Sono passati quasi tre anni dalla pubblicazione di Produttori di Stile, il quaderno che raccontava i risultati della ricerca finanziata dalla Provincia di Milano su lavoro e flessibilità in alcune case di moda milanesi. All’epoca avevamo assistito alla presentazione (http://www.serpicanaro.org/features/produttori-di-stile) in cui gli autori e i promotori, fra le altre cose, mostravano chiaramente come nelle maggiori aziende del settore 8 contratti in entrata su 10 fossero atipici (cocopro, stagisti, false partite iva, etc), e non per rispondere a dei picchi di produzione ma come risorsa strutturale, come modalità tutt’altro che atipica di gestione delle risorse umane.

Riconoscevano anche che i dati dell’Osservatorio del Mercato del Lavoro non fossero sufficienti per investigare il fenomeno nel suo complesso, perchè le statistiche sulle forme di lavoro “indipendente”, come le consulenze o altri come gli stage e le prestazioni d’opera, non sono un dato che viene raccolto in maniera sistematica e ufficiale dalle istituzioni.

Durante quella presentazione ci siamo rese conto che i relatori si trovavano di fronte a un particolare tipo di “sommerso” che non riguardava la produzione di moda nella sua parte materiale, ma piuttosto si concentrava invece su tutto ciò che attiene alla produzione immateriale della moda. Ma non la leggevano sotto quella luce. Anzi definivano coloro che creano l’immagine coordinata, la pubblicità, scrivono articoli in riviste di settore, realizzano eventi, fotografano, gestiscono flussi informativi, come professionisti “altamente qualificati”, paragonandoli implicitamente ai consulenti strapagati e multiclient di una Milano degli anni ’80 che non esiste più.

In quel momento non avevamo statistiche o ricerche che lo provassero, ma l’esperienza di Serpica Naro sul campo in quegli ultimi anni, l’aver parlato con mille persone, ricevuto mail e confidenze da ogni tipo di lavoratore del settore ci offriva un punto di vista privilegiato che faceva stonare alcune conclusioni riportate dai relatori in particolare rispetto a tutto ciò che riguarda la valorizzazione immateriale della moda e i suoi lavoratori.

Proprio l’anno scorso si è presentata l’occasione di andare più a fondo nella questione aprendo una collaborazione con Adam Arvidsson, professore di sociologia della globalizzazione alla Facoltà di Scienze e Politiche di Milano. Insieme a lui abbiamo creato un gruppo di lavoro formato da pubblicitari e comunicatori, accademici, ricercatori indipendenti, economisti, giuslavoristi e studenti che abbiamo chiamato Ricerca Urbana Milano (http://www.ricercaurbanamilano.com/), con uno scopo comune: interrogarsi su di sè e sul proprio ambiente.

Siamo partiti dalla considerazione che in Italia, come nel resto dell’Europa, si parla ormai da tempo di “industrie creative” e di “lavoro creativo e cognitivo” come fonte importante di sviluppo economico e sociale. In particolare a Milano questa discussione è diventata centrale per l’economia e la vita culturale della città, base delle industrie della moda e del design. Per questo motivo pensavamo diventasse necessario conoscere da vicino i problemi del lavoro creativo in particolare nelle aziende di moda.

La prima ricerca avrebbe avuto proprio lo scopo di mette a fuoco le prospettive, le idee, le condizioni di lavoro, le relazioni con le imprese e il ruolo, della creatività nella creazione di valore economico nella moda a Milano e Provincia. L’abbiamo intitolata Gli altamente Qualificati – La prima ricerca urbana sul lavoro creativo nella moda a Milano. Questo lavoro sarebbe stato utile anche come primo passo di una ricerca più ampia iniziata l’anno scorso all’interno del progetto Europeo EduFashion (http://www.edufashion.org), finanziato con il supporto dell’Unione Europea nel programma Life Long Learning, e di cui racconteremo meglio nel corso del prossimo anno.

In questo articolo cercherò invece di riassumere come abbiamo svolto la ricerca e i suoi principali risultati, che potete consultare interamente scaricandola dal sito di Ricerca Urbana Milano, in italiano e inglese.

L’indagine è iniziata con alcune interviste qualitative a lavoratori della moda selezionati attraverso i nostri network di conoscenze, che a loro volta ci hanno fornito contatti per le successive interviste. Nella seconda fase abbiamo preparato un sondaggio online da diffondere attraverso Facebook e la distribuzione di un migliaio di volantini durante la settimana della moda. Le domande che ponevamo si sono concentrate sull’esperienza soggettiva del lavoro creativo, cercando di capire non solo che tipo di impiego si compiesse, ma soprattutto in cosa realmente consistessero le attività quotidiane.

Nel corso delle settimane abbiamo anche organizzato seminari pubblici invitando accademici e professionisti per presentare alcune analisi sul settore moda, seguite da discussioni in cui ci scambiavamo impressioni sui primi risultati parziali che ci hanno aiutato a direzionare al meglio le nostre interpretazioni .

Per esempio è interessante mostrare come diversi studi riconoscano come dalla metà degli anni novanta ci sia stato un continuo trasferimento di valore dalla produzione materiale dei vestiti verso la produzione immateriale di design e comunicazione, che ha portato ad un conseguente mutamento nelle tipologie di posti di lavoro nella provincia di Milano. Gli impiegati nella produzione di vestiti sono in continua decrescita mentre sono in costante aumento il lavoratori che si occupano della creazione di immagine, della pubblicità, della comunicazione, degli eventi, facendo diventare Milano una delle maggiori vetrine mondiali della moda.

Questo cambiamento è da mettere in relazione con la brandizzazione delle case di moda, che sono passate da un modello di business attento ai gusti dei consumatori, a uno diretto all’accumulo di profitti a lungo termine lavorando sulla coerenza e diffusione del proprio brand e mettendolo a valore con la produzione di accessori a prezzi accessibili ad un pubblico di fashion victims molto più numeroso. Questa strategia non ha tardato a mostrare i risultati, visto che il valore dei maggiori brand italiani di moda è raddoppiato in soli 4 anni, dal 2004 al 2008.

I dati economici delle aziende non assomigliano invece alla condizione economica dei nostri intervistati. La maggior parte di loro sono infatti generalmente sottopagati, precari, e lavorano più di 8 ore al giorno. Il numero di quelli con un contratto a tempo indeterminato non arriva al 10% del totale e la forma più comune di relazione con il datore di lavoro è il contratto a progetto, con durata generalmente inferiore ad un anno. Chi non ha contratto a progetto appartiene ai quei lavoratori autonomi di seconda generazione (http://impresa-stato.mi.camcom.it/im_46/bologna.htm), ossia le oramai diffuse e conosciute “false partite iva”.

Con queste parole uno dei nostri intervistati riflette sulla propria posizione: “La mia speranza è che il precariato nel mio settore sia positivo nel senso che accumulando tante esperienze come questa nel tempo spero vivamente di arrivare tra dieci anni magari con un curriculum adatto ad un ruolo di responsabilità che sicuramente lasci intatto il lato creativo ma magari mi consenta anche una stabilità economica che mi permetta di essere autonoma…oh Dio, in pratica ti ho appena detto che fino ai trentacinque anni sono già inconsciamente rassegnata al precariato”

Lo stipendio si aggira intorno ai 1150 euro e non supera i 1500 euro anche quando l’età avanza. Sotto i 30 anni il guadagno mediano rimane tristemente sotto i 1000 euro. A questo si aggiunge che più della metà lamenta ritardi nei pagamenti ed è dovuto ricorrere ai genitori per un supporto economico negli ultimi due anni: “Dai diciamocelo, tanto non ci vuole un genio per arrivarci, nessuno di noi si mantiene solo con questo lavoro, le famiglie aiutano tutti credo e per quanto mi riguarda collaboro anche con un altro giornale e arrotondo dando ripetizioni a qualche ragazzo. Non so esattamente come stiano le cose nelle altre redazioni ma in generale di giornalisti ricchi se ne vedono pochini in giro, no? “

In ogni caso però, mentre coloro che hanno risposto al nostro sondaggio e alle interviste tendono a definire il loro lavoro come autonomo e creativo e a ritenersi soddisfatti (75%!), se si guarda alla concretezza della loro esperienza ne emerge una realtà abbastanza differente. L’autonomia è molto circoscritta; i capi pretendono totale obbedienza durante il giorno di lavoro (e a volte anche di notte), l’orario di lavoro è flessibile e prolungato e hanno scarso controllo su esso: “…c’è una direttiva, l’immagine viene data a tutti i negozi nello stesso modo, ovvero se in Montenapoleone dal 15 di febbraio al 25 di febbraio, si decide che in quella vetrina ci deve essere quel prodotto, lo troverete uguale in tutto il mondo, New York, Tokyo, Parigi, Abu Dhabi, sarà sempre uguale, sarà sempre lo stesso, in quel periodo. Questo per quanto riguarda le vetrine, così anche per l’esposizione interna.”

La scoperta più rilevante della ricerca consiste proprio nel fatto che il lavoro in questo settore sia costantemente e diffusamente valutato principalmente in termini non monetari. Mentre la maggior parte degli intervistati si ritiene molto soddisfatto del lavoro, la stessa percentuale è invece molto insoddisfatta dello stipendio e degli orari di lavoro ma questo dato non va a svalutare l’immagine della professione nel suo complesso. Gran parte della gratificazione deriverebbe dal fatto di pensarsi come “creativo” e di sentirsi parte di una particolare scena creativa: “Resto comunque in questo settore perchè mi piace, ho miei progetti e vorrei realizzarli. Poi penso che alzarsi tutte le mattine col piacere di andare a lavorare, fare un lavoro che ti piace è una gran cosa. Devo sistemarmi ancora ma speriamo bene, anche se il futuro non sembra portare sereno.”

Quale potrebbe essere quindi la spiegazione a questo fenomeno? La risposta che ci siamo dati concentra l’attenzione su tre dinamiche principali di un fenomeno complesso che chiamiamo Ideologia della Creatività, che da una parte celebra uno stile di vita dedito all’autorealizzazione attraverso il consumo e la partecipazione a una scena urbana gentrificata. Dall’altra produce la mancanza di una vera alternativa a questa ideologia. Il motivo di tale mancanza si spiegherebbe attraverso lo stesso processo di brandizzazione che in modo sempre più rapido sussume ogni forma autonoma di effervescenza sociale che è sempre stata alla base di stili di vita alternativi.

Lavorare nel settore moda significa essere assorbiti in modo quasi totale da quel mondo, sia per l’investimento in tempo di lavoro sia per il mantenimento di relazioni sociali che permettono di continuare ad avere un lavoro. Si arriva facilmente al punto in cui la produzione di valore coincide con la produzione della propria soggettività e si abita una realtà che con fatica riesce ad immaginarsene un’altra o ad avere il tempo materiale per costruirsene un’altra (intorno al 70% dichiara di non avere abbastanza soldi per metter su famiglia o di non avere tempo per attività politiche/sociali).

La “passione” per il proprio lavoro e la ricerca costante della propria autorealizzazione attraverso il lavoro diventano così un mezzo di produzione del capitalismo informazionale attraverso cui si producono i brand, la città viene gentrificata e i lavoratori non si percepiscono più come tali ma si trasformano in individui atomizzati alla costante ricerca di una conferma del proprio essere creativi.

“All’inizio ti sembra tutto ‘wow, finalmente non ci credo’ poi invece di accorgi che comunque tu sei quella che sfruttano perchè ti fanno fare sempre il lavoro più noioso, perchè è vero che il primo fradino è quello da dove dobbiamo cominciare tutti ei o sono la prima che dice: certo sono appena uscita dall’università intonsa così come mi vedi piena di teoria, non so fare niente e va beh. Però dopo tre anni capisci che un pò ti pesa questa cosa. Anche perchè io faccio milto di più del mio capo. Il mio capo non c’è quasi mai, oramai fa solo il brief coi giornalisti, sta lì due minuti e via. Per il resto, se non ci fossi io non si lavorerebbe.”

 

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn