Lo so, probabilmente tendo a ripetermi parlando ancora una volta di inquinamento atmosferico da biennali d’arte contemporanea, della loro superfetazione, della vacuità inutile di un sistema fintamente internazionale che invita sempre gli stessi artisti – con le stesse opere – e gli stessi curatori negli angoli più remoti del mondo, mascherando il turismo culturale radical-chic per “multiculturalismo”.

Mentre al contrario si tratta solamente di mercantilismo targato “sud del mondo”, così fa più politicamente corretto e “no global”. Mi riferisco all’articolo sulla Biennale Interactiva di Merida pubblicata su Digicult 24 http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=831, in cui parlavo di Ushuaia e Malindi VS Messico e uso tattico delle reti come antidoto alla noia mortale in cui l’arte attuale da MTV sprofonda.

E’ anche vero, a mia parziale discolpa, che non ci posso fare niente se la cronaca rosa dell’arte contemporanea delle ultime settimane non fa che riportare notizie su esposizioni periodiche internazionali. Vista dalla mia postazione di cervello fuggito forzatamente negli Stati Uniti (dove al contrario non succede nulla, ma di fatto si decide tutto, visto che facendo un rapido calcolo almeno il 75% degli artisti rappresentati in giro per il mondo, se non sono nati qui, almeno ci vivono ed hanno un potente gallerista che li spinge per bene, magari da New York), l’Europa quest’anno sembra un pullulare di cultura, quella vera, quella con la C maiuscola: Salonicco, Documenta, Venezia e Art Basel tra maggio e giugno; poi Istanbul, Atene e Lione dopo l’estate. E poi – attenzione attenzione – pare che tra poco Bruxelles avrà la sua prima biennale. Come vivere senza?

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Ma io voglio essere un po’ sciovinista e questa volta, invece di orientarmi su orizzonti lontani, punto tutto sulla biennale di casa nostra, La Biennale.org , quella più antica del mondo, quella che è stata il modello di tutte le altre, quella che quest’anno sembrava una riunione di famiglia di Robert Storr che ha invitato i suoi amici newyorkesi (e per entrare nel vivo della questione che quest’anno Venezia sembrava il Greenwich Village rimando allo spassosissimo report pubblicato su Luxflux da Domenico Scudero http://www.luxflux.net/n25/recensioni6.htm ).

Eccomi quindi alla Biennale di Venezia.

Tralascerò sullo sfondo l’inutilità del tutto riguardo sua deità il curator Robert Storr, preside della Facoltà di Arte della Yale University, ex direttore del MOMA di NY, contributor regolare della rivista “Frieze”, e della sua biennale da Guinnes dei Primati. Quella “con il numero più alto di rappresentanze di artisti non occidentali” (fonte dei virgolettati, da qui in poi, il sito della Biennale di Venezia): ma tanto, vedi sopra, vivono o lavorano tutti a New York. Quella dove “per la prima volta esiste un padiglione africano”: non è vero, prima di lui c’erano i padiglioni egiziani, e poi le mostre Authentic Excentric e Fault Lines , ma tanto loro erano africani sul serio (non di NY), quindi forse non conta.

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Ed a proposito di padiglione africano, forse vale la pena raccontare un paio di cose.

1- Check List Luanda Pop curato da un ignaro Simon Njami (Africa Remix) ha in sostanza traslato la collezione Shinka Dokolo di Luanda (Shinka Dokolo Collection of Contemporary African Art) a Venezia, purtroppo tralasciando o ignorando il fatto che il collezionista in questione fosse imparentato con storie di guerre civili e banche corrotte in Congo e Angola (e a questo proposito si veda l’articolo sul periodico Artnet http://www.artnet.com/magazineus/news/artnetnews/artnetnews2-23-07.asp che riassume i punti salienti della questione). Check List ha scatenato un putiferio di reazioni da parte di curatori che da anni lavorano con l’Africa e che non sono stati nemmeno lontanamente consultati e di artisti che si sono rifiutati di partecipare vista la discutibile eticità del progetto (a ragione, ricordando en passant la sanguinosa guerra civile del Congo, dove una parte della popolazione, pigmea, è regolarmente trucidata per occupare il suo territorio e avere accesso alle riserve di coltan, che usiamo per costruire microchip di computers e cellulari).

2- Qualcuno mi spieghi perché Alfredo Jaar, cileno trapiantato a NY (tanto per cambiare) fa parte del padiglione africano; nulla di personale, tra i tanti soliti artisti onnipresenti in ogni rassegna internazionale è tanto bravo e engagè , ma perché fa parte di di Check List Luanda Pop ? Perché?

3- Dj Spooky (di NY) ha fatto un’apparizione davvero noiosa con il suo progetto New York is Now (ascoltare per credere: http://www.djspooky.com/articles/venice_2007.html). L’hip hop low cost di Dakar – furbamente mescolato da Paul D. Miller nel suo mixone senza fine – è molto più divertente . Ed anche Kelys è molto più divertente, ma chi mi conosce lo sa, io sono una fashion victim del Pop.

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E passando per Dj Spooky forse è particolarmente utile anche ricordare che quest’anno “per la prima volta il Messico ha la sua rappresentanza nazionale”, come ricorda il nostro amico Robert Storr. E anche che il Messico quest’anno è rappresentato da un artista (udite udite) dei Nuovi Media! Peccato che Rafael Lozano-Hemmer sia nipote del noto scritto Octavio Paz (e comunque, anche se non vive a NY, ha studiato in Canada, la sua galleria – di NY – è Bitform, appartenente a quel simpaticone di Steve Sachs di cui Marco Mancuso ha già parlato lo scorso numero 26 di Digimag http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=894, e ha già esposto almeno in qualche biennale in cui per arrivarci dall’Italia occorre passare almeno 7 ore in aereo). Conterà qualcosa?

Insomma se la Documenta di Kassel pare sia stata un fiasco (a discapito del progetto Documenta Magazine, che era partito tanto bene volendo tracciare una mappa del contemporaneo partendo dalle riviste non mainstream, ma poi si è fermata ad una prima – e veramente superficiale – scansione del territorio, per poi galleggiare invece di andare veramente a fondo), la Biennale di Venezia sembra abbia ribadito forte e chiaro il concetto che ormai nel mondo non c’è proprio più bisogno di biennali internazionali per fare un punto della situazione sull’arte e su ciò che l’arte ha da dire sul mondo. E anche che forse bisognerebbe puntare di più sul locale, sulle storie piccole, che hanno un contesto, e partire da queste, e dal loro contesto, e dalla partecipazione sociale nell’ambito del contesto, se si vuole riuscire a capire che succede nel mondo, senza per forza puntare a costruire grandi narrazioni generaliste in cui alla fine, chi ha la voce sono sempre le stesse persone, gli stessi poteri, le stesse politiche culturali.

Insomma, tutti al mare, la Biennale è morta. Viva la biennale!

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E viva i progetti locali, che raccontano alcune cose sul mondo ma non hanno la pretesa di rappresentarlo. Che nascono in un contesto specifico e si muovono in quello stesso contesto. L’esempio di cui voglio parlare ha come contesto uno spazio occupato di Venezia che si chiama Laboratorio occupato Morion e due attivisti che hanno studiato l’arte allo IUAV di Venezia. Marco Baravalle & Pai Dusi sono anche curatori ed hanno anche capito che usare le tecnologie non è l’ultimo ritrovato per piacere di più ai musei lungimiranti, ma l’unico mezzo economico, condiviso e partecipato, per far entrare delle storie nel proprio contesto e farle raccontare da chi le sta portando avanti.

E così mentre le calli di Venezia erano piene di forzati dell’arte che si muovevano per padiglioni, corderie e vernissages, il Laboratorio Morion, a pochi metri dai Girdini, ha fatto parlare comunità, attivisti, designer radicali, hackers, televisioni di strada e collettivi di mezzo mondo, da Cuba all’Australia, da Nairobi al Brasile, dall’Italia alle manifestazini anti G8 di Rostock.

Callangers si è svolto così, tre giorni (7 8 e 9 giugno) durante le giornate di apertura della Biennale, per un pubblico di qualche centinaia di persone dal vivo e qualche migliaio in streaming che hanno seguito lectures e conferenze, presentazioni e performances.

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Il tutto a costo pari quasi a zero, comparando con i costi di una biennale internazionale, grazie al lavoro volontario di alcuni attivisti dei media, che hanno saputo usare un computer e Internet per configurare un sito, uno streaming, teleconferenze e tavole rotonde virtuali in cui hanno dialogato entità lontane nello spazio – ma che di fondo hanno raccontato storie simili con linguaggi condivisi.

E grazie a un lavoro di ricerca di fonti e progetti, navigando attraverso voci di compagni di strada che hanno connessioni con qualcuno che ha connessioni con qualcuno che sta facendo qualcosa di simile a migliaia di km di distanza. Secondo le dinamiche della Rete che unisce e fa dialogare entità lontane e diverse che hanno però lo stesso modo di usare tatticamente i media di comunicazione e di inserire la loro azione e creatività nel contesto sociale e urbano. Autocostruzione di mezzi di informazione, rifiuto di brevetti e copyright, necessità di inserimento nel contesto sociale locale (e da questo iniziare a pensare globale), la volontà di autonarrarsi rifiutando i mezzi di informazione globali inquinati di superficialità e ignoranza, migrazioni e costruzione di spazi di costruzione di cultura partecipati, differenza culturale ed esclusione, socializzazione e condivisione come antidoto all’appiattimento della liberalizzazione dei mercati e degli interessi delle corporazioni transnazionali sono stati i temi salienti delle tre giornate.

Tra i partecipanti e partecipati delle giornate di lavoro, il Morrinho Project dal Brasile, il Center for Tactical magic di San Francisco, il Laboratorio Alamar Express, Slum Tv, AHA, Nero Magazine e Carsten Nicolai.


http://challengersmorion.wordpress.com/ 

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