Non lasciatevi trarre in inganno dal nome, che a prima vista suggerisce un incrocio tra l’ultima trovata da “smanettoni” e uno strumento di diagnosi oftalmica di nuova generazione. Per comprendere il progetto artistico di un gruppo di attivisti che vivono in Israele è però d’obbligo una premessa.

Era il lontano 1787 quando il filosofo Jeremy Bentham ideò il Panopticon, l’architettura di una prigione ideale. Quasi due secoli dopo, nel 1975, un’altro filosofo, il francese Michel Foucault, ne analizzava i devastanti effetti sociali. Immaginate una struttura semicircolare, composta di tante celle non comunicanti, con due aperture che danno una all’esterno e una all’interno verso una torre centrale di sorveglianza. I prigionieri che vivono nelle celle sanno di essere osservati in qualunque momento, ma non possono verificare se il controllo avviene davvero. La teoria alla base del Panopticon è l’interiorizzazione del controllo esterno, che per abitudine diventa autocontrollo.

Bene, anzi male, direte. Ma siamo nel Settecento. E invece, secondo gli ideatori del netopticon, pare che non ci sia nulla di più attuale. Questa rete di attivisti ha analizzato le varie forme di controllo sociale che vengono invocate nel nome della sicurezza nazionale di ogni Stato.

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In particolare, nella culla del conflitto israelo-palestinese si verificano quotidianamente continue perquisizioni fisiche e monitorazioni degli spostamenti dei cittadini attraverso i diffusissimi check-point e le telecamere. Sono le guardie in ogni negozio e in ogni strada a ricordare agli abitanti che sono sorvegliati a causa di un pericolo imminente, alimentando sospetto e paranoia. Grazie alla formula più polizia, quindi più controlli, uguale più sicurezza, sono gli stessi cittadini a rimetterci il diritto alla privacy, senza però ottenere reali risultati preventivi. La sensazione agli occhi dei civili rimane di allarmismo, rallentamenti della vita quotidiana e un gran movimento delle forze pubbliche. I media inoltre hanno dato un ampio contributo nel normalizzare questo sistema, abituando i cittadini a essere osservati, facendo loro interiorizzare la legge del sospetto per cui ogni atto di protesta contro il controllo è considerato deviante e pericoloso.

Con le nuove tecnologie sorvelgiare è anche più facile, basti pensare alle innumerevoli tracce digitali che lasciamo a ogni nostro passaggio nello spazio urbano (telecamere a circuito chiuso…) o virtuale (carte di credito, telefonate cellulari, e-mail, IP del pc in rete…). E allora i giovani di no-org hanno deciso di restituire il favore con Netopticon e ideare una serie di strumenti e installazioni per la sorveglianza di dati, la “dataveglianza”, di chi li sorveglia.

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Questi attivisti le definiscono “piccole azioni di resistenza”, che riprendono la filosofia della legge del contrappasso: ne è un esempio la carta di identificazione color blu, simbolo della cittadinanza israeliana, dell’artista Aviad Albert è diventata arancione, come quelle dei palestinesi, generando una gran confusione dei soldati ai check point. O l’installazione video di Michal Rotschild: essa ripropone l’operazione della polizia israeliana Mabat 2000, che nel 1998 disseminò 300 telecamere nella parte antica di Gerusalemme. Questo artista combina le immagini catturate dalla sua telecamera per le strade con quelle dei circuiti chiusi all’interno di una postazione di controllo della polizia. Sharif Waked invece ha inventato dei modelli di abiti adatti a velocizzare i controlli ai check-point. I capi di Chic Point sono infatti “alleggeriti”, tanto da mostrare la pelle nuda, nelle parti del corpo più gettonate a essere perquisite perché considerate sospette.

Sono solo alcuni esempi dei numerosi progetti di azione urbana di netopticon. Niente di più moderno, di questi tempi, anche nel cuore dell’Occidente.


www.no-org.net/opticon/

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