Sono passati più di 10 anni da quando, nel 1994, il teorico Pierre Lévy ha scritto il libro L’intelligenza collettiva. Visione forse un po’ troppo ottimista di ciò che sarebbe stato il futuro del digitale, ma che ha contribuito a sviluppare numerosi immaginari, dall’idea della comunità virtuale a quella di un cyberspazio formato da menti in relazione rizomatica.

Era l’epoca in cui si cominciava a teorizzare il fenomeno delle comunità online, che avevano visto già anni prima molte persone usare computer e modem per collegarsi alle BBS, nodi di rete attraverso cui concretizzare per la prima volta l’idea di un network orizzontale delle intelligenze. Molte cose sono cambiate da quei giorni, dalle BBS si è passati alle mailing list e sono iniziati a diffondersi i weblog. Ambiti di discussione internazionali come Nettime, Rhizome, Syndicate, Faces, Spectre, hanno segnato la storia della net culture e ancora oggi costituiscono un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono rimanere aggiornati sul panorama internazionale della media art e su ciò che riguarda la cultura del net. Ma la ricerca in questo campo non si è fermata qui.

Stanno emergendo nuovi standard per realizzare piattaforme di social networking, che costituiscono la nuova mania per molti navigatori del web. Si passa da network più commerciali come Friendster e MySpace che permettono di costruire una comunità di amici di amici di amici, compilando una form e entrando nel “gioco” con tanto di personale home e diagramma di contatti visualizzato online, a laboratori come FOAF, Friend of a Friend project , che invece si basa sulla ricerca di nuovi standard per la personalizzazione online della propria community. FOAF-a-matic è una semplice applicazione Javascript che permette di creare una descrizione e caratterizzazione di se stessi e della propria comunità di amici in formato FOAF (Friend-of-A-Friend, amico di un amico), usando gli standard XML e RDF. Personalizzando le proprie informazioni come nome, email, più nome ed email degli amici e pubblicandole online conformemente al vocabolario RDF, si consente a un software di elaborare queste descrizioni, spesso attraverso un motore di ricerca automatico. Si permette così agli spider che indicizzano e analizzano le descrizioni online di collegare tra loro gruppi di persone, portando a interessanti sviluppi per la creazione e gestione delle comunità digitali. Nuove possibilità che si aprono quindi per i navigatori del web?

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Per analizzare il presente delle digital communities e dei nuovi sviluppi del social networking, abbiamo incontrato Felix Stalder , da vari anni moderatore della celebre mailing list internazionale sulla net culture Nettime. Felix Stalder vive attualmente fra Zurigo, Vienna e Toronto, dove rispettivamente è membro del dipartimento dei nuovi media dell’Accademia di Arte e Design (Acadeny of Art and Design), lavora come ricercatore indipendente e gestisce il progetto Openflows Networks Ltd. (http://openflows.org), fondato insieme a Jesse Hirsh nel 2000 e incentrato sull’open source come un social principle . Argomento, quello dell’open source e del free software, che è un ulteriore interessante settore di ricerca nell’ambito dello sviluppo delle digital communities.

Tatiana Bazzichelli: Hai co-moderato la lista di Nettime durante gli ultimi anni. Pensi che le cose nell’ambito delle communities digitali siano cambiate in qualche modo dagli anni ’90? Quali sono le condizioni per il netoworking collaborativi oggi?

Felix Stalder: Io penso che il più vasto concetto di “digital community”, che differenzia una comunità online dalle altre, ha perso molto della sua attualità, analogamente al concetto di cyberspace, come un luogo che si distingue dagli spazi propriamente “fisici”. Questo concetto in sostanza è stato sostituito da un significato molto più complesso di community, dove i contatti fisici e informazionali coesistono e si ricercano a vicenda. Penso che ci siano molti progetti più piccoli e rapporti interpersonali che sono cresciuti attorno alla lista di Nettime, un po’ più selettivi o privati nella loro natura. Nel suo insieme non penso che quindi Nettime sia propriamente una community. E’ più che altro uno spazio pubblico, una risorsa che è mantenuta vicendevolmente dai suoi iscritti. Questo è forse un concetto più limitato in termini di densità delle interazioni sociali, ma dubito altresì che oggi sia possibile creare una community solo mediante l’interazione via mail.

Nei primi anni, il carattere comunitario di Nettime era legato soprattutto alle sue basi sociali molto “clubby”, dove le persone si conoscevano grazie ai festival o grazie ad altri momenti di incontro. La lista stessa era quindi molto omogenea. Anche se quindi si faceva un gran parlare di diversità, all’atto pratico la lista era molto più esclusiva di quanto lo sia oggi. Ora, con circa 3500 persone iscritte, non vale più la stessa cosa e l’idea di tenere un qualsiasi altro meeting di Nettime non è assolutamente proponibile. Dopo tutto quanto si può avere in comune con un gruppo di persone che spendono una o due ore leggendo e occasionalmente scrivendo per Nettime? Non è un descrizione pessimistica, ma in questi 10 anni abbiamo tutti imparato cosa può fare o non fare la comunicazione via mail anche se, dall’altro lato, le condizioni generali di collaborazione sono aumentate, o così almeno sembra.

C’è stata infatti un’enorme convergenza, o meglio, una curva di apprendimento connettiva generale, su come utilizzare le tecnologie per scopi collaborativi e in che modo applicare le norme per creare collaborazione (vedi le licenze Open Content); ma dal mio punto di vista, sembra che lo scopo di queste collaborazioni sia leggermente più concentrato su finalità puramente pratiche mentre il lato comunitario diventa sempre più marginale. Ormai si è capito che si ha bisogno molto più della semplice collaborazione per creare community.

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Tatiana Bazzichelli: Sembra che, negli ultimi anni, le persone sulle mailing lists siano più interessate a postare lavori già pronti o annunci sulle proprie iniziative piuttosto che coinvolgersi nelle discussioni. Pensi che l’interesse generale sia diminuito e sempre meno persone si assumano responsabilità sociali?

Felix Stalder: Nel caso di Nettime, abbiamo deciso di suddividere gli annunci in una mailing list specifica , proprio allo scopo di evitare che questi dominassero lo spazio dedicato alle discussioni. Sembra che la cosa abbia funzionato abbastanza. D’altro canto penso che non ci sia niente di male se le persone postano i propri lavori perché ciò che fanno non è altro che spingere questi annunci nella comunità allo scopo di mantenerli nella mente e negli hard disk dei suoi membri, o al limite in un paio di archivi in Rete. Diventa tutto più problematico quando una lista nasce come un terreno di scarico e bisogna intervenire con la moderazione prevenendo che le persone postino le proprie cose “cotte a metà”. Ma questo effettivamente non è mai stato un serio problema per Nettime.

Più in generale, non penso che l’interesse nella responsabilità sociale sia diminuito. Alla metà degli anni ’90 c’erano pochissimi forum dove la gente poteva discutere in modo intelligente riguardo la “networking culture”. Ora invece, ogni università hai il suo dipartimento di nuovi media. C’è stato infatti un momento piuttosto breve di “convergenza” in cui molte persone non avevano un luogo nelle esistenti istituzioni intellettuali, e così iniziarono a costruire i propri contesti di scambio. Oggi siamo testimoni di una specie di ri-specializzazione, dove molte persone sono state inglobate dalle istituzioni e altre sono attive in contesti più pratici e specializzati (vedi Indymedia). Nettime rimane uno dei pochi posti che è sopravvissuto come spazio puramente discorsivo non orientato alla produzione o ancorato alle istituzioni. Questa è oggi una cosa molto insolita.

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Tatiana Bazzichelli: Quale ruolo hanno le communities e i weblogs nell’emergenza del “digital commons”? Nello specifico, quale ruolo ricoprono le community digitali nell’incoraggiare l’uso delle tecnologie e dei software liberi, come per esempio Linux OS o altri programmi sviluppati in questo spirito?

Felix Stalder: Penso che l’informazione common-based ha necessariamente una natura sociale, nel senso che è chiaramente sviluppata da peers piuttosto che da un’anonima corporation, e nella maggior parte dei casi chiunque è dipendente da una serie di altre persone per poterne usufruire pienamente. E’ molto diverso, anche se non sempre è meglio, leggere per esempio le discussioni in una lista per conoscere le caratteristiche di un certo software, piuttosto che leggere un manuale. Anche se quindi non si sta interagendo direttamente, si usufruisce comunque dell’interazione tra altre persone in modo molto chiaro e trasparente. Questo rende chiaro che lo sviluppo di queste risorse free, siano essere un software o un testo di Wikipedia, nasce da uno sforzo comune. Affinché questo sforzo funzioni, esso richiede sicuramente una struttura tecnica e sociale così come la produzione commerciale richiede una ditta come sua organizzazione di base.

In altre parole, le “communities” sono la base sociale per la produzione open source, sebbene penso che il modo in cui si percepisce il concetto di “comune” possa variare da partecipante a partecipante. Per esempio, ci sono comunità di utenti Linux che si incontrano di persona localmente. Ad alcune persone sicuramente piace, perché essere per Esempio un Linux-user è una parte importante della loro identità, altre odiano l’idea di comunità perché realizzano che avere interessi tecnologici comuni non è assolutamente sufficiente per essere associati in termini più generali. Il fatto che le persone possano decidere individualmente a quante community appartenere in base ai propri interessi è un aspetto importante che determina il perché le persone siano portate a collaborare. Per alcuni è questione di un’ora alla settimana per altre è il centro della loro vita.

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Tatiana Bazzichelli: Pensi che i network sociali possano facilitare e rendere più piacevole l’uso delle communities digitali? Pensi che essi manifestino un nuovo potenziale o che siano solo un nuovo modo per invadere la privacy delle persone?

Felix Stalder: Personalmente non amo servizi come Friendster perché hanno la tendenza a considerare le relazioni solo come un “capitale sociale”, cosa che trovo molto limitante. Con un occhi al marketing è ovvio quali providers commerciali (Google, Yahoo!, etc…) abbiano un forte interesse in queste applicazioni; è un sogno che diventa realtà, segmenti di mercato che identificano se stessi. Quando poi si riescono a combinare questi dati con quelli per esempio di una blogging community, allora è ancora meglio. Questi servizi inoltre tendono a creare community chiuse, poiché i protocolli e i database di questi servizi non sono aperti e non è possibile collegarli gli uni agli altri. Questo significa che essi non sono realmente interessati a supportare la socialità dei network, ma sono interessati solo a registrare dati personali. Questo non si può però dire per FOAF Project per esempio, che è un vero servizio di meta-dati; non è un’applicazione ma un supporto che cerca di stabilire un nuovo standard per auto-rappresentarsi ed associarsi.

Penso che l’abilità di visualizzare le relazioni in una community virtuale sia molto interessante, soprattutto per quanto aiuta la community a diventare sempre più informata della propria struttura, delle proprie dinamiche e dei propri risvolti più nascosti. Quindi la domanda cruciale è se si gode di effettiva privacy o meno, ma quali sono le condizioni per cui riusciamo a farci conoscere dagli altri? Chi definisce le categorie che si possono scegliere per auto-rappresentarsi? Chi definisce le regole per cui possiamo interagire con un’altra persona? Per esempio, nel 2003, Friendster espulse un certo numero di persone che non erano interessate a un networking serio ma più che altro a innescare un vero e proprio gioco di ruolo ( http://archive.salon.com/tech/feature/2003/08/14/fakesters/ ) In generale, penso che gli strumenti che aiutano a creare dei contesti attraverso le interazioni sociali in Rete siano interessanti e positivi; ma implementarli in modo che abbiano realmente a che fare con la ricchezza di questi contesti è molto difficile. Lo stesso ovviamente può essere detto per i siti di appuntamenti che sono sempre più popolari in Rete.

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Tatiana Bazzichelli: Parlando delle Telestreet Italian Communities, hai scritto l’anno scorso circa alcuni attivisti di Zurigo che hanno adattato ed esteso il modello delle Telestreet attraverso una Tv locale e un archivio video digitale. Puoi dirci qualcosa di più circa questo fenomeno in Svizzera?

Felix Stalder: Non parlerei propriamente di fenomeno svizzero, anche se sicuramente a Zurigo c’è questo gruppo di persone che sono fortemente influenzate dagli esperimenti delle Telestreet italiane come modo per connettere i loro interessi politici, sociali e artistici. Loro hanno fatto molti lavori interessanti, come per esempio connettere dei micro-broadcasting (http://snm-hgkz.ch/SNMHome/diplom00/diplomSL.htm) a veri e propri nodi p2p file sharing (http://copyfight.ath.cx/ ). Ma in assenza di un movimento sociale più vasto, il loro lavoro è prettamente artistico e sperimentale, un territorio in cui penso che possano però fare cose molto interessanti.

 

Articoli:

Edd Dumbill “XML Watch: Finding friends with XML and RDF” in IBM.com:
http://www-106.ibm.com/developerworks/xml/library/x-foaf.html

Ben Hammersley “Click to the clique” in Guardian Unlimeted Network:
http://www.guardian.co.uk/online/story/0,3605,870848,00.html

Liz Turner, ” Mapping distributed communities using SVG”, sito web personale:
http://liz.xtdnet.nl/MappingDistributedCommunities.html


http://felix.openflows.org

www.foaf-project.org

www.friendster.com

www.myspace.com

www.ecademy.com

www.linkedin.com

www.ryze.com

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