Les Liens Invisibles, “gruppo artistico immaginario”, è composto da Clemente Pestelli – aka Dedalus – e Gionatan Quintini , entrambi già attivi nell’ambiente hacktivist e in particolare nella mailing list e progetto di networking ideato e fondato da Tatiana Bazzichelli, AHA.

Dal 2006, come ,Les Liens Invisibles, lavorano interrogandosi sui processi di creazione e comunicazione artistico-sociale-politica e utilizzano la net art come macroterritorio in cui dar corpo alla loro riflessione. Il tentativo è quello di portare alla luce “i collegamenti invisibili” tra mente, realtà e infosfera, con un approccio concettuale che fa dell’ironia un’arma sovversiva.

Tra i temi cardine dei loro lavori uno dei nodi irrisolti della web culture, quello legato alla libertà della (e nella) rete. Il web 2.0: antigerarchico partecipativo e largamente accessibile. Apparentemente la concretizzazione di un’utopia, in realtà spesso un’omologazione di linguaggi e contenuti. False promesse del web 2.0? Cosa non ha funzionato? Quali possono essere invece le prospettive di controcultura attraverso il web 2.0? Abbiamo cercato di rispondere ad alcune di queste domande per mezzo di questa intervista, per percorrere insieme a Les Liens Invisibles i passaggi più significativi del loro progetto artistico. Uno dei progetti di arte e attivismo in Rete più interessanti nati nel nostro paese ultimamente.

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Giulia Simi: Chi sono Les Liens Invisibles e qual è il loro progetto artistico?

Dedalus: Les Liens Invisibles è una sigla informale con cui operiamo dal 2006 in formazione binaria. Al centro dei nostri lavori poniamo l’attraversamento e l’elaborazione sobriamente iconoclasta dei collegamenti invisibili che compongono l’infosfera, le sinapsi neurali e il mondo reale. Le entità e gli argomenti che trattiamo vogliono essere un’occasione per portare alla luce queste relazioni nella continua ricerca della materia stessa che compone la comunicazione. Da questo punto di vista operare attraverso la Net Art, che dai tempi del Simple Net Art Diagram (http://mteww.com/nad.html) cerca di interrogarsi sul non-luogo in cui avviene il processo artistico, è una scelta orientata a inquadrare un concetto di rete che non riguarda soltanto i calcolatori ma che risiede nei nostri stessi processi mentali.

Giulia Simi: Fake is fake. Anyway è una divertente e paradossale denuncia al continuo inganno perpetrato dai grandi sistemi di potere mediatico, anche sul web. Nonostante la rete porti con sé sogni di libertà e controinformazione, non sembra che i sistemi di costruzione del consenso siano stati intaccati in modo significativo. Ultimi colpi di coda di un sistema di potere in crisi o fallimento delle web-utopie?

Dedalus: Più che di fallimento parlerei piuttosto di disillusione da una certa interpretazione della rete che di per sé non è garante di libertà e libera informazione. La controinformazione è la reazione spontanea e diffusa alla realtà totalizzante del mainstream. Alla menzogna mediatica si contrappone la moltiplicazione degli sguardi e delle voci, con l’implicito intento di ripristinare la verità negata. Con Fake is a Fake abbiamo voluto mettere ironicamente in discussione non solo i sistemi di potere mediatico ma anche la “presunzione di verità” dell’informazione indipendente, approdando così a soluzioni paradossali come l’utilizzo del falso (il fake ) come medium tattico per la produzione di contenuti: “Don’t blame the fake. Become the fake” recita uno degli slogan fasulli della piattaforma.

Il fake-publishing consiste infatti nella rivalorizzazione dei propri contenuti prodotti online – qualunque essi siano – semplicemente parassitando l’aspetto, la visibilità e l’autorevolezza dei media mainstream.  Il fake elevato a servizio web, alla stregua di un blog o di una piattaforma di social network ha come effetto una virale ed inconsapevole moltiplicazione di siti falsi che altro non fanno che alimentare un perverso meccanismo di inflazione del senso di verità.

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Giulia Simi: Anche voi, come altri artisti della rete, non avete rinunciato a un dialogo con il cinema, sebbene mediato dal precedente lavoro concettuale di Grifi e Baruchello. Con Disperse. Exclamatory phase avete messo in atto un’opera di decostruzione dell’impianto narrativo classico del cinema, arrivando, appunto, a un’ideale dispersione . E’ un punto di non ritorno? O ancora il cinema può secondo voi fornire materia prima per rielaborazioni, aperture e nuove forme narrative?

Dedalus: Non ci sono dubbi sul fatto che il contatto tra il linguaggio cinematografico e quello dei nuovi media, in particolare internet, possa produrre nuove modalità narrative ma crediamo che sia più corretto parlare di punti di intersezione piuttosto che di non ritorno, in quanto nessun nuovo media riesce davvero a sostituirne un altro. La dispersione a cui alludiamo in Disperse. Exlamatory phase è riconducibile alla tradizione situazionista che vede nel détournement la riappropriazione dell’immagine cinematografica per la produzione di nuovi immaginari. Non a caso l’opera che abbiamo rivisitato è “La verifica incerta” di Grifi e Baruchello, opera che, con il suo montaggio/smontaggio paradossale di pellicole holliwoodiane, è attraversata da una forte attitudine hacker ante litteram. Per questo abbiamo voluto reinterpretare ed attualizzare il gesto radicale de La verifica incerta , scegliendo la strada più silenziosa, meno eclatante e, a nostro modo di vedere, anche la più coerente con le istanze dell’operazione originaria.

Disperse. Exclamatory phase corrisponde alla decostruzione taglio per taglio della pellicola in 1075 frammenti digitali che segnano l’avvenuta dispersione della forma narrativa lineare e il suo passaggio ad una estetica data-based . In questa prospettiva l’atto di riappropriazione non coincide più con la sola pratica del mix media ma soprattutto con la liberazione dei sorgenti del film che, resi finalmente di pubblico dominio attraverso la rete, divengono unità significanti funzionali alla produzione di nuovi potenziali significati.

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Giulia Simi: Il web 2.0: antigerarchico partecipativo e largamente accessibile. Apparentemente la concretizzazione di un’utopia, in realtà spesso un’omologazione di linguaggi e contenuti (come già avete messo in evidenza con Subvertr! Out Now! ) Cosa non ha funzionato? Quali possono essere invece le prospettive di controcultura attraverso il web 2.0?

Dedalus: La rivoluzione che sta alla base del web 2.0 è la trasformazione dell’utente da semplice fruitore a realizzatore di contenuti (il cosiddetto prosumer). Con Subvertr abbiamo voluto analizzare e scardinare uno dei meccanismi che sta alla base di questa rivoluzione: il tagging . Etichettare le cose che vediamo è un meccanismo tanto semplice quanto, al tempo stesso, complesso, che pone le sue fondamenta nelle radici del nostro processo cognitivo. Complesso proprio perché per quanto questo processo possa essere semplice e meccanico per noi non è replicabile da nessun algoritmo. Creare un insieme comune di vocaboli e di intenti è un passo necessario per l’interazione sociale, d’altra parte questa tendenza spinge inevitabilmente verso l’omologazione. Sul web questo processo è assai più evidente in quanto un numero sempre maggiore di persone si confronta su punti di contatto sempre più semplificati: basti pensare ai ranking delle informazioni che premiano fattori quantitativi (come la popolarità di un sito web) contro elementi qualitativi, creando un’equazione in cui questi due criteri spesso coincidono.

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Partire da uno scenario del genere per sovvertirlo con i suoi stessi strumenti è una sfida allettante e in linea con la tradizione della controcultura che da sempre ha abusato degli stessi strumenti del potere. Emanciparsi da questo meccanismo autodistruttivo significa far emergere le singole individualità contrapponendo al Popolo Della Rete l’ Uomo Della Rete, con la propria soggettività e unicità. Trovarsi di fronte a icone dell’immaginario collettivo deautomatizzate dal loro contesto originario e ridefinite secondo collegamenti a noi non immediati ci porta inevitabilmente a cercare il filo conduttore che tiene insieme le due cose, penetrando nei propositi di chi ha formulato quel collegamento. Non a caso il riferimento a Magritte vuole essere la chiave di lettura dell’intero progetto: affermare che un oggetto è una pipa ci può far sentire umani, ma affermare che non lo è ci rende liberi. 


http://www.lesliensinvisibles.org/

http://fake.isafake.org/

http://disperse.exclamatoryphase.net/

http://www.subvertr.com/

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