Dopo circa cinque giorni di discorsi, discussioni, dibattiti (spesso veramente affascinanti e senza dubbio pertinenti) e lunghi calendari (relativi alle esibizioni, ai panel, alle feste), si è concluso. Sono sopravvissuta al mio primo transmediale.

È stata un’esperienza intensa e faticosa, forse perché vi ho partecipato personalmente e perché mi sono ritrovata tra due fuochi: il desiderio di apprendere il maggior numero possibile dei contenuti affrontati e la fretta di preparare il materiale per il mio intervento.

Comunque, sono sicura che anche coloro i quali l’hanno seguita sin dall’inizio hanno risentito del ritmo intenso di transmediale 2k12, compresi quelli super organizzati, in grado di fare foto e di postarle un attimo dopo su Facebook; quelli che prendevano appunti durante i pannel in/compatibili nell’auditorium (e che subito dopo li avevano già postati su Nettime, Netbehaviour, Faces e altrefamose mailinglist) e che poi si ri-materializzavano (come in Star Trek) al piano di sotto, nel K1, agli eventi del programma reSource (curato da Tatiana Bazzichelli); quelli che stavano in simbiosi con i loro Tweetdeck e che erano anche in grado di lanciare i loro tweet mentre partecipavano ai loro stessi panel.

Io sono un terribile multitasker. Al transmediale, sono passata subito alla modalità “visione a tunnel”, ancorandomi ai gruppi tematici che avevano a che fare per lo più con il laboratorio che io e Alessandra Renzi abbiamo gestito il 2 febbraio, un laboratorio sperimentale itinerante chiamato Sandbox Project [1]. Non mi dilungherò su questo progetto. Preferisco ascoltare cosa ne pensano gli altri, piuttosto che scrivere un’autocritica.

D’altronde, abbiamo reso disponibile una relazione completa con immagini, commenti e risultati sulla nostra piattaforma sito/blog web 2.0 per eccellenza (ovvero: una piattaforma online che utilizza tutto ciò che si può trovare gratis o senza costi… un esperimento per capire dove ci porterà questo approccio, fino a quando il sistema non decide che non possiamo stare lì come “parassiti” e che dobbiamo “contribuire” economicamente, o trovare mezzi più sostenibili per dire la nostra).

Eppure, più che una relazione puramente descrittiva, ciò che segue è un breve “resoconto di parte”, realizzato da una che ha tenuto gli occhi puntati su specifiche tematiche e che si è molto interessata a scoprire il modo in cui i principali argomenti proposti da questa edizione del festival si sono svolti e hanno contrastato tra di loro; il modo in cui la varietà di panel, workshop e presentazioni ha esposto da un lato le questioni più importanti nell’ambito dei media, delle arti e della politica e dall’altro ne ha messo in evidenza di nuove, non ancora affrontate.

Trovo molto importante che tra tutti i panel organizzati durante transmediale, io mi sia ritrovata a seguire gran parte dei discorsi e dei dibattiti reSource, e che le parole chiave e i commenti presenti nei miei appunti sparsi fossero stranamente (e opportunamente) collegate alle domande fondamentali che avevo in mente quando sono arrivata a Berlino il freddo sabato mattina prima dell’evento. Alcune delle questioni e delle idee emerse richiamavano in modo evidente le questioni nate durante l’esperimento Sandbox.

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Non avevo scelto di partecipare esclusivamente a reSource. Tuttavia, appena ho ricevuto il mio programma, sono stata colpita subito da quello che la sezione offriva, come promesso dalla sua dichiarazione d’intenti, in termini di nuove modalità di collaborazioni non gerarchiche e improvvise, di costruzione di un network interdisciplinare che aspiri veramente a indirizzare e a superare le divisioni tra accademia e il resto del mondo.

Un network che colleghi teoria e pratica; riflessioni teoriche e astrazione, nonchè attività pratiche relative alla cultura. Da ultimo, ma non per questo meno importante, ero interessata a vedere in che modo un’iniziativa come reSource potesse svilupparsi a Berlino, e forse in qualche altra città, al di fuori dello spazio istituzionale del transmidiale Festival.

Le sinergie uniche offerte da reSource erano potenziate dalla location: probabilmente non avrei trovato la stessa atmosfera nei panel ufficiali che si svolgevano al piano di sopra, nel dispersivo e più formale auditorium, dove teoria e pratica erano accuratamente distinte, e le personalità famose facevano a gara sul palco per esporre le loro scoperte a un pubblico alquanto distaccato. Credevo che si sarebbe potuta creare un’atmosfera diversa nel più intimo e versatile K1 (K sta per Kantine, se il mio tedesco arrugginito non mi inganna, termine che fa’ pensare a un ambiente familiare, informale) e nel Café Stage (altra location “user-friendly”).

In generale, non solo tutte le sessioni hanno espresso il forte desiderio di abbandonare le tradizionali strutture discorsive, nonchè norme di comportamento e modelli economici, ma hanno anche indicato come questo processo sia sostanzialmente già in atto. Durante tutte le sessioni reSource a cui ho partecipato, era come se ogni progetto e ogni idea fossero totalmente aperti a ulteriori discussioni, o fossero in attesa di combinarsi e di accogliere nuove idee.

Poiché i partecipanti sembravano essere lì per alimentare il dibattito, piuttosto che promuovere soltanto i loro progetti personali, il pubblico rimaneva attivo e partecipe, prendendo parte per lo più a discussioni schiette e intense.

Il lancio e la pubblicazione strategica, all’inizio del festival, di World of the News, giornale nato dal seminario PhD e dalla conferenza In/compatible Research (16-18 novembre 2011) [3], ha delineato il tono e l’approccio generale nei confronti del programma. Unendo docenti universitari e studenti laureati, artisti e professionisti, questo primo workshop si è impegnato a promuovere lo stesso tipo di prassi collaborativa messa in atto ormai su una più vasta scala durante il Festival.

Ero affascinata dall’approccio attivo di reSource, critico nei confronti dei paradossi e delle in/compatibilità che caratterizzano l’ordine del mondo contemporaneo, ma impegnato in nuove attività che miravano a fare una (o qualche) differenza. Quindi, questioni relative al divario fra ricchi e poveri e le gerarchie – spesso invisibili, ma non irreali – che nascono dalle diverse forme di lavoro; il distacco tra l’interesse delle banche e gli obblighi dei mercati da un lato, e la gente dall’altro; il contrasto tra il sogno di un futuro sostenibile e la riluttanza a rinunciare ai nostri piccoli comfort e privilegi; l’ossessione della rappresentabilità come forma di controllo contro la complessità dell’irrappresentabile ecc. erano visti senza dubbio da un nuovo punto di vista.

Invece, sono rimasta colpita dal modo in cui l’opposizione al paradigma del libero mercato dei beni impersonali e standardizzati, sia riuscita ad arrivare in forma di network alternativo di merci molto specifico, che ha sfruttato le potenzialità dei social network per funzionare indipendentemente dai tradizionali sistemi commerciali globali. Come nel caso dell’art/business project ambiguamente ibrido presentato da Kate Rich [4].

Inoltre, ero contenta di vedere come alcune delle proposte più innovative per mettere fine all’eterno ciclo basato sull’avidità e sulla speculazione introdotto dal sistema bancario, non provenissero dal mondo della finanza ma dalla comunità hacker, come ad esempio le monete digitali: alternativa più sostenibile, decentralizzata e flessibile rispetto all’attuale flusso di capitali [5].

È una notizia fantastica, ma non del tutto sorprendente, dal momento che gli attuali sistemi monetari e finanziari si basano su un paradigma il cui obiettivo, come ha chiaramente spiegato Jaromil nel suo discorso, è perpetuare lo status quo dando alla gente l’impressione di avere libertà e flessibilità quando in realtà il sistema si è man mano cristallizzato in un motore di comando top-down. Si tratta di un sistema che sfrutta la riluttanza delle persone a rinunciare all’attuale struttura e a cercarne (e dunque ad assumersene i rischi) una totalmente nuova che lavori per loro.

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Il fatto che le summenzionate iniziative possano o meno fare veramente la differenza nell’ordine mondiale, non costituisce l’importante apporto delle attività esposte e discusse durante reSource. Anzi, credo che la loro importanza stia nella forza critica che hanno creato nel corso dei loro brevi incontri, piuttosto che nei loro risultati singoli e immediati. In altre parole, le varie correnti in cui è reSource è stato metodicamente organizzato (reSource, Metodi, Attivismo, Mercato, Networks, Sesso) si limitano a tracciare delle linee guida generiche e finiscono inevitabilmente per accomunare progetti radicalmente diversi, i cui punti di contatto erano soltanto superficiali, e aperti al dibattito.

Nonostante la necessaria divisione in varie correnti, i progetti presentati non potevano essere confinati a singoli contenitori tematici, poiché trattavano tutti, seppur a livelli diversi, questioni riguardanti i network, l’attivismo, i metodi ecc… Inoltre, tematiche più specifiche tendono a riproporsi da un panel all’altro e da un progetto all’altro, creando una costante intercontaminazione e trasmettendo un’idea generale di coerenza: ad esempio, durante il panel “Commercialising Eros” [6] e in quello sulla “Crashed Economy…”

[7] sono nati dibattiti in merito all’alienazione, al lavoro e allo sfruttamento; discussioni che andavano dalle riflessioni sul Capitalismo e alle sue (neoliberali) insoddisfazioni alla soggettività e identità collettiva, [8] hanno portato ad affrontare il rapporto e i potenziali conflitti che sorgono dalla coesistenza di diversi tipi di attivismo e di tattiche politiche/sociali (compresa una discussione sulla violenza che sembrava assumere un approccio pro vs contro in qualche modo sterile ed estremizzante).

Data questa struttura flessibile, i partecipanti, i progetti e gli interventi si confrontavano spesso tra loro sulla base di temi simili, seppur interpretati in modo diverso, oppure venivano invitati a trovare punti di contatto tra quei progetti che non avevano alcun rapporto evidente. Una di queste occasioni, presentatasi nel corso del dibattito già citato sulla soggettività nelle reti degli attivisti, è stata caratterizzata da due progetti apparentemente opposti: uno che era il prodotto di uno sforzo collettivo atto a unificare un ampio gruppo in un’unica figura iconica, e l’altro che era il progetto di un artista/attivista attualmente disilluso nei confronti della ripetitiva e tradizionale azione collettiva (ad esempio affissione di manifesti, proteste, picchettamento, ecc.).

In entrambi i casi, tentativi diametralmente opposti rivelavano uno sforzo comune per stimolare un interesse generale e per raccogliere consensi su principi importanti come l’istruzione e l’ambiente.

Nel primo caso, il personaggio di Anna Adamolo [9], un fittizio ministro italiano della Pubblica Istruzione il cui nome è l’anagramma di Onda Anomala, è stato utilizzato come strumento per unificare l’eterogeneo movimento studentesco italiano e per rendere la lotta degli studenti visibile agli occhi dei media, degli altri studenti e dei profani. Questa soluzione, che ha tratto ispirazione dalla tradizione delle icone religiose e delle immagini dei santi [10], aveva lo scopo di catalizzare l’attenzione (più di quella che una protesta avrebbe attirato) e di diventare metonimicamente il simbolo con il quale tutti gli studenti avrebbero potuto potenzialmente identificarsi.

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Al contrario, l’Interpelled di Victoria Estok  [11], un progetto sonoro che si serve di un dispositivo audio ipersonico (un laser sonoro) per recapitare messaggi o per evocare reazioni emotive dalle persone coinvolte, sembrava avere lo scopo opposto. Fuori dall’hotel dove soggiornavano  i rappresentanti del Summit del 2010 sui Cambiamenti Climatici, l’attivista ambientale e  artista del suono ha provveduto a trasmettere loro i suoni di alcuni bambini che giocano: invece di incentivare l’identificazione di un gruppo con un’identità collettiva, Estok ha fatto appello alla coscienza individuale e alle reazioni emotive di pochi. Nonostante i diversi obiettivi e il contesto di Estok e del gruppo che c’è dietro Anna Adamolo, auto-definitosi con l’eteronimo  Salvatrice Settis, i due interventi avevano forti punti di contatto.

In effetti, se l’intervento era stato fatto per incoraggiare una auto-identificazione collettiva  o per scegliere specifici individui, la convinzione comune secondo cui le nuove forme di interventi creativi, che in molte occasioni sono considerati “solo arte”, potrebbe funzionare come forme di attivismo molto più che legittime, con una conseguente maggiore efficacia nelle situazioni più inaspettate.

Mentre i temi del programma reSource servivano per collegare una varia gamma di progetti, spesso questi funzionavano come punto di partenza per discussioni molto più ampie e innescavano riflessioni più complesse e più generali sulle questioni in gioco e sulle loro relazioni con gli aspetti socio-politici mondiali. La discussione  “Commercialising eros”, da cui è nato un dibattito animato ancora in corso in varie mailing list [12], è un esempio calzante.

Il panel era caratterizzato da un gruppo eterogeneo di persone coinvolte nell’industria del sesso a vari livelli: le lavoratrici del sesso, come Liad Hussein Kantorowicz, un’attivista e artista performer israelo-palestinese, che ha svolto la sua professione online e ha preso parte a una dimostrazione pratica di ciò che significa vivere come una lavoratrice del sesso; attivisti a favore dei diritti umani, come Aliya Rakhmetova [13], coordinatrice dello SWAN e attivista, la cui preoccupazione è migliorare le condizioni di vita e di salvaguardare i diritti delle lavoratrici del sesso nell’ Europa centro-orientale e nell’Asia centrale per mezzo di una vasta rete di solidarietà e di difesa;

i dipendenti di siti porno online, come Jacob Appelbaum, che non partecipava al lavoro sessuale vero e proprio, ma ha trascorso i primi anni della sua carriera lavorando per il dipartimento informatico di un’azienda di pornografia e di giocattoli sessuali, osservando in prima persona le divisioni del lavoro e le dinamiche sociali ed economiche; gli artisti e gli attivisti come Zach Blas, la cui opera “Queer Technologies”utilizza “strani” giocattoli per sensibilizzare e sovvertire gli stereotipi sessuali [14].

A causa della varietà del panel, che rappresentava prospettive molto diverse sul significato e sulla percezione del lavoro sessuale, a causa dell’ampia definizione e della varietà dello stesso lavoro sessuale e, si dovrebbe ammettere, anche a causa degli stereotipi e dei pregiudizi che influenzavano il giudizio e le risposte del pubblico, la discussione ha localizzato i diversi aspetti del lavoro sessuale nel contesto generale dell’economia del lavoro e nella questione (collegato anche  a quest’ultima) se il consenso potesse essere considerato ciò che rende il lavoro sessuale una professione e non uno stupro.

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Nonostante la discussione di cui sopra non si sia concentrata abbastanza su specifiche questioni fondamentali  legate all’industria del lavoro sessuale, essa ha comunque contribuito a fissare i precedenti per ulteriori riflessioni. Questo è un altro elemento importante che ha caratterizzato la serie di panel e di eventi offerti dal programma reSource. Ad esempio, l’attenzione sul lavoro del panel sopra menzionato ha rivelato che mancava qualcosa nell’insieme: ossia una riflessione costante sulla distinzione tra i diversi tipi di lavoro sessuale e su come l’aggiunta di tale definizione all’equazione possa in definitiva influenzare il nostro modo di vedere tale professione.

Dopo tutto, c’è una grande differenza tra esibirsi di fronte a una webcam, parlare al telefono, recitare in film e avere a che fare con i clienti per strada. Prendere in considerazione il problema del consenso, che ha contribuito a inquadrare la discussione sul lavoro sessuale, ha evidenziato il modo in cui potremmo intendere questa attività nel contesto più ampio del capitalismo neoliberista (consentendo così di fare un collegamento con altre attività non associate al lavoro sessuale, ma anche di rendere manifesti modelli di sfruttamento del lavoro simili).

D’altro canto, il mescolamento di diversi progetti e interventi in una ristretta cerchia di termini, ha rivelato la reale varietà di contesti radicalmente diversi citati nei progetti presentati durante le varie sessioni. Ad esempio, il fenomeno di Anna Adamolo, popolare in Italia, ma probabilmente quasi sconosciuto all’estero, è caratterizzato da una specificità culturale che è stata chiarita solo  al momento delle domande e che è stata spiegata non senza difficoltà grazie ad alcune domande del pubblico (come, ad esempio, il suo legame con un certo tipo di iconografia e di tradizione socio-politica, che spiega le ragioni che stanno dietro l’uso di tale personaggio immaginario).

Il contesto di reSource riguardava, inoltre, una serie di progetti artistici che avevano rilevanza con il tema generale “in/compatibile” di transmediale,  ma anche con i sottotemi trattati da reSource. Ad esempio, l’R15N di Telekommunisten [15] utilizza le tradizionali tecnologie telefoniche per modificare la nostra abitudine di scegliere le persone con cui vogliamo comunicare e di funzionare solo all’interno di una rete sociale delimitata e chiusa (sebbene ripetitiva e poco originale). Una tendenza ricorrente durante le discussioni e che è stata ripetutamente criticata nel corso di reSource.

 Le persone registrate nel sistema avrebbero ricevuto chiamate a caso da altri individui registrati e sarebbero state incoraggiate a sostenere una conversazione. In determinati punti strategici posti intorno al KHW (all’ingresso e nell’area ristorazione, dove la gente tendeva a riunirsi tra una sessione e l’altra e dove si sono tenuti alcuni eventi) è stato installato un telefono che  di tanto in tanto squillava. Chi rispondeva comunicava con una persona a caso.

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È interessante notare che, una volta conosciuti i numeri di telefono delle postazioni, si poteva invertire il processo e chiamare facendo richieste specifiche e dando compiti da svolgere a chiunque fosse nelle vicinanze e alzasse la cornetta (ad esempio si poteva chiedere alla persona che aveva risposto di cercare una determinata persona). Questa tattica è stata usata nel corso del progetto Sandbox per incoraggiare gli spettatori presenti alla seduta pubblica a uscire dalla zona relax e non solo a cooperare, ma anche a fidarsi degli sconosciuti dando loro istruzioni. In questo modo, l’apparente errore di comunicazione prodotto dall’ R15N andava sorprendentemente a ricreare una struttura sociale molto più centrata sulla comunità (fatta di persone) e rivelava la limitazione dell’odierno e super pubblicizzato Web 2.0  (la cui presunta struttura  decentralizzata  viene reindirizzata e ri-centralizzata intorno a piccoli gruppi di individui facilmente controllabili).

Un secondo progetto, il progetto One year Google [16] realizzato dall dell’artista Johannes Osterhoff, ha ottenuto effetti in qualche modo  simili, questa volta però usando Google come tecnologia preferenziale. Osterhoff ha accettato di registrare e di rendere pubblica la sua ricerca su Google nell’arco di un anno, un’azione che in sostanza avrebbe rivelato al mondo i suoi interessi, le sue ricerche e altre informazioni private sulla sua vita personale. Durante transmediale, a diverse persone è stato chiesto di fare la stessa cosa. Il suo progetto mostra  non solo  come una semplice ricerca su Google possa rivelare molto della personalità e degli interessi di ciascun individuo, ma pone  anche domande su chi possiede realmente e determina le dinamiche interne di Internet.


Note:

[1]http://sandboxproject.wordpress.com/

[2]http://www.transmediale.de/festival/resource

[3] – puoi trovare il blog del seminario all’indirizzo http://darc.imv.au.dk/incompatible/, puoi anche scaricare una copia del giornale all’indirizzo http://darc.imv.au.dk/worldofthenewspaper.pdf

[4]http://www.feraltrade.org/cgi-bin/courier/courier.pl

[5] – per ulteriori informazioni, vai su http://DYNDY.net e su http://FreeCoin.ch. All’indirizzo www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1984 troverai un’intervista molto interessante su Dyndy

[6] – Commercializing eros, 4 febbraio http://www.transmediale.de/content/commercialising-eros

[7] – Crashed Economy, Debugging and Rebooting, 3 febbraio http://www.transmediale.de/content/crashed-economy-debugging-and-rebooting

[8] – Fra gli altri, la prima parte di “What Capitalism?” il 3 febbraio e il panel dal titolo Isolation and Empowerment, anch’esso il 3 febbraio http://www.transmediale.de/content/isolation-and-empowerment-after-web-20

[9] – Anna Adamolo (Onda Anomala) http://parcodiyellowstone.it/anna_adamolo/

[10] – vedi ad esempio il primo prodigio di San Precario, il santo patrono dei lavoratori precari, oppure Serpica Naro (anagramma di san Precario), la mascotte dei lavoratori precari nell’industria della moda.

[11] – Victoria Estok http://victoriaestok.com/art/interpelled-hyper-sonic-sound-at-cop16-cancun-mexico/

[12] – vedi ad esempio la discussione sul consenso e sul sexwork come lavoro affettivo nata sulla mailinglist Nettime http://www.mail-archive.com/nettime-l@mail.kein.org/msg00795.html

[13] – Sex Workers’ Rights Advocacy Network (SWAN) http://swannet.org/

[14] – vedi Zach Blas http://www.zachblas.info/ e Queer Technologies http://www.queertechnologies.info/

[15]http://r15n.net/tm12/ di Dmitry Keliner, Baruch Gottlieb e the Telekomunisten

[16]http://www.johannes-p-osterhoff.com/interface-art/google-one-year-piece di Johannes P. Osterhoff

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