli in rete, contattare l’agenzia d’informazione per provare l’affidabilità dei video e far si che raggiungano i mezzi di comunicazione di massa così come raggiungono il web, loro habitat naturale.

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Mitra Azar: Mi puoi spiegare passo dopo passo come riesce la tua rete a contrabbandare i video fuori dal paese? Te lo domando perché mi sorprendo sempre quando vedo su Al Jazeera le sequenze filmate in tempo reale in Siria, e mi chiedo come sia possibile raggiungere questa quasi-simultaneità nonostante la censura di cui ho avuto esperienza in Siria – dove, ad esempio, per guardare un video di 5 minuti su YouTube bisogna attendere 4 ore.

K: Sappiamo in anticipo dove avranno luogo le dimostrazioni. Ci mandiamo le nostre persone e chiediamo loro di realizzare dei video, per evitare incidenti preferiamo che facciano questi filmati non dall’interno delle dimostrazioni. A volte affittano una camera in un edificio che da sulla piazza dove si riuniscono le persone, a volte abbiamo dei contatti nella città in questione e qualcuno aiuta i nostri attivisti. Inoltre, alcune persone che prendono parte alle dimostrazioni sono informate della presenza dei nostri uomini e possono consegnare loro i video che fanno in mezzo alla folla.

La nostra rete fornisce gli strumenti necessari per caricare quasi in real time le sequenze delle dimostrazioni. Fin dall’inizio abbiamo trovato un modo per introdurre clandestinamente nel paese strumenti per la connessione satellitare alla rete, in modo da essere in grado di caricare i video online nonostante la censura.
A questo punto le persone possono decidere se caricare i video da soli sui nostri canali YouTube o se inviarci mail criptate con le sequenze filmate.

Ovviamente, tutto questo processo ha luogo utilizzando proxy e software che nascondono l’indirizzo IP delle macchine coinvolte. E i nostri indirizzi e-mail cambiano di volta in volta e non sono legati alle nostre vere identità. alla fine di ogni sessione il computer si ripulisce da solo cancellando tutta la storia del browser, ecc.

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Mitra Azar: Qual è esattamente il ruolo degli attivisti fuori dalla Siria?

K: Noi facciamo entrare la tecnologia e facciamo uscire le persone, naturalmente clandestinamente, parliamo con i media e dimostriamo l’affidabilità delle notizie che arrivano dall’interno. Carichiamo i video quando gli attivisti all’interno non hanno la possibilità di farlo autonomamente e decidono di inviarli alle nostre mail. Selezioniamo quelli più significativi e li traduciamo, se necessario. Ieri ho ricevuto circa 125 video.

Provi a immaginare la quantità di lavoro necessaria per verificarli e prepararli in forma di testo per i giornali, le radio, internet, YouTube, le trasmissioni. In breve, proviamo ad essere l’interfaccia fisica, viva e in movimento delle persone che si trovano in Siria, la cui capacità di movimento e di parola viene limitata dalla repressione del regime. Noi siamo l’eco. La voce reale è all’interno, noi la facciamo semplicemente filtrare.

Mitra Azar: Penso spesso a come internet crei la realtà invece di costituire semplicemente un altro suo layer. Paradossalmente, internet lavora esattamente sullo stesso layer della realtà, e a mio avviso l’intero concetto di virtualità come qualcosa che rimane separato o aggiuntivo alla realtà non descrive in modo appropriato la relazione tra virtualità e realtà.

K: Beh, senza dei video caricati non ci sono dimostrazioni. Senza dimostrazioni non ci sono arresti e omicidi. Senza video non possiamo contattare Amnesty o Human Rights Watch per provare che alcuni diritti fondamentali dell’uomo vengono violati. Quindi direi che la presenza dei video che documentano le dimostrazioni è essenziale tanto quanto le dimostrazioni stesse.

Mitra Azar: Pensi che l’esperienza degli attivisti online Tunisini ed Egiziani sia stata utile per la tua rete, per evitare certi errori che gli attivisti precedenti potrebbero aver commesso?

K: Partendo da Daraa, stavamo già organizzando l’utilizzo di modem e telefoni che funzionassero con il satellite, giusto nel caso in cui il regime avesse deciso di chiudere internet e i telefoni cellulari. Quindi sì, eravamo pronti a smorzare l’impatto della reazione del regime, perché abbiamo avuto la possibilità di vedere le reazioni dei regimi egiziano e tunisino nei confronti dell’uso politico e massivo della rete da parte dei cittadini.

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Mitra Azar: Quando ero in Siria e guardavo la televisione locale, avevo l’impressione che la rivolta siriana si potesse sintetizzare come una specie di battaglia tra nuovi e vecchi media. Gli attivisti caricano video sul web e i vecchi media si affrettano per averli e mandarli in onda nelle loro trasmissioni con lo scopo di aggiungere dettagli o smentirli. L’impressione che ho avuto è che i mass media stiano rincorrendo la quasi simultaneità che caratterizza il modo in cui i nuovi media tentano di raffigurare la realtà che osservano.

L’agenzia di stampa siriana SANA (http://www.sana.sy/index_eng.html), per esempio, intercetta i video caricati dagli attivisti su YouTube e invia immediatamente la sua troupe sul posto da cui si pensa che i video siano stati diffusi per verificare la loro inattendibilità. Cosa pensi della relazione tra vecchi e nuovi media e come fai a provare che i video sono attendibili?

K: Il giornalismo cittadino ha modificato il modo in cui le informazioni sono state riportate finora. Attualmente guardiamo i video di youtube sulla CNN e la BBC perché i mass media hanno capito che non possono ottenere la precisione e la simultaneità del giornalismo cittadino nella descrizione il mondo.

Inoltre i social media funzionano come un’eco per il giornalismo cittadino, nel senso che gli attivisti possono trasmettere l’intero processo, dall’ottenere le news e girare i video al mostrarli al mondo senza per forza passare attraverso i mass media.

L’altra cosa importante è il modo in cui gli attivisti costruiscono la loro credibilità davanti alla richiesta di video e informazioni dei mass media. La costruiamo all’inizio, verificando i luoghi e lasciando che i giornalisti stranieri parlino con i testimoni. Verificare i video necessita una grande quantità di tempo ed energia e qualche volta non ci permette di seguire gli eventi sul posto. La mia impressione è che alla fine del giorno gli attivisti siano capaci di trasmettere circa il 25-30% di ciò che accade in loco.

Infine non penso che sia giusto chiedere alle persone sotto attacco di essere professionali come le troupe televisive. Perché le autorità siriane non lasciano entrare nel Paese i giornalisti stranieri per permettere loro di riferire quella che è la situazione? Questo è sintomo che qualcosa sta succedendo e che non vogliono mostrarlo, giusto? Questo ha più valore del numero preciso di persone che partecipano alle dimostrazioni. Al jazeera e Reuters combatterono per giorni per riferire il numero di persone presenti in piazza Thajir: la prima sostenendo che erano un milione, la seconda centinaia di migliaia. In ogni caso la stava succedendo qualcosa di grande.

Riguardo alla relazione tra nuovi e vecchi media, non penso che ci sia una separazione netta tra di essi; al contrario si stanno unendo. Ma attualmente non mi sento nella posizione di analizzare correttamente la questione poiché mi trovo nel mezzo della battaglia e non ho la lucidità per effettuare analisi teoriche.

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Mitra Azar: Potresti condividere alcune delle maggiori piattaforme online da cui provengono le informazioni sulla rivolta?

K: Sicuramente, quella che segue penso sia una lista piuttosto interessante e completa:


https://www.facebook.com/Syrian.Revolution

http://www.facebook.com/SyrianDayOfRage

http://www.youtube.com/user/SHAMSNN

http://www.youtube.com/user/fnnsyria

http://www.youtube.com/user/SyrianFreePress

http://www.youtube.com/user/SyrianRevolutionPL

http://www.youtube.com/user/TheCreativeSyrian#g/u

http://www.youtube.com/user/Souria2011archives

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Mitra Azar: Per cosa combatti e quali sono le tue aspettative dopo tutti questi mesi? All’interno ho sentito che in realtà il regime si sta rafforzando. Pensi che sia vero o che faccia semplicemente parte della propaganda?

K: Noi e la maggior parte dei siriani vogliamo sbarazzarci di Assad e della sua banda. Il regime si sta rafforzando se con questo vuoi dire che sta diventanto più spietato, brutale e violento.

È da un po’ che K. fissa il telefono, velocemente, come se fosse in una trappola temporale o in un loop infinito. Dopo meno di tre minuti va via. Ha già messo dei soldi sul tavolo. Dice di cercarlo su internet e di scusarlo se non risponderà.

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