Tatiana Bazzichelli, conosciuta in rete come T_Bazz, presenta nel suo libro Networking. La Rete come arte, edito da Costa&Nolan, un punto di vista nuovo sul panorama tecnologico e culturale che ha preso forma in Italia e che ha coinvolto i movimenti e le sperimentazioni dell’underground, delle reti digitali e delle esperienze autorganizzate delle comunità informatiche.

Il libro propone una rilettura dell’uso creativo e condiviso delle tecnologie e tiene conto non solo degli aspetti socio-tecnici degli strumenti e delle attività di relazione che essi favoriscono, ma anche (e in maniera articolata) del significato artistico e culturale che essi generano e hanno generato: il networking è allora una attività di cooperazione creativa orientata alla generazione di relazioni, ma che è stata anche capace di definire nuovi significati attraverso pratiche trasversali alle discipline, e nello specifico all’esperienza artistica. Tatiana guarda il networking da dentro: da una parte c’è la sua ricerca storica negli ambiti della net-art e dei new media art, che l’ha portata a fondare il progetto di attivismo artistico AHA:Activism-Hacking-Artivism (http://www.ecn.org/aha/) e con esso una mailing list importante per la comunità italiana; dall’altra la partecipazione e il coinvolgimento nelle esperienze di rete e hacking italiane che hanno contribuito a sedimentare e diffondere la cultura dell’attivismo digitale che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni della nostra storia.

Il networking è prassi politica e ha un impatto sul sociale; il paradigma della rete consente di rielaborare la definizione di artista, e dell’arte stessa che da consumo sociale (in cui produzione e fuizione sono momenti distinti e mai in dialogo tra loro) diventa pratica sociale. Si intrecciano quindi nel testo percorsi multipli che si rivolgono a lettori provenienti da ambiti diversi,invitandoli ad interagire con la complessità delle esperienze proposte e narrate negli aspetti storici, metodologici e di ciò che hanno creativamente e concretamente sperimentato.

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L’ intervista affronta trasversalmente i livelli multipli del libro esplicitando interrogativi relativi ai temi della rete dell’hack e dell’arte. Il libro, coerentemente con i principi dell’open access è pubblicato sotto licenza Creative Commons, ed è scaricabile in forma digitale dal sito di Networkingart ( http://www.networkingart.eu ), la casa virtuale del lavoro di Tatiana e spazio dove potranno prendere forma i discorsi critici, le evoluzioni e i passi futuri delle comunità artistiche che agiscono e progettano nelle reti.

RETE

Francesca Valsecchi: Tatiana, il tuo libro spinge l’idea che la costruzione di reti, l’intessere relazioni, il valore virale e virtuoso della condivisione e della formazione cooperativa siano pratiche artistiche nella loro natura. Secondo questo pensiero proponi una rilettura di tutta quella variegata forma di fenomeni socio culturali che hanno dominato le reti di attivismo digitale, sia sulla scena italiana che internazionale, nello specifico politico e culturale. Qual è il valore, il significato che l’arte può esprimere, o meglio a cui le pratiche artistiche possono dare forma, il contributo che l’arte apporta alla rete? Senza generalizzare arrivando a chiedere cosa sia arte oggi, di sicuro ci interessa che ci aiuti a esplicitare qual è il senso più forte di una dinamica artistica fondata sulla rete.

Tatiana Bazzichelli: L’arte descritta attraverso le molteplici esperienze oggetto del libro Networking si forma dall’intreccio di dinamiche relazionali aperte, dall’interconnessione di soggetti, gruppi e collettivi che hanno condiviso un medesimo approccio alla tecnologia e all’espressione creativa in Italia a partire dalla fine degli anni Settanta. A differenza di diversi testi che trattano di Networking, il concetto di rete qui descritto non è unicamente riferito alla rete Internet, ma a tutte le pratiche artistiche, attiviste e creative che hanno generato un modello di relazione e di sviluppo reticolare, ispirandosi all’idea di orizzontalità della comunicazione e all’apertura dei canali informativi ed espressivi. Partendo da questo punto di vista e quindi ragionando sul concetto allargato di rete (e di arte), è possibile realizzare una connessione fra molteplici pratiche, sia artistiche che tecnologiche, per cui la finalità centrale diviene quella di mettere in connessione soggetti, dando vita a un processo di comunicazione e di informazione aperto. Inoltre, per quanto riguarda il particolare caso italiano, pratiche artistiche e mediatiche acquistano una valenza attivista e politica che non è sempre riconosciuta come tale al di fuori dell’Italia. L’unione di queste tre componenti artistiche, politiche e tecnologiche, mi ha permesso di analizzare secondo un percorso comune diverse attività, progetti ed esperienze che hanno coinvolto molti artisti, attivisti, hacker e “liberi pensatori” attivi in diversi campi di azione e di espressione, ma con in comune la stessa propensione alla creazione di network “espansi”, piattaforme di connessione in progress in cui la figura del networker, l’operatore di rete, gioca un ruolo centrale, ma non invasivo.

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Tornando in particolare al discorso artistico, considero fondamentale una tradizione che si ricollega direttamente alle pratiche artistiche delle Neoavanguardie degli anni Sessanta (prima fra tutte Fluxus), ma anche alla Mail Art, al Neoismo e a Luther Blissett. Per arrivare poi alla descrizione di ciò che è accaduto dagli anni Ottanta a oggi negli ambienti underground italiani, realizzando piattaforme di scambio, integrando media diversi (computer, video, televisione, radio, riviste) e lavorando sulla sperimentazione tecnologica, ovvero sull’hacktivism, considerando la componente più legata alle forme di attivismo politico e mediatico che nel nostro paese è centrale. In questo senso, bisogna abbandonare un’idea tradizionale di arte come creazione di oggetti, per aprirla a una concezione di pratiche, azioni e processi impermanenti e in continuo divenire. La rete è vista come arte, dunque.

Francesca Valsecchi: La rete è inevitabilemente l’aspetto teorico più rilevante del tuo lavoro, che scomponi e presenti per il tramite delle persone che in esse generano comunità e delle attività che con la comunità portano avanti. De Kerchove nell’introduzione parla di reti sociali e di un aspetto sociale e rilevante della connettività. La rete è una “rete di partecipazione”, e l’arte è un’espressione del sociale. Veniamo da esperienze radicate e direi quasi devote alla ricerca di una forma concreta radicata e reale di comunità. Pensi che si possa andare oltre? Pensi che dall’underground e dai mondi sommersi a cui spesso le esperienze più radicali (e più espressive) sono legate, la necessità di queste pratiche si possa davvero spostare su un ambito sociale allargato? E che in qualche modo la rete arrivi ad assumere la definizione di paradigma e un ruolo epistemologico della società?

Tatiana Bazzichelli: Come più volte sottolineo nel corso del libro, il nostro paese costituisce un laboratorio di sperimentazione underground che può diventare un modello per molti altri. Ma, allo stesso tempo, rappresenta una sorta di “isola” creativa che non sempre è in grado di esportare il proprio operato. Da qui, l’idea che la “scena italiana” sia stata pressoché marginale. Inoltre, esiste uno scoglio linguistico non indifferente nell’esportare il nostro pensiero all’estero, in cui dinamiche di networking avvengono raramente negli ambienti underground (penso soprattutto ai paesi del Nord Europa e agli USA). Molti progetti di networking italiani sono infatti veicolati e attuati in italiano e diffusi in canali locali. In altri casi, proprio le dinamiche politiche tendono a rallentare una diffusione più allargata per inevitabili meccanismi di inclusione-esclusione, che spesso sono fonte di maggiore radicalità, ma ancora più spesso sono conseguenza di lentezza programmatica (e dibattiti infiniti da cui non si esce più nel vero senso della parola!).

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In ogni modo, sono convinta che diverse dinamiche politiche e culturali dalla fine degli anni Settanta all’inizio degli anni Duemila hanno permesso di generare un particolare modello tecnologico e creativo che difficilmente vive in forma così espansa e reticolare in altri paesi, attraverso l’interconnessione di collettivi, artisti, attivisti, individualità varie che riconoscono obiettivi comuni e che agiscono secondo una simile attitudine nei confronti della tecnologia e della condivisione delle risorse informative e comunicative. Basta pensare per esempio a quel filo conduttore di sperimentazione che collega progetti di networking come Radio Alice per arrivare alle Telestreet, a New Global Vision e ai server indipendenti come Autistici/Inventati e Isole Nella Rete che offrono una visione altra rispetto alle realtà commerciali di cui la rete (Internet) è costellata e che sono punti di incontro e di scambio per molte persone.

In generale, la descrizione dei legami che intercorrono in questo dinamico network italiano di sperimentazione artistica, tecnologica e politica, vuole dimostrare come sia possibile attuare dei percorsi critici e creativi di successo che investano canali “alternativi” rispetto a quelli dominati dall’economia di mercato, dalla politica del controllo e dall’informazione commerciale, spesso presentati nelle società occidentali come gli unici possibili. Comunque, sono convinta che non si sta parlando di un’isola creativa scollegata dalla realtà: la rete Internet con cui tutti oggi lavoriamo è il frutto di connessioni, battaglie e relazioni che vedono gli hacker giocare un ruolo prioritario, e molti soggetti parte attiva del libro sono stati precursori di diversi processi artistici e culturali che hanno contribuito a formare l’attuale immaginario tecnologico e mediatico italiano.

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Francesca Valsecchi: In diversi passaggi scrivi che la rete è nello stesso tempo il mezzo e il messaggio. E la rete nella tua rappresentazione incarna le persone che la animano, la rete è l’artista dell’opera d’arte di networking (che è una pratica appunto fondata sulla relazione tra individui). Cosa significa per l’artista e l’attività artistica la coincidenza di mezzo e messaggio? Questo è tradizionale dell’arte o va a rompere qualche codice?

Tatiana Bazzichelli: Nel dire che l’arte del networking è trasversale alle arti che si caratterizzano grazie al mezzo di comunicazione e realizzazione, sottolineo il fatto che definire queste pratiche attraverso il medium di utilizzo non basta più. Per questo, la rete diviene arte e le opere artistiche e attiviste descritte diventano pratiche, azioni, processi collettivi. Sono fortemente critica nel continuare a definire certe pratiche come “media art” (lo stesso Transmediale Festival che avviene in questi giorni a Berlino presenta un’apposita conferenza per riflettere sull’opportunità o meno di continuare ad usare questo termine). Non c’è più bisogno di perseverare nel circoscrivere certe pratiche in un ghetto mediatico: perché aver così reticenza a usare un termine come arte? E’ proprio lì che sta il nodo della questione! Non lasciare questo termine in mano solo a chi si arroga il diritto di usarlo, ma definire molteplici pratiche come arte.

Nel caso del libro Networking, il concetto si fa ancor più allargato, e arte va a toccare diversi fenomeni, dal Punk, al Cyberpunk, al Cyberfemminismo, all’Hacktivism, fino alla net art e al Netporn. Per l’artista, far coincidere il mezzo con il messaggio significa passare da dinamiche a senso unico che vivono attraverso il tradizionale circolo vizioso artista-opera d’arte-collezionista-museo-pubblico, per aprirle a una connessione reticolare fra networker-pubblico partecipante-uso di diversi media integrati (come dimostra Vittore Baroni in una sua illustrazione del 1981, “Real Corrispondence 6″).

Anche Derrick de Kerckhove nell’introduzione al libro Networking, sottolinea che the network is the message of the medium Internet (il network, ovvero la rete, è il messaggio del medium Internet). La rete delle relazioni rappresenta quindi il messaggio della rete tecnica, Internet. Quindi in Internet, medium bastato sulla creazione di reti di connessioni, il messaggio diventano le reti sociali. Di conseguenza, mezzo (Intenet) e messaggio (reti sociali) coincidono, perché alcune connessioni e opere non potrebbero vivere senza la rete e le possibilità allargate che permette. Ma Internet non è la “condicio sine qua non” per la creazione di opere di Networking, che vivono anche attraverso il mezzo tecnico in sé (vedere la straordinaria esperienza della Mail Art, sin dagli anni Cinquanta).

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HACK

Francesca Valsecchi: In diversi punti ti soffermi a esplicitare gli aspetti più politici dei gruppi e dei movimenti che hai incontrato. È esplicita l’importanza della comunità hacker, della caratterizzazione locale, la storia del punk, l’autogestione… mi piacciono alcune tue definizioni! E soprattutto i punti in cui espliciti tu stessa la necessità di un conflitto. Il libro non è strettamente politico ma di sicuro appartiene esplicitamente a una certa cultura politica. Cos’è che aggiunge la caratterizzazione politica di un percorso, cosa distingue il networking che anima la politica, che ha una visione, che investe in un conflitto? Soprattutto ovviamente verso la società, nelle forme di hack sociale che stiamo osservando.

Tatiana Bazzichelli: I progetti di networking descritti nel libro agiscono in quegli interstizi, fratture sociali e culturali apparentemente ai margini della vita quotidiana, ma che costituiscono un territorio importantissimo per la re-invenzione e riscrittura di codici simbolici ed espressivi con cui trasformare e decodificare il nostro presente. L’arte come inter-azione collettiva si sviluppa soprattutto al di fuori dei circuiti delle gallerie e dei musei, e vive attraverso diversi altri fenomeni, come il Punk, movimento che in Italia costituisce la base per molte pratiche di attivismo artistico e tecnologico successive; le pratiche dei graffitisti, che personalizzano con delle TAG i muri del proprio spazio di vita; la letteratura Cyberpunk, che in Italia diventa il punto di partenza per la costruzione di un immaginario politico radicale; l’hacktivism, che vede la figura dell’hacker agire per creare canali di comunicazione aperti e proporre un uso della tecnologia consapevole e non verticistico.

Ecco perché da noi molto spesso si utilizza il termine “hacking sociale” per connotare un uso indipendente della tecnologia mediante la creazione di pratiche collettive che agiscono direttamente sul territorio, sia digitale che fisico. Penso ad azioni come i Netstrike, alla creazione collettiva di free software, all’idea di condividere e scambiare dati e informazioni battendosi contro ogni tentativo di censura che ha visto in Italia una grande partecipazione per l’affermazione dei cyber-rights, ecc. Assolutamente centrale è stato il fatto che molti progetto tecnologici e attivisti si sono formati nei Centri Sociali Occupati sin dalla metà degli anni Ottanta. Anche per questo, nella storia del networking italiano la formazione di una comunità hacker si è spesso affiancata all’esigenza di trovare forme di critica politica e attuare battaglie sociali per costruire “alternative” consapevoli (la nascita e sviluppo degli Hackmeeting lo dimostra). Se poi ci si è riusciti veramente, questo è un altro discorso…;-)

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Francesca Valsecchi: Sull’aneddoto della biennale di Tirana (che per chi non lo conosce sveliamo solo che fu un colossale fake al sistema dell’arte realizzato con l’incosapevole e involontario coinvolgimento di Oliviero Toscani): a cosa è servita? È stato un episodio passato alla storia e alla leggenda o ha inciso in qualche modo davvero sul sistema dell’arte?

Tatiana Bazzichelli: In realtà l’episodio della Biennale di Tirana svela molto di più, come emerge dalle riflessioni nel libro che accompagnano la narrazione dell’episodio. Non è stato un semplice fake ai danni del sistema dell’arte, è stato un reale complotto eseguito a tavolino che ha visto agire persone ignote, che noi conosciamo solo attraverso due pseudonimi: Marcelo Gavotta & Olivier Kamping. Un complotto ai danni di una nota rivista artistica, Flash Art, e che ha dimostrato come le regole-leggi non scritte regolanti il sistema dell’arte italiano (ma non solo italiano), sono in realtà condizionate dal mercato, che a sua volta è monopolizzato dai mercanti-collezionisti che influenzano il mercato stesso.

Sono loro che decidono chi può essere o non essere considerato artista in determinati circuiti, chi può entrare a far parte delle varie Biennali, chi può essere inserito nei circuiti di vendita delle opere in certe gallerie o meno. Il Complotto di Tirana dimostra che le strategie di mercato diventano dei canoni estetici, che non è vero che emergono i più “bravi”, ma coloro che conoscono determinate persone influenti e che sono inseriti da queste nei canali “giusti”. E’ chiaro che non stiamo scoprendo l’acqua calda: tutti lo sanno, ma nessuno lo dice…oppure lo si dice anche, ma in realtà non interessa a nessuno cambiare le cose, perché sono funzionali a un sistema e alla sopravvivenza di una determinata economia. Marcelo Gavotta & Olivier Kamping hanno invece letteralmente “sbattuto in faccia” al mondo dell’arte regolato dal mercato tutto questo, sapendo utilizzare magistralmente i mezzi come Internet, giocando sul fattore dell’identità anonima e sulla tanta superficialità con cui spesso si costruiscono in Italia i grandi eventi artistici (che poi sono grandi solo per chi vi partecipa, per chi vi scrive su o per chi è in qualche modo inserito nello stesso “giro”).

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La cosa ancora più incisiva, poi, è che Marcelo Gavotta & Olivier Kamping realizzano tutto questo toccando dei nervi sensibili su cui i circuiti di mercato artistico si basano. Nello specifico, agiscono sulle relazioni amicali e di mercato di Giancarlo Politi e sulla notorietà di un personaggio come Oliviero Toscani, che si trova a essere il curatore di una Biennale (quella di Tirana), senza saperlo, proponendo quattro artisti fittizi di cui uno viene considerato da Osama Bin-Laden come portavoce della Jihad nell’arte! Così sostiene il finto Oliviero Toscani nel presentare gli artisti della Biennale e siamo poco prima dell’11 settembre…

Questo episodio secondo me è un’opera magistrale di net art, che svela l’esistenza delle dinamiche di network che reggono il mercato e che non vuole dimostrare nulla se non quello che mostra chiaramente. Forse proprio per questo l’episodio è stato facilmente dimenticato, perché ha messo in imbarazzo tutti e perché non era supportato da un appropriato circuito di networking funzionale per renderlo “leggenda”, né controculturale e né, tanto meno, istituzionale. E’ stato portato avanti da due identità fittizie che si sono dissolte nel nulla, lasciando solo un comunicato alle testate di alcuni giornali, come si legge nei (pochi) articoli in rete che ancora ricordano l’episodio.

Ben diversa è l’esperienza di altri artisti che hanno realizzato delle fake, come per esempio gli 0100101110101101.ORG, che pur sovvertendo con intelligenza i meccanismi del fare arte, sono sempre stati inseriti nel “giro” dei festival artistici e oggi in quello delle gallerie. Bisognerebbe a questo punto discutere del fatto se è più funzionale essere dei virus dall’interno o dall’esterno. Sicuramente “starci dentro” aiuta di più a divenire “leggenda” e a costruirci una mitopoiesi sopra. Ma la domanda è: cosa è realmente più incisivo?

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Francesca Valsecchi: L’hacking è ri-cerca, attivazione, manipolazione. L’innovazione del fare, della sperimentazione e della realizzazione di desideri contro l’innovazione legata al consumo e alla generazione forzata del bisogno?

Tatiana Bazzichelli: In un immaginario idilliaco sicuramente, ma l’hacking è anche un modo diverso di rapportarsi all’innovazione legata al consumo, che non può prescindere da questo. Magari può provare a sovvertirlo e in questo senso è anche un bisogno! Vai a dire a certe persone di non usare mai più un computer, di smettere di “codare”, di spegnere il cervello…penso che anche noi non potremmo resistere tanto!

ARTE

Francesca Valsecchi: All’inizio del libro metti bene in chiaro che l’arte praticata come forma di hack non trova più il proprio senso nella sua “manifestazione oggettuale”, ma lo riscopre nella rete di relazioni che riesce a innescare intorno e oltre l’opera d’arte stessa. Ovviamente il ruolo per eccellenza autoriale dell’artista viene ribaltato; qual è allora il nuovo ruolo dell’artista nell’arte collettiva? Se non un ruolo individuale, come descriveresti l’artista che è un connettore?

Tatiana Bazzichelli: Il networker, ovvero l’operatore di reti collettive, diviene l’ideatore di contesti di scambio aperti, in cui il pubblico entra attivamente in causa, contribuendo allo sviluppo del processo artistico. Non è però un’idea del tutto nuova: la figura dell’artista è stata messa in discussione sin dalle Avanguardie e, soprattutto, in seguito, da Fluxus. Qui lo spettatore veniva invitato a eliminare la distanza fra se stesso e il prodotto artistico, anche se la dicotomia artista-spettatore in parte rimaneva. Come nota la videoartista Simonetta Fadda, che ha scritto la postfazione del libro Networking e ha curato l’editing della pubblicazione, “l’intento era rivoluzionario, ma è stato prontamente recuperato dal sistema, poiché era l’arte a scendere nella vita e non la vita che si trasformava in arte”, cosa che invece è avvenuta con fenomeni come la mail art e le successive sperimentazioni artistiche con il computer e la tecnologia. In questo senso, possiamo dire che in molte pratiche hacker e in molte opere di artisti e attivisti di cui il libro tratta, la vita si è trasformata in arte, l’arte di fare network.

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Francesca Valsecchi: L’arte di cui parli nel libro, e anche a quella a cui sei legata per la tua ricerca, è arte legata alle tecnologie. È vero che è fortemente legata ai margini dell’underground, ma è in grado di soddisfare una denotazione storica che interessa sia per la sua natura artistica che per i suoi aspetti tecnologici. Forse questo genere di ricerca contribuisce anche a una più ampia storia della tecnologia. Che ne pensi?

Tatiana Bazzichelli: Questo libro è il frutto di diverse connessioni e relazioni che io stessa ho avuto nel corso di quasi dieci anni. Personalmente, per me è stato molto impegnativo scriverlo perché vi ho lasciato un pezzo di me stessa (e infatti non riuscivo a consegnarlo e ri-aggiustavo continuamente tutto!). Però, se non avessi inserito anche tanto di me non sarei mai riuscita a scriverlo. D’altra parte credo che sia normale: è un libro che parla di relazioni, e in realtà si hanno relazioni con persone con cui si condivide qualcosa. Ho cercato di descrivere queste relazioni, che coinvolgono gruppi e individui come 0100101110101101.ORG, [epidemiC], Jaromil, Giacomo Verde, Giovanotti Mondani Meccanici, Correnti Magnetiche, Candida TV, Tommaso Tozzi, Federico Bucalossi, Massimo Contrasto, Mariano Equizzi, le Pigreca, Molleindustria, Guerriglia Marketing.it, Sexyshock, Phag Off e molti altri. E ho provato anche ad assumere un punto di vista distaccato e critico, cercando di andare all’origine della formazione di certi immaginari da cui anche io sono stata affascinata. Parlo del Cyberpunk, dell’Hacktivism, del Punk, della nascita di certe esperienze “tech” nei Centri Sociali, provando a capire perché in Italia hanno preso una determinata piega, da quali impulsi e desideri sono nati, da quali particolari circuiti sociali e politici hanno avuto origine, quali sono stati i soggetti propulsori,

Soprattutto è stato difficile chiedermi su cosa avevo il diritto di scrivere, su cosa no, perché ero proprio io e non un’altra persona a ragionarci su, cosa avrei dovuto lasciare da parte e cosa avrei dovuto sottolineare maggiormente…Sicuramente manca qualche pezzo, avrei potute approfondire di più alcuni argomenti, però alla fino penso che il libro racconta una storia complessa che difficilmente sarebbe stata analizzata in questi termini (mi riferisco ai rapporti fra arte, tecnologia e attivismo). E soprattutto, spero che possa essere motivo di approfondimento e fonte di riflessione per tutti coloro che vorranno raccontare storie simili o che non hanno avuto la fortuna, come noi, di condividere delle bellissime esperienze che abbiamo vissuto negli anni passati…

Questo è un invito ad essere sempre più numerosi, perché la storia non è certo finita…!

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CLOSING

Francesca Valsecchi: Hai pensato di discutere i concetti elaborati nel libro direttamente con alcune delle comunità di cui hai narrato? Sono appuntamenti che possono essere utili per alimentare il dibattito.

Tatiana Bazzichelli: Certo, l’ho sto già facendo nelle varie presentazioni del libro. Per esempio, a Transmediale presento il testo insieme a Jaromil e Gaia Novati; l’ho già presentato con Simonetta Fadda a Milano e mi auguro di avere la possibilità di presentarlo numerose altre volte in compagnia di chi questa storia l’ha “fatta” e di chi contribuisce ancora a farla. Ovviamente vorrei presentarlo anche dentro la nostra comunità, penso agli Hackmeeting, perché, se non finiamo a tirarci i pomodori o le schede di rete, credo che sarà un’ottima occasione di riflessione, sia in termini tecnologici che politici.E poi questo libro non è solo una “mia” opera, appartiene a tutti quelli che hanno contribuito alla sua scrittura e che ringrazio ancora una volta.

Francesca Valsecchi: Punti positivi: molto bella la cronistoria di questo pezzo di Italia elaborato per temi. Devo dire che è stato interessante rivedere e in parte rivivere tutte quelle situazioni attraversandole da questo tuo punto di vista così personale. Forse un po’ lungo, molto descrittiva la parte sull’hacking che in parte è già letteratura e bibliografia.

Tatiana Bazzichelli: Una reale e diffusa pratica della rete necessita ancora di riflessioni e sperimentazioni; la storia tecnologica e culturale a cui gran parte di noi appartiene è stata a volte pioniera, a volte anticipatrice, più spesso semplicemente ricca di contributi a queste riflessioni e sperimentazioni. Questo libro è un nuovo link per la comprensione e la pratica della rete, un link connesso al mondo dell’arte che dialoga con la rete attraverso i linguaggi, l’estetica e i significati simbolici che ad essa si legano.


www.networkingart.eu/

www.ecn.org/aha/

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