There’s no time left for warnings (non c’è più tempo per gli avvertimenti). Iniziava così la descrizione del tema dell’edizione 2010 del Festival Ars Electronica: Repair – ready to pull the lifeline, che ha puntato a promuovere come unica strategia possibile di preservazione dell’ambiente e dell’umanità l’agire, il riparare, il progettare soluzioni reali piuttosto che l’analisi dei problemi che a livello globale ci sono noti da decenni.

E nella mostra allestita nei labirintici piani della Tabak Fabrik di Linz, un progetto in particolare ha riassunto pienamente i concetti proposti dal festival: In.fondo.al.mar (under.the.sea) di David Boardman e Paolo Gerbaudo. In.fondo.al. mar è in sostanza un progetto d’inchiesta giornalistica, resa pubblica attraverso una piattaforma interattiva che mostra la mappatura dei reati di eco-mafia nel Mar Mediterraneo, ovvero affondamenti di navi eseguiti illecitamente per smaltire rifiuti tossici.

La piattaforma permette di avere una visualizzazione georeferenziata delle “navi dei veleni” e di accedere alle schede dettagliate delle navi stesse. Una timeline permette invece di visualizzare in ordine cronologico gli affondamenti mentre le infografiche offrono una visualizzazione quantitativa d’informazioni quali le tipologie di nave e di incidente.

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Mentre i media tradizionali ci “avvertono” quindi su problemi come la morte della carta stampata, l’influenza dei social media sulla nostra vita e il tasso elevato di furti di motorini nel 2009, in.fondo.al.mar ci racconta di reati invisibili e ce li fa vedere in modo molto semplice e immediato, combinando la visualizzazione di dati con l’accuratezza della ricerca giornalistica. Una combinazione che deriva dai diversi profili dei realizzatori, che però collaborano a partire da un interesse comune: usare le nuove tecnologie per comunicare e informare su temi e eventi di rilevanza sociale e supportare la memoria storica di questi.

David Boardman è un interaction designer Italiano, che lavora sull’impatto emozionale e funzionale della nuove tecnologie nella nostra vita quotidiana, concentrandosi soprattutto sulle dinamiche sociali innescate dall’interazione tra le persone e tra le persone e gli spazi pubblici, con particolare attenzione alla sostenibilità sociale e i metodi di mappatura delle informazioni.

Ha lavorato presso il Design Laboratory del MIT e partecipato a diversi progetti innovativi di ricerca, presentati in festival e conferenze in tutto il mondo, proponendo un approccio alla progettazione in cui media art e design si combinano per generare esperienze significative riguardo alla memoria storica, nonchè per supportare l’attivismo sociale.

Paolo Gerbaudo è collaboratore de “Il Manifesto” da Londra e giornalista freelance. Ha conseguito un PhD presso Goldsmith University of London con una ricerca sui media artisti e attivisti che hanno utilizzato forme originali per creare mappe geografiche e cognitive che funzionano da strumento di espressione politica.

La collaborazione tra David e Paolo non è recente. La loro ricerca sui locative media, la letteratura ipertestuale, le installazioni artistiche e politiche è iniziata nel 2004 con Netzfunk, un network aperto di artisti attivi politicamente i cui progetti sono stati presentati in diversi eventi quali la Biennale di Torino e di Santiago del Cile.

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Serena Cangiano: Iniziamo con il racconto delle origini del vostro progetto, il quale, essendo stato realizzato in modo indipendente, immagino sia nato da motivazioni e percorsi particolari. Come è nato in.fondo.al.mar?

Paolo Gerbaudo: In quel periodo da “Il manifesto”, per cui collaboro da Londra, mi avevano chiesto di aiutarli sulla storia delle navi dei veleni andando a consultare l’archivio dei Lloyd’s di Londra, dove ci sono tutti i resoconti degli affondamenti delle navi. In breve mi sono trovato con una montagna d’informazioni decine e decine di file con un’enorme quantità di dettagli.

Si trattava d’informazioni che solo in parte potevano essere usate in una serie di articoli che, in seguito, scrissi con Andrea Palladino e Alessandra Fava. Gli articoli riguardavano i casi delle navi dei veleni non ancora noti al pubblico. In definitiva, la mia prima impressione fu che sarebbe stato uno spreco avere tutti quei dati, ma non poterci fare niente. Allora mi misi in contatto con David che stava lavorando in quel periodo al MIT.

David Boardman: Con Paolo la collaborazione è iniziata dai tempi dell’università su progetti di media art. Lo scorso novembre, quando ero ancora a Boston e impegnato con un lavoro che sarebbe partito a breve in Brasile, Paolo mi ha presentato il materiale sul quale stava lavorando raccontandomi della disponibilità di questi dati. Quello a cui ho immediatamente pensato è stato il modo di trovare un’altra vita per quei dati: difatti, pensavo che quelle informazioni sarebbero finite su un articolo de “Il manifesto” che avrebbe certamente attirato l’attenzione, ma solo rispetto al giorno di pubblicazione e solo di una tipologia di lettori.

Dal momento in cui abbiamo deciso d’iniziare il progetto in.fondo.al.mar, abbiamo impiegato poche settimane per realizzarlo. Paolo si è occupato del data entry e di uniformare i dati mentre io mi sono occupato dell’interfaccia e degli aspetti di interaction design. In realtà con gli strumenti che ci sono a disposizione sul web, il lavoro è molto più semplice di quanto uno s’immagini. Abbiamo utilizzato, per esempio, la timeline sviluppata nell’ambito del progetto SIMILE del dipartimento di Computer Science al MIT.

In principio, l’aspetto di interaction design era molto più ricco: volevamo inserire e visualizzare molte più informazioni come, per esempio, le rotte e le proporzioni del cargo. In seguito, abbiamo deciso di concentrarci maggiormente sull’immediatezza e la semplicità d’uso.

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Serena Cangiano: Il vostro progetto di media attivismo punta soprattutto a combinare il forte impatto delle tecniche di data visualization con giornalismo d’inchiesta. Perchè avete scelto quest’approccio?

Paolo Gerbaudo: Le infografiche sono state usate da decenni nel giornalismo per riassumere certe questioni. Tuttavia, nel nostro caso, ci troviamo in una situazione diversa dalla semplice infografica: la mappatura non sostituisce la “storia”, che è l’ingrediente del giornalismo, ma diventa più che altro un’interfaccia per la storia o per le storie. in.fondo.al.mar, infatti, offre storie multiple. Le navi sono settantaquattro e settantaquattro sono le storie. Ogni nave ha la sua data di nascita, la sua data di morte, la sua storia di servizio ed il resoconto della sua fine.

David Boardman: In relazione a quello che Paolo dice, possiamo riferirci a in.fondo.al.mar come un progetto di data-driven journalism, ovvero quello che in buona sostanza svolge anche Wikileaks o il dipartimento di data visualization del “New York Times”. La scelta di impiegare gli strumenti di information visualization per in.fondo.al.mar è stata quella di realizzare uno storytelling a proposito dello scandalo delle navi dei veleni e invece di avere il classico dossier di Legambiente, in cui vengono stilati i casi uno per uno, abbiamo scelto di realizzare un sistema interattivo.

Per questo motivo, abbiamo preferito far emergere dei pattern aggregando i dati e disponendoli su un contesto comune, evidenziare aspetti che il caso singolo non riesce a mostrare come, per esempio, le rotte, le tipologie di cargo, i luoghi di affondamento, la cronologia degli eventi e così via. Una volta che prendi i dati e li disponi su una mappa appare evidente quali sono i luoghi degli affondamenti i quali, in genere, corrispondono ai luoghi in cui la mafia ha più potere o ai luoghi in cui il mare è più profondo o al limite delle acque territoriali (quindi dove è più difficile ritrovare i rifiuti affondati).

Attraverso la timeline, invece, possono emergere altri aspetti: in corrispondenza di alcuni anni gli affondamenti sono molto più frequenti rispetto ad altri periodi. Questi fenomeni coincidono con l’emanazione di alcune leggi sull’ambiente o con governi più “permissivi ” o con l’entrata in vigore di certi trattati che rendevano illegale lo scarico a mare di rifiuti radioattivi.

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Serena Cangiano: La coincidenza con altri eventi non è visualizzata nel progetto. Prevedete di espandere la piattaforma inserendo altri dati che possano permettere altri livelli di analisi e comparazione, nonché scoperta di “scottanti” coincidenze? E se si, come implementerete i nuovi dati? Attraverso altre banche dati o attraverso la partecipazione degli utenti?

David Boardman: Per adesso non sono esplicitate le coincidenze tra gli affondamenti e altri eventi. Per quanto riguarda la strategia sottostante l’implementazione di altri dati, pensiamo che pubblicare questo lavoro su internet e con una certa tecnologia permetterà soprattutto di coinvolgere i visitatori. Finora abbiamo raccolto diverse informazioni crowdsourced come, per esempio, nuovi casi, correzioni sulle coordinate degli incidenti, maggiori informazioni sulle circostanze degli affondamenti, ecc.

Attraverso i codici IMO delle navi (International Maritime Organization, una sorta di codice identificativo univoco come le targhe delle auto), siamo riusciti a trovare ulteriori dati via Internet per poi aggregarli al database di in.fondo.al.mar. Attraverso Shipspotting.com abbiamo rinvenuto inoltre numerose fotografie di gente che ha l’hobby di scattare foto alle navi. In questo modo siamo riusciti a pubblicare le immagini delle navi prima del loro affondamento.

La pubblicazione su Internet ha lo scopo di incentivare la realizzazione di ulteriori indagini sia dei semplici cittadini, sia delle autorità. Abbiamo notato infatti che tra i più assidui frequentatori del sito ci sono i NAS dei Carabinieri (Nucleo Antisofisticazioni e Sanità dell’Arma dei Carabinieri), che visitano giornalmente in.fondo.al.mar dai diversi dipartimenti distribuiti in Italia, da Bolzano a Caltanissetta, nonchè il ministero della Difesa e quello degli Interni.

I dati che noi pubblichiamo sono rilasciati open-source, ovvero chiunque può attingere dal nostro database e creare nuovi progetti o continuare l’indagine.

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Paolo Gerbaudo: All’opportunità della collaborazione degli utenti c’è da aggiungere però anche il lavoro “sporco”, ovvero andare ad estrarre informazioni da archivi cartacei e verificare le nuove informazioni. Per fare un progetto come questo su Internet si possono trovare gruppi di esperti o appassionati di un certo argomento che possono diventare un vero e proprio propulsore. Tuttavia è necessario un filtro o una quarantena, perché la rete è anche piena di mitomani ed amanti delle teorie del complotto che vedono ufo o carichi radioattivi ovunque.

Il sistema sula quale stiamo lavorando si basa essenzialmente sulle segnalazioni che vengono poi passate all’esame di un comitato scientifico. Crediamo che bisogna sfatare un po’ di miti sulla collaboratività in rete e sullo user-generated content. Ce ne siamo riempiti la bocca e l’abbiamo sopravvalutato come se non ci fosse piu bisogno di professionisti per garantire certi standard di veridicità delle informazioni. In questo senso, per progetti come il nostro, gli utenti rimangono il carburante senza cui il progetto non può girare, ma c’è una chiara divisione di ruoli e responsabilità.

Serena Cangiano: Quale credete sia allora il beneficio più importante di progetti di attivismo che usano i nuovi media e la collaborazione degli utenti?

Paolo Gerbaudo: Sicuramente, l’aspetto più rilevante è l’opportunità di creare una memoria condivisa su scandali come quello delle navi dei veleni. Articoli e servizi televisivi vanno e vengono. L’attenzione dei media esplode in casi come quello della Cunski che suscitò tanto allarme un anno fa in questo periodo. Tutti parlavano di navi dei veleni in quel tempo. Ora sembra che tutti se ne siano dimenticati.

I progetti come in.fondo.al.mar hanno il vantaggio di avere una certa permanenza. Non vanno in onda o in edicola. Rimangono accessibili ad un certo indirizzo web mantengono una certa visibilità oltre all’ondata di attenzione generata dai mass media.

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Serena Cangiano: Considerando l’importanza della collaborazione degli utenti, ma anche la tipologia di contenuti, alquanto scottanti, mi chiedo se avete pensato all’implementazione di sistemi che garantiscono l’anonimato della fonte (vedi Wikileaks). E soprattutto vorrrei capire se questo sistema potrebbe essere esteso ad altri tipi d’inchiesta.

David Boardman: Per adesso non esistono sistemi che garantiscono l’anonimato. Per quanto riguarda altri tipi di applicazioni, il sistema che è alla base di in.fondo.al.mar si può facilmente impiegare per nuovi scopi. Si pensava, per esempio, di realizzare diversi tipi di in.fondo.al.mar per diversi casi di affondamenti illeciti: per esempio per quelli legati alla cooperazione internazionale delle nazioni occidentali con gli stati Africani, ovvero quelle “missioni umanitarie” che nascondono lo scambio di armi per le tribù / guerriglie locali in cambio di rifiuti tossici (vedi il caso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia).

Esistono molto casi come questi in Libano, Nigeria, Mozambico, ecc. Esiste qualcosa di analogo anche a Port Alang in India, uno dei porti principali di smantellamento delle navi che è diventato una discarica di rifiuti tossici. Diciamo che da un punto di vista tecnico, la piattaforma dovrebbe facilmente adattarsi a questi scopi senza troppe modifiche e anche adattarsi su altri temi, in particolare su quelli relativi all’eco-mafia.

Paolo Gerbaudo: Vorrei aggiungere che in.fondo.al.mar potrebbe rientrare negli strumenti che sono propri del monitoraggio dal basso di crimini ambientali, quello che nei paesi anglosassoni chiamano Citizen Environment Watch. Questo e’ il terreno in cui ci vogliamo muovere e su questo livello la piattaforma sviluppata per in.fondo.al.mar può essere usata per vigilare e sottovegliare su una serie di crimini ambientali, abusivismo edilizio, discariche abusive, cave illegali. Il concetto che ci è caro è quello di “sottoveglianza”.

Serena Cangiano: L’applicazione di augumented reality di in.fondo.al.mar per dispotivi mobili è stata concepita nell’ottica di supportare proprio questa sottoveglianza sui crimini da parte delle persone comuni?

David Boardman:Dopo l’articolo su “Wired.it” abbiamo ricevuto una mail da un ragazzo di Milano, Mauro Rubin, CEO della Join Pad, che ci ha detto: “Mi piace il progetto, vi faccio la versione mobile e augmented reality”. Con questo contributo indipendente abbiamo potuto aprire il progetto ad un’area che ci interessava ma che non avevamo tempo di sviluppare. L’applicazione mobile è solo una sorta di prototipo, è un primo passo verso quello che tenteremo di esplorare con i prossimi progetti sul tema dell’eco-mafia, ovvero spostarci dal web ed essere separati dal territorio verso un sistema di browsing & reading the territory.

Il Browsing & reading dovrebbe poi portare al Reporting, cioè spingere le persone a riportare direttamente fatti e circostanze sul territorio e da lì fare pressione su istituzioni ed enti preposti al controllo del territorio. I cittadini potrebbero, per esempio, rilevare i dati ambientali, scattare fotografie e realizzare report in tempo reale.

Nuovi progetti possono anche essere realizzati in chiave di gioco seguendo il modello degli alternate reality games: stavamo lavorando al concept di un progetto che prende spunto dalla metafora di Sim City per realizzare un sistema di monitoraggio degli abusi edilizi e delle brutture architettoniche in Italia. Visualizzare i dati è interessante, ma se non si chiude il cerchio, rimane un po’ fine a se stesso.


http://www.infondoalmar.info/

http://www.tinktank.it/portfolio/

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