Il progetto Mediamatic travel, messo in atto dal Mediamatic Bank, uno dei centri culturali più importanti di Amsterdam e d’Europa, è pronto a rivoluzionare il mondo del turismo culturale. Collegandosi al seguente sito http://travel.mediamatic.net/ è possibile consultare una lista interminabile di città sparse per il mondo con le quali è possibile interagire seguendo logiche decisamente innovative.

Con una spesa minima sarà possibile recarsi nella località prescelta entrando a contatto con la scena artistica contemporanea grazie ad una guida del posto appartenente a quel determinato settore, oppure si potranno semplicemente reperire delle informazioni su particolari siti che sfuggono alla logica standard delle tradizionali guide tascabili. Percorsi creati ad hoc per artisti o per chi appartiene al mondo delle arti che potranno esplorare le città secondo nuove prospettive. Inoltre questo progetto prevede anche una esposizione, sulla quale ho voluto focalizzare in particolar modo la mia attenzione in questo articolo.

Dal 16 Ottobre al 13 Dicembre presso l’Istituto culturale è possibile infatti visitare The Amsterdam Biennale 2009 un’esposizione alla quale hanno partecipato paesi provenienti da tutto il mondo sotto la guida di almeno 30 curatori internazionali, ad ognuno dei quali è stata affidata la gestione di un padiglione e la scelta degli artisti destinati a rappresentare una determinata città. Ogni settimana vengono inaugurati nuovi padiglioni accompagnati ovviamente da una relativa festa serale carica di sorprese.

Image courtesy by Mediamatic Travel

Appena entrati all’interno dello spazio espositivo, ci si ritrova a camminare tra stretti cunicoli, attraverso cubi e spazi quadrati ognuno dei quali è dedicato ad una città diversa. L’ambiente in alcuni casi sembra quasi claustrofobico e purtroppo a volte risulta anche difficile riuscire a localizzare le varie opere proprio per mancanza di spazio. La tematica emergente, è sicuramente quella politica e proprio su questa ho voluto focalizzarmi.

Il padiglione di Monaco ad esempio, (http://www.eindeutscherpavillon.de/ ) curato da Sascha Glasl, a causa della la recente celebrazione dei trascorsi 20 anni dalla caduta del muro di Berlino, ha pensato bene di costruire anch’egli un muro composto però da scatole trasparenti. Queste scatole vengono distribuite esclusivamente ai tedeschi che si interessano al progetto ai quali viene chiesto di riempirle con un cimelio del loro paese. Si tratta inoltre di un muro itinerante, nel senso che di mese in mese si sposta da un paese all’altro dell’Europa raccogliendo ad ogni tappa le memorie sparse per finire il suo percorso proprio in Germania dove potrà raggiungere la sua massima espansione. Ma si tratta in realtà solo della conclusione della prima fase perché poi il muro verrà inviato in Cina dove invece subirà il processo opposto. I visitatori potranno infatti in questo caso smontare il muro portando a casa una delle scatole, decidendo poi se contattare la persona di cui hanno preso la memoria.

Un metodo alternativo per costruire un senso di appartenenza positivo alla propria nazione. Un muro carico anch’esso di storia, ma di una storia formata dal passato della gente stessa. L’Identità di una nazione espressa senza nessuna forma di imposizione, senza essere soggetta a nessuna pressione politica.

Il padiglione di Istanbul (http://www.mediamatic.net/page/124558/en), con il curatore Suat Ögüt insieme a agli artisti Firat Bingol e Mehmet Ögüt, ha invece esposto quattro opere riguardanti problemi relativi alla politica culturale del loro paese.

Image taken by Firat Bangol video

Nel video di Firat Bangol un curdo è difatti intento a raccontare la sua storia personale, ma ogni volta che cerca di farlo un aspirapolvere viene puntato alla sua testa, come fosse una pistola, con l’ intenzione di aspirare via la sua identità lasciandolo senza parole. Ogni volta che “lo strumento della tortura” scompare, l’ uomo può ricominciare a parlare ma ogni volta il tono della sua voce aumenta e diventa sempre più esasperato. Quindi la repressione a cui l’uomo è soggetto non fa altro in realtà che alimentare la sua resistenza e il senso di appartenenza al suo popolo

Mehmet Ogut partecipa invece con un video proveniente dalla sua serie Black Cube, con l’intenzione di farci riflettere sul rapporto esistente tra chi detiene il potere e chi lo subisce. Su di un piccolo schermo ci viene mostrato infatti un poliziotto nell’atto di picchiare un civile con il manganello: la scena dura pochi secondi, perché subito dopo i due personaggi cominciano a spogliarsi rimanendo solo per qualche istante alla pari con la sola biancheria indosso. Tra i due avviene uno scambio di vestiti e con esso anche uno scambio di ruoli facendoci vedere come l’ex civile, indossata la divisa, non si esimerà dall’essere violento.

Il curatore del padiglione Suat Ögüt si cimenta in due opere: Consuption Practices e Safety Guide. Il primo e’ un video che illustra maniere alternative di vivere spazi omologati, come ristoranti e negozi di abbigliamento, introducendo azioni inaspettate che sfociano nell’intrattenimento per sfuggire in qualche modo al controllo sociale e reinventando così gli spazi utilizzandoli per altri scopi. Il secondo è invece una sorta di audio guida che ci scorta per una strada attraverso i racconti di piccoli commercianti, mostrandocene sia il lato creativo che quello oscuro. La voce ci parla e ci dice dove guardare per orientarci tra il puzzle di immagini di Istanbul che abbiamo di fronte. Un modo nuovo di esplorare la città, per certi versi anche in maniera umoristica, conoscendola attraverso le persone che la abitano in un periodo di cambiamenti dove il vecchio si confronta con il nuovo e dove spesso a parlare sono le paranoie.

Protestposter against the war

Altro padiglione sicuramente interessante è quello di Kabul, che ci racconta di una città’ che dopo la caduta del regime Talebano nel 2001, si è riempita di stranieri provenienti da organizzazioni non governative, dall’ONU, o dalle ambasciate e che per motivi di sicurezza si sono separati dalla popolazione, cominciando a svolgere la loro vita nella “green zone” che piano piano si e’ andata ad estendere inglobando buona parte del centro innalzando muri di protezione. Il rapporto di queste persone con gli Afgani e’ quindi ridotto al minimo, se non del tutto evitato.

Per simboleggiare questa divisione il curatore Robert Kluijver (che ha vissuto 6 anni in Afghanistan), ha posto due frecce sul retro del padiglione per segnalare la presenza di due entrate diverse: una riservata agli stranieri e l’altra agli Afgani. Entrando all’interno del padiglione, questa separazione continua, in quanto troviamo due mappe della città di Kabul su due lati opposti dove in una vengono segnate le zone off-limits per gli Afgani e nell’altra quella per gli stranieri. Il contrasto viene poi ancora maggiormente sottolineato dalla presenza di alcune foto che accompagnano entrambe le cartine, con relative note esplicative rappresentanti tutti i luoghi o le attività svolte dalle diverse parti. In ogni caso dopo la caduta del regime, la città di Kabul si e’ attivata in campi nuovi quali quello dell’arte, della poesia, del design: tutto ciò è stato possibile grazie all’acquistata libertà di espressione, grazie agli influssi di altri paesi e l’ accesso a nuove culture.

Nel padiglione di Lima, si parla della censura alla quale molti degli artisti sono sottoposti con una critica marcata rivolta alla classe politica del paese e al sistema d’ istruzione.

Il padiglione di Beirut è invece impenetrabile tranne che per alcuni fori ed “escoriazioni” dalle quali è possibile intravedere delle immagini di vita quotidiana della città. Un modo per dirci che dobbiamo lasciarci alle spalle il ricordo di una città distrutta dalla guerra e passare invece a quella attuale che potremo conoscere solamente andando a visitarla.

Il padiglione di Brooklyn, consiste semplicemente in due panchine tra le quali sono disposte tre pile di giornali da portare a casa con su scritto “Art Work: a national conversation about art, labor, and economics. Take a copy. Make an exhibition. Host a discussion in your town.” Mentre sull’altro lato si trova scritto: “Art workers won’t kiss ass” (potete scaricarne una copia su http://www.mediamatic.net/page/126816/en). Una volta scaricato quindi il contenuto da Internet, potrete decidere se diffondere la loro opera d’arte parlando degli argomenti da loro affrontati organizzando una mostra o un dibattito.

Image provided by Youmna Habbouche

Il padiglione di Napoli è invece intitolato dalla curatrice Diana Marrone ll regno dell’intallio. Una parola che in dialetto napoletano spiega il comportamento dei suoi abitanti, che cercano di godersi il meglio della vita assaporandola con la giusta misura senza farsi dominare dalle angosce. Sono stati scelti solo artisti che hanno saputo indagare la città nella sua profondità, ognuno dei quali avvalendosi di un mezzo differente (video, performances, fotografie…). Nonostante il tema sia stato ben studiato il padiglione sembra piuttosto disorganizzato restituendoci un’idea piuttosto confusa dei suoi contenuti.

L’opera che più risalta agli occhi è sicuramente quella di Alessandro Cimmino che partecipa con una fotografia analogica di estrema bellezza scattata su alcuni tetti di Napoli. Questa immagine oltre a mostrare i dettagli di parte del suo tessuto urbano tipico, trasmette anche una forte inquietudine dovuta al netto contrasto della luce, del colore chiaro delle case, con delle finestre rimaneggiate completamente nere e impenetrabili. Una visione di una città e dei suoi abitanti che si trovano a fronteggiare una sorta di vicolo chiuso. Forse un’allusione agli argomenti di cronaca che si affastellano spesso sui giornali quando si parla di Napoli.

A questo padiglione partecipa anche N.EST (http://www.napoliest.it/), un progetto che riguarda la città di Napoli e la sua periferia con temi di arte, spazio pubblico, trasformazioni urbane di cui consiglio vivamente di visitare il sito.


http://www.mediamatic.net/page/101520/en

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