“Arbeit macht kapital”, recita la scritta al neon, opera del collettivo Claire Fontaine, che illumina i mattoni antichi di S.aL.E.-Docks, spazio veneziano dedicato all’arte contemporanea e alla produzione culturale, completamente autogestito, aperto nello scorso ottobre da un gruppo di studenti e di attivisti provenienti dall’esperienza dei centri sociali.

Arbeit Macht Kapital (il lavoro produce capitale) è il sinistro detournement, operato da Claire Fontaine, del messaggio di benvenuto forgiato all’ingresso di molti lager nazisti. Detournement che incita alla riflessione sul fenomeno della valorizzazione capitalistica della produzione culturale e della creatività in epoca di postfordismo, ovvero dentro ad un modello produttivo in cui linguaggi, affetti, relazioni e, non da ultimo, creatività, vengono “messi al lavoro” generando sfruttamento, precarietà e nuove forme di alienazione.

L’opera di Claire Fontaine apre dunque una prospettiva ben più ampia del problema (già di per sé molto serio) della impasse politica in cui si trova bloccata la produzione artistica contemporanea e introduce simbolicamente il tema della messa a valore capitalistica della produzione culturale, ma, soprattutto, della potenza eversiva che può essere espressa da quella frammetata galassia del lavoro cognitivo metropolitano. Tale urgenza politica ha animato “Multiversity, ovvero l’arte della sovversione“, seminario tenutosi a S.aL.E.-Docks tra il 16 e il 18 maggio scorsi.

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Evento che si è caratterizzato come una tappa importante di un progetto che, lungi dallo svilupparsi come meramente artistico-espositivo, ha invece come propria peculiarità la natura militante all’interno di un contesto territoriale come quello veneziano, fortemente segnato, oggi, da un investimento sempre maggiore nel settore della produzione culturale.

Ciò non significa affatto l’adozione di una prospettiva localista, piuttosto indica la convinzione che i saperi, tra cui anche quello artistico, debbano sempre essere utilizzati per prendere posizione (come suggeriva Michel Foucault) e messi alla prova quotidianamente nella realtà, dentro a percorsi di lotta.

Multiversity, dunque, ha avuto lo scopo di portare il dibattito intorno ad arte e produzione culturale all’interno di un binario militante, favorendo l’incontro di più di venti relatori e proponendo un confronto tra linee di ricerca di movimento e punti di vista istituzionali.

Il seminario è stato strutturato in tre sessioni, arte e attivismo, arte e mercato, arte e moltitudine.

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Tra i relatori possiamo citare i nomi di Antonio Negri, Brian Holmes, Giovanna Zapperi, Osfa, Hans Ulrich Obrist, Matteo Pasquinelli, Gigi Roggero e Anna Daneri. Qui mi vorrei però soffermare su due relazioni in particolare, che mi pare possano essere utilizzate per portare in superficie una linea di dibattito che ha prcorso in filigrana un numero importante di interventi e si presenta come centrale per chiunque sia interessato a fare attivismo dentro alla cossiddetta “fabbrica della cultura”.

La prima è quella di Maurizio Lazzarato. Filosofo italiano basato a Parigi, ha introdotto un’interessante lettura delle pratiche artistiche come dispositivo governamentale. Partendo da Felix Guattari, Lazzarato ha sottolineato la co-esistenza di due dimensioni dell’ambito artistico, quella molare e quella molecolare. La prima è formata dall’attribuzione di funzioni ( l’opera, l’artista, il pubblico), da dispositivi (festival, musei, biennali) e da criteri di valutazione. La seconda è invece caratterizzta dalla gestione di ciò che Guattari aveva definito come differenziale di libertà, etereogenicità e soggettività proprio delle singole pratiche artistiche.

Il problema sta nel fatto che non vi è un rapporto dialettico tra le due dimensioni, ma che costantemente la parte molecolare è riassorbita all’interno dell’ambito molare, non riuscendo così a sovvertire l’arte in quanto istitutzione.

Nell’arte, molare e molecolare esistono contemporaneamente, senza escludersi a vicenda e lo stesso processo avviene nelle dinamiche di messa a valore della produzione culturale, in cui il differenziale di produzione di soggettività è assorbito, sussunto, all’interno di quell’industria culturale che funge da stimolo per il turismo colto e da motore per il businness del lusso.

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Judith Revel, sociologa del Centre Foucault, ha cominciato dove Lazzarato si era interrotto. Se questo ha scelto di concentrarsi sull’analisi dell’apparato capitalistico di cattura applicato alla produzione artistica, Judith Revel ha invece sottolineato le grandi possibilità di resistenza soggettiva nei confronti di quello stesso apparato.

Se, ha affermato la Revel, il capitalismo contemporaneo opera un’equazione tra produzione e creazione, ovvero mette a valore l’ideazione di relazioni, di affetti, di linguaggi e di cooperazione, allora significa che il capitale dipende esattamente da ciò che, per antonomasia, si trova nell’impossibilità di dominare (pur riuscendo largamente a governare), ovvero la produzione di soggettività, la capacità di sperimentazione e di invenzione propria dell’uomo, la sua capacità di creare ontologia, di produrre nuove forme di essere che, potenzialemente, sono sempre in grado di eccedere il potere, di rovesciare i rapporti di forza.

Questo carattere eccedente, continuando a seguire il ragionamento della Revel, deriva dal concetto di potere elaborato da Michel Foucault, il quale sosteneva che il potere si applicasse sempre su movimenti liberi (diversamente, dovremmo invece parlare di dominio).

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Il capitale e, in questo caso particolare, l’industria culturale e l’arte come istituzione, funzionano dunque da parassiti di tali movimenti liberi, nutrendosi di essi, mettendoli a valore, ma, allo stesso tempo, questi elementi di libertà possono esprimere un enorme peso conflittuale dentro ai rapporti di potere con il capitale che, dal canto suo, dipende direttamente da loro, “viene sempre dopo”, al traino, capace di riprodurre, ma non di creare.

La creazione, dunque, è prerogativa dell’uomo, negata al capitale. L’arte e la politica condividono essenzialmente la potenzialità di essere entrambi campi di sperimentazione, di invenzione (potenzialmnete sovversiva) di spazi interstiziali nel tessuto urbato, di forme nuove di soggettività e di comunità metropolitane.

L’intervento della Revel si chiude con un’indicazione (già raccolta dal S.a.L.E. per quanto riguarda Venezia) sull’importanza dell’inchiesta dentro alla composizione sociale del proletariato postfordista metropolitano. L’inchiesta, precisa la Revel, non è un semplice vezzo post-operaista, ma è parte integrante di un’azione politica tesa verso la costruzione di forme di conflitto reali, piuttosto che verso la pericolosa formulazione di saperi autoreferenziali.

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L’auspicio di S.a.L.E.-Docks è che, molto presto, tutto il discorso prodotto all’interno di Multiversity possa essere letto dentro alle pagine di una pubblicazione, ma, sopprattutto, tra le righe ingovernabili di piccoli e grandi conflitti.


http://www.globalproject.info/art-16007.html

http://sale-docks.org/gui/

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