Ci trovavamo in Giappone da più di 10 giorni, invitate a presentare il progetto di Serpica Naro all’interno del Cream Festival (http://ifamy.jp/en/ ) ma con l’intento principale di incontrare, finalemente di persona, artisti, attivisti, agitatori e organizzatori delle Mayday con cui solitamente manteniamo contatti virtuali.

In mezzo ad altre mille cose, una sera ci imbattiamo nella protesta di lavoratori Sud Coreani che, mentre ci beviamo una birra nel baretto Cafè Lavanderia del quartiere Shinjuku, vediamo entrare armati di entusiasmo, spillette e volantini, invadendo in un attimo tutto il locale. Agguantano il microfono del sound system e ci invitano a partecipare alla giornata di azione che si sarebbe tenuta il sabato successivo in vari punti della metropoli.

Capiamo subito che la mobilitazione è supportata dai nostri amici(http://en.wikipedia.org/wiki/Freeterhttp://freeter-union.org/ ) Freeters, sindacato dei precari giapponesi, che sono lì con noi. Ancora a digiuno di attivismo Sud Coreano, cerchiamo di saperne di più direttamente da loro, tra una bottiglia stellata e l’altra.

Cort, Ibanez, Fender, Parkood… se siete chitarristi di sicuro questi nomi vi dicono qualcosa. Si tratta di alcuni brand delle oltre 600 mila chitarre prodotte dalla Cort (http://www.cortguitar.com/) con sede a Icheabon in Corea del Sud, una delle più grandi al mondo.
La maggior parte della produzione va a soddisfare la domanda che viene proprio dall’estero; la Cort infatti lavora a contratto per numerose aziende che si avvantaggiano dal basso costo della manodopera asiatica e il suo proprietario, (http://www.youtube.com/watch?v=R0lGFdfp8Zs) Park Young-Ho , si gode i suoi 78 milioni di dollari che lo piazzano ai primi posti della classifica dei più ricchi uomini d’affari Coreani.

Negli ultimi anni però, nonostante fatturati positivi, ha cambiato strategia commerciale, raddoppiando la produzione e diminuendo la qualità dei prodotti soprattutto per soddisfare le richieste dei grande mercato estero di cui detiene una bella fetta: circa il 30%.

Già nel 2006 le sue mosse producono una reazione. I lavoratori della Cort, dopo aver prodotto chitarre per anni in condizioni di lavoro spesso estreme (http://www.youtube.com/watch?v=9LpB1E4EE7k) , riescono ad organizzare un sindacato in azienda e raggiungono l’obiettivo di aumentare i loro stipendi come mai negli ultimi 12 anni. Anche se tale miglioramento li porta a raggiungere solo i livelli del salario minimo Coreano.

Intanto, l’opera di ristrutturazione del signor Young Ho Park continua. Inizia infatti a trasferire in Cina e Indonesia la produzione e nell’aprile del 2007 licenzia oltre 100 lavoratori Coreani proseguendo nel suo piano, prima in modo graduale e poi sempre più aggressivo, sino ad arrivare al 2008 quando dichiara bancarotta chiudendo proprio la fabbrica di Incheon, nella città madre della Cort.

Mentre in qualche parte del mondo si cantano canzoni d’amore accompagnate da una delle chitarre prodotte dalla Cort, i lavoratori Sud Coreani da oltre 700 giorni si lanciano in proteste, prima occupando gli uffici centrale dell’azienda a Seul, subendo parecchi arresti e ritorsioni, poi dando più forza alla loro capacità comunicativa chiedendo il supporto di artisti e musicisti della scena mondiale e presenziando alle varie fiere musicali in giro per il mondo (http://www.frankfurter-info.org/Nachrichten/proteste-der-sudkoreanischen-arbeiterinnen-be, supportati dagli attivisti locali. Ed è proprio attraverso questa alleanza trasversale che stanno riuscendo a attirare l’attenzione di un pubblico molto più vasto e spesso poco attento a come e dove vengono prodotti gli strumenti del loro mestiere: le chitarre.

Il programma della giornata di azione nipponica avrebbe previsto una visita mattutina a Yokohama (seconda città più popolosa del paese e praticamente in continuità spaziale con Tokyo), per movimentare un po’ la grande fiera musicale che ogni due anni si tiene nel paese (http://musicfair.jp/). Nel pomeriggio poi, si sarebbero spostati a Tokyo dove avremmo potuto raggiungerli per dare in nostro supporto.

Omotesando Hills

L’obiettivo nella capitale è Kawai, il negozio di strumenti musicali su Omotesando Avenue ad Harajuku, quartiere di shopping da qualche anno in fase di piena gentrificazione e l’appuntamento era alle 16 sul ponte di fianco la stazione della metropolitana.
Protagonista della strada è il megacentro commerciale Omotesando Hills, che occupa 250 metri di marciapiede con la sua struttura in vetro e metallo, 130 negozi (molti sono brand internazionali di moda) e 38 appartamenti.

Costruito da uno dei tycoon più potenti del Giappone, Minoru Mori (http://en.wikipedia.org/wiki/Minoru_Mori, nonno della più famosa (almeno in Italia) artista Mariko Mori, si affianca a un’altra impresa gentifricatrice, quella di Roppongi Hills, uno dei più grandi complessi urbani del Giappone e finanziata dalla stessa Mori Building (http://www.mori.co.jp/en/).

Omotesando Hills ( http://www.omotesandohills.com/english/index.html) è sorto dopo la demolizione del complesso di appartamenti Dōjunkai Aoyama Apartment, in stile Bauhaus datati 1927, con i quali per la prima volta si sperimentavano architetture rinforzate per resistere ai terremoti e che sarebbero diventati un esempio per il design di case popolari. Gli architetti illuminati che li avevano progettati, se li erano immaginati abitati dalla prima generazione di colletti bianchi pronti a sperimentare una sorta di vivere collettivo (potremmo definirlo un primo esempio di co-housing). Parte degli appartamenti infatti erano stati progettati con aree da utilizzare in comune.

Nonostante le proteste di cittadini e associazioni di quartiere, che rivendicavano il rispetto della memoria storica e il valore culturale di quelle case, le ruspe si sono messe al lavoro e nel febbraio 2006 i 6 piani di centro commerciale venivano inaugurati (http://travel.nytimes.com/2006/02/15/travel/15tokyo.html?8dpc ) con larga eco nei quotidiani di tutto il mondo.

L’azione

Sul marciapiede opposto, qualche metro più in là del centro commerciale di lusso, si trova invece l’obiettivo dell’azione dei lavoratori della Cort.

E’ sabato, sono quasi le 5 del pomeriggio e lo struscio dello shopping sembra al suo massimo. Un gruppo composto da una cinquantina di attivisti si piazza davanti alla vetrina di Kawai, dove un pianoforte in plexiglas scintillante attira subito il nostro sguardo. Non si attende molto per veder spuntare strumenti di ogni tipo insieme a striscioni e cartelloni colorati. Tamburi, fisarmoniche, violini, trombe si animano per raccontare ai passanti i motivi della protesta.

Insieme a loro e alla Korean Metal Workers Union, ci sono i Freeters di Tokyo e vari attivisti culturali di New York, noi, rappresentati dell’Euromayday Newtwork, senza contare il supporto virtuale di centinaia di musicisti che in giro per il mondo, durante i concerti e performance, danno il loro contributo boicottando le chitarre Cort e facendo conoscere la campagna No Cort (http://www.youtube.com/watch?v=7pbKvESThn0&NR=1) agli ignari spettatori dei loro spettacoli.

Dopo varie canzoni, slogan, improvvisazioni musicali, i manager del negozio si affacciano e cercano di capire cosa succede. Si tratta di tre uomini incravattati sulla sessantina; con uno sguardo serio scrutano quella massa informe e rumorosa che disturba la tranquilla muzak di un sabato pomeriggio che dovrebbe essere uguale agli altri. Un camioncino della polizia si mantiene a qualche metro dal marciapiede e controlla che la situazione non si accenda troppo. Ma lo shopping non viene fermato, quindi sembrano tranquilli.

Una delegazione di lavoratori entra nel negozio ed inizia la trattativa. Lo scopo della contrattazione è convincere il manager a parlare con il proprietario della Kawai in modo che diventi messaggero delle richieste dei lavoratori e faccia pressione direttamente alla sede centrale della Cort, che a loro vende le chitarre.

Gli sguardi sono seri, non riusciamo a seguire la conversazione ma di sicuro i lavoratori stanno raccontando anche di come la corte d’appello della Corea del Sud abbia deciso lo scorso agosto che i licenziamenti di massa fatti dalla Cort siano illegali: perchè dopo dieci anni di profitti, un solo anno di crisi non giustifica questo tipo di trattamento. Ma nonostante la sentenza di reintegro dei lavoratori, l’azienda non sta rispondendo in modo positivo. Dopo una ventina di minuti, a negozio ormai semivuoto, un accordo sembra raggiunto. La delegazione esce e ricominciano le danze e i volantinaggi.

Al termine dell’azione sono appena passate le sette di sera. I sindacalisti si scambiano gli striscioni e scattano foto di gruppo per ricordare l’evento. Un freeter mi confessa che quel giorno è stato in qualche modo più coinvolgente rispetto alle loro solite azioni, perchè i partecipanti non erano esclusivamente membri del sindacato e lavoratori ma anche artisti, musicisti e performers che con musica e colori hanno reso più semplice mantenere la determinazione e dimenticare la stanchezza.

Il messaggio ha sicuramente iniziato il suo viaggio verso il ricco proprietario della Cort, mentre l’inarrestabile fiumana delle fashion victim del sabato pomeriggio non si lascia arrestare dalla colorata e rumorosa protesta. Questo però, sembra il destino di tutto ciò che accade a Tokyo, la megalopoli che inghiotte tutto e sembra non lasciarsi mai scalfire da niente.

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