I momenti attesi e ufficiali per l’incontro con i nostri miti del pensiero non sono mai le occasioni più adatte per uno scambio proficuo, poichè non si verificano facilmente le condizioni per una necessaria concentrazione e partecipazione. E non si sottrae a questa regola l’incontro alla Mediateca di Santa Teresa con Geert Lovink, lo scorso 16 marzo per la prima volta in Italia, ospitato in questa cornice tanto splendida quanto fredda diventata un luogo esemplare per la ricerca, la comunicazione e il dibattito di qualità, oltre che luogo atto a ospitare ogni giorno un fitto gruppo di cittadini e migranti come utenti dei servizi di mediateca e navigazione.

Lovink è stato accolto da una sala ricca ma disturbata dall’acustica del luogo che porta la voce a risuonare con un eco da proclama più che con il ritmo di una narrazione in grado di intrecciarsi con il quotidiano e in parte svelarlo, descriverlo e arricchirlo di riflessioni inedite per profondità. E di fatto la profondità del pensiero di Lovink sta proprio nella capacità di attualizzare e interpretare fenomeni emergenti e radicali, per farne una prospettiva critica in grado di guidare le intenzioni “dell’uomo della rete” e orientarne le pratiche, più che nell’essere un paroliere d’avanguardia di fenomeni dell’era-internet.

La parte più intensa dell’incontro ha visto esplicitarsi il tema dei blog: Lovink ha letto alcune parti di un recentissimo lavoro di ricerca, ancora in conclusione, blog e nichilismo; in esso mi pare sia espressa una chiave di lettura fortemente orientata alle attitudini dei blogger, quasi nell’ottica di una definizione di “lifestyle”, di comportamenti di vita. Non tanto nell’accezione che il lifestyle ha sul piano delle tendenze, di quei trend che i media abusano come materiale primario e univoco per costruire un pensiero sul mondo (da proporre al mondo); piuttosto sul piano di una lettura critica e pragmatica dei bisogni di vita, delle attitudini, degli equilibri di relazione su cui gli strumenti di comunicazione digitale pubblica continuano ad impattare e dai quali vengono trasformati.

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Franco Berardi ha dialogato con Lovink approfondendo il concetto di nichilismo, in un procedere dialettico che non tradisce la formazione elevata e che forse genera un eccessivo distacco con l’empatia dello spettatore. Quanto questi nostri maestri sono intellettuali nell’esposizione, tanto sono pragmatici nel fare e nel far comprendere, ed è forse su questi aspetti che dovrebbe concentrarsi l’esposizione, in un gioco con chi ascolta che porta a interrogarsi e a riflettere sui temi proposti.

D’altra parte la ricerca di Lovink è stata inanzitutto pratica ed effettiva; la capacità cioè di intessere la riflessione sulla rete in un contesto interdisciplinare che ha trovato le sue forme più originali nell’approccio alla controcultura e nella relazione con l’azione sociale. Questi concetti sono ampiamente dibattuti nel testo co-scritto con SchneiderA virtual world is possible, e che il contributo del portale/progetto Hermes_Net interpreta in maniera molto lucida. Il blog di Lovink raccoglie in maniera estesa la prima stesura della nuova ricerca, le riflessioni scritte da Bifo sul concetto di nichilismo e diverse prospettive di indagine che soddisfano i più diversi bisogni di lettura e approfondimento.

Molto più efficace, in compenso, è stata la conclusione della serata, con la proiezione di un recente lavoro di critica culturale, realizzato tramite un video animato la cui caratteristica principale è la quasi totale assenza di elementi figurativi. Un video composto interamente di lettering, ovvero forme testuali che si compongono in maniera complessa e danno luogo a forme, effetti compositivi, significativi emotivi e cerebrali.

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Il gioco sottile sta nel passaggio continuo dal testo inteso in una chiave figurativa, come pattern, riempimenti, oggetti che si articolano sulla pagina, alla dimensione intrinseca del testo che è quella semantica, dimensione dalla quale nessuna nostra percezione può prescindere. Così, anche nell’alternarsi veloce del multilingua e di contesti di senso diversi che si susseguono a un ritmo veloce, permane una comprensione chiara dell’intenzione da un lato estetica e dall’altro di significazione che è sottintesa al lavoro.

Il testo si sostituisce alle immagini nel veicolare la valenza figurativa del linguaggio, riuscendo ad esprimere altrettanta forza e capacità di convincimento. Il testo è potenziato dall’esplicita chiave semantica, che ci introduce in maniera diretta ai significati e al senso di ciò che leggiamo. Ed è la nostra stessa lettura che diventa attività duplice, da un lato tradizionalmente legata alla decodifica dei significati, dall’altra spinta fino all’interpretazione delle forme, dei movimenti e delle trasformazioni a cui l’animazione da un senso ulteriore.

E’ la riflessione sul linguaggio che si presenta quindi come chiave di lettura e di veicolazione dell’innovazione nello scenario attuale della cultura digitale. Il multimedia si limita a essere un’abbondanza di linguaggi a cui è necessario affiancare la ricerca sull’efficacia dei linguaggi stessii; la quale passa inevitabilmente da un approccio critico agli strumenti e a una proposta originale come il lavoro presentato da Lovink. Un invito a una “azione diretta” almeno del pensiero, che passi attraverso le parole dei blogger, le pratiche degli attivisti, i comportamenti del nostro quotidiano essere digitali. Un riflessione sulla rappresentazione di ciò che ci sta attorno, che parta in maniera potenziata dall’espressione degli elementi dell’osservazione e dalla prassi su di essi, più che dai sistemi di rappresentazione di cui ci dotiamo per comprenderli.

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UN MONDO VIRTUALE E’ POSSIBILE – per gentile concessione del portale Hermes_Net

La renaissance dei media attivisti prende avvio agli inizi degli anni ’90 contemporaneamente alla crescita esponenziale dell’industria dei media e alla possibilità di procurarsi un equipaggiamento personale a buon mercato. In questo periodo si assiste alla creazione di un nuovo tipo di interesse tra attivisti, programmatori, teorici e artisti che vedono i mezzi di comunicazione non più semplicemente come strumenti utili alla lotta, ma anche come teatro di nuove sperimentazioni estetiche e narrative.

Queste pratiche di liberazione tecnologica non si sono immediatamente trasformate in movimenti sociali evidenti, hanno però rappresentato la celebrazione della libertà mediatica. Il maturare di questa situazione (legato al malcontento organizzato per il convergere di questioni quali il neo-liberismo, le politiche di riscaldamento climatico globale, lo sfruttamento del lavoro e molte altre) farà seguire alla fine del post-moderno “periodo senza movimenti” una fase di grandi mobilitazioni e la crescita di una tendenza ibrida ed eterogenea, che viene etichettata dai media tradizionali come “anti-globalizzazione”.

E se in questo caso non c’è risposta né alternativa alla tipica domanda che si pone ogni generazione in movimento (cosa fare?) non è ammessa nemmeno la possibilità di un ritorno a soluzioni appartenenti al passato. Le “moltitudini” non sono un sogno o una qualsiasi costruzione teorica ma costituiscono una realtà. Se c’è una strategia non è quella della contraddizione ma dell’esistenza complementare. Qui la strada e il cyberspazio si incontrano, le manifestazioni di protesta sono messe in atto davanti ai media di tutto il mondo e cercano il confronto diretto. Più che opporsi semplicemente allo stato di cose attuale si vorrebbe aggiungere un nuovo livello di globalizzazione dal basso.

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L’analisi di Lovink e Schneider continua con uno sguardo al futuro del movimento che appare confuso e rassegnato, senza un valido riconoscimento ideologico. Anche la condanna morale della società capitalistica non è più necessaria dato che i fatti parlano da soli e le nuove formazioni sociali prendono possesso delle strade e degli spazi mediatici senza sentire il bisogno di essere rappresentati da una più alta autorità. Le persone coinvolte si mobilitano sotto la spinta di preoccupazioni reali non per una qualche nozione romantica di socialismo; non si fanno centinaia o migliaia di chilometri per partecipare ad un raduno di protesta inseguendo delle idee astratte.

Gli autori sottolineano infatti come questa nuova perspicacia politica sia stata il principale passo in avanti del periodo recente e come nel corso degli ultimi anni si siano affermati soprattutto i valori dell’apertura e della libertà. Proprio su questi valori si fonda il nuovo concetto di “moltitudine digitale” e, nel corso degli ultimi anni, hanno avuto modo di essere applicati su diversi fronti quali dialettica dell’open source, frontiere aperte, libero scambio di conoscenza. Questa penetrazione di concetti però non significa assolutamente scendere a compromessi con gli ideali della classe neo-liberale, i movimenti progressisti si sono sempre battuti per la democratizzazione delle regole di accesso, della decision-making e della condivisione delle capacità acquisite. “Non stiamo semplicemente cercando un’uguaglianza adeguata a un livello digitale.

Siamo in mezzo a un processo che costitiusce la totalità di “un essere rivoluzionario” tanto globale quanto digitale. Dobbiamo sviluppare un modo di leggere i “dati grezzi” dei movimenti e delle lotte e il modo per rendere la loro conoscenza sperimentale comprensibile, per codificare e decodificare gli algoritmi della singolarità, non-conformità e non-confondibilità, per inventare, rigenerare e aggiornare i racconti e le immagini di una connettività veramente globale, per aprire il codice sorgente di tutte le conoscenze in circolazione e installare un mondo virtuale.” Il presente rivendica nuove forme di soggettività (sia negli ambienti della rete che nel mondo reale) dove questi sforzi siano portati a un livello di produzione dove tutti possano considerarsi degli esperti, dove il superfluo delle risorse umane e l’intensità di un’esperienza quotidiana non vadano perduti.

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Nonostante i movimenti contro la globalizzazione diano l’impressione di essere cresciuti sia nelle strade che in linea, la critica della new media culture parte da un bilancio piuttosto duro sui badget tagliati e sull’ ostilità e l’indifferenza crescente che caratterizza il settore in questo momento. Anche se qualcuno afferma che il potere sia passato al cyberspazio e che sia avvenuta un’incorporazione tra i network online e la vita fuori dalla rete, una domanda rimane molto attuale: si può parlare di una sinergia tra le proteste di strada e il movimento di “hacktivism” virtuale? Secondo i due autori no.

Anche se le due forme di contestazione stanno attraversando uno stadio concettuale comune rischiano di rimanere entrambe bloccate ad un livello di discorso astratto e simbolico non più fondato sulla situazione reale. Non si può prescindere dalla contraddizione che si apre tra reale e virtuale. Internet di per sè è sempre ibrido, una mescolanza di vecchio e di nuovo e di molteplici fattori diversi. I “nuovi” movimenti e media non sono ancora abbastanza maturi per rispondere alla sfida del potere esistente e le rivendicazioni per dare corpo al futuro suonano troppo deboli e vuote in questo clima conservatore. Ma cosa verrà dopo la “demo version” concettuale? Come spingersi al di là del prototipo?

Invece di coniare altri concetti è tempo di interrogarsi su come il software, le interfacce e gli standard alternativi possano essere effettivamente installati nella società. I movimenti di oggi corrono il rischio di rimanere incastrati in modelli di protesta di auto-soddisfazione. Invece di patrocinare la causa della riconciliazione tra reale e virtuale Lovink e Schneider, rifiutando di uniformarsi al “futuro è adesso” dei cyberpunk, propongono una rivalutazione radicale delle innovazioni tecnologiche degli ultimi 10-15 anni.

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E se ormai è dato per scontato che “l’informazione ci forma”, le conseguenze di questa nuova consapevolezza sono sempre meno misurabili e gli attivisti hanno appena cominciato a comprendere l’impatto di questo paradigma. Le crescenti tensioni e polarizzazioni che si stanno verificando obbligano ad un ripensamento dei limiti del discorso sui nuovi mezzi di comunicazione. Il settore della new media art nonostante la sua costante crescita rischia di rimanere isolato, incapace di rivolgersi ai problemi del mondo globalizzato di oggi. Si sente sempre più la necessità di una rivalutazione critica dell’arte e della cultura della net-society odierna. Laurent Lessig fa notare come l’innovazione su Internet sia in pericolo.

Dopo la caduta delle .com la rete ha perso la sua attrattiva; la tecnologia non è più una novità, i mercati sono in ribasso e la gente non vuole saperne più nulla. Questo processo, che adesso sta subendo anche un’accelerazione, mina pericolosamente il futuro delle rivendicazioni dei nuovi media. Fermo restando il fatto che i capitali e il potere rimangono nelle mani dei vecchi baby-boomers, la scommessa dei new media deve ancora essere pagata. Il malessere dei media non è stato ancora compreso e la speranza che emerge da queste pagine è quella che “il brusio” dei nuovi mezzi di comunicazione possa essere trasformato in qualcosa di più interessante prima che qualcun altro lo faccia al nostro posto.


http://laudanum.net/geert/

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