Gennaro Francione, anche noto in rete come Adramelek, è una personalità davvero eclettica, un uomo fuori dagli schemi sia come artista che come giudice. E’ fondatore del “Movimento Utopista Antiarte” e artefice di una sentenza anti-copyright che ha fatto molto discutere. Di recente ha pubblicato un libro dal titolo ” Hacker. I Robin Hood del Cyberspazio ” che ripercorre le origini e la storia, la filosofia umana e antipolitica degli hacker e che ha riscosso un certo successo negli ambienti hacktivisti.

Un giudice anti-artista e anti-copyright, che è contro i “rizomi normativi” e le “alchimie codicillari” ed è a favore degli hacker non s’incontra tutti i giorni. Noi però abbiamo avuto l’onore e la fortuna di conoscerlo. Ci ha parlato di “cyberagonia del diritto d’autore” e di hackeraggio come di “una rivoluzione a favore dell’uomo”. Di Adramelek Luther Blissett scriveva: “La cosa che più meraviglia nell’ANTIARTE è che un giudice crei un movimento artistico…anzi antiartistico con connotati di rivoluzione estetica e sociale. Non si era mai vista una cosa del genere da queste parti…” (Cyberunderground ). In origine è il Francione artista a scoprirsi “anti”. Egli si rifiuta di utilizzare il nome “arte”, in quanto non appartiene più agli artisti ma al sistema produttivo culturale ufficiale. Quindi riformula il nomen ponendolo agli antipodi. Ma non solo. Ritiene che l’antiartista debba distruggere l’arte in infinite nuove forme. Innovare ed esplorare nuovi linguaggi, consapevole che attingerà comunque alle più alte fonti dell’estetica anche nell’elaborare la più elementare forma. Esiste, infatti, un ” serbatoio cosmico delle idee estetiche” dal quale tutti gli artisti attingono per creare. Nessuna creazione può dirsi, perciò, veramente originale o proprietà del singolo.

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“Un decennio fa – ci racconta Francione – fondai il Movimento Antiarte nel cui manifesto ( www.antiarte.it/newpage3.htm), al punto 7, affermavo che l’Autore, in quanto portavoce di cronache artistiche narrategli dal Mondo, aveva non più la proprietà dell’opera, ma il mero possesso (detentio) delle forme artistiche da lui create, delle quali, invece, era proprietaria l’Umanità…Questo principio fu ripreso dalla DUDDA (Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Arte) da me ideata e firmata, l’11 novembre 2002, al Museo del Cinema di Roma da una serie di artisti, intellettuali, giuristi etc. nell’ambito di un sit-in per salvare quel museo dall’azione di aggressivi gruppi commerciali. All’art. 6 la DUDDA recita: “All’autore dell’opera è riconosciuto il diritto morale d’autore e il mero possesso a nome altrui delle forme artistiche, con un ridotto diritto di sfruttamento commerciale, senza che chicchessia possa vantare alcuna proprietà assoluta sul prodotto artistico”. Oggi, a fronte della “cyberagonia del diritto d’autore”, più che mai viene in luce quel progetto antiartistico di riduzione della proprietà intellettuale a mera “detentio” in nome dell’Umanità, con mantenimento limitato del diritto morale d’autore ma suo drastico ridimensionamento a livello di sfruttamento commerciale”.

Antiarte riconosce all’artista la paternità parziale dell’opera, ma per debellare il diritto d’autore è necessario che egli si liberi della forza economica delle proprie opere, perché è proprio su questo valore che il sistema copyright fonda e consolida il proprio dominio. “Il primato dell’arte e della cultura sull’economia – si legge ancora nella DUDDA – rende la tutela del diritto all’arte e al sapere dell’uomo prioritaria di fronte ad ogni altro interesse materiale ed economico”. Gli antiartisti concretizzano questo principio distinguendo l’arte come “contenuto” dall’arte come “confezione”. Il contenuto può essere diffuso liberamente e gratuitamente; la confezione può essere venduta ma ad un prezzo onesto ed accessibile.*

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La rivoluzione per cui Francione attualmente sta combattendo è quella per l’affermazione del Sapere sull’Economia come diritto primario e ineliminabile dell’Umanità, per la realizzazione “di un’autentica rotazione universale dei beni materiali e delle risorse spirituali, in pratica per “Un mondo sferico”, il Tutto distribuito fra Tutti. Arte e pane e oro e impresa” (Cyberunderground). L’artista sembra più motivato del giudice. Ma il giudice fornisce all’artista gli strumenti legali per combattere il copyright. Il 15 febbraio 2001 (erano i tempi di Napster), assolve, ad esempio, quattro extracomunitari accusati di avere violato il copyright vendendo compact disk contraffatti. La sentenza gli procura un’interrogazione parlamentare dalla quale però il CSM lo proscioglie “riaffermando la piena libertà e indipendenza dei giudici, sottoposti per Costituzione solo alla legge e non ai ministri”.

“Nella sostanza – ci spiega – si trattava di un verdetto che aveva messo fuori quattro poveri diavoli, i quali per campare erano costretti a compiere un’attività ai limiti del lecito, compiuta da chi non aveva altri mezzi di sussistenza alimentare, condizione che, nel vistoso fenomeno dell’immigrazione, è fatto notorio. Mi richiamavo allo ” stato di necessità ” (art. 54 c.p.p) che è legge, alla pari delle norme create per reprimere penalmente le violazioni del diritto d’autore. Più in generale la sentenza avanzava l’ipotesi che la Legge del copyright sui compact disk era ed è inattuale e addirittura incostituzionale, richiamandosi ad esempio “il principio dell’arte e la scienza libere (art. 33 della Cost.) e, quindi, usufruibili da tutti, cosa non assicurata dalle attuali oligarchie produttive d’arte che impongono prezzi alti, contrari a un’economia umanistica, con economia anzi diseducativa per i giovani spesso privi del denaro necessario per acquistare i loro prodotti preferiti e spinti, quindi, a ricorrere in rete e fuori a forme diffuse di ” pirateria riequilibratrice”.

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Il giudice è assolutamente consapevole di essere animato da uno spirito di giustizia che difficilmente può realizzarsi nelle aule dei tribunali. “E allora Francione leva la toga, si arma di tastiera e se ne viene su Internet…” ( Cyberunderground ). In rete aspetta che il messaggio di Antiarte dilaghi e intanto scopre gli hacker. “Dopo ci sarà l’invasione nel mondo esterno”, dice, ossia nello spazio fuori dalla rete o ” ulespazio ” (dal greco ulè, cioè materia), un termine che ha coniato lui stesso.

L'”ulespazio” si pone come terreno di conquista pacifica e invasione da parte del cyberspazio. Ce lo dimostrano proprio gli hacker che “da un lato difendono l’anarchia gioiosa, goliardica e creativa del web, dall’altra gettano i semi di azioni a favore dell’Uomo da sviluppare non solo nella rete ma anche nel mondo esterno”. Francione è convinto che i diritti per i quali lottano le avanguardie hacker “fonderanno le Costituzioni mondiali dell’immediato futuro, quando ad esempio la cybertecnologia espansa al massimo grado porterà al tracollo del copyright”. Questa è una delle ragioni per cui il diritto alla cooperazione, all’accesso, all’espressione, all’informazione, alla libertà di copia, alla privacy e all’anonimato vengono ampiamente esaminati in Hacker. I Robin Hood del Cyberspazio “. Qui per la prima volta, appare anche la DUDDA tra i manifesti storici degli hacker e si parla di ” legittima difesa cultural-economica degli hacker “, il cui significato non è molto dissimile da quello di “pirateria riequilibratrice” menzionata a proposito della sentenza anti-copyright.

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“La legittima difesa è anch’essa codificata dal nostro ordinamento giuridico (art. 52 cod. pen.) – sostiene Francione -, come diritto naturale di difendersi e contrattaccare, quando un diritto proprio o altrui si trovi sottoposto al pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa. Per lo più la legittima difesa viene intesa in senso fisico…Ma vi sono anche diritti immateriali che possono essere attaccati, come il diritto che io ritengo primario all’arte e alla cultura, che servono all’elevazione spirituale della società e, quindi, vanno garantiti al massimo grado, dovendo essere venduti i beni relativi a bassissimo prezzo se non dati gratuitamente al popolo. Cito la sentenza anticopyright: “L’azione degli oligopoli produttivi appare in contrasto con l’art. 41 della Cost. secondo cui l’iniziativa economica privata libera “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Solo un’arte a portata di tasca di tutti i cittadini e soprattutto dei giovani può essere a livello produttivo umanitaria e sociale come richiesto dalla Costituzione”.

Per Francione gli hacker sono dei Robin Hood, un appellativo che egli attribuisce anche a tutti quei giovani magistrati attratti dalle nuove tecnologie internettiane e proiettati verso il futuro. Infatti, “quando gli hacker portano avanti la filosofia del futuro per una democratizzazione reale del mondo essi svolgono lo stesso ruolo dei giudici avanguardisti, i quali non si limitano ad applicare la legge ma a interpretarla evolutivamente”. E se quei giudici sono un po’ Robin Hood forse sono anche un po’ hacker e comunque a noi sembra che in cuor suo così si senta il giudice Gennaro Francione.**

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* Francione è il primo a sacrificarsi perdendo i diritti d’autore tradizionali su tante opere che ha scritto, circa 160 di cui 55 commedie, 15 romanzi e 90 saggi.

** Su www.antiarte.it potrete saperne molto di più su Gennaro Francione, i suoi progetti e le sue rivoluzioni future. Per quanto riguarda invece i concetti da lui espressi in questo articolo sono stati tratti da un intervista che egli ci ha gentilmente concesso e che è consultabile, per chi fosse interessato, sul sito di Hacker Kulture ( www.dvara.net/hk/hk-writes/intervista_francione.asp ).

 

Fonti

– Maria Molinari, Intervista a Gennaro Francione , Hacker Kulture (www.dvara.net/hk/hk-writes/intervista_francione.asp)

– Gennaro Francione, ” HACKER I Robin Hood del cyberspazio “, Edizioni Lupetti, Milano 2004

– Luther Blissett (a cura di), ” Cyberunderground “, Edizioni Simone, Napoli 2001


www.antiarte.it

www.antiarte.it/dudda1.htm

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