“In soli 42 mesi abbiamo assistito a una crescita esponenziale del consenso verso i nostri temi in tutto il mondo”. E’ euforico il board del Pirate Party International, il ramo politico del progetto The Pirate Bay, noto a livello internazionale per essere una delle sedi online sicuramente più spavalde e sfacciate per il Peer to Peer e lo scambio di file audio e video, fresco del successo alle elezioni Europee che hanno portato un loro rappresentante dritto dritto dalle maglie della Rete sino alle poltrone di Brussels.

E come dargli torto! Il partito dei pirati si è presentato infatti in Svezia e Germania ottenendo uno strabiliante 7,1% nel paese scandinavo che lo colloca tra i partiti di maggior consenso nella fascia degli under 30. Solo lo 0,9% in terra tedesca, buono comunque per acquisire visibilità internazionale e l’accesso ai fondi elettorali, che rappresenta, a detta dei pirati, la rampa di lancio per far meglio in futuro. “Abbiamo scritto una pagina di storia politica” è il grido che è stato ripetuto nelle scorse settimane e la copertura e l’interesse dei media di tutto il mondo sembra confermarlo.

Il pirata che siederà nell’Europarlamento è Christian Engström, classe 1960, programmatore e già attivista politico impegnato in campagne per la creazione di un libero mercato per la circolazione delle tecnologie dell’informazione con la Foundation for a Free Information Infrastructure. Anche se, uno dei primi aspetti che è stato messo in evidenza da alcuni giornalisti e analisti di settore, è che lo stesso Christian Engström del Pirate Party, così come i suoi compagni di ventura Rick Falkvinge, Gottfrid Svartholm Warg, Peter Bunde e Carl Lundström, siano più o meno apertamente schierati verso un orientamento di centro-destra, con idee in qualche modo legate a un tipo di politica e di economia neo-liberale.

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Ora, senza apparire eccessivamente ingenui o ipocriti, ci sembra abbastanza chiaro come la maggior parte di noi fosse orientata a immaginare tutto l’universo dei pirati come una roccaforte anarcoide della Rete, paladina di alcuni diritti fondamentali delle comunità hacker (e non solo) come il peer to peer, per il libero scambio di file e di idee. Notevole, nelle ultime settimane, è stata la sopresa nel trovarsi invece davanti a una vera e propria creatura a tre teste, disegnata nei suoi contorni dalla grande vittoria elettorale e dalla tipica retorica politica del Pirate Party, dalla facciata sostanzialmente apolitica dell’intero movimento Pirate Bay nel suo complesso (che si è dhichiarato più volte in sintonia con una possibile “terza opzione” che vada oltre la divisione tradizionale divisione tra sinistra e destra) ed infine dalle analisi sociali ed economiche portate avanti dal Piratebyran di cui Magnus Eriksson, invitato all’ultimo hackmeeting di Milano e oggetto di questa intervista, è rappresentante.

E soprattutto, enorme è stata l’indignazione in Rete nei confronti di quello che è successo non più di due giorni fa: il sito di The Pirate Bay venduto, per una cifra molto vicina agli 8 milioni di dollari, a una software house svedese, la Gaming Factory X, la quale si ripromette di lanciare un nuovo modello di business che possa compensare le perdite dei content providers e dei proprietari dei copyright, e gratificare i proprietari stessi di quella piattaforma aggregatrice basata sullo scambio di contenuti che fino all’altro ieri conteggiava circa 14 milioni di accessi unici giornalier. Prorpietari che vedranno quindi una parte dei soldi direttamente in contanti (con i quali coprire la multa derivante dal processo, che però è di “soli” 4 milioni di dollari, ed evitare così di scontare l’anno di galera previsto) e un’altra parte, pare, direttamente in azioni della GFF.

Apriti Cielo! Da un lato i proprietari della Baia si affannano a rassicurare i propri utenti che i soldi guadagnati verrano utilizzati per costituire una fondazione che aiuti i progetti che si basano sulla libertà di circolazione di informazioni e sull’apertura dei nodi e delle reti, dall’altro gli attivisti a livello internazionale lanciano i loro strali all’indirizzo dei loro ex-paladini. E dire che l’esperienza della baia dei pirati, nei mesi scorsi, era sembrata a tutti una bellissima favola: il successo del portale come luogo neutrale ormai conosciutissimo per lo scambio libero di file, la battaglia legale combattuta nel nome del peer to peer (e di altri slogan di inizio millennio come “we didn’t make any money and rejected entertainment industry accusations it makes a large profit”) contro le multinazionali della musica e del cinema nonché contro un giudice che siede nel board di amministrazione di una di esse, il monitoraggio giornaliero di fronte al Tribunale di Stoccolma per mezzo di un mobile media center, fino ad arrivare al successo inaspettato alle ultime elezioni Europee. Poco importava se, scavando un po’ tra le maglie della Rete, si poteva venire a sapere della controversia legale indetta da The Pirate Bay stessa sull’utilizzo del logo della Baia da parte di due giovani ricercatori, Anders Rydell e Sam Sundberg, nel loro libro scritto proprio sull’esperienza del movimento pirata in Svezia.

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Quali sono quindi gli obbiettivi (o per alcuni, le mire) del progetto The Pirate Bay? Difficile, veramente difficile dirlo a questo punto. Facile anche sbilanciarsi nella direzione sbagliata, dopo gli altrettanto facili entusiasmi seguiti al periodo post-elettorale.

A detta di Engström, “se i politici intendono impedire ai normali cittadini di condividere i file, l’unica soluzione è espandere la capacità di controllo sulla società dei governi” . Per questo nelle dichiarazioni ufficiali affermano di voler agire con incisività sulle norme che regolano il copyright e la privacy. E per farlo meglio vogliono essere a Brussels, da dove è prodotta la legislazione in materia, che poi a cascata si ripercuote sui paesi membri dell’Unione Europea. Sicuramente il Partito dei Pirati potrà ora accedere a fonti di finanziamento importanti per una struttura che fino a ieri (forse) si basava solo sulle donazioni e sul lavoro volontario (oltre ai fondi, le forze dei pirati annoverano sempre nuove reclute e diverse anime piratesche nazionali che contano oggi ben 32 raggruppamenti sparsi per l’Europa e il mondo, cui si aggiunge la Ung Pirat, l’associazione giovanile dei pirati svedesi, che con più di 20.000 iscritti che è oggi il più diffuso movimento politico di ragazzi del paese scandinavo); di certo, al momento, la storia della Baia dei Pirati ricorda troppo da vicino quella di alcuni suoi nobili predecessori, da Napster a Kazaa, la cui parabola ha fatto felici alla fine solo i grandi nemici della pirateria online, cioè i consueti Paperoni monopolisti dell’industria dell’infotainment.

Una storia già vista forse, che a differenza di altre ha però assunto i connotati di un illusione e per questo sta creando molto rumore sulla Rete: una storia che a nostro avviso potrebbe concretamente rimanere come un capitolo importante nella storia dell’evoluzione della Rete verso un luogo omologato ai dettami del business di pochi, nonchè modello economico neo liberale che soddifa le richieste solo dei grandi content providers, degli operatori di connessione, degli utilizzatori passivi. Però magari no, magari dietro è nascosto un piano che forse al momento nessuno riesce a vedere, magari ci stiamo sbagliando ancora…

L’intervista con Magnus Eriksson (fatta purtroppo a ruota del suo intervento alla conferenza Peer to Peer Economies che si è tenuta lo scorso 18 Giugno alla Facoltà di Scienze Politiche di Milano all’interno del programma di Hackmeeting 2009, quindi solo poche ore prima della dichiarazione di acquisizione del Pirate Bay da parte della GFF) chiarisce solo alcuni degli aspetti sopra analizzati ma è sicuramente uno spunto di riflessione più ampio di una situazione che effettivamente non si sa più da che lato guardare: non vogliamo esprimere alcun giudizio in merito, vi lasciamo alla fredda lettura del testo che pensiamo metta in evidenza comunque importanti distinzioni di pensiero rispetto alla storia dei movimenti politici e hacker in Italia. Ringraziamo comunque Magnus per la sua disponibilità e per averci risposto con così poco preavviso.

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Marco Mancuso: Magnus, vorrei sapere da te qualcosa in più riguardo ai tre rami principali dell’universo pirata: la sezione parlamentare del Partito Pirata (PP), il gruppo di intellettuali che appartengono alla blogosfera, che ha nel Piratbyrån (PB) il suo quartier generale, e la branca dedicata all’aspetto imprenditoriale, The Pirate Bay (TPB). Si tratta di un progetto organico, nel senso che affonda le sue radici in un’idea politica, oppure di un’idea sviluppatasi a partire dal movimento attivista anticulturale e anarchico, passo dopo passo, espandendo obiettivi e programmi? Quale ruolo rivesti tu all’interno del Piratbyrån?

Magnus Eriksson: Prima di tutto è necessaria una premessa: se questi rami costituiscono le tre stelle del nostro universo, bisogna ricordare che esiste anche una moltitudine di blogger e di persone appartenenti ad altri gruppi, istituzioni e partiti, che insieme formano un sistema di pianeti e comete. Quindi, non sono queste componenti di un insieme coeso, ma è piuttosto il loro dinamismo, a permettere di dar vita ad un dibattito acceso su simbiosi, cambiamento e dissidi produttivi.

Per comprendere l’importanza di questa costellazione bisogna osservare la storia. Il nostro progetto non è qualcosa che è scaturito dai movimenti attivisti, eccezion fatta per alcune sezioni del Piratbyrån, che nei primi giorni del 2003 funzionavano come un exit-node per coloro che si erano stancati dei movimenti autonomisti. Abbiamo fondato The Pirate Bay nel 2004, quando altri settori del Piratbyrån erano già profondamente coinvolti nella questione dell’hackeraggio fin dai primi anni novanta. Così, ex-attivisti in cerca di nuove emozioni, hacker, filosofi ed un’inclinazione generale a far sembrare le cose davvero migliori, rappresentano gli ingredienti fondamentali del Piratbyrån e della Baia. Penso che questo costituisca una differenza rispetto all’Italia. Se avessimo ideato il progetto nel vostro paese, saremmo stati probabilmente molto più legati ai movimenti sociali, nel bene o nel male. Il Partito Pirata è stato creato da persone completamente diverse ed è dotato di una differente mentalità. Se prima si poteva contare sulla kryptonite, che emanava radiazioni disordinatamente in tutte le direzioni, adesso il Partito Pirata dispone di un laser di precisione direttamente puntato sui processi politici. Questi ultimi vantano un programma incentrato sulle libertà civili e sull’integrità della persona più che su qualsiasi altro argomento, ma al momento li reputo estremamente necessari e sono molto contento del fatto che abbiano successo.

I nostri ruoli vengono sostanzialmente stabiliti a seconda delle abilità e della personalità di ciascuno. Io ho un sacco di tempo a disposizione e così partecipo alla maggior parte dei progetti che realizziamo. Ho il compito di fornire presentazioni, tenere i contatti con i media e di occuparmi delle discussioni di carattere strategico, ma collaboro anche a progetti artistici e cerco di sistemare quei maledetti siti di bus e design.

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Marco Mancuso: In Svezia, il Pirate Party ha ottenuto un’importante vittoria alle ultime elezioni Europee. Ti vorrei chiedere quali sono i vostri programmi da ora in avanti, tenendo presente che da adesso le autorità legali europee e nazionali, così come le lobby industriali, non possono più considerare i navigatori della rete alla stregua di ladri soggetti alla cruda applicazione della legge. Grazie al conseguimento di questa vittoria, la questione della proprietà intellettuale è decisamente entrata nelle agende continentali…

Magnus Eriksson: Per la precisione, io non sono membro del partito, ma rientro ancora nel gruppo che partecipa ai dibattiti riguardo al contenuto del programma. In realtà, per il momento, le questioni concernenti la proprietà intellettuale verranno relegate in secondo piano. Il Partito Pirata, infatti, si dedicherà innanzitutto ai problemi relativi alla neutralità della rete e alla censura e al blocco di internet perché, al momento, sono questi i temi più urgenti da trattare. In seguito ci si concentrerà sugli aspetti attinenti alle libertà civili e alla privacy, come ad esempio tentare di impedire l’utilizzo dei programmi di controllo e di ritenzione dei dati. Anche in questo ambito c’è molto su cui lavorare. Solo successivamente, come terzo punto del programma, verrà presa in considerazione la proprietà intellettuale, dove tra l’altro sarà necessario adottare un metodo totalmente differente.

I primi due punti sono già stati posti all’ordine del giorno, insieme alle questioni ad essi collegate. Inoltre, sono già state formulate proposte che annunciano battaglia, e gli argomenti espressi sono molto chiari. Quando si arriva a parlare di proprietà intellettuale, diritti d’autore o brevetti, il Partito Pirata sarà chiamato a fare di più per sollevare queste questioni, coinvolgendo l’opinione pubblica, organizzando dibattiti, e possibilmente elaborando delle proposte proprie. Questo acquisterà forza dai movimenti che si creeranno in tutta Europa, e che premeranno affinché questo tema venga inserito come punto all’ordine del giorno.

Nel complesso, ritengo che il Partito Pirata abbia bisogno di un ampio sostegno a livello europeo e di una pressione favorevole esercitata da altri paesi, qualora essi decidano di intervenire nella questione. All’interno di un’istituzione dell’UE non ci si può soltanto sedere per votare, ma bisogna darsi da fare proponendo cambiamenti. La politica è ovviamente complicata, ed esistono compromessi da cui, alla fine, nessuno esce vittorioso. Staremo quindi a vedere in che modo sarà valutato l’atteggiamento del partito. Il Partito Pirata può funzionare come una risorsa materiale che veicola informazioni positive dall’interno all’esterno dell’Unione Europea: informazioni che i cittadini di tutta Europa possono utilizzare per sollevare argomenti importanti e mettere pressione ai propri politici. Forse, è questo il vantaggio più grande. Prima, infatti, tutto questo si faceva nel tempo libero, senza avere a disposizione nemmeno un quattrino.

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Marco Mancuso: Mi illustri i perché del vostro successo alle elezioni europee. Due degli eventi di maggior rilevanza accaduti in Svezia negli ultimi tempi sono stati la legge che proponeva di estendere il controllo militare dalla comunicazione via radio a quella su internet e, naturalmente, il recente verdetto che ha condannato i fondatori di Pirate Bay. Credi che questi due episodi siano in qualche misura collegati a quanto è accaduto alle urne?

Magnus Eriksson: Il nostro ottimo risultato è sicuramente figlio di questi episodi. Senza circostanze esterne di questo tipo, il Partito Pirata non avrebbe avuto chance. Il partito ha riscosso successo perché i suoi esponenti introducono nuove tematiche politiche, argomenti in precedenza mai trattati all’interno dei dibattiti pubblici. I membri del partito non forniscono nuove risposte a temi politici tradizionali, ma aprono nuovi spazi di riflessione. Così, hanno sfruttato la scia del dibattito sul file-sharing, già molto ampio, hanno contato sulla fama ottenuta grazie alla sentenza contro la Baia e hanno fatto affidamento anche sulla legge che hai citato, tramite la quale al vecchio dipartimento militare per il controllo via radio sarà consentito monitorare il traffico della rete.

Marco Mancuso: In riferimento al Partito Pirata, al Piratbyrån e anche a Pirate Bay, alcuni analisti e giornalisti europei hanno notato che il background politico di alcuni dei loro fondatori originari è più orientato verso il centro-destra, di idee conservatrici, o in qualche modo legato alla politica e all’economia liberali. Allo stesso modo, l’intero movimento Pirate Bay si è dichiarato in sostanza apolitico, o in qualche modo in sintonia con una possibile “terza opzione” che va oltre la divisione tradizionale tra sinistra e destra (opzione che si avvicina ad altri movimenti politici non classificati in questo schema, come i verdi, i neri o i rosa, stando ad Alex Foti e al suo libro “Anarchy in the UK”, ” Anarchia nel Regno Unito “, presentato all’hackmeeting ed edito da Agenzia X, http://www.agenziax.it/?pid=29&sid=30 ). In che modo il Pirate Bay riesce a gestire questa duplice natura politica in determinate occasioni (ad esempio nella controversia sull’utilizzo del logo della Baia da parte di Anders Rydell e Sam Sundberg, nel libro sul movimento pirata in Svezia)? Come riesce ad affrontare l’impressione, sicuramente superficiale, che il Partito Pirata ha dato di un partito di sinistra o, addirittura, di stampo anarchico?

Magnus Eriksson: Solo un dettaglio: la controversia riguardo al logo non era in merito ai diritti d’autore, ma riguardava la modalità di presentazione del libro come biografia ufficiale del movimento Pirate Bay. Perfino gli stessi autori ritenevano che quell’opera fosse una trovata infelice, ma suppongo che, tuttavia, abbia attirato l’attenzione dell’editore. Ad ogni modo, ho notato che, in qualche caso, il Partito Pirata viene considerato un partito di sinistra o di stampo anarchico, ma giudicarlo così è del tutto sbagliato. Il partito ha elaborato un piccolo programma per quanto concerne la riforma dei diritti d’autore e dei brevetti, e per quanto riguarda l’interruzione dei controlli sulla rete. Non cose di poco conto, naturalmente, ma sta di fatto che il programma è così. Se qualcuno vuole individuare dei collegamenti con altri modelli politici è libero di farlo, ma questi collegamenti devono essere realizzati solo attraverso relazioni esterne. “Il partito opera per questi obiettivi all’interno dell’UE e per noi la sua attività è fortemente connessa a queste tematiche.”

Forse può sembrare strano a chi proviene dalla realtà politica italiana, estremamente polarizzata, ma da noi realizzare un programma in una modalità pragmatica, guidata da un progetto o da una tematica, funziona alla grande. Collaborare con degli individui su progetti differenti sarebbe impossibile, poiché ci si troverebbe in totale disaccordo. Voglio dire che anche le persone che gestiscono Pirate Bay non sono sempre d’accordo su tutto, a parte il fatto che vogliono occuparsi della gestione di un BitTorrent tracker.

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Non sono comunque la persona più adatta per classificare le complesse dinamiche del mondo politico, ma posso affermare che il Partito Pirata va oltre la divisione tra destra e sinistra, e questo non perché rispecchi un qualche tipo di politica di centro, neutrale, ma perché le schiere dei suoi sostenitori e dei suoi antagonisti si pongono tutte al di sopra del livello politico, e condividono la convinzione che se le tematiche in questione venissero trattate dai soggetti politici tradizionali si andrebbe incontro ad un fallimento. I partiti dominanti di entrambi gli schieramenti si stanno dando da fare per incrementare i controlli. La questione dei diritti d’autore viene sia difesa che attaccata su tutti e due i fronti. In questo momento noi ci godiamo la confusione, perché apre nuovi spazi politici e crea un modo di pensare innovativo, qualcosa di cui abbiamo tutti un assoluto bisogno.

Forse, si può dire che il movimento Pirate Bay non è apolitico, ma “onnipolitico”. E forse bisogna comprendere l’ambiente politico svedese per cogliere questa realtà. In Svezia, sembra che l’entusiasmo latiti sia nei socialdemocratici che nella sinistra autonoma, e penso che tutte le cose interessanti che stanno accadendo derivino da realtà al momento difficili da definire.

Marco Mancuso: Tornando ancora a parlare di un modello economico e politico neoliberale: in che modo, secondo te, la vostra attenzione nei confronti di tematiche come la libera circolazione dei contenuti, il peer to peer, saranno utilizzata dal Partito Pirata per promuovere un modello di business innovativo e realizzabile, basato sul concetto di “libero contenuto & libero lavoro”? In che misura, a tuo parere, il movimento Pirate Bay potrebbe alla fine trasformarsi in un’organizzazione con fini lucrativi, e in che maniera potrebbe mutare il futuro delle piccole attività indipendenti di fronte alle nuove leggi europee che regolano la libera circolazione delle proprietà intellettuali?

Magnus Eriksson: Se ti riferisci al Partito Pirata, perfino coloro che avevano criticato la condanna del Pirate Bay venivano principalmente dipinti come critici del modo in cui le lobby potrebbero influenzare il sistema politico e quello legale. Appare molto improbabile che il Partito Pirata annoveri la creazione di nuovi modelli di business tra gli obiettivi del suo operato politico, sebbene i suoi esponenti faranno certamente ricorso a queste idee nelle loro dissertazioni retoriche per contrastare gli argomenti sostenuti dalle lobby. In generale, non credo che un’organizzazione di questo tipo possa originare dei modelli di business. Queste sono cose che accadono ai confini della rete, accanto al fluire dei desideri. È questa la grande pecca negli argomenti dell’industria del copyright, che va sempre cercando una serenità preclusale dal morbo della pirateria, per far sì che i suoi rappresentanti, alla fine, possano sedersi attorno ad un tavolo e pianificare i modelli di business del futuro. L’innovazione, però, non si verifica in questo mare della tranquillità, ma piuttosto nel caotico mondo della vita di tutti i giorni. Questo non significa che idee di questo genere possano germogliare dal terreno del partito. Al suo interno, infatti, convive una grande quantità di membri entusiasti, che probabilmente si stancheranno dell’operato politico formale e si dedicheranno ad attività più libere.

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Marco Mancuso: Come è stata la tua esperienza a Milano? Che tipo di feedback hai potuto constatare di fronte ad un pubblico come quello di Hackmeeting, critico e consapevole delle potenzialità del free code, dei free software, delle economie open source, della libera circolazione delle proprietà intellettuali, un pubblico che ti ha invitato proprio in qualità di prova concreta di un successo possibile per le nuove economie Peer to Peer? Avverte una sorta di responsabilità nei loro confronti e, più in generale, nei confronti di eventi di respiro europeo come l’Hackmeeting?

Magnus Eriksson: Wow, la avverto ADESSO dopo che mi ha illustrato la situazione da questa prospettiva. No, sul serio, non avverto una responsabilità “nei confronti di” un pubblico come quello di Hackmeeting. Affermare che rappresentiamo o deteniamo un potere da utilizzare a beneficio di altri, credo che sia il modo sbagliato di presentare la situazione. La nostra filosofia ricalca la filosofia “kopimi”, che consiste nel diffondere le idee e la loro attuazione pratica come se si trattasse di un’epidemia. Lo stesso vale per il Partito Pirata: i suoi esponenti non esercitano alcuna influenza eccetto nella misura in cui possono “contagiare” gli altri soggetti politici per operare sulle stesse idee. E lo stesso si può verificare per i politici stranieri che avvertono la pressione dei movimenti all’interno dei loro paesi.

cco perché dobbiamo favorire la promiscuità e “contagiare” tutti gli altri: non perché loro detengono il potere e noi invece no, ma perché le nostre idee e la loro attuazione pratica possiedono tutto il potere, e se non spiccano il volo perderanno slancio. Non esiste nessun centro di potere del quale si possa entrare a far parte e da cui, una volta dentro, si possa cambiare il mondo. Invece, è possibile e necessario collegarsi ad ogni cosa ed essere dovunque, trasformare tutte le altre entità, istituzioni e aree sociali. Allora l’Unione Europea sarà uno spazio in cui si intersecano molti spazi. Bisogna modificare questo spazio da una sede, da un altro paese, da un’azienda, da un indirizzo mail, una linea telefonica o un numero di fax. Con una frase, una proposta, all’interno di una stazione televisiva, in chat o in un hackmeeting. Dentro, fuori, sopra, sotto, a destra e a sinistra. Ogni cosa che viene attirata dalla calamita dell’Unione Europea e poi viene rilasciata porterà così la nostra firma.

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