(Ready)Media: Hacia una arqueología de los medios y la invención en México, box di DVD recentemente pubblicati dal Laboratorio Arte Alameda di Città del Messico, ripercorre la storia delle pratiche artistiche nel paese Centro Americano al confine tra arte, scienza e sperimentazione tecnologica a partire dagli anni Venti del XX Secolo.

Si tratta di un lavoro di ricerca e diffusione senza precedenti, condotto da un gruppo di ricercatori, artisti e curatori, che fa luce su un pezzo di Modernismo mai storicizzato. Un lavoro che probabilmente nelle lussuose università nord americane sarebbe realizzato da facoltosi dipartimenti di qualche Università Ivy League con un approccio comparativo negli studi sul Modernismo, e che invece in questo caso è stato realizzato in maniera militante (e allo stesso tempo scientifica), da Laboratorio e da un nucleo di attori impegnati in prima persona nel contesto.

Ne parliamo con Tania Aedo, direttrice del Centro Alameda e co-curatrice del prezioso cofanetto. Dopo esserci incontrate ad ISEA nel 2010 ed aver iniziato la discussione dal vivo, abbiamo deciso di proseguire via email, discutendo anche su questioni identitarie latine e messicane, uso critico delle tecnologie versus attitudine da consumatore e contesto delle avanguardie artistiche messicane degli ultimi anni.

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Lucrezia Cippitelli: Sarebbe in primo luogo interessante soffermarsi sul processo di ideazione del Box e del percorso sviluppato per scegliere le esperienze audiovisive e sonore contenute nella raccolta.

Tania Aedo:L’idea di editare (Ready)Media: Hacia una arqueología de los medios y la invención en México è nata dalla necessità di ricostruire il percorso di quelle pratiche artistiche che sorgono all’incontro tra arte, scienza e tecnologia. Sappiamo che esiste un’assenza di “memoria” di queste pratiche e che un sintomo comune all’America Latina tutta è attività archivistica degli stessi artisti, che costruiscono spazi di conservazione di molti lavori e si occupano poi di gestirli e metterli in circolazione.

All’interno del Laboratorio Arte Alameda abbiamo aperto il Centro di Documentazione Príamo Lozada (nome del nostro curatore fondatore), il primo in Messico specializzato nelle interconnessioni tra Scienza e Tecnologia. La funzione principale del Centro è l’attivazione di una riflessione e ricerca sulle pratiche creative mediatiche attuali, detonare progetti curatoriali e contribuire all’educazione in questo ambito.

Nei dieci anni dalla fondazione del Laboratorio è stata generato un deposito documentale che include materiali su tutte le esposizioni, dossier s sugli artisti, pubblicazioni teoriche, cataloghi, documenti audiovisivi e sonori. Quando abbiamo iniziato il progetto, ci siamo resi conto che dovevamo adempiere due compiti importanti: da un lato fare un revisione critica di questo deposito di contenuti, dall’altra aprirlo a altri contenuti per includere materiali e documenti. Abbiamo invitato un gruppo di sei tra curatori, ricercatori ed artisti per realizzare questa revisione e suggerire che cosa, dal loro punto di vista, dovrebbe essere aggiunto all’archivio.

Così sono nate le sei sezioni contenute nei DVD del cofanetto. Abbiamo anche preparato una mostra con il programma completo per gli spazi del Laboratorio e una pubblicazione che uscirà a breve, contenente, oltre ai testi di ogni curatore, dei saggi che mettono luce i legami tra Arte, Scienza e Tecnologia in Messico in tempi molto anteriori all’epoca dei così detti “Nuovi Media”.

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Lucrezia Cippitelli: Gli artisti presentati nella collezione sono in qualche modo rappresentativi di un periodo storico preciso, sono una fotografia del contemporaneo (nel senso cioè che la raccolta non ha alcuna specificità teorica che ne sostenga le scelte operate) o fanno parte di una comunità o un network di artisti che si muovono intorno a specifiche istituzioni messicane?

Tania Aedo: Ogni programma proposto nei DVD ha un taglio specifico. Quello dedicato alle arti sonore è per esempio organizzato a partire da certe categorie comunemente utilizzate per classificare questo tipo di pratiche: installazione e azione sonora, per esempio, che contiene documentazione di video di opere realizzate per spazi di mostre o azioni realizzate davanti a una macchina da presa. Le altre sei contenute nei DVD sono tracce audio divise tra Arte sonora, Musica elettronica sperimentale, Musica elettroacustica, Paesaggio sonoro, Radio art e poesia sonora.

Si tratta di un interesse archeologico e di ricerca sulla storia delle pratiche sonore in Messico e per questo include opere datate a partire dagli anni Venti. Come per esempio …IU IIIUUU IU… del 1924, che è la più antica di tutto il progetto ed è il poema sonoro fondativo dell’avanguardia stridentista in Messico. La raccolta contiene anche opere degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, considerate gli esperimenti più antichi con suono elettronico e sintetico, fino a lavori del 2010.

Non tutte le raccolte cercano di andare indietro nel tempo. Per esempio il DVD intitolato Desbordamientos: Mecanicidad y obsolescencia en el arte mediático actual, riunisce la documentazione di opere che riflettono una posizione critica rispetto al tecnocentrismo globale.

Desbordamientos articola una riflessione sul meccanico e l’obsoleto, enfatizzando le forme attraverso cui la Modernità ha distinto media “vecchi” e “nuovi” e come ha occultato la macchinaria meccanica dietro la membrana digitale propria dei così detti nuovi media. In Messico esiste un numero importante di artisti che fanno ricerca e sperimentano la tecnologia meccanica, talvolta in concomitanza con elettronica e processi informatici: ci è sembrato importante favorire una analisi di queste zone di produzione.

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Cine Poveraè invece una raccolta che include opere filmate in pellicola 16mm (e una in Super-8), tutte realizzate tra il 2000 ed il 2010, che fanno uso di strumenti minimi e sono realizzate in forma fai-da-te e artigianale. È importante ricordare che come in altre parti del mondo, in Messico c’è una forte tendenza a lavorare in pellicola, facendo ricerca sui “vecchi” processi di produzione filmica e “mettendo le mani”nel processo: rigando, tagliando, incollando, proiettando…

Audiovisual experimental contemporáneo è una raccolta su cinema e video sperimentalinindipendenti. La sua origine sta nella ricerca intitolata Mexperimental (Rita Gonzáles y Jesse Lerner, Mexperimental: 60 años de vanguardias en México. Santa Monica: Smart Art Press, 1998), che disvela attraverso mostra e pubblicazione il carattere sperimentale della produzione messicana.

Era anche importante favorire una riflessione sulla pratica curatoriale nell’ambito di video e nuovi media e per questo abbiamo commissionato una ricerca, che è giunta a una una prima tappa: Apuntes sobre una revisión de curadurías de video, raccolta che propone interviste ad alcuni dei curatori più influenti in questo campo come Guillermo Santamarina o Jesse Lerner, a curatori che hanno sviluppato un

lavoro molto importante di ricerca e diffusione al di fuori dell’epicentro di Città del Messico, come Bruno Varela, che lavora a Oaxaca, le direttrici del festival Chroma di Guadalajara e Antonio Arango della rivista Glycerina, importante pubblicazione che negli anni Novanta distribuiva video in VHS. Importante ricordare la presenza tra gli intervistati di Ximena Cuevas, che parla del curatore e fondatore del Centro Alameda, Priamo Lozada morto el 2007. Ximena parla di Príamo e presenta la sua curatoria per il festival Videobrasil.

Ogni intervista contiene inoltre frammenti delle opere che hanno partecipato.

Familiar Memorable si concentra sulla produzione degli artisti più giovani, “nativi” dell’era digitale, molti dei quali sono ancora studenti che hanno però messo da parte lavori interessanti che hanno un nucleo comune: una panoramica ampia ma npn esaustiva evidentemete.

Per ultima, Voiceover consiste in una serie di documentari che il Laboratorio Arte Alameda produce e chd cercano di mostrare da vicino la traiettoria e le specificità dei processi creativi di artisti che sono stati determinanti nella formazione della scena messicana.Tra questi, Arcángel Constantini, Ximena Cuevas, Sarah Minter, Arthur Henry Fork e Ariel Guzik.

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Lucrezia Cippitelli: Credi che esista o si possa parlare di una specificità della avanguardia artistica e culturale messicana degli ultimi anni? E credi che le pratiche centrate sull’uso creativo delle tecnologie digitali siano parte fondante di questa avanguardia, dal punto di vista creativo e curatoriale?

Tania Aedo: Credo esistano varie specificità, una di queste riguarda l’uso creativo delle tecnologie e un’altra molto importante riguarda le forme in cui gli artisti producono discorsi in dialogo con il contesto geopolitico. Il Messico, come altri paesi dell’America Latina, ha giocato il ruolo del consumatore e dell’utente nei confronti delle tecnologie digitali ed elettroniche. Fatto che produce una attitudine critica e riflessiva nei loro confronti. Per questo è importante andare oltre, fino al “tempo profondo”, per capire che questa attitudine riguarda specificamente la Modernità.

I Maya e molte altre culture precolombiane hanno prodotto un pensiero infinitamente più complesso dell’universo meccanico.

Altra specificità importante e un’orientamento a ricerche impostate dal punto di vista delle arti elettroniche che incrociano altre discipline come la Storia, la Biologia, la Fisica ecc. Anche per quanto riguarda le pratiche curatoriali credo si possa parlare di specificità. Una molto importante è la eterogeneità nelle ricerche e l’attitudine sperimentale. Il fatto che non esista propriamente un “mercato” forse determina una certa libertà di produzione (anche se questo credo si possa dire di qualsiasi paese in cui si sono sviluppate le “arti elettroniche”). È importante inoltre dire che in generale esiste in Messico una comunicazione permanente tra curatori, artisti e ricercatori.

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Lucrezia Cippitelli: Parlando di istituzioni, sarebbe interessante introdurre lo spazio che dirigi, il Laboratorio Arte Alameda, cercando di contestualizzarlo nella scena dei nuovi media del DF (Distrito Federal, l’area di Città del Messico). Che relazione si è instaurata tra la scena dei nuovi media e quella delle arti contemporanee più tradizionali (intendo il sistema gallerie, collezionisti biennali)?

Faccio questa domanda perché mi sembra molto interessante che il primo padiglione messicano alla Biennale di Venezia (2007) ha ospitato un artista della scena delle arti elettroniche come Rafael Lozano-Hemmer. Inoltre , se penso al Messico degli ultimi anni mi sembra che questa sia la scena più attiva, dinamica, che sta cercando di rinnovare non solo le pratiche creative ma anche quelle curatoriali ed i processi comunicativi e teorici che fanno parte dell’arte contemporanea.

Tania Aedo:Credo che il Laboratorio abbia giocato un ruolo molto importante nella “scena delle arti elettroniche” in Messico. Dieci anni fa, io facevo parte del suo pubblico ed ho avuto modo di vedere mostre di artisti come il brasiliano Eder Santos, proiezioni del cinema sperimentale in 8 mm di Takahiko Iimura, videoinstallazioni di Gerardo Suter, Claudia Fernández, Marina Grzinic, Grace Quintanilla e Gary Hill. Sto parlando solo del programma realizzato nel 2001 da Priamo Lozada.

Si trattava della possibilità di vedere dal vivo ciò che fino ad allora avevo visto solo in foto sui libri, pur trattandosi di immagini in movimento o di opere interattive. Il Laboratorio, come molti altri spazi, ha compiuto una funzione molto importante, quella di mettere in contatto pubblico, artisti, riflessioni specifiche sulla relazione tra arte e tecnologia.

D’altro canto non opporrei la scena dei “nuovi media” con quella “tradizionale”. Credo si possa essere molto tradizionali e lavorare con i nuovi media. Sena dubbio la domanda è importante perché anche se il Laboratorio è uno spazio dedicato a certe specificità (in continua trasformazione), la “scena delle arti elettroniche” è disseminata in diversi spazi, musei, scuole, festivals e piattaforme.

Sono d’accordo sul credere che sia una scena importantissima: dal mio punto di vista, le cose più interessanti stanno accadendo in questo campo (anche se so che questo lo direbbero anche i direttori della maggior parte dei musei di art contemporanea). E credo che sia dovuto al fatto che sia un punto di convergenza di molte discipline e pratiche.

Un altro punto interessante di questa scena è che puoi fare riferimento a un artista come Lozano-Hemmer, ma puoi pensare anche ad artisti che usano procedure diverse, lavorano su hardware e software open source, o a media attivisti che lavorano con l’arte. Comunque è certamente interessante che il primo padiglione messicano sia stato affidato a un artista come Rafael che lavora con i nuovi media.

Ma è ugualmente interessante considerare che per la Bienale successiva, 2009, il Messico abbia optato per un’artista come Teresa Msrgolles: questa diversità ti dice molto sul Messico. Impossibile definirlo. Quando parli di processi comunicativi e teorici mi sembra che ci sia ugualmente una particolarità interessante: le multiple tradizioni teoriche che convergono in queste pratiche e la riflessione, le conoscenze e le discussioni che si producono. La curatela ha giocato un ruolo importante in questa configurazione e nel Laboratorio questa è una preoccupaziome costante.

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Lucrezia Cippitelli: Torno a una discussione alla quale abbiamo assistito durante il Forum Latinoamericano di Dortmund (Agosto 2010), dove hai anche presentato (Ready)media: quella sulla possibile identità dell’arte del continente. Parlare di un’identità latina sembra da un lato molto naif e astratto (nessuno lo accetterebbe in Europa, specialmente se venisse fatto dall’esterno. Anzi, forse sarebbe interessante che qualcuno finalmente lo faccia, discutendo le nostre idee sulla presunta identità bianca, cattolica e conservatrice…).

D’altro canto, ascoltando il dibattito mi sono resa conto che esistono varianti comuni a tutti i paesi dell’America Latina. Forse, nelle pratiche artistiche queste varianti comuni possono essere definite parlando di concettualismo fondato nell’intervento nella vita quotidiana. Quello che l’artista e teorico Luis Camnitzer cerca di descrivere nel suo libro sul concettualismo latinoamericano come “didattica della liberazione”.

Tania Aedo: L’America Latina ha storie diverse ma anche similitudini come colonizzazione, dittature, post-colonizzazione, trattati di libero commercio ecc. Quando dici che in Europa nessuno parlerebbe di identità culturale comune forse hai ragione, ma vero che si parla di European media festivals o programmi specifici per artisti europei. E ugualmente quando si devono presentare progetti culturali per ottenere sussidi, quasi sempre è necessario parlare in termini identitari.

Questo lo aveva già notato Andreas Broekmann a ISEA e credo avesse ragione. Una differenza importante è che qui non abbiamo programmi comuni come festivals o borse di studio che permettano agli artisti di viaggiare nel continente.

In termini di politiche culturali, anche se si usa il termine America Latina, sembrerebbe che ciò a cui le istituzioni nazionali puntano è separare invece che connettere. In questo senso siamo molto vicini ed allo stesso tempo molto lontani. Anche il sogno bolivariano dell’integrazione è una fantasia rischiosa e che viene usata secondo la convenienza. Supponiamo che ci unisca una lingua: in realtà siamo separati dal portoghese e da altre mille lingue indigene. Non esiste un’essenza latina, europea o anglosassone insomma.

Nel libro di Camnitzer si possono fare molte analogie con l’arte elettronica: basta sostituire il termine che lui usa “smaterializzazione” con “contestualizzazione”: risposte dell’arte a situazioni immediate. Questo è un elemento fondamentale e si può vedere in molte opere prodotte nel continente. Credo che seguendo il suo argomento potremmo anche parlare di un’arte elettronica “impura e ibridata” per lo stesso motivo, perché è critica.

Il pericolo, dando per buono quest’assunto, potrebbe essere l’affermazione che tutta l’arte fuori dal centro sia critica a differenza di tutta quella prodotta nel centro.

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Nel libro di Camnitzer si possono fare molte analogie con l’arte elettronica: basta sostituire il termine che lui usa “smaterializzazione” con “contestualizzazione”. Risposte dell’arte a situazioni immediate. È fondamentale e si può vedere in molte opere prodotte nel continente. Credo che seguendo il suo argomento potremmo anche parlare di un’arte elettronica “impura e ibridata”, per lo stesso motivo, perché è critica. Chissà se il pericolo sarebbe forse pensare che tutta l’arte fuori dal centro sia critica a differenza di tuta quella prodotta nel centro.

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