Troyano è un collettivo di artisti indipendenti cileni, residenti a Santiago del Cile, che organizza attività culturali in cui siano connesse arte e tecnologia.

In occasione della VII Biennale di Video e Nuovi Media (18-27 novembre 2005) il collettivo ha partecipato facendosi carico della cura critica della sezione dedicata ai Nuovi Media, organizzando un simposio internazionale cui hanno preso parte artisti, critici ed attivisti di tutto il mondo. Il progetto, chiamato Elena in onore del virus che si installa in un Hard Disk cancellandone i dati, si propone di fare un quadro critico della produzione culturale, critica ed artistica che negli ultimi dieci anni si è appoggiata sull’uso cosciente delle nuove tecnologie.

Una spinta finalizzata a proporre all’interno della società contemporanea cilena un dibattito sull’uso “creativo” dei media in opposizione a una visione puramente finanziaria, utilitaristica e commerciale della diffusione della tecnologia. Nel Cile che intrattiene da decenni strette relazioni commerciali con Giappone e Taiwan (e ora la Cina), importante produttore mondiale di rame (fondamentale componente per la produzione di tecnologia) e da sempre proiettato verso una “modernità” affidabile e dinamica (ma anche neoliberista e rassicurante per l’Occidente), la posizione critica del gruppo Troyano appare priva di fondamento.

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Eppure proporre un uso critico e sociale dei Media è una presa di posizione ferma e radicale in un paese che, uscito formalmente da più di dieci anni dalla dittatura di Pinochet, è tuttavia guidato dalla stessa burocrazia che faceva parte della passata dittatura militare, ha vissuto negli ultimi dieci anni (come la vicina Argentina) una spietata privatizzazione dello stato sociale, non ha ancora legalizzato l’aborto (e ha ottenuto il divorzio solo nel 2004) e in cui i contrasti (e quindi i conflitti) sociali sono ancora radicali e si risolvono spesso semplicisticamente nel dualismo “Ufficialità” vs “Panamericanismo militante e rivoluzionario” senza contemplare altre forme più complesse di dissenso.

L’intervista a tre dei quattro integranti del gruppo (che è formato da Ignacio nieto, Italo tello, Ricardo Vega ed Alejando Albornoz) è una riflessione collettiva sull’esperienza di Troyano all’interno della Biennale ed è stata realizzata il giorno della chiusura ufficiale delle attività.

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L.C.: Inizierei chiedendovi come mai avete deciso di partecipare come collettivo di artisti proponendo un progetto curatoriale.

Ignacio Nieto: Si è trattato principalmente di un’emergenza: non esisteva fino ad ora una geografia dei Nuovi Media in Cile. Tutto è iniziato a Rosario, Argentina, dove abbiamo partecipato a un festival dedicato ai Nuovi Media. Lì ci siamo accorti che mentre in quel paese il tema era già stato affrontato in maniera critica ed anche fattiva, qui mancava del tutto un’attenzione specifica. Il progetto di comporci come collettivo e di partecipare alla Biennale è finalizzato a rendere visibili pratiche culturali contemporanee relazionate con le nuove tecnologie, considerando ed esplorando non solo progetti artistici ma anche aree che hanno una consistenza più sociale e politica.

Ricardo Vega: In questo paese a fronte di una enorme commercializzazione degli strumenti elettronici e digitali, non esiste una consapevolezza sulle possibilità offerte da queste nuove tecnologie. Di contro, all’idea di innovazione e progresso portata avanti da chi governa il Paese (il Cile è lo stato latino americano con maggior numero di contratti per connessioni a Internet, più del Messico, n.d.r) c’è la realtà: questo Paese non produce tecnologia ma la consuma . Ci siamo interrogati su questo: che dialogo possiamo avere con la tecnologia se la consumiamo e basta?

Italo Tello: Un’altra nota curiosa: nelle nostre università, a differenza di altri paesi latini, sono stati programmaticamente aperti e implementati laboratori multimediali: a questo non corrisponde, a livello medio, una consapevolezza tecnologica che vada oltre l’essere un utente medio. Nessuno si mette a vedere come è costruita e sviluppata una macchina dall’interno , non esistono nemmeno corsi di studio appropriati. In più non ci sono referenti culturali locali che abbiano approfondito o proposto un’analisi dei Nuovi Media. Chi studia arte studia Picasso e Duchamp ma non si pone nemmeno il problema di lavorare sulle tecnologie, perché qui, a differenza di un paese vicino come l’Argentina, i percorsi formativi artistici non contemplano temi come la Net Art, le pratiche Hacker…

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L.C.: In qualche modo arrivano voci dal dibattito internazionale degli ultimi anni su queste “nuove” pratiche artistiche?

Italo Tello: I referenti artistici, qui in Cile, sono piuttosto teorici e artisti che hanno lavorato negli anni Settanta e Ottanta.

Ricardo Vega: Ci sono persone più preparate, ma sono “isole”. E’ difficile includere e far circolare il tema delle tecnologie nella discussione più ampia che riguarda l’arte contemporanea e la sua critica. Vorrei anche sottolineare che il nostro interesse va al di là dell’arte: io sono disegnatore ma mi interessano queste pratiche, questi nuovi modelli ermeneutici e paradigmi comunicativi nella società. A livello collettivo quindi, e non solo dell’individuo/artista.

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Lucrezia Cippitelli: A proposito di possibilità di riflessioni e anche produzioni collettive (e quindi condivise) offerte dalle nuove tecnologie, mi è sembrato molto interessante constatare in questi giorni come alcuni strumenti siano realmente condivisi a livello globale, senza confini politici o geografici, all’interno della comunità che lavora, gioca e produce senso usando sostanzialmente un computer e Internet. Penso in particolare alla performance audiovisiva di Flash Attack dall’Argentina + CES dal Cile, in cui l’artista argentino ha proposto una visualizzazione basata su FLxER, il video mixer basato su Flash Mx inventato in Italia, o alla presentazione del Proyecto Nomade (Argentina) sulle suites per PC sviluppate con Linux e finalizzate ad un uso “creativo” dei computer, durante la quale tra i mille progetti proposti si è parlato anche di DyneBolic, il sistema operativo su cd sviluppato dal 2001 da un hacker italiano, Jaromil, insieme ad altri hackers che fanno parte del’area “tech” dell’ex spazio sociale Bulk di Milano. Progetti che sono arrivati qui e sono usati e distribuiti e presentati come se fossero realmente parte di un patrimonio culturale non solo condiviso, ma anche vicino

Ricardo Vega: Il solo fatto che voi tutti siate qui è parte di questo processo di avvicinamento e di cooperazione. Abbiamo scambiato per dieci giorni le informazioni in maniera orizzontale e diretta. Non siete qui portandoci notizie come si trattasse di una pioggia mistica che ci arriva dal Primo Mondo, ma piuttosto stiamo scambiando le nostre idee su temi che ci sono comuni – l’uso di alcuni strumenti – pur rimanendo intatte le nostre identità locali.

Lucrezia Cippitelli: Mi dicevate che in questo paese si sta investendo parecchio in tecnologia. Alcune fermate della metropolitana di Santiago sono dotate di accesso gratuito a Internet con il Wi-Fi (senza sognare l’impossibile per Roma dove vivo, nemmeno a Parigi si vedono queste cose). In più esiste anche una Biennale di Nuovi Media che è l’unica al mondo ad essere arrivata alla sua settima edizione (significa 14 anni di attività!). Cosa c’è che non va allora?

Italo Tello: La mancanza di una volontà di andare oltre il consumo. Come collettivo ci piacerebbe dimostrare che anche con investimenti economici minimi, ma consapevoli, e la voglia di comunicare si possono fare cose incredibili.

Ricardo Vega: Siamo pionieri in America Latina in termini di connettività, ma c’è l’altra faccia della medaglia: non sappiamo come usarla. La Biennale dei Nuovi Media ne è proprio l’esempio. Innanzitutto era fino all’edizione passata una Biennale di Video, e anche ora che ha cambiato nome rimane prevalentemente una kermesse dedicata al video. Non c’è un adeguato contenuto all’interno del contenitore, che comunque lo guardi rimane mezzo vuoto. L’infrastruttura ufficiale che propone l’avanzamento tecnologico è priva di contenuti e prettamente commerciale, portata avanti da un mondo imprenditoriale che muove molto denaro vende l’immagine del Cile come un Paese “sviluppato”, “avanzato”…

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Lucrezia Cippitelli: …e quindi anche “democratico” ed “affidabile”…

Ricardo Vega: …e dall’altra parte c’è la società civile che non usufruisce di questo “sviluppo”.

Ignacio Nieto: La gente punta a comprare l’ultimo modello di cellulare, super costoso, che magari ha anche la macchina fotografica incorporata. E poi non sa che farsene. E’ solo questione di status e di consumo, anche (se non soprattutto) a livelli sociali più bassi. Un’altra nota interessante, collegandomi al discorso fatto su produzione e consumo: storicamente il Cile è un paese che ha sviluppato un importante produzione musicale d’Avanguardia. La musica elettroacustica in Cile ha una storia di più di cinquant’anni. E’ un circuito molto vicino alla produzione di tecnologia ed agli studi ingegneristici, ma è molto chiuso: i pionieri di queste sperimentazioni costruivano loro stessi le macchine su cui lavoravano. Computer con 7 Kb di memoria…

Italo Tello Come diceva Ignacio qui puoi andare a visitare una casa poverissima in un quartiere molto modesto della città, in cui la gente vive con nulla, però possiede un enorme televisore, o un cellulare all’ultima moda. Il problema è che non lo usa come strumento di espressione e di critica del sistema. Come gli artisti cubani di cui hai parlato tu, che con uno slide show di fotografie scattate nel quartiere riescono a raggiungere dei livelli di critica e comunicazione e partecipazione profondi. Qui in Cile non esistono esperienze simili. Anzi, possiamo dire questo: il Cile è un paese diviso in due. Da un lato chi ha sviluppato un linguaggio critico ed espressivo strettamente legato alla dittatura di Pinochet; quindi ricorre all’estetica della barricata, al tema della contrcultura, dei desaparecidos , della politica e della periferia. Dall’altra parte c’è la generazione cresciuta con Mtv ed il Nintendo ed i videogiochi.

Questa generazione non ha referenti. Non esistono, in Cile, referenti critici che si occupino di analizzare la produzione culturale che si realizza e sviluppa con i Nuovi Media, né tantomeno la critica sociale che questi implicano.

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Lucrezia Cippitelli: Esiste una comunità Hacker?

Italo Tello: Si, ma è completamente rivolta a montare hadware e software. Non fa politica. Non fa critica culturale. Non costruisce comunità.

Lucrezia Cippitelli: Datemi una vostra definizione di Nuovi Media.

Ignacio Nieto: Innanzitutto è una definizione po’ problematica da dare e inoltre è un concetto che non condivido. Credo anche che sia una dicitura molto commerciale, che tenta di raggruppare tutta una serie di pratiche ancora poco circoscritte.

Italo Tello: E’ un termine standard e credo sia un errore collegarlo solo al computer. Ogni epoca ha i suoi nuovi media. L’errore è darli un significato fisso e chiuso: si sviluppa col tempo ed è collegato alla ricerca.

Ricardo Vega: Spesso si vuole rinchiudere tutto il senso del termine nel dispositivo, tralasciando da parte tutto ciò che implica lo sviluppo di capacità, conoscenze, pensiero e creatività. Se parliamo di Arte Genetica vediamo che ogni significato accertato si ribalta per esempio…perché è qualcosa di completamente multidisciplinario: arte scienza, biologia.

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Lucrezia Cippitelli: Come avete costruito la curatoria alla Biennale? Perché avete scelto di presentarvi come un collettivo? Perché l’idea di un virus? Come avete scelto gli artisti?

Italo Tello: Ci siamo fatti carico praticamente di tutta l’area che all’interno della dicitura “Biennale di Video e Nuovi Media” avesse a che fare con i Nuovi Media. Abbiamo scritto una convocatoria dividendola in temi: Net Art, Software Art, Tactical Media. Abbiamo incluso esperienze che in Cile lavorano anche con le nuove tecnologie ma non a progetti propriamente artistici quanto piuttosto sociali. Ad esempio il canale televisivo pirata e comunitario Señal 3 che trasmette nel suo quartiere (La Victoria, quartiere occupato negli anni Sessanta e divenuto durante la dittatura un’area di resistenza culturale – e non solo – all’interno di Santiago, n.d.r.), o l’Associazione Software Libre.

Ignacio Nieto: Come collettivo abbiamo lavorato più come “archiviatori” che come “critici”. Abbiamo portato avanti un lavoro quasi storiografico di raccolta di temi e testi. Credo che in questo momento il livello critico sui nuovi media sarebbe troppo pretenzioso e complicato da portare avanti. Per quanto riguarda l’idea del virus, un virus è un codice che entra nel computer. Il nome lo abbiamo trovato nell’archivio di definizione di virus di McAfee: certo c’erano nomi più divertenti, ma “Elena” stava molto bene con il nome del nostro collettivo, Troyano e Elena di Troia. Il virus “Elena” ha come caratteristica quella di installarsi nell’hard disk di un pc e di cancellarne tutti i dati. La nostra operazione si proponeva di installarsi all’interno dell’ spazio della Biennale, cancellarne i presupposti e riscrivere una nuova storia.

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Lucrezia Cippitelli: Credo che a livello generale l’aspetto più interessante di quest’esperienza sia stata la costruzione di un network tra le persone che qui, oltre a fare le proprie presentazioni, hanno potuto conoscersi e condividere in maniera vera e poco accademica idee, capacità, risorse. Come si svilupperà in futuro il lavoro che avete iniziato con questo progetto?

Ignacio Nieto: Dovremo prima di tutto mettere on line il materiale editoriale che si è sviluppato durante le conferenze.

Italo Tello: Si tratta di capitalizzare tutto quello che è stato detto e registrarlo in un catalogo, o un DVD, che diventi un referente locale – che sottolineo di nuovo in questo paese manca – sui Nuovi Media.

Lucrezia Cippitelli: Quali sono i risultati che più vi convincono del progetto “Elena”?

Ricardo VegaChe esiste una pratica, un modo di agire intendo, che è condiviso tra persone che hanno storie origini e provenienze completamente diverse. La consapevolezza che stiamo affrontando con strumenti instabili ed esperienza pregressa, problematiche e pratiche ancora da mettere a punto, ed ora sappiamo che esistono anche dei presupposti fattivi che ci permettono di lavorare insieme, come i vasi comunicanti. Aggiungo anche che secondo me l’operazione di “riscrittura” dell’Hard Disk ha funzionato ed è stata effettiva.

Lucrezia Cippitelli: A questo proposito mi pare che l’operazione “Elena” abbia effettivamente – a livello locale oltre che internazionale – avuto il grande merito di diventare spazio di coincidenza di molte tensioni che si muovono in questa direzione. A differenti livelli: musica, software libero, attivismo, critica culturale. Esperienze che secondo la mia impressione, prima andavano avanti in maniera parallela, senza collegarsi.

Italo Tello: Qualcuno ci ha detto che siamo stati pretenziosi e troppo elitari, che le nostre proposte non potevano raggiungere un grande pubblico. Credo che questo implichi però che il salto è stato fatto e che l’esperienza sia un punto di partenza a cui molta gente ora guarda.

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Lucrezia Cippitelli: Mi interessa molto l’ipotesi secondo cui i Nuovi Media costituirebbero una possibilità e una potenzialità importante di comunicazione ed espressione indipendente della propria identità per i paesi così detti in “via di sviluppo”. Che idea avete al riguardo?

Ricardo Vega: Dato per scontato che finora abbiamo parlato comunque di pratiche che nell’ecosistema dei paesi del sud del mondo sono molto elitarie, mi interesserebbe molto analizzare le possibilità che si potrebbero sviluppare al di fuori di quest’area elitaria di “mediacentrismo”.

Italo Tello: Il tema dell’accesso è centrale, ed è necessario che le aree che stanno fuori da questo “mediacentrismo” sono escluse non per mancanza di conoscenze o capacità. Questo è un tema che mi tocca da vicino perché lavoro in una scuola pubblica di un quartiere estremamente periferico, povero e problematico di Santiago, insegnando arte ai bambini. Un progetto nazionale ha avviato e realizzato la costruzione di laboratori multimediali in varie scuole tra cui questa: decine di computer collegati a Internet con la banda larga. Mi accorgo che il professore, o il responsabile del laboratorio, che hanno l’incarico di formare i bambini, rapidamente vengono surclassati dalla velocità di apprendimento e dalle capacità di questi bambini. Spesso la scuola deva fare installare dei filtri o degli strumenti di autoprotezione su questi computer, per impedire ai bambini di accedere al sistema e cancellarne i dati durante le loro esplorazioni nelle viscere dei PC. Sono incredibili. Appena indirizzati e dotati di strumenti basilari, sono in grado di realizzare delle cose estremamente interessanti e complesse: come ad esempio partendo dal foglio e le matite, digitalizzare i loro disegni, fare delle animazioni, registrarle su un DVD e poterle guardare a casa loro, sul televisore che fino a poco prima era un altare intoccabile che si poteva guardare senza interagire. E stiamo parlando di bambini che vanno a scuola a tempo pieno, perché altrimenti non mangierebbero. E che hanno in casa un televisore gigantesco…

Ricardo Vega: …in un paese in cui esiste il Wi Fi nella metropolitana e la Biennale dei Nuovi Media.

Ignacio Nieto: Chiudo con una metafora sul Cile: all’interno della Biennale hanno installato, su tavoli fintamente grezzi da falegname, e in maniera fortemente scenografica, una serie di Laptop Sony Vaio, che facevano una vistosa pubblicità alla Sony che li produce. Quest’area è stata chiamata Media Lunch. Qui i computer erano incatenati ai tavoli, ed i PC erano senza connessione a Internet. Il tutto in una Biennale dedicata ai Nuovi Media…


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