La mostra collettiva “Speculative”, allestita al LACE-Los Angeles Contemporary Exhibitions, dal 16 Giugno al 28 Agosto scorso, é figlia di questi tempi incerti e psicotici scanditi da crack finanziari, licenziamenti a catena e catastrofi ambientali.

Infatti mentre il cosidetto “estabilishment”, quell’un per cento che ha tratto immani profitti dalle speculazioni finanziarie degli ultimi anni, tenta di nascondere al mondo, con l’aiuto di accondiscendenti network mainstream, le voci di protesta che si levano ormai da decine di piazze americane occupate (per chi non lo sapesse, Liberty Plaza adiacente a Wall Street é occupata da quasi due settimane ormai: https://occupywallst.org/ ), ci sono artisti, ricercatori, e designer che si interrogano sul presente e tentano di progettare scenari futuri.

I curatori della mostra Zach Blas e Christopher O’Leary, hanno messo insieme un gruppo di artisti e designer – per lo più ex studenti provenienti dal dipartimento di design e arte mediale dell’UCLA – che utilizzano strategie ed estetiche prestate dalle tradizioni della science-fiction, del design speculativo, delle pratiche situazionistiche, per mettere in risalto le disfunzioni del contemporaneo e provare a delineare strategie di uscita alternative.

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Leggiamo dal loro statement per il catalogo della mostra: “Oggi vediamo il mondo in cui viviamo come un posto invivibile, e al tempo stesso sull’orlo di una riconfigurazione radicale. Dalla crisi economica globale alle crescenti forme di odio e controllo, alla devastazione della nostra Terra, nuove frontiere e gabbie tormentano e terrorizzano il mondo a tutti i livelli, globale, nazionale, informatico, e biologico. In tutto il mondo si ripresenta la stessa uguale mercificazione della vita, della cultura, del corpo, della Terra. Ma nonostante ciò, crediamo che all’interno di questa stessa invivibilità ci sia il potenziale per agire e programmare nuovi modi, mondi e vite.

Infatti assistiamo all’emergere di forme di protesta da ogni parte: dalle chiamate all’azione di gruppi militanti come The Invisible Committe (autori del testo The Coming Insurrection http://en.wikipedia.org/wiki/The_Coming_Insurrection), alle proteste studentesche, alle insurrezioni della primavera araba, all’attivismo di WikiLeaks e Anonymous. Quella speculativa é una forza unificante che accomuna i lavori in mostra e che evoca il potenziale del mondo che vogliamo, al livello politico, culturale, sociale, sessuale, tecnologico, biologico, economico, ecologico”.

Quasi tutte le opere in mostra sono in prima assoluta, o comunque prodotte negli ultimi due-tre anni, e variano molto per tecniche, stili, e approcci. Tra quelli più tipicamente “situazionisti” per stile e linguaggio, c’é sicuramente il lavoro di Casey Alt, un artista che esplora il modo in cui le interfacce informatiche mediano potere e cultura: al centro della sua opera c’é infatti una sarcastica critica al design commerciale come strategia dominante di ingegnerizzazione di controllo sociale.

Nel suo progetto Slightly Sociopathic Software (Software leggermente sociopatico 2007), Casey Alt usa la tattica estetica del detournement per mettere in risalto le aberrazioni (psico) sociali e schizofreniche che emergono dal mix micidiale di etica corporativistica e uso amorale dei social network: l’autore inventa un brand fittizio, VacilLogix, la cui missione consiste “nel favorire la sociopatia, uno delle spinte primarie della evoluzione umana”.

Sempre dalla mission del brand VacilLogix leggiamo che “il modo migliore per fare profitto é contribuire con soluzioni innovative a profondi problemi culturali – e non ci vuole tanto a capire che il nostro mondo sta nel bel mezzo di grossi problemi culturali. Ma noi vediamo queste sfide quasi insormontabili come incredibili opportunità di profitto. La nostra fiducia nel progetto si basa sulla convinzione che, fin da quando ci sono stati social network, c’è stata anche la sociopatia”. I prodotti di punta di VacilLogix sono software che “sfruttano la potenza dei social network per aggirare norme sociali”. La compagnia produce quattro killer-application che “ti permettono di avere quell’attitudine sociopatica che ti porta al successo”: Deceptionist™ , EntitlementManager™ , StalkBroker™ and StatusGuard™ .

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Di una matrice simile, ma con un approccio sicuramente meno situazionista, é il lavoro Material Evidence (2010) di Claudia Salamanca – http://www.laclaud.com/?p=116, un’artista colombiana che sta al momento lavorando al suo dottorato di ricerca al Dipartimento di Retorica dell’Università della California, a Berkley. Sia nella pratica artistica che nella ricerca teorica esplora le relazioni tra l’idea di morte e il corpo.

In Material Evidence, la Salamanca si riappropria di un video-documento fatto dal Colombian Government’s Technical Investigation Team (gruppo di investigazione tecnica del Governo Colombiano) in cui si vede una procedura di identificazione standard effettuata da un poliziotto. La rielaborazione fatta dalla Salamanca consiste nell’introduzione di un elemento disturbante nel frame video, una sorta di “buco nero” che si sposta all’interno della cornice video.

Lasciando la problematica delle strutture di potere ed entrando invece in un territorio di indagine delineato dal rapporto tra uomo e ambiente, troviamo il lavoro di Pinar Yoldas, artista di origine turca, laureata all’UCLA nel 2009. Il suo progetto SuperMammal ™ , NeoLabium ™ and other species of excess (2011) http://pinaryoldas.info é una serie di artefatti, specimen, inglobati in piccoli vasi trasparenti stile laboratorio chimico, le cui forme e fisiologie sono ispirate da possibili futuri risvolti e mutazioni delle tecniche riproduttive di Madre Natura.

Una vera e propria “escursione biogenetica sul futuro del desiderio, della sessualità e dell’intimità”. Così la Yoldas descrive il proprio progetto per presentare le sue tre “creature”: SuperMammal™, che dispiega una simmetria radiale delle glandole mammarie, MegaMale™, un arrangiamento lineare di forme ispirate ad organi maschili, e NeoLabium™, livelli di labia arrangiati in maniera esponenziale, che possono potenzialemente espandersi e crescere all’infinito.

Questi tre pezzi seguono la serie Fabula (2009)http://pinaryoldas.info/Fabula/, che consiste appunto in una serie di pseudo-creature mutanti in contenitori di vetro accompagnate da disegni e foto. Nel creare queste forme di vita fittizie, Pinar Yoldas ha preso spunto dalle famose “isole di spazzatura sommerse” che vagano negli abissi dei nostri oceani, e ha immaginato le possibili mutazioni che possono scaturire dalle interazioni della fauna marina con tali habitat artificiali. “rendendo intenzionalmente indistinguibili le differenze tra maschio e femmina, microbo e umano, organico e sintetico, Fabula provoca e accentua la presa di coscienza del proprio corpo, in particolare rispetto alle problematiche di sessualità e mortalità.”

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In maniera simile lavora Zach Blas che affronta tematiche quali corpo e sessualità, anche se con una estetica e approccio completamente differente. Blas, da sempre interessato alle dinamiche tra nuovi media, politica e queer studies, espone un progetto su cui ha lavorato negli ultimi quattro anni : Queer Technologieshttp://www.queertechnologies.info/ . Il progetto consiste in una serie di applicazioni, strumenti e soluzioni tecnologiche mirate all’attivismo queer.

Queer Technologies vuole essere una sorta di critica “ad alto valore finzionale” delle tecnologie di comunicazione esistenti e del carattere eternormativo, capitalista e militarizzato che tali tecnologie hanno finito per avere. I “prodotti” usciti dal mondo delle Queer Technologies hanno nomi come Gay Bombs, transCoder, e Fag Face Mask Vediamoli in dettaglio.

Facial Weaponization Suite & Fag Face Masks é un set di strumenti che aiuta gli utenti a falsificare i controlli biometrici sui propri volti e di conseguenza generare falsi dati. Sono comprese una serie di maschere, da indossare ad esempio di fronte a dispositivi di sorveglianza, che “anonimizzano” il proprio volto, rendendone inefficace la decodifica biometrica.

Secondo Blas “oggigiorno, l’esistenza stessa é un modo di controllo. Il non-esistere é l’unica strategia valida per fuggire dal controllo. Il Facial Weaponization Suite rende i nostri visi invisibili. Il non-esistere significa essere totalmente deprivati da ogni identità rappresentabile che sia intellegibile, non essendo codificata in nessun algoritmo. L’essere non-esistenti fa sparire la tua identità nella nebbia, e la nebbia rende le rivolte possibili.”

Gay Bombs é una sorta di techno-pamphlet e manifesto dell’attivismo queer: “un corpo mutante, una multitudine, un assemblaggio queer terroristico che sfrutta le nuove sensibilità dell’essere queer tecnologico”.

TransCoder invece, un “Pacchetto di Programmazione dell’anti-linguaggio queer”, é uno pseudo linguaggio di programmazione “orientato alla transcodifica tra livelli culturali e livelli computazionali”. Questo SDK finzionale, ispirato al quinto principio dei nuovi media di Manovich – la transcodifica appunto, flirta con i linguaggi dell’informatica e della semiotica, offrendo “librerie ispirate a teorie queer come tentativo di liberare la morsa dei lacci ontologici ed epistemologici delle tecnologie dominanti e interrompere il flusso di circolazione tra culture eteronormative, coding, e interfacce visuali”.

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TransCoder ha ispirato Micha Cardenas (membro anche del network di autori di Digicult) e il gruppo Electronic Disturbance Theatre di cui fa parte, ad inserire alcuni contenuti poetici nel Transborder Immigrant Tool, un progetto di disobbedienza civile finalizzato all’aiutare gli immigranti illegali nella loro traversata del confine tra Messico/USA, offrendo loro una serie di tecnologie GPS a basso costo – http://bang.calit2.net/xborderblog/ .

Questo progetto (non presente in mostra) attirò una serie di critiche dai media a da gruppi conservatori che denunciavano gli autori di favorire l’immigrazione illegale, e l’Università della California di San Diego (a cui gli autori del progetto erano affiliati in qualità di ricercatori o artisti) aprì addirittura un’indagine per investigare il possibile uso illegale di fondi pubblici, ma poi il caso fu archiviato.

Micha Cardenas, insieme a Elle Mehramand, hanno invece esposto a LACE il progetto virus.circus.laboratory (2011)http://transreal.org/, un’installazione di oggetti, interfacce e artefatti utilizzati in passate performances, nelle quali i due artisti hanno utilizzato dati biometrici, wearable electronics, diverse interfacce aptiche e teledildonics.

Un approccio sicuramente meno carnale ma sempre con un certo carattere performativo ha il lavoro di Xarene Eskandar, che esplora le relazioni tra architettura, corpo, ambiente e società. Eskandar, ricercatrice, designer e artista mediale con background in moda, interior design e live-media, é interessata alle relazioni simbiotiche tra tecnologia e uomo, in un “tentativo si creare punti di incontro tra dimensioni ed ecologie cosi detti utopici”
(http://cargocollective.com/xarene).

Il lavoro in mostra, Architectural Organ I / Skin (2011) é un’evoluzione di un suo progetto precedente, Tentative Architectures (2009), una serie di vestiti che, quando occorre, si comportano come se fossero architetture. Ispirate dal concetto di piega di Deleuze e le tecniche di origami, queste “architetture personali” si relazionano al corpo come paesaggio, e al tempo stesso agiscono come interfaccia tra corpo e ambiente.

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Leggiamo dal catalogo della mostra: “Piegare é nascondere, dispiegare é rivelare. Una piega mantiene al tempo stesso queste due azioni opposte (nascondere e rivelare) in una sola dimensione della linea di piegatura. Una piega é una molteplicità di potenzialità che aspettano di essere realizzate. Quindi una piega, un essere-divenire deleuziano, la linea-piano-come-forma, esiste su un piano di immanenza, pieno di possibilità. La chiave per esistere su tale piano é il desiderio. Piegare é l’atto di inclusione-esclusione, del contenere l’interno e l’esterno, questo e quello. Uno desidera il piegare e dispiegare, o in altre parole, il cercare potenziali.”

All’interno di queste dinamiche del piegare-dispiegare, Xarene vede un potenziale per nuove relazioni tra l’uomo, la sua tecnologia e l’ambiente: “là dove un secolo fa l’organizzazione scientifica ha reso l’uomo, a suo detrimento, più efficiente nelle produzione di profitto, ora le reti, rendendo disponibili nuove relazioni con la Natura, rendono più efficiente la produzione di conoscenza finalizzata a sé stessa.”

Parlando di problematiche riguardanti l’uomo e il suo ambiente, il progetto di Michael Kontopoulos, Water Rites (2011)http://www.mkontopoulos.com/?p=847, ha come soggetto l’uso e abuso delle risorse idriche del nostro pianeta: il progetto comprende un video su due canali e l’esposizione di oggetti scenici compresi nel video, nel quale assistiamo allo svolgersi di una cerimonia arcaico-futurista dove avviene uno “scambio d’acqua” da parte di una coppia non meglio identificata. Kontopoulos, artista e insegnante che fa base a Los Angeles, usa spesso nei suoi lavori elementi di fiction: in questo video sceglie un arido scenario post-industriale con reminiscenze neo-primitiviste per offrire una critica implicita alle pratiche culturali che si sviluppano intorno alla scarsità d’acqua, in particolare in relazione alla situazione geografica della California.

Il punto di partenza per il video é il racconto di Robert HeinleinStranger in a Strange Land” (Straniero in terra straniera, 1961), nel quale si racconta la storia di un bambino abbandonato su Marte e allevato da nativi marziani, che, al suo ritorno sulla Terra, si deve acclimatare agli usi e costumi umani, compreso il rapporto superbo e consumistico che abbiamo con l’acqua. Sull’arido pianeta Marte infatti lo scambio dell’acqua tra due individui é un cerimoniale pieno di gesti rituali che, quando completati, legano indissolubilmente due individui attraverso il sacro titolo di “fratelli d’acqua”.

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Sempre rivolto a tematiche simili é il progetto presentato da Jeff Cain, El Camino Real (2011). In questo progetto l’autore mette in scena una presunta spedizione botanica ispirata dall’importazione di una pianta di mostarda invasiva portata nel diciassettesimo secolo in California dal conquistador spagnolo Gaspar de Portola e che delineava proprio “El Camino Real”, un percorso di 966 km che andava da San Diego, al Sud delle California, su verso Nord fino a Sonoma.

L’installazione proposta comprende documentazione originale della ricerca e video di interventi sul luogo. Jeff Cain é un artista e designer che lavora con scultura, video, suono, fotografia e performance. Il suo studio, Shed Research Institute, é un organizzazione-ombrello per la ricerca indipendente, progetti di arte pubblica, e progetti site-specific: http://www.shedresearch.net .

In maniera simile a Cain, anche Christopher O’Leary é un artista che lavora con i linguaggi del video, fotografia e installazioni utilizzando strategie proprie dei nuovi media. O’Leary trae inspirazione dai mondi della science fiction, dei fumetti e dalla storia in generale, per esplorare fenomeni sociali e sottoculture narrative pop, come ad esempio quelle legate all’idea del “super eroe”. Nel lavoro in mostra, Blocking the Exits (2011) – http://cargocollective.com/chrisoleary/#1475475/Blocking-the-Exits-2011, l’autore crea una narrativa basata su un mondo apocalittico dove quattro personaggi personificano i pilastri della civilizzazione, a rischio di disintegrazione: acqua, cibo, energia e comunicazioni.

L’estetica di questo video-animazione, montato con tecniche miste di morphing e passo-uno, situata tra atmosfere sci-fi anni settanta e post-produzione contemporanea stile hollywoodiano, con le sue ambientazioni futuristiche e fumettose, restituisce allo spettatore un’allucinata sensazione di precarietà e incertezza, essendo lasciato da solo nell’interpretazione di ciò che é chiamato a vedere.

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Una sensazione – che in un certo senso fa da sfondo a tutte le opere in mostra – non tanto lontana da quella che ultimamente provano tanti di noi nella vita di tutti i giorni, chiamati a dimenarci e a trovare un senso tra le dinamiche complesse, perverse e fondamentalmente ingiuste di questi tempi.

Crisi sociale, economica, ecologica, di rappresentanza politica, di accesso alle risorse. Problemi più che reali, a cui dovranno seguire soluzioni reali. E se è vero che l’Arte non trova soluzioni, ma dispiega problematiche, é però anche vero che quando si parla di design é necessario un riscontro realistico sul piano dell’attualizzazione delle strategie: in questo caso il linguaggio della fiction può essere un arma a doppio taglio.


http://www.welcometolace.org/exhibitions/view/speculative/

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