IIppolita – www.ippolita.net è un server indipendente, in costante aggiornamento, che propone alle comunità scriventi una serie di servizi, tra cui mailing list e spazio wiki per coordinare e scrivere progetti. E’ anche il nome collettivo che ha firmato il libro Open non è Free da qualche tempo nelle librerie e scaricabile anche dalla rete. Un libro scritto a più mani, proprio grazie ad un wiki, e che i suoi autori, tutti provenienti da molte e diverse esperienze nel mondo hacker, descrivono come non concluso, costantemente senza finale. E’ infatti ancora in corso di scrittura; è ancora possibile modificarlo e aggiornarlo.

“Open non è Free”, spiega Ippolita, non è “divulgativo o assertivo, è uno strumento per cercare di problematizzare, ricercare e rivoltare la realtà”. E’ anche un “metodo” e un “processo” che si sta tentando di condividere e diffondere attraverso il server. Quel che si spera è che si riesca a suscitare domande, stimolare il confronto, il ragionamento e la riflessione sulle dinamiche, le comunità e le regole del free software e dell’open source. Ed è proprio quel che è accaduto all’HackIT05. Quella che doveva essere una specie di presentazione del libro, infatti, si è trasformata, grazie anche agli autori che hanno preferito alla comoda stanza con cattedra, il giardino antistante al centro sociale, un’atmosfera quindi meno formale, in “un momento di riflessione, un’occasione di apprendimento collettivo, un atto di ribellione, uno scambio di idee, esperienze, sogni, utopie, amore” (HackIT 98). “Open non è Free” ha svolto egregiamente parte del compito per il quale è stato concepito e Ippolita ci ha fatto anche scoprire come l’HackIT sia davvero tutto questo, nella pratica, non solo nella teoria.

.

Nell’intervista che segue cercheremo di capire meglio quali progetti ospiterà il server; di cosa parla e a cosa mira “Open non è Free”; e qual è lo spirito e la filosofia che anima l’identità multipla di Ippolita.

Maria Molinari: Ippolita.net è un server che fornisce servizi alle comunità scriventi e alle soggettività che vogliono sperimentarsi nella produzione di progetti editoriali. Chi può usufruirne e come?

Ippolita: Può partecipare al progetto chiunque voglia cimentarsi in progetti di scrittura collettiva. Non abbiamo deciso di circoscriverne i contenuti: dal saggio all’howto fino alla narrativa. Il focus sta nel rendere pubblica l’opera (finita o in fase di elaborazione) e il proprio metodo di sviluppo. E’ possibile leggere la policy presso il sito Ippolita.net

Maria Molinari: Il primo progetto ad inaugurare sia la pagina di sviluppo (denominata devel ) che l’area di consultazione dei progetti di Ippolita.net, è “Open non è Free” che dal 16 giugno è possibile acquistare anche in libreria. Questo libro è stato scritto a più mani utilizzando strumenti di open publishing in rete, che ora metterete a disposizione anche di altri. Che voi sappiate esistono progetti simili al vostro? Quali i vantaggi e quali le difficoltà che avete incontrato?

Ippolita: Un progetto “cugino” dal punto di vista del metodo di scrittura e di relazione con l’editoria è sicuramente Il sapere liberato di Laser edito da Feltrinelli e scaricabile tra qualche giorno sia sul sito di Ippolita che sullo stesso sito di Laser. Si tratta di una riflessione sul copyleft applicato a materie scientifiche. Troviamo riferimenti anche in esperienze meno prossime ma fondamentali nelle loro intuizioni come Wikipedia.org. Questa esperienza reca con sè l’idea che la dimensione pubblica della “cultura” possa avere un flusso in uscita come in entrata, ovvero essere condivisa ed essere anche prodotta. Per quanto ripensare l’oggetto libro in una forma ipertestuale possa sembrare un semplice esercizio, quasi all’ordine del giorno per chi si occupa di contenuti per il web, il cartaceo ha un suo proprio soffio vitale e una morfologia unica il cui confronto ha scatenato una libidine non indifferente. Decostruire e rimodellare l’idea del “volume” nelle due formule carteceo e digitale è stato gettare ponti semantici e relazionali tra visioni classiche e soggetti i cui linguaggi si traducono in codici. Far dialogare nelle differenze è stato uno sforzo metodologico che ha posto l’attenzione sui processi costituitivi più che sui contenuti e credo che questo abbia pagato in termini di trasparenza ed onestà intellettuale.

.

Maria Molinari: “Open non è Free” è firmato con il nome collettivo Ippolita. Viene spontaneo chiedersi: nasce prima il libro e poi il server o viceversa?

Ippolita: Si tratta anche qui di una scomposizione, di una contemporaneità dell’azione (obviously). Ma la soggettività è sempre più avanti dell’elaborazione teorica, il mondo digitale sta cambiando. I continui cicli di feedback propri della comunicazione sulle reti non rende possibile che la progettazione degli strumenti sia precedente all’azione, bensì l’agire determina la ridefinizione degli strumenti in real time. Sentivamo il desiderio di esprimerci e di cercare il confronto in campo neutro, e da questo sono nate le vesti degli oggetti-soggetti che abbiamo creato per raggiungere l’obiettivo.

Maria Molinari: Ippolita è un nome casuale o ha un significato, un valore particolare? E le singole identità che fanno palpitare questa identità multipla sono un punto di domanda come per Luther Blissett?

Ippolita: Ippolita è un nome che ci piace, e ci piace immaginare la nostra identità collettiva inserita in una rete di server indipendenti italiani e internazionali. L’identità individuale invece si contamina in una identità di sistema che è più della somma delle parti, e che viene continuamente ricontrattualizzata dal palpitare delle reti ad essi collegata. Dal punto di vista dell’autore, Ippolita in questo caso, si è trattato di mettere Luther ai fornelli in un esperimento più vicino alla vulgata, nella cucina-abitabile più che nella sala da pranzo. In sostanza gli autori e l’editoria non hanno più un unico precedente ma si confrontano con un passaggio trans-identitario che comincia a diffondersi.

.

Maria Molinari: In “Open non è Free” si parla di hacker come detentori del potere di creare e manipolare codice e di codice che modella la realtà. In che senso?

Ippolita: La conoscenza è una forma di potere. I saperi informatici sono una conoscenza propria del nostro tempo; il vero potere degli hacker per noi non sta tanto in quello che producono, ma nel modo in cui apprendono. L’hacking è innanzitutto un processo di autoformazione: riconosce un modello reticolare della società, sperimenta e condivide strumenti per praticarlo, e attraverso il continuo confronto tra pari saggia e mette alla prova il proprio livello di formazione. La cosa più interessante che abbiamo imparato dall’hacking è la metodologia con la quale si impara. Questa metodologia fa si che ogni nuova conoscenza diventi essa stessa una fonte, deterritorializzandola. Il potere esercitato da questa metodologia è grande: costituisce una alternativa reale alla formazione gestita secondo modelli di subordinazione, e propone una pratica concreta basata sullo scambio e le reti di fiducia.

Maria Molinari: Nella prefazione fate crollare il mito dell’hacker impegnato socialmente e politicamente. Affermate, infatti, che gli hacker non sono interessati alla real life e in genere non assumono alcuna posizione politica, “sono neutri, non schierati, non attivi”. “E’ arrivato il momento – così leggiamo – che gli hacker comincino a sporcarsi di più le mani con la vita reale, a prendere la parola e imparare a parlare anche con persone che non hanno la loro competenza tecnica”. Un’affermazione che suona come un’esortazione ad agire anche al di fuori dei mondi digitali, rivolta proprio agli hacker, a quelli che non si sono ancora attivati. Ma l’impegno sociale e politico non è ciò che ha sempre contraddistinto l’hackeraggio made in Italy ? E gli hackmeeting, in particolare, non si sono sempre sporcati le mani con la vita reale, parlando anche alle persone che non hanno alcuna competenza tecnica?

Ippolita: Infatti questo libro non e’ dedicato agli hackers che frequentano o sono attivi in circuiti politicizzati, non l’abbiamo scritto per chiacchierare tra di noi. E’ un testo studiato perché da un linguaggio squisitamente tecnico si possa passare ad un registro diciamo più filosofico sul quale interrogarsi circa alcune problematiche comuni che spesso, passatemi il termine, sono quasi pre-politiche. Si avverte un appesantimento nel discutere di politica in certi ambienti, ma credo che sia dovuto più a come noi siamo abituati ad esprimerci piuttosto che ad una chiusura dall’altra parte. Con questo libro abbiamo cercato di intessere un discorso inter-disciplinare. Il linguaggio di economia, scienza, filosofia e tecnica è stato sdrammatizzato con una certa “frivolezza tattica” in favore di ponti semantici sui quali incontraci senza armi alla mano e senza idee pregiudiziali. Per farlo siamo andati all’origine delle nostre pratiche politiche cercando di spogliarle degli aspetti ideologici.

.

Maria Molinari: “Open non è Free” e Ippolita.net sembrano già, rispettivamente, un tentativo da parte di un gruppo di hacker di parlare in maniera comprensibile alla gente e di intervenire sulla realtà mettendoci le mani sopra. Ma cosa vuole comunicare in parole semplici il libro? E come Ippolita.net intende confrontarsi con la realtà, come sogna di modellarla?

Ippolita: Il libro è una fotografia in corsa delle comunità digitali alle prese coi cambiamenti del mercato globale. Siamo certamente coinvolti ma abbiamo cercato anche di porre un pò di distanza dall’oggetto per offrirne un’analisi maggiormente accessibile. Nessuna ricetta per il futuro, distinguere i sapori ed affinare il proprio gusto è un compito individuale. Il libro dice: “noi da qui vediamo questo, tu cosa vedi?” abbiamo identificato alcune macro aree circoscritte attraverso alcuni esempi e altrettante linee di fuga. In due parole c’è una guerra in corso contro microsoft e un certo modo di intendere il mercato, il vecchio capitalismo ha bisogno di un’iniezione di eterogeneità per continuare a competere, nel farlo assume alcuni rischi che potrebbero risultare bugs interessanti anche per noi.

Lato digitale. Non si tratta di tornare ad una illusoria età dell’oro del free-software, tanto meno di resistere alla colonizzazione in stile open-source, ma della ricerca di nuove ricombinazioni che spariglino le carte amplificando l’ineffabilità della materia digitale con tutto il suo portato anti-sistemico.

Lato real life. Abbiamo cercato di mettere in guardia circa l’ambiguità dell’idea di open society che è tanto in voga da quando la new economy ha espresso la pericolosità di un certo approccio avveniristico ai mercati finanziari. Il libro è costruito per essere letto anche in forma non cronologica, ma balzando da un capitolo all’altro a seconda dell’interesse del lettore. Alcuni passaggi saranno di facile comprensione più per i tecnici, altri per i curiosi che hanno già cominciato a “metterci le mani sopra”.

.

Maria Molinari: Voi dite che “i pirati informatici sono uno spauracchio utile al pensiero totale, non importa di quale colore politico”. Allo stesso tempo affermate: “Adesso è il momento di promuovere un uso sovversivo della tecnica” e “Essere pirati informatici significa essere pirati della realtà”. Che significato date voi al termine “sovversivo” e “pirata”?

Ippolita: L’icona del pirata ha sicuramente una sua fascinazione romantica, come quella del bandito che al contempo è un gentiluomo e un lestofante. Ciò nonostante vi è anche un certo cinismo dato dalla consapevolezza che le icone sono sempre facilmente strumentalizzabili. Infatti, il passaggio da pirata, che autorganizza liberamente le proprie reti, a corsaro, che è protetto da licenze e patenti del potente di turno ed è quindi un pirata prezzolato, è molto breve. Gruppi di hacker foraggiati dal governo americano per attaccare i server cinesi ne sono un esempio lampante. La comunità nomade, il profondo senso del territorio, vivere secondo regole, innanzitutto proprie, sono immaginari di libertà ai quali siamo legati. In favore di questo slancio immaginifico, nel libro abbiamo voluto porre in secondo piano il dibattito sulle licenze e in generale sull’aspetto normativo del digitale. Abbiamo voluto sondare quelle zone tecnico-culturali in cui si plasmano applicativi e concetti che divengono regola solo successivamente ad un uso condiviso, dopo la ratificazone tra pari, dopo il testing delle comunità. Creare è un gesto sovversivo.

Maria Molinari: Serpica Naro, a nostro avviso, è un buon esempio di come i metodi dell’hackeraggio e la creatività degli hacker possano essere applicati anche al sociale oltre che ai sistemi informatici. Serpica Naro ha un sito destinato a divenire, così si diceva, un laboratorio, un l(u)ogo di reti di autoproduzioni tessili. Però appare anche tra i primi progetti che ospiterete nell’area devel di Ippolita.net. Cosa bolle in pentola?

Ippolita: Con Serpica stiamo pensando di buttare giù qualcosa sui media sociali e sulla decostruzione dell’immaginario politico tradizionale in favore di una morfologia in grado di insinuarsi nelle maglie dei sistemi informazionali per sfruttarne i bug. Serpica Naro è stato ed è un progetto che fa parte del nostro percorso: un media sociale costruito e basato su relazioni e complicità che ne hanno reso possibile l’effetto mediatico ma soprattutto la potenzialità politica. Come altri eventi è un passaggio di quella rete di relazioni, quel sentire comune che vorremmo provare a sistemare in una riflessione che coinvolge gli ultimi anni di attività politica e agitazione sociale di cui Serpica è stato seguito (San Precario) e antecedente (gli imbattibili).

.

Maria Molinari: Quali altri progetti degni di nota vedremo svilupparsi, nell’immediato futuro, su Ippolita.net?

Ippolita: Tra gli altri un progetto di traduzioni collettive sotto copyleft che a partire da alcuni semplici esperimenti potrebbe aprire ad un bel ginepraio sia sulla figura del traduttore, a cui generalmente vengono pagati i diritti d’autore, sia sulle opere tradotte le cui varianti sono potenzialmente infinite. Infine aggiungiamo che: il recente attacco al server autistici/inventati.org avvenuto per mano della postale con il permesso del provider Aruba che ospitava una delle macchine dell’associazione pone all’ordine del giorno l’urgenza di esporre su internet quanti piu’ server indipendenti che offrano gratuitamente servizi a chiunque ne faccia richiesta tutelandone la privacy e proponendo una visione maggiormente critica circa l’uso degli strumenti digitali. Con l’esperimento di ippolita.net ci auguriamo nel nostro specifico di fare un buon lavoro di autoformazione e abbassamento della soglia di accesso ai servizi sull’editoria.


www.ippolita.net

http://ippolita.net/content/policy.php

www.e-laser.org

www.digicult.it/digimag/article.asp?id=130

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn