Nel mese di settembre 2008 gli iscritti alla mailing list aha (aha@ecn.org) hanno visto crescere il traffico delle mail quasi a dismisura. Da una media di 2 o 3 mail al giorno, con picchi di poche decine quando si accendeva qualche flame, si è passati quasi improvisamente a una media di 30, 40, poi 50 mail al giorno, arrivando a superare, nei giorni più caldi, le 80 mail.

Qualche abbandono c’è stato, naturalmente, ma molti di più sono stati i nuovi arrivi, tanto che il numero degli iscritti sta superando i seicento. Che non sono affatto pochi per una mailing list quasi esclusivamente in italiano, e dichiaratamente “di nicchia”, destinata com’è alla comunità degli artisti che sono anche “attivisti” (o degli attivisti che si considerano anche “artisti” – le virgolette sono d’obbligo). La ragione di una così massiccia impennata non è affatto misteriosa, però. Semplicemente, gli iscritti ad Aha stavano preparando il loro primo incontro nazionale, chiamato AhaCamping, il 3, 4 e 5 ottobre a Venezia, presso il S.A.L.E. Docks, giovane ma già affermata sede autogestita di attività culturali e artistiche (Magazzini del sale, Dorsoduro 187-188; http://sale-docks.org). L’AhaCamping era stato deciso a marzo di quest’anno, durante un pre-incontro che si era svolto a Torino, ospitato all’interno del programma dello Share Festival (http://www.toshare.it ) e di cui DigiMag fece report nel Numero 22 di Aprile 2008:http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1123. Dalla prima idea, e dopo un periodo di incubazione durato qualche mese, fra agosto e settembre le adesioni all’iniziativa si sono moltiplicate, arrivando a configurare un programma che appare molto ricco.

Le ragioni, tanto del progetto quanto del successo di AhaCamping, mi pare che vadano al di là della comprensibile voglia di conoscersi e di parlarsi di persona di una comunità che per anni è vissuta in gran parte solo sugli schermi dei computer degli iscritti: e consentono forse qualche riflessione più generale sull’attuale situazione delle comunicazioni digitali – che è poi lo scopo di questo articolo.

.

Qualche parola, dunque, sulla storia di Aha. La mailing list aha@ecn.org nacque il 30 dicembre 2002 a opera di Tatiana Bazzichelli (aka T_Bazz), come nodo fondamentale e strumento del progetto AHA:Activism-Hacking-Artivism fondato l’anno prima: un progetto di networking artsitico che è consistito, oltre che nella mailing list, in mostre, iniziative, incontri (non solo in Italia), e che Tatiana ha riassunto due anni fa nel suo libro “Networking. La rete come arte” (costa & nolan; scaricabile in rete a http://www.networkingart.eu/ ). Il progetto AHA era ovviamente figlio del clima degli anni Novanta, e quindi della prima ondata di operazioni culturali e politiche in rete che portò agli hackmeeting, dell’esperienza di associazioni come Decoder e Strano Network e di iniziative editoriali come Shake edizioni e Neural, di una fioritura di progetti non commerciali, di condivisione, a cui molti centri sociali allora si erano aperti, dal Forte Prenestino di Roma all’Ex-Emerson di Firenze (dove si svolse il primo hackmeeting nel 1998), dal Bulk di Milano al TPO di Torino, fino all’esperienza degli HackLab. Gli anni Novanta furono l’epoca del cyberpunk come movimento controculturale e dei Net Strike, della Minimal TV di Giacomo Verde (e dei suoi amici di Quinta parete) e dei primi video di Mariano Equizzi. Tutte queste cose (e molte altre) le racconta bene e le ordina, logicamente e storicamente, nel suo libro Tatiana Bazzichelli.

Ma che cosa consentiva, in quegli anni a cavallo della nascita del World Wide Web e quindi dell’esplosione del fenomeno Internet, un clima così fervido e magmatico anche in Italia (solo con qualche anno di ritardo rispetto agli USA, al Giappone e ad altri paesi europei più tecnologizzati)? Non certo l’assenza di conflitto nella società, anzi. E neppure l’assenza di conflitto in rete: anche prima della nascita del Web, all’epoca di Usenet e del primo Internet tutto testuale, quello delle BBS (Bulletin Board Systems, antenate delle mailing list), anche in quegli anni la rete era luogo di conflitti, di progetti e pratiche fortemente divergenti. Il controllo politico su Internet che oggi (un po’ ipocritamente) si rimprovera a Cina, Birmania e altri paesi totalitari fu anche il progetto, tra la fine degli anni Ottanta e la metà dei Novanta, del governo Usa (il “chip integrato” della prima amministrazione Clinton); e le major della musica, del cinema e dell’editoria non hanno certo aspettato l’esplosione delle pratiche peer-to-peer per cercare con ogni mezzo di bloccare la libera circolazione in rete delle opere soggette a copyright. Ma negli anni Novanta, tutto sommato, si respirava un clima (che a posteriori appare certo illusorio) di espansione: espansione della libertà ed espansione delle opportunità economiche, al di fuori dei monopoli.

.

La rete appariva come uno strumento di moltiplicazione delle esperienze, di libertà e di condivisione, in cui fosse possibile non solo allargare le prospettive di relazione fra gli esseri umani, ma anche di piegare a queste ultime la logica del profitto: senza negare la possibilità di ricavare reddito dalle attività in rete, ma facendo di questa possibilità un esito subordinato alla logica della condivisione, dello sharing. Gli anni Novanta furono gli anni di “nettime”, la lista di Geert Lovink intorno a cui si organizzò il pensiero critico europeo sulla rete (a cui anche Aha è legata). Gli anni Novanta furono gli anni di Linux e gli anni delle Dot.com: gli anni, come scrive il gruppo di Ippolita (“Open non è free”, Eleuthera 2005) del passaggio dal free software all’ open source .

Gli anni Novanta, insomma, furono gli anni di un’alleanza non formalmente dichiarata, ma di fatto operante, tra il capitale cognitivo, i capitali derivanti dalla conoscenza, e i lavoratori cognitivi: insomma tra il capitalismo libertario e i ribelli delle reti, gli hacker. La gran parte di noi era convinta che l’ostacolo principale verso lo sviluppo della rete come strumento di libertà non fosse tanto l’intervento dell’economia, se non nella sua forma monopolistica (Microsoft, per esempio), quanto il tentativo dei governi di regolamentare e di restringere gli spazi all’azione autonoma in rete. Gli anni Novanta furono quindi un’orgia di TAZ, di Zone Temporaneamente Autonome (secondo la definizione di Hackim Bey) e di start-up, allegramente mescolate insieme. Il risveglio fu brusco: la fine delle Dot.com, lo scoppio della bolla della net economy, una delle più gravi crisi delle borse mondiali (pallida anticipazione di quella che stiamo vivendo adesso), misero una pietra sopra a quella illusione.

.

La situazione oggi è molto diversa rispetto a sette od otto anni fa. Lovink, nel 2002, la riassumeva così: “Adesso che i futurologi hanno lasciato il ciberspazio in seguito alla crisi delle dot.com, Internet va verso un vuoto concettuale. Non una biblioteca né un supermercato o un ufficio bancario, è vista piuttosto come una ‘fonte di informazioni’, secondo una definizione neutrale, grigia e in un certo senso passiva. La preoccupazione che qui esprimo nasce da una quotidiana esperienza della Rete come luogo di infezione che dissemina virus, pornografia, truffe economiche e altre informazioni poco attendibili. Luogo della ragione o pentola a pressione della paranoia? Scegliete voi.” (Geert Lovink, Dark Fiber , Sossella 2002, pp. 24-25).

La situazione in cui si svolge il nostro ahaCamp, dunque, è molto diversa da quella in cui la lista nacque e si sviluppò. L’intuizione di Lovink su Internet come pura e semplice “fonte di informazioni” si è rivelata sorprendentemente profetica. Solo che nel 2002 anche il tema dell’informazione in Internet aveva una valenza controculturale e alternativa (per non dire antagonista) che a sei anni di distanza sembra essersi affievolita, se non proprio scomparsa. Il fatto è che gli anni fra il 1999 e il 2003 furono gli anni dello sviluppo del movimento mondiale contro la globalizzazione neoliberista (“no global” o “new global” che dir si voglia), culminata con le manifestazioni contro la guerra in Iraq della primavera 2003, che fecero addirittura credere al New York Times che quei movimenti rappresentassero “la seconda superpotenza”.

In quel clima lo sviluppo di esperienze come quella di Indymedia, la sua radicale orizzontalità, l’apertura totale alla condivisione e alla collaborazione di rete parevano costituire un naturale prolungamento delle aspirazioni così diffuse nella cybercultura degli anni Novanta. Basta confrontare quella situazione con quella di oggi per capire che cosa sia cambiato. Si è verificata l’incapacità dei movimenti a condizionare le scelte dell’ala guerrafondaia della politica mondiale (l’asse Bush-Blair), ma anche a influire sulle posizioni della sinistra (socialdemocratica, verde o estrema), che anzi proprio nel rifiuto di perseguire alternative efficaci alla politica di guerra e di devastazione liberista dell’ambiente e della vita dei cittadini ha dimostrato la sua totale impotenza (da cui Barak Obama tenta oggi di farla uscire). La crisi finanziaria che sta colpendo globalmente l’economia capitalistica è stata innescata dalla faccenda dei mutui
subprimes ” ma è, in tutta evidenza, la crisi complessiva di un modello economico, sociale e culturale. E non c’è da stupirsi che questa crisi concentri su di sé tutta l’attenzione e la preoccupazione dei cittadini, lasciando poco spazio ad altre visioni e altri progetti.

.

Questo, ovviamente, è vero sino a un certo punto. Il panorama di Internet oggi sembra dominato da fenomeni di allegra e spensierata condivisione di video, foto e messaggi totalmente privati, personali e ben poco significativi – se guardiamo questo fenomeno con le lenti ottimistiche dell’utopia della “intelligenza collettiva” forniteci anni fa da Pierre Lévy. È il fenomeno del Web 2.0, a cui l’AhaCamping dedica appunto uno dei seminari del suo appuntamento. Una visione accigliata e pessimista di questo fenomeno sarebbe naturalmente fuorviante. Che dietro al cosiddetto “social networking”, dietro a siti come Myspace e Facebook, a Flickr e a YouTube, ma anche a Wikipedia e a Second Life, dietro all’espolosione dei blog, che dietro a tutto questo ci sia un atteggiamento di condivisione e di apertura che dalla cultura hacker è migrato verso spazi più vasti, è la prima osservazione da fare.

E non dobbiamo neppure guardare dall’alto in basso la relativa povertà dei contenuti, la banalità della stragrande maggioranza delle foto e dei video che circolano su quei siti, l’assoluto solipsismo della quasi totalità dei blog: anche nelle immagini più convenzionali e nelle riflessioni più private traspaiono e circolano bisogni, desideri, voglia di comunicare e di condividere: gli ingredienti base di un tessuto sociale, insomma. E non c’è dubbio che da qualche anno a questa parte, nei siti di “social networking” assistiamo a una moltiplicazione di attività espressive che forse c’è sempre stata, in tutte le epoche e in tutte le culture, ma che non aveva mai trovato, sinora, un luogo in cui mostrarsi, circolare e confrontarsi.

Detto questo, però, non possiamo neppure evitare di riflettere sulle caratteristiche di questi siti, che sono siti apertamente commerciali, che utilizzano comunque strategie e tecniche di filtraggio e di manipolazione dell’informazione, che costruiscono immensi database dal valore economico rilevante, a cui tutti contribuiamo ma da cui non ricaviamo alcun utile economico. La condivisione, perciò, per l’utente si ferma a un livello abbastanza basso. Basti pensare alla regia occulta che c’è dietro a un’impresa come Wikipedia, mascherata dietro una pretesa oggettività di regole e di standard qualitativi delle voci; o alla ingente e articolata massa di profili di consumo costruita da Google con la semplice registrazione e catalogazione delle ricerche degli utenti, analizzata e messa a nudo da Ippolita nel loro ultimo lavoro “Luci e ombre di Google” (Feltrinelli 2007). Sembra che col Web 2.0 si stia producendo, insomma, la stessa dinamica che caratterizza, in grande, tutta l’economia cosiddetta “immateriale” o “postfordista” del capitalismo cognitivo: la capacità di far entrare nel processo di valorizzazione economica ogni genere di attività umana, anche non volontariamente indirizzata all’economia, assorbendo una serie di istanze che erano state proprie dei movimenti di contestazione del capitalismo nei decenni precedenti (flessibilità nel lavoro, fine della separazione fra tempo di lavoro e tempo libero, autonomia nelle scelte), ma inserendole in un nuovo contesto tecnico e organizzativo, e quindi cambiandone e stravolgendone il segno.

.

Geoff Cox (intervistato sulle tematiche del social networking da Clemente Pestelli proprio nello scorso Numero 37 di Digimag: http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1256), che ha prodotto una rigorosa analisi teorica e una interessante pratica “sovversiva” nei confronti del Web 2.0
(http://project.arnolfini.org.uk/projects/2008/antisocial/), osserva che “le piattaforme di social networking sono in realtà ‘antisociali’, in quanto esprimono tendenze contraddittorie, perché al tempo stesso connettono e disconnettono le socialità (…) Dal momento che (Michael Bauwens) ‘il web sociale facilita un livello di condivisione sociale mai visto prima, ma lo fa prevalentemente attraverso piattaforme proprietarie,’ la relazione sociale viene prodotta in una forma restrittiva.”

Ancora Geert Lovink (“Zero comments” , Bruno Mondadori 2008) mette in luce gli effetti perversi di questo gigantesco processo in cui gli utenti si divertono a creare contenuti di cui però non possono controllare gli effetti e le ricadute economiche e sociali: “Per aprire nuovi spazi sociali in cui agire bisogna lasciarsi alle spalle la religione del free: i ‘media sociali’ hanno l’esigenza vitale di sviluppare la propria economia. Regalare i propri contenuti dovrebbe essere un atto generoso e volontario, non l’unica opzione disponibile. Invece di celebrare il dilettante dovremmo sviluppare una cultura di Internet che aiuti i dilettanti (che spesso sono giovani) a diventare professionisti, cosa che non accade se predichiamo loro che l’unica scelta che hanno è sbarcare il lunario durante il giorno con un McJob in modo da poter celebrare la loro ‘libertà’ durante le lunghe ore notturne passate sulla rete. È necessaria una redistribuzione di denaro, risorse e potere: sinora il Web 2.0 ha portato benefici soltanto ai ricchi, che sono diventati ancora più ricchi. È ora che le ‘folle’ si chiamino fuori da questa logica.”

.

Se si condivide l’ipirazione di questa posizione di Lovink, si possono aprire interessanti spazi di sperimentazione per provare a “deviare” la logica proprietaria e in ultima analisi alienante del social networking. E l’AhaCamping può essere un contributo in questa direzione. 


http://isole.ecn.org/aha/camper/

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn