Tra bodyart ed “elettropunk situazionista”, feticismo e riflessione tecnocratica, l’artista viennese Gordan Savicic parla del “dolore della vita di ogni giorno”. Così si chiama il suo nuovo lavoro The pain of everyday life – Constraint city, presentato a Rotterdam durante il V2 Testlab.

Un’opera, direi, dai richiami controversi, dove sembrano dialogare in maniera ridondante alcuni temi cari all’artista: dall’enfasi cristologica di Michel de Certaeu, al piacere sadico di De Sade e Leopold von Sacher-Masoch fino, non a caso, a Baudelaire e ai suoi flâneur, con i loro vagabondaggi in città labirintiche ed infernali. Sterlac e la bodyart cibernetica, i tracciati immateriali delle metropoli post moderne, chiudono cronologicamente il viaggio di questa “poetica del martirio”.

Il nuovo flâneur di Gordan Savicic passeggia per le strade di città sorvegliate con indosso un bustino munito di servo motori costrittori. L’originale indumento è in grado di rilevare i segnali elettromagnetici generati dalle reti wireless disseminate sul territorio; nelle aree in cui si verificano particolari addensamenti di onde elettromagnetiche, il bustino si stringe intorno al torace dell’indomito passeggiatore fino a marcarne la pelle con ferite profonde.

Gli access point vengono captati da una consolle Nintendo DS Lite su cui gira un release di Linux Gentoo che provvede a trasformare cineticamente le onde radio.

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La performance dell’artista si completa fornendo, tramite sistema GIS (geographic information system), delle mappe, contrassegnate dai tracciati delle sue pericolose peregrinazioni cittadine, nelle quali vengono inoltre evidenziate le aree con maggiore densità di onde elettromagnetiche a cui corrispondono le ferite più profonde sul corpo dell’artista.

La città e l’artista si fondono e si perdono in diramazioni di tracciati invisibili. Ma mentre l’individuo e le sue tracce sembrano dissolversi nella decodifica numerica del loro rilevamento da parte delle estensioni tecnologiche sensibili dello spazio attraversato, la città prepotentemente riesce a lasciare orme fisiche sull’epidermide del passante, come eloquenti metafore della violenta ingerenza del sistema tentacolare del digital tech.

Al passante rimane il godimento perverso del martirio quotidiano. L’abbandono al potere del controllo e della sorveglianza. Cedimento che diventa erotica sottomissione al sadismo tecnologico.

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Anche Cronenberg, dopo le sue riflessioni “carnali” ed i sistemi videodrome, si è rivolto all’analisi di forme di controllo più interessanti. Ma comunque, è veramente così che ci immaginiamo il futuro? Ed il presente? Ai masochisti lasciamo il loro ributtante amplesso tecnologico. Ai fanatici martiri della modernità la loro attesa di redenzione.

Io personalmente mi slaccio il corsetto. 


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