Alcuni numeri fa (http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=189), nell’ormai storico numero 6 del giugno 2005 per la precisione, DigiMag aveva già introdotto il lavoro di Maurizio Bolognini in occasione di una mostra intitolata “Macchine programmate” al museo Villa Croce di Genova.

Qualche anno prima avevo conosciuto il suo lavoro in una mostra al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea di Roma, in cui all’epoca avevo iniziato a lavorare. La sua mostra intitolata “Infoinstallazioni” presentava alcuni dei suoi lavori più noti: i Computer sigillati, cases inespugnabili di pc programmati per generare immagini random che non venivano mostrate, ma vivevano all’interno del sistema stesso che le realizzava; SMSMS, una sorta di intervento per crackare uno dei suoi computer sigillati con un cellulare, intervenire nel flusso di immagini generate che veniva – questo si – visualizzato da un proiettore.

Da allora, nei cinque anni che ho passato al Mlac ho sentito parlare molto di questo misterioso artista e intellettuale, che viveva ritirato (ai miei occhi) nel profondo nord, lontano da una città caotica ma anche vivace come Roma, e che agiva in bilico tra l’appartenenza a quello che all’epoca mi sembrava un mondo un po’ mainstream dell’arte (in cui esponeva) e il mondo che scintillava ancora di un aura di sperimentalismo come quello dei Media. Sistema dell’arte con la A maiuscola e Festivals dedicati ai media ed alle tecnologie; opere d’arte e hacklab; democrazia elettronica ed installazioni nei musei: quale strano personaggio riusciva a giostrarsi con disinvoltura, in bilico tra due mondi che corrono su binari paralleli e, pure intersecandosi qualche volta, comunicano usando codici linguistici ed autoreferenzialità completamente differenti?.

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A Maurizio Bolognini, Domenico Scudero, curatore del Mlac, aveva dedicato un libro che accompagnava la mostra Infoinstallazioni; ancora, Bolognini contribuiva regolarmente a un progetto editoriale che fa riferimento al Mlac, la rivista “Luxflux”, di cui pure ho fatto parte per un buon periodo della mia vita.

Bolognini era lo scrittore sempre puntuale e meticoloso, che mandava gli articoli in tempo, carichi di riferimenti, note, immagini, didascalie: avevo sempre l’idea che si trattasse di una passione domata dalla necessità di comunicare, essere esaurienti e farsi capire. Ricordo di avere raccolto e portato dall’editore interviste a personaggi come Eduardo Kac e Roy Ascott, Mario Costa e Robert C. Morgan: la nostra rivista pullulava di testi organizzati e realizzati da e su Bolognini, in cui l’avanguardia artistica e culturale degli ultimi vent’anni veniva sviscerata e spiegata, messa a fuoco e discussa, categorizzata e resa accessibile. Così accanto a colloqui un po’ più accademici sull’arte contemporanea, questo artista-ricercatore apriva degli spiragli su temi come reti e “neotecnologie”, bioarte e nanotecnologie, sistema dell’arte e festival, condivisione e collezionismo, sintesi digitale e attivismo.

Il linguaggio limpido, l’urgenza di stimolare il pensiero critico partendo da informazioni, nomi, progetti, definizioni; l’assoluta lontananza dai clichè linguistici criptici ed autoreferenziali dei critici d’arte che amano “scrivere complicato: tutti elementi che tradivano la volontà “costruttiva” tipica di chi è “producer” e vuole ricostruire le coordinate di un contesto in cui inserire e dare senso alle esperienze in cui si trova immerso.

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Quei saggi e quelle conversazioni sono oggi raccolte in un libro antologico edito da Carocci nella collana “Storia dell’Arte” e che sarà distribuito dai primi di ottobre: “Postdigitale. Conversazioni sull’arte e sulle nuove tecnologie”. Il libro ripercorre e documenta diversi anni di ricerche e scambi teorici di Bolognini con altri artisti, curatori, critici, storici. Insieme agli articoli già citati pubblicati su “Luxflux” (tra cui anche due lunghe interviste rispettivamente di Domenico Scudiero e Simonetta Lux), l’artista propone conversazioni realizzate, tra gli altri, con Richard Stallmann, Enrico Pedrini, Gerfried Stocker. Con assoluta noncuranza per confini di contesto, Bolognini mischia il diavolo con l’acqua santa, guru dell’etica hacker e del copyleft con guru del collezionismo, accademici acclamati con enfants prodiges delle modificazioni genetiche.

Bolognini stesso ci spiega perché nell’introduzione di questo testo/ricerca. L’arte che si basa sull’uso delle tecnologie è arrivata a una svolta, dopo una prima fase pionieristica. L’arte legata alle tecnologie digitali si sta stabilizzando: si veda la pur lenta e graduale apertura di musei ed istituzioni (il “sistema dell’arte”) e l’ingresso di strumenti digitali nella produzione di artisti che di tecnologico hanno veramente poco. E’ quindi questo il momento di forzare i limiti e far riflettere gli addetti ai lavori dell’arte – dall’interno dell’esperienza effettuale del producer e non della costruzione teorica del critico – cosa significa digitale (si veda la conversazione con Simonetta Lux in cui l’autore spiega in maniera incredibilmente semplice ed illuminante la differenza tra analogico e digitale) e che razza di artista è quello che pensa al funzionamento degli strumenti che usa e con questo mette in scacco il senso stesso dell’arte all’inizio del XXI secolo.

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Un libro militante insomma, che tenta di chiarire errori e dubbi, semplificazioni e banalità su quel polpettone magmatico la cui definizione spazia da multimediale a nuovi media, da interattivo a virtuale, da hi-tech a partecipazione. Con uno scopo preciso: decostruire la stessa idea postmoderna dell’arte, secondo cui nella ricerca artistica oggi non ci sia più «possibilità di scelta e radicalità» se non un’indifferenziazione autoreferenziale in cui il criticismo è rivolto alle metafore stesse dell’arte e non al reale.

«Le tecnologie digitali – spiega Bolognini – introducono nella sperimentazione artistica alcune questioni forti»: natura dei media, bioetica, democrazia, coinvolgimento del pubblico, svuotamento di senso della paternità autoriale (e quindi diritti d’autore e copyright). Temi questi si rivelano strumenti essenziali per l’interpretazione non dell’arte ma del mondo, e che fanno perciò di queste sperimentazioni la vera avanguardia del presente.


www.bolognini.org/bolognini_PDIG.htm

www.luxflux.net/museolab/MOSTRE/bolognini.htm

www.luxflux.net/n6/artintheory3.htm

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