“Camminare per le vie è ciò che connette […] il microcosmo individuale con il macrocosmo pubblico. Il camminare conserva agli spazi pubblici la specificità dell’essere pubblici”, scriveva Rebecca Solnit nella sua Storia del Camminare. [1]

Nel 1995 Lorenzo Romito è tra gli iniziatori di Stalker, un laboratorio di arte urbana, un soggetto collettivo interdisciplinare interessato ad esplorare le trasformazioni e il divenire urbano. [2]

Se la visione della città contemporanea può essere ricondotta alla dicotomia razionale/irrazionale, pianificato/non pianificato, Stalker si colloca nel secondo polo, nell’interpretazione dello spazio urbano come mutamento continuo, flusso, luogo di spaesamento e circolazione incessante. Il camminare, nelle prime azioni di Stalker, è inteso come forma corporea e fisica di conoscenza, investimento e riappropriazione dei vuoti urbani, quelle “aree interstiziali e di margine, spazi abbandonati o in via di trasformazione” denominati, “territori attuali”.

[3] Un percorso di mappatura esperienziale, fisica e psichica, in cui chi cammina e i luoghi che attraversa si determinano e ridefiniscono in un rapporto di reciprocità: se l’ambiente agisce sull’individuo che lo attraversa, a sua volta lo spazio è modificato e creato dal corpo in movimento o, come scriveva De Certeau, “le successioni di passi sono una forma di organizzazione dello spazio, costituiscono la trama dei luoghi. […] Non si localizzano: sono esse stesse a costituire lo spazio”. [4]

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Sono passati più di 15 anni e Romito continua a camminare, ma ora lo fa con molte più persone. Primavera Romana è un progetto nato nel 2009 e giunto al terzo anno. Una serie di percorsi che hanno investito un territorio sempre più ampio a partire dai quartieri periferici della città attorno al raccordo anulare per arrivare, nel 2010, alle sette città che si trovano oltre le porte di Roma.

Quest’anno “Primavera Romana” si spingerà ancora oltre, nei paesi e villaggi un tempo separati dalla città, ma che ora ne fanno parte, addentrandosi sempre più nell’ “oltrecittà”. I percorsi vengono definiti attraverso mappe google in un processo aperto di condivisione di informazioni, notizie, fonti e links in rete, per poi concretizzarsi durante il cammino in forme di conoscenza del territorio per “immersione” in situ e attraverso letture, racconti e ricordi di chi abita o ha abitato gli spazi attraversati.

Se modello delle prime azioni di transurbanza di Stalker è quello della dérive situazionista, ora sembra prevalere il camminare come forma di resistenza, come modalità di relazione, condivisione e riappropriazione in una dimensione più esplicitamente collettiva. La fase avviata con Primavera Romana si sviluppa, infatti, in una rete di micro-azioni il cui fine è l’attivazione di processi di trasformazione sociale “dal basso”.

“Le arance non cadono dal cielo” è un progetto di agricoltura nomadica realizzato il 9 gennaio scorso nel giorno dell’anniversario della ribellione di Rosarno e delle violenze che ne sono seguite per ricordare le condizioni di sfruttamento in cui i lavoratori stranieri vivono in Italia. Una raccolta delle arance e degli agrumi nei giardini pubblici di Roma organizzata attraverso blog e google maps che ha portato alla mappatura degli aranci sul territorio e alla costituzione di gruppi di raccolta spontanei. Le arance raccolte sono diventate poi succhi, marmellate, canditi e, attraverso i fondi ottenuti, si sta ora pianificando il ripristino di uno spazio del comune di Rosarno da adibire a centro sociale per i lavoratori stranieri.

Nello stesso modo è stato prodotti l’“Olio Pu.Ro (pubblico di Roma)“. Attraversare gli spazi e farne esperienza diventa anche testimoniarne il cambiamento e ricostruirne le memorie dimenticate frenando quel processo di dimenticanza collettiva e annullamento del territorio che (seguendo Paul Virilio) è il risultato della velocità delle comunicazioni e dei trasporti contemporanei. Il progetto iniziato lungo l’Acquedotto Felice a Roma mira così a realizzare un museo territoriale spontaneo attraverso un processo di raccolta di storie, ricordi e testimonianze.

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Obbiettivi concreti, quindi, la volontà di incidere effettivamente nel tessuto sociale attraverso micro-interventi collettivi che ristabiliscano il rapporto con gli spazi ma anche, soprattutto, fra le persone che li abitano, per trasformare la città in sito di incontro e co-abitazione creativa.

La dimensione estetica di queste pratiche si diluisce sempre più nella sfera politica e sociale: fare comunità, promuovere processi di cambiamento spontaneo e di interazione fra gruppi, forme auto-organizzate di cittadinanza, di riappropriazione del territorio e delle sue memorie. Pratiche che si inscrivono nel tessuto sociale direttamente, senza mediazioni istituzionali o estetiche. Camminare allora può trasformarsi in marciare (un passaggio che indica una chiara progettualità politica), come nella “Marcia per un Mondo Nuovo” che si è da poco conclusa in Sicilia per rivendicare acqua pubblica, diritti civili e autodeterminazione delle comunità locali.

[5] Oppure il lungo percorso di Stalker con i Rom può rinnovarsi nella denuncia al Piano Nomadi e all’appoggio alle famiglie rom che qualche giorno fa, durante il periodo Pasquale, dopo essere state sgomberate dalla Miralanza e da via dei Cluniacensi, si erano rifugiate nella Basilica di San Paolo a Roma. [6]

Se il Situazionismo è un riferimento esplicito, per Stalker, sin dalle prime esperienze, questo passaggio sembrerebbe trarne le estreme conseguenze ricalcando il percorso di Guy Debord verso una pratica sempre più marcatamente politica [7] e, d’altronde, nel Situazionismo così come nelle azioni e progetti di Stalker, si tratta pur sempre di riscrivere l’identità dello spazio urbano “as the locus of a potential reciprocity and community, the crucial spatial stake of any project of radical social transformation”. [8]

Abbiamo parlato di questi sviluppi con Lorenzo Romito a Gorizia, durante un workshop tenuto alla MAGIS International Film Studies Spring School organizzata dall’Università degli Studi di Udine. “Archivio”, il tema di quest’anno della scuola, è stato esplorato insieme a Romito nella dimensione della mappatura urbana, delle forme memoriali informali ed auto-organizzate e della storia orale dei luoghi. Quella che segue è una parte del confronto che si è svolto durante le tre ore di questo incontro…

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Lorenzo Romito: Come Stalker, abbiamo iniziato a camminare nel 1995 e abbiamo continuato a camminare. I luoghi cambiano insieme alle esperienze delle persone che li attraversano, siamo noi a produrre l’ambiente in cui viviamo: è questa la prima e la più importante scoperta della nostra pratica. Le modalità di abitare e sperimentare gli spazi possono cambiare il modo in cui li percepiamo… Trovare legami e collegamenti fra spazi che sono chiusi, lontani o separati e inserirli in una narrazione continua, quella continuità spaziale che oggigiorno non viviamo più (siamo divisi, viviamo allo stesso tempo nel web, al telefono, in una scala globale…).

La semplice e fisica pratica del camminare ha lo scopo di ristabilire una relazione primaria con lo spazio sulla base di questa continuità che abbiamo perso. L’Attraversamento ci permette di riappropriarci degli spazi e percepirne il cambiamento ed è un elemento centrale del nostro lavoro sin dalla nascita di Stalker. In seguito l’idea di attraversamento si è evoluta ed espansa nell’idea di attraversare confini politici, sociali, culturali, linguistici […]

Un’altra parola chiave nel nostro lavoro è “cartografia”, una disciplina che rappresenta il paesaggio nel modo più oggettivo possibile, da sempre un dispositivo di misurazione e controllo e del territorio. Noi usiamo la mappa come narrazione, ma anche come lavoro collettivo: quando iniziamo una passeggiata all’interno di Primavera Romana non decidiamo un percorso a priori, ma apriamo una mappa dell’area su google map e chiediamo a tutti di aiutarci a trovare luoghi interessanti… così le persone iniziano a individuare e indicare luoghi, aggiungono segnalibri, linkano video, notizie, commenti, informazioni.

La mappa inizia a riempirsi e, dopo il cammino, si arricchisce di altre informazioni, cambia continuamente, diviene un indice. Queste mappe, in qualche modo, divengono la rappresentazione in tempo reale del divenire delle cose. Usiamo la mappa non come mezzo di controllo o di rappresentazione, ma come elemento co-evolutivo. Le mappe sono in relazione circolare col camminare: facciamo la mappa per camminare e dal camminare viene la mappa…

Elena Biserna: Tornando al confine, questa parola, nei vostri lavori, ha assunto identità diverse e complementari: confine politico tra stati (penso a Transborderline, 2000), confine fisico fra zone di una città (come nel progetto Meantime, Meanpace, Meanculture a Miami, 2000), ma anche confine “mentale”, l’insieme delle differenze che dividono le etnie che abitano uno stesso territorio (penso, ad esempio, ai progetti realizzati a Campo Boario con l’associazione Ararat)… Mi sembra che nei vostri lavori il tentativo si quello di trasformare il confine in spazio abitato, di confronto/incontro.

Lorenzo Romito: Sì, in un luogo ludico e sperimentale di coesistenza. Dare spazio ai confini e abitare questa dimensione: abbiamo fatto diversi lavori su questo. Credo che per un architetto l’unico modo di capire le possibilità di uno spazio sia viverci e co-abitarlo assieme alle altre persone che ci vivono, fornendo nuove possibilità (non idee, ma possibilità) e facendo emergere spontaneamente le necessità di un processo collettivo di coabitazione.

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Elena Biserna: Come è cambiato il vostro modo di lavorare e quanto è importante, ora, la dimensione collettiva del camminare?

Lorenzo Romito: Una delle differenze è che nelle prime passeggiate sperimentavamo noi stessi e su noi stessi le possibilità di conoscere, rappresentare e abitare quegli spazi indefiniti ed incerti, in divenire, che chiamiamo “territori attuali”. Ora, invece, stiamo cercando di promuovere questa pratica come pratica sociale e collettiva. Cambiare il nostro modo di comportarci per cambiare la società in cui viviamo.

Marco Mancuso: mi chiedo, come è cambiata la relazione con le persone che partecipano alle vostre camminate? Come sono cambiati il coinvolgimento e le relazioni fra i partecipanti in questi 15 anni di lavoro?

Lorenzo Romito: Oggi riteniamo più importanti gli aspetti sociali della nostra pratica. All’inizio la nostra ricerca era volta ad indagare le possibilità di fare conoscenza attraverso l’esperienza, ora invece è la condivisione di un’azione, la partecipazione nella riappropriazione degli spazi. Sta diventando quasi un movimento. Abbiamo centinaia di persone che camminano con noi e credo che questa sia la cosa più interessante.

Ci sono urbanisti e architetti che vengono a camminare con noi, ma anche semplici abitanti, cittadini, giovani e vecchi, artisti, rom, studenti, professori… Misuro la portata e il successo delle nostre attività sulla base della diversità delle persone coinvolte.

A volte le persone si portano brani letterari sui luoghi dove stiamo andando a camminare e li leggiamo assieme, oppure chiamano gli amici che abitano in quei posti che possono raccontarci storie sul luogo. I livelli di cooperazione nel processo di conoscenza della città: questo è cambiato. All’inizio, pur essendo un collettivo di artisti, ci prendevamo cura del nostro lavoro. Ora il lavoro stesso è una pratica di condivisione.

L’idea è di mettere le persone in azione, nell’esplorazione e nella riappropriazione del loro ambiente, in pratiche sociali, memoriali o nella costruzione di storie. Promuovere l’auto-organizzazione iniziando dal riuso degli spazi e delle memorie abbandonate.

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La partecipazione di Stalker alla Biennale di Venezia di Architettura di 3 anni fa, nel 2008, rappresenta questo momento di cambiamento nel nostro modo di lavorare. Stavamo lavorando da anni con la comunità rom e “Savorengo Ker” – un esperimento di autocostruzione nel campo Casilino 900 – è uno dei risultati di questa collaborazione. Insieme ai rom del campo abbiamo costruito una casa in legno come alternativa al container dimostrando che, ad un prezzo minore, si poteva ottenere il duplice risultato di dare lavoro e realizzare abitazioni che rispettassero gli standard italiani.

Eravamo in contatto con le istituzioni per avviare il progetto su ampia scala ma poi la casa fu incendiata e ci rendemmo conto che non c’era la volontà politica di portare avanti questo processo. Questo episodio ha anche portato alla nostra divisione: io personalmente capii che non avevo più la volontà di lavorare con le istituzioni e con l’università. Alla Biennale abbiamo presentato la casa nel padiglione italiano e abbiamo partecipato alla mostra Experimental Architecture, a cura di Emiliano Gandolfi, che si proponeva di indagare nuovi modalità di fare architettura e di immaginare il futuro.

Abbiamo chiesto a tutti i visitatori e colleghi presenti nella mostra di formulare una domanda sul futuro dell’architettura mentre un oracolo faceva gli I Ching fornendo delle risposte. Credo che sia finito il tempo in cui gli architetti avevano la possibilità di creare nuove immagini per il futuro. Viviamo in un mondo occupato da immagini del futuro, che ci impediscono di vedere il presente. L’unica possibilità di guardare al futuro è osservare il cambiamento nella nostra società. Abbiamo deciso che il nostro lavoro, da lì in avanti, non sarebbe più stato un lavoro artistico, che avremmo lavorato per promuovere il cambiamento sociale, seguendo la filosofia dell’I Ching, attraverso la lettura e la coltivazione delle minime tracce di cambiamento spontaneo.

Da allora abbiamo iniziato Primavera Romana. Non so se questa direzione avrà successo, di certo è stato per noi un cambiamento molto chiaro e consapevole. […]

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Elena Biserna: Come ti relazioni all’idea di monumento? Alcuni dei lavori di cui ci hai parlato, come il progetto Le arance non cadono dal cielo, sono anche un modalità di commemorazione, monumenti effimeri e collettivi, che si oppongono alla concezione tradizionale di monumento o, forse, la rinnovano in modalità temporanee e partecipative e con una progettualità mirata e concreta. Penso anche ad alcuni vostri lavori meno recenti come Egnatia…

Lorenzo Romito: Sì, questo è quello che facciamo, attraverso un percorso di raccolta e ricostruzione di ricordi e memorie collettive, in qualche modo divantano monumenti. Nelle nostre passeggiate cerchiamo di modellare o far riemergere livelli e strati di ricordi e memorie dimenticate e anche di re-interpretarle. Ma non sempre questi progetti sono effimeri. Ad esempio, abbiamo iniziato a lavorare ad un altro progetto chiamato Le voci dell’Acquedotto Felice, una collezione di memorie realizzata attraverso mappe e blog e prodotta liberamente dalle persone attraverso la condivisione delle loro storie legate al percorso che si snoda lungo l’Acquedotto Felice a Roma.

L’idea è che l’acquedotto stesso possa diventare un museo territoriale senza nessun tipo di infrastruttura e nessun cambiamento nello spazio fisico. Le memorie e le testimonianze saranno raccolte tramite il web, rese accessibili in situ attraverso cellulari collegati alla rete e, allo stesso tempo, fruibili via internet attraverso un archivio digitale a base cartografica. L’obbiettivo è di giungere alla creazione del museo senza mediazioni, ma attraverso un processo aperto e auto-organizzato.

Il progetto nasce da un’esperienza di Primavera Romana nel 2010, grazie all’incontro con Don Roberto Sardelli e all’esigenza di ricordare la storia delle baracche che fino a qualche decennio fa sorgevano lungo gli archi dell’acquedotto, a testimonianza del diritto all’abitazione. Abbiamo deciso di realizzare un memoriale non istituzionale per ricordare e tramandare questa storia. Così abbiamo camminato lungo l’acquedotto leggendo le tracce residue delle baracche nel paesaggio. Hanno partecipato sia il parroco sia gli ex scolari – ora adulti – che un tempo vivevano in quel luogo. Ci hanno raccontato le loro storie e le abbiamo incise sulla pietra…

Ma anche il percorso che fra pochi giorni inizieremo in Sicilia seguirà le orme di una grande marcia che ha avuto luogo nel 1967 organizzata da Danilo Dolci e Lorenzo Barbera (che camminerà con noi) a cui presero parte le comunità della Valle del Belice. La marcia del 1967 fu il risultato di un lungo e incredibile progetto per reclamare la costruzione di dighe nel Belice e sottrarre i contadini alla schiavitù dell’acqua, che non era pubblica. Ora, assieme alle associazioni siciliane, rifaremo questa marcia per i diritti civili, contro la privatizzazione dell’acqua e proponendo l’idea che questi villaggi siciliani, che ora sono parzialmente abbandonati, possano essere rivitalizzati ospitando i rifugiati che stanno arrivando dall’Africa. Attraverseremo la Sicilia da nord a sud, per una settimana, partendo da Menfi, per arrivare a Palermo e poi Trappeto.

Il progetto Egnatia, invece, prendeva le mosse dall’estensione a rete a livello europeo del lavoro che stavamo portano avanti a Roma al Foro Boario. L’idea era di creare un monumento disperso alla memoria delle persone che erano state forzate ad abbandonare le loro case, ai migranti, raccogliendo ricordi lungo questo percorso lungo l’antica via Egnatia che collegava Roma e Istambul, la più lunga strada costruita all’epoca dell’impero romano fra Oriente e Occidente. L’idea era di creare delle agenzie per raccogliere i ricordi dei rifugiati e dei migranti… Abbiamo fatto anche programmi radio, tv e quotidiani.

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Elena Biserna: Questo è un altro aspetto interessante: l’uso di media come blog o tv per creare relazioni all’interno delle comunità, come a Corviale.

Lorenzo Romito: Sì, a Corviale avevamo realizzato una tv satellitare costruita con gli abitanti. Non abbiamo un linguaggio privilegiato, per così dire. Questa è un’altra questione relativa ai confini. Cerchiamo di sfuggire alle definizioni disciplinari: siamo artisti, architetti, attivisti?

Marco Mancuso: Se posso fare una piccola critica al vostro lavoro sull’uso che fate delle nuove tecnologie, internet principalmente, mi sembra sia più focalizzato sul ricordo e la documentazione che sull’idea della connessione in tempo reale fra ciò che accade nello spazio fisico e ciò che accade nella rete. I social network, ad esempio… Nei mesi scorsi abbiamo visto quello che è accaduto in Nord Africa e quale impatto politico possano avere.

Ciò che accade nelle strade può arrivare alle persone che sono a casa, può essere condiviso. Forse potrebbe essere interessante lavorare maggiormente in questa direzione… E potrebbe ampliare sia il numero di persone coinvolte nei vostri progetti sia il potenziale politico e sociale di quello che fate.

Lorenzo Romito: Da una parte sono d’accordo con te, ma dall’altra, in qualche misura, temo il tempo-reale di Internet perché potrebbe diventare un sostituto del tempo reale. Con le mappe in parte andiamo in questa direzione, ma è un processo più lento ed è solo di supporto ad una attività fisica. Sono aperto a questo tipo di interazione ma non siamo un’organizzazione politica o un partito, e non credo che il nostro scopo sia raccogliere maggioranze. Noi promuoviamo pratiche che passano attraverso il fatto fisico di fare qualcosa assieme.

Preferiamo fare qualcosa insieme invece di parlarne o farne parlare. Ma, d’altra parte, sono d’accordo sul fatto che, in certi momenti, abbiamo bisogno di questa possibilità molto veloce ed immediata di essere in contatto con tutti.

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Marco Mancuso: Ad esempio, nel progetto in Sicilia, il vostro scopo è raccogliere mille persone e un modo per raggiungerlo potrebbe essere anche utilizzare Twitter o altri social networks: i partecipanti potrebbero comunicare quello che stanno facendo e raccogliere altre persone giorno per giorno…

Lorenzo Romito: Sono d’accordo ma d’altra parte, se arrivassero migliaia di persone a camminare con noi, sarebbero come “visitatori” che si aspettano qualcosa da noi. Non sarebbe più qualcosa che facciamo insieme, ma qualcosa che dovremmo fare per loro. Voglio conoscere chi partecipa, stabilire un rapporto personale. Le persone vengono perché altre persone le invitano o raccontano loro quello che facciamo e il movimento sta già crescendo in questo modo.

Elena Biserna: Forse quello che cercate è anche una forma davvero “corporea” di fare conoscenza ed esperienza (e questa è anche la ragione per cui il vostro lavoro è così difficile da comunicare e documentare). Un’altro aspetto che si relaziona con questo è l’importanza della testimonianza nel vostro lavoro. La testimonianza sembra prevalere sulla comunicazione in tempo reale o sul documento, come se l’unico modo per esprimere le trasformazioni contemporanee, le trasformazioni che hanno luogo nella nostra società ma anche nello spazio in cui viviamo, sia testimoniarle…

Lorenzo Romito: Esattamente. Credo che il modo in cui i media comunicano renda tutto immediatamente visibile ma così facile da dimenticare. Per questo cerchiamo di coinvolgere a livello esperienziale, attraverso esperienze comuni, che sono difficili da dimenticare. Questo per noi è importante. Mi piace l’idea che il nostro lavoro sia condiviso e diffuso ma non deve diventare “popolare”… Ricordo ciò che Guy Debord ha scritto sul primo numero dell’Internationale Situationniste a proposito del Surrealismo: “Il Surrealismo ha avuto successo e per questo ora è morto”.

Non abbiamo mai lavorato sull’autopromozione e nemmeno sulla postproduzione. Mi piace il fatto che persone diverse e lontane trascorrano del tempo con noi e vengano a lavorare con noi. Centinaia di persone sono passate attraverso Stalker e ora ci sono filmmakers, fotografi, architetti, attivisti… ma sono terrorizzato dalla possibile mercificazione dell’attività di Stalker.

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Elena Biserna: Pensi che il cambiamento possa avvenire solo attraverso micro-azioni diffuse e informali piuttosto che attraverso azioni che includano le maggioranze?

Lorenzo Romito: Sì, penso che la società di massa sia finita e che sia necessario trovare altre strade. Credo che la ricostruzione dell’organizzazione sociale debba venire dalle piccole comunità e dalle coscienze dei singoli e che questa rete debba crescere dalla base, dal basso.

Claudia D’Alonzo: Forse, in relazione a questo, puoi parlarci anche della creazione di economie…

Lorenzo Romito: Dal 2008 abbiamo smesso di cercare e di avere contributi pubblici e questo ci ha fatto concentrare maggiormente sulla creazione di economie (la vendita dell’olio o delle arance, ad esempio, abbiamo fatto un catering di cibo rom, un quotidiano della comunità rom…). Cerchiamo di promuovere la creazione di una rete fra le diverse realtà presenti sul territorio (per esempio i gruppi di acquisto, la comunità rom, i centri sociali) e trovare delle economie è fondamentale per realizzare i progetti e per far sì che le cose durino e possano proseguire nel tempo.

Anche se a volte le entrate sono ridicole o molto limitate, contribuisono a creare un’economia di solidarietà e cooperazione, una rete di scambio di materiali e di idee. A Roma ci sono centinaia di piccoli gruppi auto-organizzati. Le nostre passeggiate hanno aiutato a fare rete, a promuovere e intensificare la circolazione e le relazioni fra queste realtà. Un progetto porta all’altro e nel fare si crea comunità, una comunità che è sempre più trasversale perché raccoglie persone diverse. E questo, per me, è un processo sociale: il processo sociale che cerchiamo di innescare. Penso che il futuro possa emergere da queste pratiche spontanee.


http://primaveraromana.wordpress.com/

http://levocidellacquedottofelice.wordpress.com/about/

http://www.osservatorionomade.net/tarkowsky/tarko.html

http://www.osservatorionomade.net/

http://stalkerpedia.wordpress.com/

Note:

[1] – Rebecca Solnit, Storia del camminare (trad. di: Wanderlust. A History of Walking), Mondadori, Milano 2002, pp. 200-201).

[2] – Impossibile, in questa sede, ripercorrere nei dettagli il percorso del collettivo Stalker e di Osservatorio Nomade (rete di ricerca interdisciplinare promossa da Stalker nel 2002). Si veda, tra gli altri: Thierry Davila, Marcher, Créer. Déplacements, flâneries, dérives dans l’art de la fin du XXe siècle, Regard, Paris 2002, Flaminia Gennari Santori e Bartolomeo Pietromarchi, Osservatorio Nomade. Immaginare Corviale. Pratiche ed estetiche per la città contemporanea, Bruno Mondadori, Milano 2006 e i cataloghi: Stalker, Attraverso i Territori Attuali, Jean Michel Place, Paris 2000 e Stalker, Capc Musée s’Art Contemporain, Bourdeau 2004, accessibili alla pagina: http://stalkerpedia.wordpress.com/606-2/

[3] – Manifesto. Stalker attraverso i territori attuali, http://digilander.libero.it/stalkerlab/tarkowsky/manifesto/manifest.htm

[4] – Michel de Certeau, L’invenzione del quotidiano (trad. di: L’invention du quotidien. I Arts de faire, Union générale d’éditions, Paris 1980), Edizioni Lavoro, Roma 2009, p. 150.

[6] – Durante i 3 giorni a sostegno dei Rom sgomberati, le associazioni e i movimenti che hanno partecipato hanno montato alcune tende per ospitare le famiglie a cui era stato impedito di rientrare nella Basilica e, nel giorno di Pasqua, hanno organizzato un pranzo di solidarietà aperto alla cittadinanza nel prato di fronte a San Paolo.

[7] – Un percorso che culminò nel ruolo giocato negli eventi e nei movimenti che sfociarono, nel 68, nel “maggio francese”.

[8] – Tom McDonough, Introduction, in Id. (a cura di), The Situationists and the City, Verso, London-New-York 2009, p. 3.

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