Dopo due secoli di rivoluzione e quasi-rivoluzione, emerge una lezione storica: non si può distruggere la struttura autoritaria, si può solo resisterle” – Critical Art Ensemble: Disobbedienza Civile Elettronica (Castelvecchi, 1998)

Per i lettori affezionati di questa rivista, REFF non è una novità: questa sigla risuona forse nelle loro orecchie come un eco familiare ed è plausibile che conoscano in parte o in tutto la storia che c’è dietro. Me ripercorriamola insieme nelle sue tappe fondamentali (1). REFF sta per RomaeuropaFakeFactory. REFF è la versione fake del (quasi) omonimo Romaeuropa Web Factory, concorso lanciato a gennaio 2009 da Telecom e Fondazione Romaeuropa per sostenere la creatività digitale.

Perché farne un fake? E perché questo fake è riuscito a ottenere consensi trasversali dal mondo dell’attivismo, della new media art e persino della politica? Per capirlo, bisogna cercare nelle motivazioni. All’inizio il Web Factory prevedeva al suo interno clausole bizzarre: come il divieto di utilizzare tecniche quali il remix e il mashup o richiedere ai partecipanti la cessione unilaterale dei diritti sulle opere inviate, anche per fini commerciali, o ancora riservare ai promotori del concorso la possibilità di remixare le stesse opere a piacimento.

Acquisito il dominio www.romaeuropa.org, lasciato libero dalla Fondazione (www.romaeuropa.net), REFF esiste con la sua identità di fake realissimo e l’anima dello squatter: in pochi giorni la versione rivoltata del concorso (tutto dedicato al remix e in Creative Commons) sarà online, raccogliendo a tempo record l’adesione di un’ottantina di partner da tutto il mondo.

Primi sintomi

Nella sfera mediatica, le reazioni non tardano ad arrivare, dal web coma dalla la stampa nazionale che si interessa subito alla vicenda. Il caso fa notizia e a marzo per il primo evento di presentazione il REFF al completo – un sorprendente college di performer, avvocati, docenti universitari, critici musicali e curatori, imprenditori, vj, architetti, artisti, attivisti del copyright e del mondo queer – invade il Senato organizzando conferenza internazionale: Freedom to Remix. Politiche culturali e gestione della proprietà intellettuale nell’era contemporanea. Nella sala dell’Ex Hotel Bologna, a due passi dal Pantheon, stipata di ospiti accorsi da tutt’Italia e da diverse parti d’Europa, c’è anche la Fondazione Romaeuropa rappresentata da una folta delegazione che osserva il fenomeno con stupore e con stupore maggiore assiste a un’accoglienza festosa del fake che li invita a presentarsi e a prendere parte al dibattito. Risultato. Pochi giorni dopo sul sito del WebFactory appare una comunicazione rivolta ai partecipanti: i diritti di sfruttamento delle opere saranno d’ora in poi limitati al solo uso non commerciale e per iniziative di promozione del concorso. Non è che l’inizio di un processo di contaminazione sorprendente, che porterà l’originale ad essere quasi indistinguibile dal suo fake.

Metamorfosi

Ma veniamo alla cronaca dei fatti recenti. Il 16 settembre 2009 a Roma, presso l’Opificio Telecom (nuova sede della Fondazione) viene presentata la nuova edizione del concorso Romaeuropa Web Factory. Ecco cosa scopriamo:

  • logo: contrariamente all’anno scorso, il concorso adotta la sigla REWF, prima utilizzata per esteso;

  • licenze: contrariamente all’anno scorso, il concorso abbandona le licenze proprietarie scegliendo le Creative Commons;

  • remix: contrariamente all’anno scorso, remix e mashup vietati dal regolamento vengono addirittura esplicitamente promossi.

Un’intima sensazione di sollievo e soddisfazione si starà impadronendo dell’animo di ogni lettore che negli si sia battuto ora per la libera diffusione dei saperi, ora per smuovere il pantano legislativo in cui affoga il diritto d’autore (e con lui gli autori medesimi e le loro opere): per una volta la battaglia sembra vinta su tutti i fronti, mentre la contaminazione completa.

Ma ancora vi mancano due elementi importanti. Il primo, che sembra generato da un ambiguo sentimento di fascinazione/identificazione dell’originale verso il falso (di per sé perfettamente spiegabile in termini psicoanalitici e di opportunità), è che Beatpick, promotore del REFF e suo partner principale per la sezione musica e videoarte, quest’anno svolge esattamente lo stesso ruolo per il WebFactory: il falso entra nel corpo dell’originale attraverso una sua componente organica “viva” operando, per restare nella metafora biologica, un vero e proprio innesto. Infine, come esclama Marco Scialdone – avvocato ufficiale del REFF nonché autore della prima opera nota di LawArt, leggendo il nuovo disclaimer legale: “È uguale a quello che ho fatto io!”.

Esiti controversi

Cosa è dunque successo? Rallegrando gli animi di tutti, è possibile concordare che una battaglia culturale è stata effettivamente vinta su almeno tre fronti. Su un primo livello, vengono riconosciuti la legittimità e il valore delle forme di libera circolazione dei sapere. Su un secondo livello, la discriminazione operata dal concorso su forme di arte come il remix o il mashup, al centro del lavoro di moltissimi artisti da Warhol, a Borroughs, a Fluxus (ma anche dj, vj, e semplici utenti che scaricano, mischiano smontano e riassemblano ogni giorno), viene meno. Fondazione Romaeuropa e Telecom stessi, durante la conferenza stampa del 16 settembre, non possono fare a meno di ricordare in tre occasioni l’apporto fondamentale che il REFF ha avuto nel ripensamento del concorso. Su un terzo livello, il plagarismo, con buona pace di fake e originali, afferma gioiosamente la sua sovranità sui regni del vero e del verosimile.

Ma c’è un elemento che ancora non è stato preso in considerazione. La dinamica brevemente descritta è anche (e soprattutto) paradigmatica del rapporto fra realtà corporate/istituzionali, produzione culturale/artistica dal basso, artivismo, hacking: quegli imprevisti che nascono dai “bug” del sistema (o più crudamente dalla ristrettezza e da condizioni ambientali sfavorevoli) e da lì (spesso loro malgrado) creano valore. Se la materia creativa – originaria più che originale, anche quando si presenta sotto forma di un falso (d’autore) – nasce in-da-attraverso quelle magmatiche zone interstiziali, è anche vero che un virus per sua natura tende ad essere integrato dall’organismo.

A ben guardare, REFF racconta anche la storia di un conflitto squisitamente contemporaneo. Ambiguo, paradossale, multi-direzionale, non risolvibile in modo tradizionale in uno schema di contrapposizione dialogica, giocato su un territorio fatto di codici e linguaggi resi sempre più indistinguibili. Come l’originale dal suo fake. Come i linguaggi e le pratiche libertarie (prodotti dentro e fuori dalla rete) sono da tempo un florido territorio di conquista per il corporate (uso massivo di socialnetwork, fake fatti su misura, marketing non convenzionale, adozione di licenze libere sul software come sui contenuti, condivisione, innovazione, creatività, modelli partecipativi, ideologia dell’openess portata al parossismo).

Intanto, se il REFF strizza l’occhio e alla peculiare mutazione in corso salutandola con favore, ci chiediamo quali saranno le prossime mosse e in che direzione si evolverà il rapporto fra questo riuscitissimo fake e il suo originale: Fondazione e, in testa a tutti, il colosso Telecom Italia.


Nuovi segnali

A dire il vero le cose si muovono già. Parecchio e i direzioni del tutto inaspettate. Mentre su Wired Italia di ottobre compare un articolo a firma di Francesco Monico illustrando i successi ottenuti, il sito del progetto , che ad agosto ha subito un attacco hacker (un’azione un po’ fuori contesto visti gli intenti e i promotori dell’iniziativa, ma per fortuna realizzata con l’obiettivo di denunciare i massacri di Gaza), è nuovamente online con un restyling del logo e della piattaforma.

Ma le novità non riguardano solo la forma. Il 7 ottobre l’iniziativa viene invitata a partecipare allIGF Italia (2) (incontro preparatorio dell’Internet Governance Forum dell’ONU previsto a Sharm el Sheik introno al 18 novembre (3)), per raccontare la sua esperienza a cavallo fra arte, innovazione e diritti digitali. È quella l’occasione in cui viene annunciata l’apertura di una nuova sezione del concorso a sostegno della campagna internazionale sulla neutralità della rete: Creatives for Net Neutrality (4) (siglato C4NN).

Il progetto, nato e promosso grazie alla collaborazione col Movimento Scambio Etico (5), accoglierà fumetti, video, banner pubblicitari, locandine, manifesti, brani musicali che in modo ironico sappiano comunicare i paradossi contenuti nel celebre “Pacchetto Telecom” (6). Per chi non fosse informato sui sommovimenti legislativi di Bruxelles, il Pacchetto, presentato ufficialmente nel 2007, è un progetto di riforma presentato al Parlamento Europeo per la modifica della direttiva europea del 2002 sulle telecomunicazioni in tutti i 27 Paesi membri dell’Unione. Il testo introduttivo di C4NN getta luce sule motivazioni sullo stato di allarme di centinaia di associazioni e attivisti in tutta Europa “Queste norme permettono di filtrare e/o degradare contenuti e applicazioni, per dare accesso preferenziale ad alcuni servizi bloccandone altri, e negando l’accesso a certi siti ad esclusivo giudizio dei Provider. Questo consente, alle lobby che controllano l’informazione ed ai Governi, di decidere cosa e come deve essere la Rete del futuro con il rischio di trasformarsi in un mero mezzo per far denaro e mantenere il monopolio dell’informazione”.

La neutralità della rete è invece il principio, applicato agli operatori che forniscono banda larga, servizi telefonici e trasmissioni televisive e più in generale alla rete internet, secondo cui “viene ritenuta neutrale una rete priva di restrizioni su contenuti, siti e piattaforme, di discriminazioni volontarie su flussi di comunicazione antagonisti, sui dispositivi connessi e sul modo in cui essi operano. Un principio ben poco discutibile, eppure proprio pochi giorni fa in fase di conciliazione, l’emendamento 138 contenuto nel Pacchetto e unico elemento a favore della neutralità definendo l’accesso ad Internet come un diritto fondamentale e vietandone la limitazione o l’interdizione in mancanza della sentenza della magistratura ordinaria, con un colpo di mano e in modo inatteso viene cancellato.

Il Pacchetto verrà definitivamente approvato a dicembre e c’è da dire che in questo caso non ci sono dubbi: un nuovo contagio libertario non avrebbe alcuna controindicazione anche se l’organismo da contaminare questa volta avrebbe dimensioni europee.

Note

Una prima versione ridotta in forma cartacea di questo articolo è stata pubblicata sul n° 187 di Hacker Journal (rivista rilasciata con licenza CC)


(1) Per una ricostruzione dettagliata delle fasi di sviluppo del REFF consultare questo link

(2) http://www.igf-italia.it/

(3) http://www.intgovforum.org/cms/

(4) http://www.romaeuropa.org

(5) http://www.scambioetico.org

(6) Per avere un’informazione completa sulla campagna è possibile seguire queste vicende sul sito “La Quadrature du Net”, no profit francese che coordina il lavoro di molte organizzazioni europee: http://www.laquadrature.net

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