Bertram Niessen

Milano è una città avara. Questo si sa e si è sempre saputo. Capitale dell’industria, dei dané, della produttività. Ma per lungo tempo Milano è stata anche qualcos’altro.

Come tutte le grandi città industriali, per lungo tempo ha coltivato nei suoi quartieri popolari le culture di strada degli immigrati, con tutti i conflitti che queste si portano dietro. Allo stesso tempo, è stata la città della borghesia colta, delle case editrici, dei quotidiani, della grafica e, per un certo periodo, dell’arte. Poi ad un certo punto qualcosa si è spezzato. Nei vorticosi processi di riorganizzazione sociale seguiti alla fine dell’economia fordista, Milano ha cercato di costruirsi un’immagine di città cosmopolita, aperta alle nuove tendenze ed anzi capace di innovare radicalmente nei campi della moda e del design. Secondo molti è stato lì che Milano ha perso la sua anima, nel gorgo di fashion, cocaina e corruzione avviatosi negli anni ’80.

E’ difficile giudicare, capire se veramente esisteva qualcosa di autentico che poi è andato distrutto. Quello che invece è facile vedere è come Milano a un certo punto sia entrata in rotta di collisione con sé stessa, accecata dalla cultura dell’immagine e della televisione. In un panorama culturale sempre più desolante, dove ogni luogo di resistenza legato alle tradizioni dei vecchi quartieri è stato programmaticamente smantellato e sostituito con fast-food o negozi di grandi marchi internazionali, Milano ha perso il senso di sé, e l’immagine costruita da pochi a beneficio di pochi si è imposta su tutto il territorio urbano, come se le poche centinaia di metri quadri di via Montenapoleone e dei quartieri della moda riassumessero una città con un milione e trecento mila abitanti, con le sue contraddizioni e i suoi paradossi.

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L’elemento forse più agghiacciante di tutto ciò è che questo processo di sistematico impoverimento della qualità della vita, è stato più volte celebrato dai milanesi. Sempre più persi in una città, in un paese ed in un mondo di cui non riescono a comprendere le dinamiche, gli abitanti di questa triste distesa di cemento hanno fatto a gara per vendere pezzi delle propri libertà individuali e collettive in cambio di sicurezza. Sicurezza. La parola magica , quello che tutti sembrano cercare; ma è la ricerca stessa della sicurezza che uccide. Gli spazi urbani sono sempre più vuoti, sempre meno partecipati, e i milanesi si trovano sempre più soli. E sempre più insicuri. Gli effetti di queste dinamiche sono innumerevoli e, purtroppo, spesso di lunga durata.

Quello che vorrei condividere con i lettori di Digicult, invece, è una piccola riflessione sul rapporto tra l’ossessione per la sicurezza e le pratiche e discipline che mensilmente vengono trattate su queste pagine. Nel processo di ingrigimento che ha colpito la città negli ultimi decenni, tre sono gli aspetti che sono cresciuti in modo particolare: ignoranza, monotonia, intolleranza.

Innanzitutto, si è avuta una costante riduzione dell’attenzione da parte delle istituzioni culturali verso forme di cultura alternative e dal basso; se alcune di loro sono state in grado di fare un buon lavoro grazie alle fatiche ed alla determinazione di singoli professionisti, sono mancate in modo drammatico la volontà e la capacità di fornire un indirizzo ed un coordinamento a queste attività. L’effetto perverso di questo lassismo è l’annullamento, sul lungo periodo, di ciò che di buono è stato fatto dai pochi.

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In secondo luogo, abbiamo assistito ad un costante appello ai valori tradizionali ed al senso di omogeneità e appartenenza; è come se gli abitanti sempre più anziani di questa città sempre più vecchia, si fossero dimenticati che i successi che hanno conosciuto in gioventù sono stati spesso connessi alla mescolanza, all’incrocio tra entusiasmi e differenze provenienti da parti d’Italia diverse.

Infine, il tessuto sociale di Milano è divenuto sempre meno capace di gestire i conflitti, dimenticando che una società senza conflitti non è assolutamente possibile. In questo modo, ogni minima forma di deviazione dagli standard e dalle medie è divenuta un affronto all’integrità stessa della città, e tutto quello che prima andava sotto l’etichetta di “inciviltà” adesso è divenuto “crimine”. E, soprattutto, è divenuto criminale mostrare al resto della città la necessità di un’alterità, il bisogno (che è prima esistenziale che politico) di codici culturali diversi rispetto a quelli dominanti. La bandiera sventolata dai paladini della sicurezza è quella della legalità: “non si può tollerare l’abusivismo”, ha tuonato il sindaco Moratti. Qualsiasi studente del secondo anno di sociologia sarebbe in grado di spiegare al sindaco che una società non può esistere senza spazi di liminalità, aree grigi, codici ambigui fatti di penombre.

Perché, e questa è la cosa più grave, una città che gestisce le sue politiche sociali, e quindi culturali, sull’equazione tra devianza e criminalità è una città che si avvia a morire.

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Milano vuole essere una città creativa. E l’amministrazione è convinta che per essere una città creativa sia sufficiente avere un numero adeguato di lavoratori in determinati settori professionali. Questo non basta, ed è sotto gli occhi di tutti. Non c’è creatività senza innovazione sociale, e non c’è innovazione sociale senza sperimentazione. Milano ha un bisogno vitale di spazi informali. Milano ha bisogno dell’abusivismo.

Il rapporto tra new media e Centri Sociali in Italia e a Milano è sempre stato strettissimo, molto più di quello che è accaduto in altri paesi. Partendo dal mondo delle BBS e del cyberpunk degli anni ’80, passando per le esperienze di ECN e degli Hacklab ed approdando alle innumerevoli sperimentazioni artistiche collegate alla musica, spesso i Centri Sociali sono stati gli unici luoghi abbastanza aperti da permettere a chi voleva un rapporto diverso con la tecnologia di provare, riuscire, fallire. Non voglio dire che questo rapporto sia sempre stato facile. Sono piccole storie personali di entusiasmi, conflitti, illusioni e disillusioni. Ma se nelle altre grandi città europee, magari soffrendo e penando, i fondi per festival, spazi espositivi sono stati comunque messi a disposizione dalle amministrazioni locali, Milano ha vissuto una storia fatta di situazioni collaborative portate avanti in spazi occupati. In spazi abusivi. In spazi di sperimentazione e di innovazione sociale.

Cancellare questi spazi vuol dire cancellare una delle poche istituzioni culturali che funzionano in città. E le conseguenze di questa ennesimo impoverimento del patrimonio collettivo ricadranno su tutti i milanesi, per un periodo talmente lungo che è troppo doloroso da immaginare.

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Marco Mancuso

Riprendo spunto da una prima lettera di protesta che ho scritto dalle pagine di Digicult il giorno stesso dello sgombero di Cox18 a Milano, come testimonianza di quello che è accaduto a Milano nel corso degli ultimi dieci giorni e come monito a me stesso per non cadere mai nell’inedia e nella pietistica rassegnazione di una situazione culturale e sociale ormai in piena emergenza

Per tutti coloro che abitano a Milano, che amano e odiano questa città e che, da ogni parte d’Italia, comunque riconoscono a Cox18 e all’Archivio Calusca di Primo Moroni un retaggio politico e culturale importante per tutte le forme di controcultura e attivisimo nel nostro paese, lo scorso Giovedì 22 Gennaio è stato un giorno infinitamente triste. All’alba, in un modo subdolo, coatto, infimo, senza alcun avvertimento, andando contro ogni forma di legalità che prevedeva l’attesa di un emendamento giudiziario ufficiale in seguito alla causa di sgombero in corso, le forze dell’ordine sono entrate nel centro sociale occupato autogestito Cox18 e nelle stanze della Calusca City Lights e dell’Arhivio Moroni, occupando gli spazi del centro a quell’ora del mattino completamente vuote.

A differenza di altre realtà controculturali storiche dell’area milanese, Conchetta era ed è insieme a poche altre esperienze, un luogo di memoria, una testimonianza forse di un’epoca che non c’è più, uno spazio dove poter liberamente proporre idee e appuntamenti culturali, un posto di ricordi personali e di amicizie, la sede del ricchissimo Archivio Moroni, l’ultimo vero anti-eroe di questa città, uno degli ultimi che l’ha amata ad alta voce e che ha compiuto con la Calusca un’opera di collezione di testi e video la cui eventuale confisca costituirebbe una delle più gravi perdite di materiale audiovisivo che i movimenti controculturali di questo paese potrebbero mai subire.

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Lo sgombero di Conchetta, per le modalità con cui è stato effettuato, per le motivazioni politiche e sociali che lo accompagnano, costuitisce forse l’ultimo, definitivo, atto di furto e di offesa non solo ai giovani della controcultura milanese, ma a tutti coloro che nel nostro paese amano avere voce libera, riconoscersi in un luogo, in una serie di iniziative, per tutti coloro che non vogliono fuggire dalla propria storia ma resistere, per tutti coloro da Roma a Torino, da Venezia a Palermo che, sono sicuro, sentono sotto pelle soffiare il vento della repressione, della perdita della propria identità, dell’offesa gratuita e arrogante da parte delle Istituzioni, di qualsiasi Istituzione, quella aggressiva che reprime e quella laida che tace.

I giorni successivi allo sgombero sono stati, da un certo punto di vista, un momento storico importante da vivere a Milano, un posto dove essere per sentire sulla pelle il malcontento di un’intera generazione di giovani, studenti, professionisti, creativi, artisti, intellettuali. Per chi l’ha visto e per chi non c’era. Dalle prime 30 persone accorse ancora assonnate e sconvolte in Via Conchetta 18, il numero di giovani e anziani è aumentato progressivamente per fare sentire a propria voce: ho assistito al primo presidio, al blocco della circonvallazione di Viale Tibaldi, al corteo itinerante per le strade del quartiere da Porta Genova alla Darsena: tutti luoghi storici della controcultura milanese, leggete La Luna sotto casa di Primo Moroni per capire cosa intendo, quel Primo Moroni che starà urlando anche lui dalla tomba nel vedere quello che sta accadendo. E ancora presidi a Palazzo Marino, interventi solidali da parte degli intellettuali della città (tra cui quel Paolo Rossi e il suo richiamo all’Urlo di protesta contro le finestre di Palazzo Marino durante la riunione della Giunta Comunale sul caso Conchetta), concerti in piazza XXIV Maggio, la grande e partecipata manifestazione dello scorso Sabato 24 Gennaio.

Di una cosa quindi bisogna dare atto alla giunta Moratti: sono riusciti là dove nessun movimento politico e nessuna utopia sociale era riuscita negli ultimi vent’anni. L’azione di sgombero, la repressione di polizia e le arroganti parole del vicesindaco Riccardo De Corato, le sue minacce di chiusura di tutti i centri occupati di proprietà del Comune di Milano (Conchetta, Pergola, Torchiera e Cantiere), la mancanza di rispetto del sindaco Moratti nel volersi arrogare il diritto di gestione del patrimonio culturale raccolto da Moroni cui la figlia ha degnamente risposto con un accorato appello, hanno unito tutti sotto la stessa bandiera della protesta, dell’indignazione, della rabbia dettata dalla stanchezza.

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Sì, stanchezza. Perché quando parli con quelle che amo chiamare le “minoranza non-protette”, è la stanchezza il sentimento che prevale. Stanchezza verso una situazione di degrado culturale e urbano che pare ormai irrimediabile: la chiusura di Conchetta appare a tutti come un monito, come l’ennesimo tassello tolto sotto al culo di questa città ormai alla deriva sociale e culturale, incapace di ritrovare il bandolo della matassa tra Assessori Culturali superstar, politicanti di ventura, furbetti e traffichini, lobby di intellettuali politicizzati e lassisti che non sanno guardare al di là del proprio giardinetto costruito in anni di onorata attività, incapaci di condividere conoscenze, disinteressati a contribuire alla crescita di una nuova generazione di artisti e produttori di cultura della quale faccio parte, ma anzi colpevoli anche più di altri per il loro silenzio, la loro indifferenza, il loro atteggiamento classista. E questo non è il MIO pensiero, è un pensiero condiviso: queste cose non le penso solo io, da giornalista in questo caso cerco di riportare su carta un sentimento comune che penso ormai sia giunto il momento che venga ascoltato…che si faccia sentire!

Stanchezza che non è infine uno stato mentale o fisico, è uno stato dell’anima. E non si tratta di compatirsi, non si tratta di parlare sempre male di questa città, si tratta di comprendere dove risieda il malcontento e da dove un giorno nascerà il germe del disordine sociale, perché quel giorno arriverà, è inevitabile ormai. Si tratta di comprendere a fondo le difficoltà economiche e di vita che la mia generazione di operatori culturali soffre in questa città, drammaticamente scevra di opportunità, di lavoro, svuotata di energia e di linfa vitale, costretta a sopravvivere attaccata con le unghie e con i denti a una speranza di rinascita di cui non si vedono però gli orizzonti e i confini. La città di Marinetti e del Futurismo, del Gruppo T di Gianni Colombo e di Bruno Munari, di Luigi Russolo e dello Studio di Fonologia della Rai, di Re Nudo e dell’esperienza del Parco Lambro, di Shake e di Primo Moroni, del Gruppo Memphis e di Ettore Sottsass, del Virus e del Deposito Bulk, di Studio Azzurro e di otolab e di tante, tantissime altre esperienze di avanguardia artistica, letteraria e sociale….

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In una città che oggi ha già iniziato a fare propaganda del suo slancio verso il futuro in vista dell’Expo 2015, del suo dna culturale aperto alle diversità e alla condivisione, in un città razzista e intollerante, indifferente verso le minoranza etniche che la abitano, incapace di guardare a nient’altro se non al profitto o alla cultura con la “C” minuscola, quella delle grandi mostre, dei grandi eventi, la cultura cosiddetta mainstream e di rappresentanza, lo sgombero di Cox18 non sembra quasi riguardare coloro che vivono lamentandosi, che non si riconoscono in questa città ma senza prendere posizione, a quelli che fuggono senza prendersi responsabilità, a coloro che sono solidali solo a parole e che si offendono quando glielo fai notare.

L’occupazione di Cox 18 da parte delle forze di polizia, parla a quelli che genericamente i mass media chiamano “i movimenti”, ma che io preferisco individuare come un’area informe e incolore di facce ed esperienze, di artisti e intellettuali, spesso legati a forme di espressione artistiche alternative, quelle stesse di cui parla Digicult nel suo ambito specifico della cultura elettronica e digitale, dell’uso e misuso di tecnologie vecchie e nuove, delle sue applicazioni ed espressioni, sia nei territori emersi dei festival e delle mostre d’arte, che nei territori sommersi dei centri sociali da cui queste stesse culture provengono (come testimoniato da ben altre esperienze sociali e culturali a livello europeo in Germania, Spagna, Olanda, Inghilterra, paesi del Nord Europa).

I giorni scorsi e quelli che verranno saranno quindi inevitabilmente ricchi di iniziative, sia in strada che sulla Rete. Tanti sono i dubbi e gli interrogativi su cosa sia meglio fare e il modo in cui sia meglio farlo: tante sono state le chiacchierate degli ultimi giorni con amici e conoscenti. Io non ho una formula vincente, anche se per ovvia deformazione professionale penso che il mix tra azione “reale” e “virtuale” sia forse la soluzione migliore o per lo meno l’unica praticabile nell’attesa che Morpheus riesca a trovare in fretta il nuovo Neo che ci porterà tutti a Zion. Quello di cui sono però altrettanto convinto è che fino a quando non si riuscirà a sollevare l’attenzione dei media di massa, fino a quando non si parlerà di te e non verrà percepita a fondo la tua insofferenza e il tuo scontento, saremo destinati a combattere contro i mulini a vento.

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Il mio appello non è tanto all’artista di grido di turno che, secondo codici precisi di finta provocazione, tipici del mondo dell’arte contemporanea, attacca la miopia culturale di quelle Istituzioni che sono poi le stesse da cui viene invitato e coperto di denari, quanto agli intellettuali e agli artisti che amano veramente questa città, che comprendono la situazione di emergenza, che la conoscono dal di dentro, che possono farsi carico di una voce che altrimenti si ritroverà per l’ennesima volta da sola a combattere per quello che reputa un suo diritto: la cultura, il lavoro culturale che da essa può derivare, e gli spazi liberi e scevri da qualsiasi logica politica, economica e lobbistica, dove esercitarla!

Io, dal canto mio, voglio essere una nemesi, un tarlo, usare l’unica vera arma che ho. Come mi disse una volta Ettore Sottsass in un’intervista di qualche anno fa: “Tu hai un’arma, più efficace di tante altre. La parola. Usala.” C’è una frase di De Andrè che continua a tornarmi in mente, ancora oggi dopo il primo testo a cui questo fa riferimento, sono sicuro che molti di voi la ricordano: “E se nei vostri quartieri tutto è rimasto come ieri, senza le barricate senza feriti, senza granate, se avete preso per buone le “verità” della televisione, anche se allora vi sentirete assolti siete per sempre coinvolti”.

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