In tempo di crisi economica, politica e culturale, con il susseguirsi di catastrofi naturali, causate dall’uomo e scenari apocalittici reali o solamente evocati, come abbiamo reagito? Abbiamo preso una posizione chiara? Abbiamo partecipato alle rivolte violente o ai movimenti pacifici occupando le nostre piazze? E il nostro sistema culturale come si è comportato?

Partendo dall’analisi dei fatti accaduti in Europa il 15 ottobre 2011 si può affermare che abbiamo assistito prevalentemente alla nascita di due modelli dell’appropriazione dello spazio pubblico. Da una parte il “modello greco” con momenti di vera e propria guerriglia urbana a volte molto violenta, tra manifestanti e polizia, dall’altra il “modello spagnolo”, che ha visto il suo precursore nella primavera araba, caratterizzato dall’occupazione pacifica dello spazio pubblico che diventa la sede di assemblee e non vede nessun leader e nessuna gerarchia.

In Italia non si è seguito nessuno di questi due esempi; la manifestazione è iniziata pacificamente ed è poi mutata in rivolta seppur qualche gruppo abbia cercato di mantenere l’organizzazione non violenta e i momenti di assemblea. A Roma si è cercato di seguire un modello risalente agli anni ’70, che consisteva perlopiù in una folla di persone organizzata quasi militarmente (con i servizi d’ordine) condotta da una figura e da una idea politica ben radicata; è stato messo in pratica questo, ma in maniera anacronistica.

La manifestazione del 15 ottobre ha sofferto della mancanza di un forte obiettivo comune e del non superamento di questo schema, perché in Italia non vi è un forte esempio a cui riferirsi. Tutti i giorni i cittadini devono fronteggiare vari tipi di crisi, sia economica che sociale e culturale, il risultato è uno spaesamento anche nella protesta.

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Il fenomeno statunitense Occupy Wall Street, ispirato dall’antropologo e anarchico David Graeber, poi si è diffuso globalmente ha portato ad una rilettura della partecipazione nello spazio pubblico. La piazza, nel caso specifico di New York, Zuccotti Park, è diventata una nuova sede per l’assemblea e per l’auto organizzazione. Si è cercato di intraprendere una sorta di percorso formativo intorno ai fatti attuali organizzando workshops, dibattiti e invitando personaggi simbolo dei nostri tempi come Naomi Klein, Judith Butler, Roberto Saviano, solo per nominarne alcuni. E’ in questa sede che per la prima volta abbiamo visto il “microfono umano”, nato dalla necessità di comunicare gli interventi alla folla che invadeva Zuccotti Park eludendo l’imposizione di non usare megafoni.

Parlando di cosa succede in Italia per quanto riguarda la reazione del sistema culturale, sono nati alcuni movimenti che hanno dato vita ad occupazioni o proteste più o meno efficaci. Tra questi i meglio organizzati e duraturi sono gli attori, i danzatori, i tecnici, gli operatori che hanno occupato il Teatro Valle (Roma), i curatori, gli artisti, i critici e i galleristi che hanno fondato Occupiamoci di Contemporaneo (Roma) e Lavoratori dell’Arte (Milano). Un punto in comune a cui tutti i movimenti aspirano è quello del riconoscimento da parte delle istituzioni, che il fatto di creare cultura sia ritenuto un valore fondamentale di una comunità civile.

Nei momenti di crisi c’è la necessità quindi di uscire fuori dai propri spazi e di fare sentire la propria voce, anche attraverso il lavoro, e le reazioni a volte possono essere simili. Il linguaggio e la parola assumono un significato forte ed evocativo. Boris Groys parlando della reazione degli artisti, afferma che “gli artisti oggi impiegano le stesse forme e processi in tutto il mondo, anche se le utilizzano in contesti politici e culturali differenti. […] Le opere d’arte si riferiscono ai contesti nei quali possono immediatamente essere riconosciute come segni e simboli, e come informazioni che raccontano allo spettatore le condizioni particolari che sussistono nel luogo al quale appartengono” (Back from the Future, in “Arteast 2000+: The Art of Eastern Europe: A Selection of Works for the International and National Collections of Moderna galerija Ljubljana”).

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La critica alla società può avvenire non solo attraverso la protesta, ma anche attraverso il lavoro dell’artista. Contrariamente a quanto viene erroneamente affermato sull’assenza di una corrente di arte politica italiana, vi sono alcuni artisti emergenti che indagano fenomeni storico-politici cercando di parlare del presente ri-attualizzando il passato oppure prendendo spunto dalla realtà perlopiù regionale nella quale vivono per evidenziarne le contraddizioni. Pochi però utilizzano lo spazio pubblico per “esporre” il loro lavoro e definire un pubblico più generico.

A volte sono artisti stranieri a prendere spunto dalla nostra realtà in quanto il nostro sistema dell’arte contemporanea si offre come un osservatorio particolare di come si stanno ridefinendo le modalità di lavoro anche in Europa. Ovvero attraverso la nascita di progetti indipendenti, di forme di auto-organizzazione e iniziative dal basso.

Tra i molti esempi, il collettivo olandese Fucking Good Art (Rob Hamelijnck e Nienke Terpsma) è stato invitato dalla Nomas Foundation di Roma a condurre una residenza itinerante (Roma, Bologna, Milano, Torino, Bari, Napoli) finalizzata alla pubblicazione di un numero monografico della loro rivista che portano avanti sin dal 2003, dedicato appunto all’Italia. L’intento è stato quello di dare una rilettura con un occhio esterno e rivolta ad un pubblico europeo, su come sia possibile reinventare il lavoro culturale durante la crisi economica che sta investendo tutto il globo.

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L’artista messicano Pablo Helguera, nel contesto del premio internazionale di Arte Partecipativa curato da Julia Draganovic e Claudia Löffelholz ha sviluppato un progetto per la città di Bologna dal titolo Aelia Media partendo dall’analisi degli spazi dedicati all’arte contemporanea della città. L’intervento consisteva in una sorta di scuola di giornalismo rivolta agli operatori culturali bolognesi che ha dato vita ad una vera e propria radio con sede in una delle piazze del centro storico di Bologna, con lo scopo di offrire versioni innovative della produzione culturale. Si è creato quindi un canale multimediale supportato dai social networks e dalle radio libere bolognesi che hanno trasmesso per due settimane le trasmissioni dei venti operatori coinvolti.


http://www.arttrail.ie/

http://www.fuckinggoodart.nl/

http://aeliamedia.org/

http://www.frieze.com/issue/article/state-of-a-nation/

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