Eroi? Secondo loro no, fanno quello che potremmo fare tutti, che forse dovremmo fare tutti: denunciare, informare, esprimerci, trovare i nostri spazi, far sentire la nostra voce (specie quando chi ci rappresenta in realtà non lo fa)…e ancora, difendere la libertà, divertirci, cercare di stare bene e assumerci la responsabilità delle conseguenze del nostro stile di vita sull’umanità e sull’ambiente. Senza aver paura, senza sottometterci, prendere ciò che è nostro, in modo creativo, in modo colto, in modo artistico.

Dovremmo essere in grado di portare l’arte nel nostro quotidiano come stile di vita, come canale di informazione (o meglio, di controinformazione) e di ricerca: arte come azione, interpretazione della realtà, anche quando sembra più grande di noi. Parola chiave: integrità. Bando all’ingordigia e al consumo, al denaro e all’omologazione. Mettiamoci alla in cerca di una dimensione più autentica, di una realtà più sostenibile.

Ecco il messaggio dei partecipanti all’edizione 2010 del festival The Influencers, progetto a cura di Bani Brusadin, Eva Mattes e Franco Mattes (a.k.a. 0100101110101101.ORG). Giunto ormai alla sua sesta edizione, The Influencers è uno degli eventi più interessanti e originali del panorama culturale barcellonese, soprattutto per la sua capacità di coniugare magistralmente l’intrattenimento con l’impegno, la risata con l’intelligenza.

Speriamo che quella che ci spacciano come “crisi”, che continua a potare (quando non addirittura a falciare) in particolare il settore culturale, non arrivi a intaccare anche questo festival, appuntamento tanto atteso e capace di portare nella capitale catalana un folto pubblico internazionale. Ma veniamo al programma della versione 2010, che ha presentato ospiti davvero d’eccezione.

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Per esempio James Acord, uomo anziano ed elegante, dai bizzarri capelli turchini e lo sguardo penetrante. Il suo lavoro è sempre stato caratterizzato dalla ricerca di una relazione stretta con il mondo reale, usando la pietra nello stesso modo in cui le ossa e il midollo funzionano negli esseri viventi. A un certo punto del suo percorso artistico, Acord ha infatti deciso di cominciare a lavorare il granito, duro e corrosivo. In un’epoca di forte urbanizzazione e d’inquinamento, il granito ha rappresentato per Acord il materiale ideale per comunicare le sue idee.

Quello che lo ha sempre affascinato del granito è il fatto che esso contiene un’alta concentrazione di uranio. L’uranio è un elemento piuttosto radioattivo e velenoso. Affinché fosse più sicuro, Acord cominciò a inserirlo all’interno delle sue sculture, dopo averlo ricavato da piatti di ceramica fabbricati negli anni 20’ e 30’. Prima della II guerra mondiale e delle ricerche atomiche, questo elemento era infatti utilizzato nelle arti decorative, per conferire il colore arancio alla ceramica o al vetro.

Dopo essersi trasferito ad Hanford, centro dell’industria nucleare USA, sede tra l’altro dei reattori che produssero il plutonio per le bombe nucleari lanciate sul Giappone, iniziò a studiare i materiali nucleari e a confrontarsi con esperti, per cercare di capire come usare il processo nucleare nella scultura. Acord voleva, tramite le sue ricerche, trovare il modo di valorizzare il ruolo dell’arte come mezzo per la comprensione della società. Finì per insegnare storia dell’arte agli ingegneri nucleari, per far capire loro che l’arte e la scienza sono due itinerari paralleli in direzione della verità e della comprensione.

Nel frattempo si accorse che il vero segreto dell’era nucleare era la possibilità di convertire un elemento o una sostanza in un’altra: un sogno dell’uomo dai tempi dell’antica Grecia. Fu allora che cominciò il suo lunghissimo e complicato percorso al fine di procurarsi materiale nucleare e ottenere il permesso di usare un reattore per produrre sculture. Ovviamente incontrò rifiuti e difficoltà, anche se, ad un certo punto, riuscì a diventare legalmente proprietario di una tonnellata di uranio, documentando questa avventura con una serie di mostre e conferenze.

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La storia di James Acord è unica e rischiosa, ma non è l’unico artista che si è immerso nelle discipline scientifiche per trovare un modo di renderne le applicazioni più trasparenti e sensate. Un altro celebre esempio è rappresentato dal collettivo Critical Art Ensemble. Questo gruppo di artisti, noti in tutto il mondo e dei quali tanto è stato detto e scritto, è attivo fin dal 1986. Da anni Critical Art Ensemble è autore di una serie di celebri azioni di denuncia su svariati temi, documentate in libri molto interessanti, scaricabili liberamente dal loro sito web. Parliamo di temi fondamentali come la manipolazione del DNA o le guerre batteriologiche, non ultimo il problema dell’agricoltura transgenica, che sta portando nei nostri piatti cibi modificati geneticamente senza la nostra approvazione.

Le azioni del Critical Art Ensemble mirano a informare la gente con laboratori aperti e a dimostrare l’assurdità degli investimenti di enti o governi con azioni in luoghi pubblici. Com’è facile intuire, questo tipo di arte è rischioso, specie in un’epoca in cui nessuno riesce più a definire il limite tra ciò che è illegale e ciò che non lo è. E lo sa bene Steve Kurtz, uno dei fonfatori del CAE. Il suo è un caso mediatico piuttosto noto anche al di fuori dei confini dell’arte: Kurtz, venne accusato di attività bioterroristica, dopo che in casa sua venne scoperto accidentalmente dall’FBI il suo laboratorio artistico.

La storia, documentata nel lungometraggio di Lynn Hershman Leeson Strange Culture, proiettato nelle giornate di The Influencers, ha permesso a Kurtz di ottenere un ampio appoggio morale ed economico da parte della comunità artistica internazionale, necessario per concludere positivamente la complicata questione.

Altro gruppo molto noto e attivo nella pratica dei tactical media che abbiamo avuto il piacere di ascoltare a The Influencers, è The Yes Men. Anche loro arcinoti a un pubblico ormai molto più ampio di quello ristretto del mondo dell’arte, in modo assolutamente divertente e ironico, Andy Bichlbaum e Mike Bonanno, aka The Yes Men, si sostituiscono ai portavoce di società o organizzazioni internazionali per cercare di realizzare i loro sogni di giustizia e di rispetto per l’umanità e l’ambiente.

Un esempio: dopo alcuni anni di paziente attesa dinanzi a un falso sito di loro creazione, furono invitati dalla BBC come rappresentanti della Dow Chemicals, la quale, dopo aver comprato la Union Carbide, continuava a non assumersi le responsabilità del disastro di Bhopal in India, catastrofe ambientale per la quale nessuno ancora ha pagato né economicamente né in termini legali e che continua a mietere vittime per la mancata bonifica della zona.

Ma ecco che, improvvisamente, il falso portavoce della Dow Chemicals presenta le sue scuse ufficiali in televisione, promettendo di pagare i danni: come conseguenza, le azioni della società colano a picco, fino alla pronta smentita e allo smascheramento dell’azione. Gli Yes Men ci hanno raccontato, durante il loro incontro, che, all’inizio del loro lavoro, hanno vissuto spesso le loro azioni come fallimenti, anche se con la consueta ironia.

Ad esempio, quando organizzarono una conferenza in cui presentarono una strategia assolutamente conveniente per le imprese ma pericolosa in termine di vite umane nei paesi disagiati, invece di suscitare scandalo tra i presenti, furono avvicinati da molti imprenditori, pienamente d’accordo con questa filosofia e molto interessati al progetto.

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Un’azione analoga fu quella che scatenarono contro la Camera di Commercio di Washington. Si trattava di un obiettivo già vulnerabile, perché molti stavano minacciando di abbandonare (o l’avevano già fatto) l’organizzazione, a causa della sua posizione sul cambiamento climatico. Gli Yes Men organizzarono una falsa conferenza stampa, affittarono una sala e inviarono un annuncio ai giornalisti dicendo che la Camera di Commercio aveva cambiato la sua posizione su questo problema: avrebbe approvato la legislazione che il congresso stava cercando di portare avanti sulle emissioni di Co2 e su queste si sarebbe istituita addirittura una tassa (un posizione quindi più radicale di quello che stava cercando di fare il congresso).

Quando un giornalista si recò alla conferenza stampa nella sala sbagliata, presso la sede della Camera di Commercio, il PR capì cosa stava succedendo, corse sul luogo della riunione e cominciò una ridicola guerra a chi fosse il vero rappresentante dell’organizzazione, a suon di biglietti da visita. Ovviamente la camera denunciò gli artisti e il caso è ancora aperto: ma per loro non è un problema, dato che le loro sono azioni di denuncia, con l’unico obiettivo di portare a galla la verità.

Per lo stesso motivo hanno attaccato altre imprese, hanno realizzato e continueranno a realizzare film, tra cui The Yes Men fix the world, proiettato durante il festival. Tra le loro azioni, anche la stampa di false edizioni del “New York Times”, distribuite gratuitamente per le strade di New York, che contenevano solo notizie positive sulla fine della guerra in Iraq. Sogni, speranze, che potrebbero diventare realtà.

Dalla denuncia dei comportamenti inammissibili di organizzazioni e imprese, passiamo alla denuncia del controllo che il marketing cerca di esercitare su di noi e sul nostro modo di consumare. E qui troviamo in prima linea Zevs, un giovane street artist parigino, che iniziò la sua attività negli anni ’90, nelle periferie di Parigi, usando il colore rosso o arrampicandosi sui muri per trovare spazi liberi dove dipingere in una città satura di graffiti. La sua fonte principale di ispirazione è il paesaggio urbano, dominato da immagini tra le quali spiccano i loghi delle compagnie di comunicazione.

Studiandoli, Zevs sviluppò uno stile proprio, che lo portò dapprima a usare vernice infiammabile, poi a dipingere le sagome delle ombre (panchine, lampioni, perfino barboni addormentati), tracciandone il contorno con la vernice utilizzata per dipingere le strisce pedonali. Durante il giorno le ombre spariscono, ma in questo modo ne rimane la sagoma, la memoria. Lavorando senza autorizzazione, Zevs si muoveva travestito con la tuta gialla degli operai di strada, che divenne da subito la sua seconda pelle.

Usava anche una maschera che gli serviva per prendere distanza dalle sue opere e le sue azioni, nonché per creare un personaggio che fungesse in sé da elemento performativo. Inoltre la maschera gli ha sempre dato più libertà, l’anonimato, un’identità sfocata, così che la gente potesse proiettarsi in quel volto senza lineamenti, in quella specie di supereroe. Dopo il suo arresto a Hong Kong, Zevs non è più però un personaggio anonimo e non indossa più la maschera.

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In parallelo Zevs cominciò anche ad attaccare fotomodelli dei manifesti pubblicitari, producendovi fori che sembrassero spari o fessure dalle quali far colare vernice rossa come sangue. In genere, dopo pochissimi giorni, i manifesti venivano sostituiti; ma una notte lui stesso salì sulle impalcature del Centre Pompidou di Parigi per “uccidere” l’immagine di Hitchcock. Da quel giorno, il Centre Pompidou decise di conservare la sua opera per tutta la durata della mostra.

A un certo punto lavorare nelle strade divenne molto difficile, quindi il nostro decise di cambiare il suo stile. Nel 2002 andò a Berlino ed eseguì il suo famoso “sequestro visivo”: ritagliò l’immagine della modella di un enorme manifesto della Lavazza (12 metri) ad Alexander Platz e chiese un riscatto di 500.000 euro, cifra simbolica del budget che le società investono per le campagne pubblicitarie. Il progetto durò tre anni, durante i quali avvennero una serie di azioni (compresa la vendita di biglietti a 1 euro per assistere all’esecuzione, se Lavazza non avesse accettato di pagare) e che si conclusero con il pagamento del riscatto in forma di donazione al Palais de Tokyo.

Un ciclo di azioni di Zevs divenuto celebre è quello dei loghi “liquefatti”. Uno di questi fu il logo di Chanel che Zevs dipinse sulla facciata di uno store di Armani ad Hong Kong, non certo il luogo ideale per la street art. Qui Zevs venne arrestato e rimase bloccato per un mese in attesa del verdetto, che per fortuna non si risolse come chiesto dalla controparte, che voleva il rifacimento completo della facciata per una cifra spropositata.

Non era certo il caso, specie considerando che il nostro artista gioca con l’effimero, gli piace creare ma anche veder sparire le sue creazioni, usando per questo solo vernici lavabili. E lo confermano i suoi “proper graffiti”, i graffiti “puliti”, o “corretti”: disegni eseguiti su muri rimuovendo la sporcizia e lo smog che si depositano nel corso nel tempo. Una notte, nel corso del festival, Zevs ha decorato Barcellona con la sua arte sostituendo alcuni cartelli pubblicitari retroilluminati presso fermate di autobus e metro con un suo disegno.

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The Influencers 2010 ha presentato anche un altro manipolatore di spazi, meno pubblici e decisamente più virtuali: Joan Leandre. Trasformando prodotti di intrattenimento digitale, Leandre cominciò a introdursi nel mondo dei videogiochi, non come utente ma come manipolatore di codice. Una delle prime modifiche che operò fu quella di un gioco di auto TT, nel quale trasformò le variabili di gravità, in modo che le auto potessero correre su tutte le superfici della scena, comprese le pareti.

Più avanti intervenne su altri parametri, distorcendo la grafica con rappresentazioni surrealiste che non avevano niente a che vedere con l’originale. Quindi cominciò ad occuparsi della violenza nei videogiochi. Prese ad introdurre graffiti virtuali con simbologia pacifista in giochi online: muovendosi negli spazi virtuali, gli utenti inconsapevoli incontravano i vari simboli come se facessero effettivamente parte dell’ambiente di gioco. Questa azione suscitò in molti utenti reazioni violente e minacciose, a seguito delle quali l’artista decise di tornare a lavorare in modo personale senza interferire con gli altri.

In una seconda fase del suo percorso artistico, Leandre è intervenuto sui giochi facendo sparire i personaggi dalla scena, lasciando semplicemente l’ambiente e permettendo di passeggiare per il videogioco senza altro scopo che scoprirne gli spazi virtuali. Altra pratica sperimentata è stato il montaggio di brevi video privi di trama, ma pieni di simbolismi, ottenuti selezionando parti grafiche di alcuni videogiochi che aveva manipolato e mescolandole con altre.

Successivi montaggi presentano invece immagini estrapolate da scenari di giochi bellici, dai quali Leandre ha selezionato unicamente elementi vegetali e li ha ricomposti in modo da creare la sensazione di trovarsi immersi nella pace di paesaggi naturali, senza traccia di presenza umana.

Forse meno impegnati, ma senza nessuna pretesa di sembrarlo, i Black Label Bike Club hanno invece hanno rallegrato il festival con le loro follie. Collettivo formato nel 1992 negli Stati Uniti, presenta uno stile da motoclub Hell Angels: classici gilet, vecchi abiti macchiati di birra, rovinati dai tanti incidenti subiti, con la variante dei cappellini con visiera al posto del casco.

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Si prende la struttura di una bici, la si taglia in due, si montano le due parti al contrario, si aggiunge la ruota di un carro dietro e quella di un passeggino davanti, si salda il sistema di pedali all’altezza della testa e si monta il sellino in modo che tocchi per terra: questa potrebbe essere una delle centinaia di biciclette che questo collettivo costruisce reciclando bici e altri oggetti. Biciclette a due piani, altissime o minuscole, con scarpe o martelli al posto delle ruote. Black Label Bike Club costruisce bici di qualsiasi tipo, purché si riesca a guidare e a restare in equilibrio.

Ma questa non è che una parte della storia, quella relativa alla costruzione. L’altra parte è il divertimento, accompagnato da imprescindibili fiumi di birra. I loro raduni con altri “Bici-club” (tutti accomunati dall’amore per la bici e dal ripudio della cultura dell’automobile) attraversano gli USA da costa a costa e si traducono in feste dove si organizzano diverse attività: laboratori di personalizzazioni delle bici, tornei in stile Re Artú, nei quali i cavalieri si battono con lance dalle punte protette, maratone in cui si devono bere sei lattine di birra legate fra loro con lo scotch mentre si guida, corse a ostacoli in cui si deve passare senza cadere su vecchi materassi pieni di escrementi e roba marcia. La musica e l’alcol sono elementi irrinunciabili nei loro eventi, così come la polizia, che appare sempre.

A volte le loro azioni presentano note politiche, come quando distrussero pubblicamente una gigantografia di Bush, altre volte artistiche, come quando convocano artisti che aggiungano elementi scultorei alle scenografie, ma soprattutto i loro atti vogliono permettere ai partecipanti di comportarsi come non farebbero mai nella vita quotidiana. Nell’ambito del festival, il collettivo ha organizzato un laboratorio di tre giorni aperto a chiunque volesse costruirsi una bicicletta o modificare la propria, e ha invitato il pubblico a partecipare a uno dei suoi folli “Bike kill” in un parco di Barcellona.

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Infine, c’è chi si dimostra coraggioso con modalità più silenziose, intime e meditative, rinunciando alle comodità e percorrendo lentamente sentieri sperduti in compagnia di un asino, alla ricerca della natura più intima e dimenticata degli esseri viventi. Si tratta di Christian Bettini, alias P.ankh, protagonista del progetto Donkijote recentemente prodotto dal LABoral di Gijón.

Con Christian abbiamo avuto il piacere di fare una lunga chiacchierata e la rimandiamo a un articolo monografico che pubblicheremo nel prossimo numero del Digimag. Nel frattempo, i lettori incuriositi possono consultare l diari dei suoi viaggi sul sito web del progetto, http://donkijote.org.


http://www.theinfluencers.org/

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