Poteva capitare lo scorso autunno di camminare nelle piazze delle città italiane e ritrovarsi inaspettatamente tra una moltitudine di persone attenta a seguire una lezione universitaria. Azioni organizzate per portare fuori dal chiuso delle università e delle accademie una pratica consolidata da un po’ tempo.

L’autoformazione in Italia ha preso la forma di un network Uniriot composto da studenti decisi ad avviare zone di autonomia didattica in cui avessero il tempo di rielaborare la propria formazione e le proprie intenzioni. Non si tratta solo della proposta di una condivisione della conoscenza alternativa alla didattica istituzionalizzata ma anche di un’occasione per fare emergere relazioni tra singolarità, nella consapevolezza di dover essere presenti al proprio contesto sociale, alla propria formazione e al proprio tempo.

Questa pratica ha coinvolto anche le Accademie d’arte, in particolare a Milano. Proprio la formazione artistica infatti in questi anni sta subendo diversi stravolgimenti in gran parte frutto del processo di Bologna del ’99. Le Accademie sono state travolte dall’idea di riforma a costo zero. Il piani didattici sono stati trasformati nell’ottica di consentire un più agevole inserimento nel mondo del lavoro facendo strada al sistema dei crediti formativi. Le tasse scolastiche sono state aumentate a dismisura pesando sugli studenti, così sempre più poveri e pronti a diventare i precari della conoscenza di domani. I legami con i sistemi di produzione economica si sono fatti più stretti ed evidenti ma per gli studenti la minaccia della perdita di libertà è offuscata da una millantata possibilità lavorativa più concreta. Ciò che viene insegnato è pensato per essere utile a questo sistema economico sia che si tratti di analisi teoriche sia che si tratti di realizzazioni pratiche.

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Nell’Aprile di quest’anno un gruppo di studenti della Funen Art Academy, un’Accademia indipendente di Copenhagen, hanno fatto un tour in Italia con l’obbiettivo di entrare in contatto con alcune realtà attiviste e underground italiane. Tra i loro insegnati ad accompagnarli c’era Jakob Jakobsen, artivista danese, da tempo impegnato ad elaborare pratiche di liberazione della conoscenza artistica. Nel 2001 infatti, insieme all’artista Henriette Heise, ha fondato la Copenhagen Free University, stabilendola nel suo appartamento. Un’esperienza durata 6 anni che loro stessi hanno definito di auto-istituzionalizzazione. In questa intervista Jakob ci racconta della sua esperienza presente e passata di attivista e insegnante.

Loretta Borrelli: Qual è la tua esperienza come artista e attivista in Danimarca? Qual è la differenza tra il panorama danese e quello internazionale?

Jakob Jakobsen: In Danimarca ci troviamo in una situazione di contro-rivoluzione. Molti sforzi volti alla produzione di un immaginario non capitalistico sono sotto forte pressione e in molti casi sotto assalto diretto. L’attacco a Christiania e a Youth House è un buon esempio di come le strutture sociali alternative sono viste, sono considerate minacce e ci fa comprendere a quale profondità le autorità stanno cercando di escludere e eliminare le modalità di vita alternative e le idee anti-capitaliste. Ma non penso che ci sia niente di diverso nella situazione danese, ci troviamo di fronte alla stessa brutale campagna capitalista che la gente affronta in tutto il mondo. I processi di valorizzazione sono ovunque.

Loretta Borrelli: Sembra che l’obiettivo della tua produzione sia quello di liberarti dalla produzione capitalistica, credi possa essere possibile?

Jakob Jakobsen: Bene, non credo che sia possibile essere svincolati dalla produzione capitalistica in questo ordine sociale. Siamo tutti oggetto della valorizzazione capitalista. Il capitale sta vivendo la sua spietata vita. Ma lo interpreto come una prospettiva per la mia attività, immaginare una società senza accumulazione capitalista e senza il denaro come fattore determinante delle relazione tra le persone. Penso che la mia personale attività come artista visuale sia produrre immaginario anti-capitalista, in un certo senso in linea con la vita non-fascista di Foucault.

Loretta Borrelli: Hai scritto: “La precarietà ha due face: una è legata alla insicurezza e alla sofferenza e l’altra costituisce un potenziale”. Anche io penso che ci sia un potenziale. Qual è il modo per mettere in risalto questa potenzialità? Pensi che l’arte possa creare un nuovo immaginario e nuove relazioni sociali?

Jakob Jakobsen: Il potenziale a cui mi riferisco è il valore dell’autonomia – specialmente nei termini di autonomia di lavoro. Il lavoro è oggi la principale macchina di controllo e di valorizzazione che regola i nostri corpi. In particolare con il capitalismo cognitivo il lavoro sta diventando una rete integrata delle nostre vite. Essere in grado di sopravvivere al di fuori del lavoro è una potenzialità. Ma dobbiamo ricordare anche che la precarietà in generale non è una scelta ma una condizione che è imposta a tanta gente. Tuttavia io vedo una potenzialità nello sviluppare nuove forme di vita autonoma al di fuori del lavoro basata su di una economia minimale e la condivisione delle risorse. Questo è quello che intendo per lato positivo della precarietà.

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Loretta Borrelli: Nel maggio del 2001 hai fondato con Henriette Heise la Copenhagen Free University, stabilendola nel tuo appartamento. ABZ descrive il tutto come un’attività sociale, partita con un’unica dichiarazione: “Apriamo un’università”. Poi, alla fine del 2007, hai chiuso la CFU. Che valutazione dai di questa esperienza di “auto-istituzione”?

Jakob Jakobsen: redo che le diverse esperienze di auto-istituzionalizzazione vadano viste nei contesti storici e sociali nei quali si sono sviluppate. Nel nostro caso, quando fondammo la Copenhagen Free University ci trovavamo nel contesto di un’economia in espansione – prima dell’11 settembre. Era una situazione in cui il capitalismo non era ancora stato militarizzato, come avvenne dopo l’11 settembre con la guerra al terrorismo. L’auto-istituzionalizzazione, perciò, si basava allora su un certo livello di fiducia nella possibilità di autoorganizzarsi in modo autonomo contro il capitale. Si trattava in qualche modo di una “presa del potere”, senza accettare l’usuale gerarchia fra la norma e l’alternativa. Con l’auto-istituzionalizzazione si sfidava, si ” detournava ” la norma, e le gerarchie venivano completamente rovesciate. Non ci interessava lavorare come un’istituzione alternativa, volevamo riappropriarci del potere, prendere il potere. E vai! “Tutto il potere alla Copenhagen Free University.”

Se ci ripensiamo adesso, la CFU è stata come un sogno. In effetti siamo riusciti a prendere il potere e a fondare un’istituzione capace di valorizzare la conoscenza non conformista. Eravamo interessati principalmente a indagare la costruzione della conoscenza e i processi di valorizzazione, che con lo sviluppo dell’economia della conoscenza e del capitalismo cognitivo diventavano molto più normativi. Cercavamo di comprendere a fondo altre forme di conoscenza – la conoscenza che si crea in cucina, in camera da letto, nella vita quotidiana – e usammo la CFU come uno strumento per mantenere viva e fluida la conoscenza stessa, contrastando la strumentalizzazione economica che andava montando nelle scuole, nelle università e nelle istituzioni della ricerca. Insistevamo sulla conoscenza come relazione fra le persone, come rapporto sociale, e perciò eravamo molto critici sui processi di strumentalizzazione economica. Lavoravamo però anche a una serie di progetti di ricerca tesi a valorizzare la conoscenza nascosta o repressa. Nei sei anni di vita della CFU sviluppammo cinque campi di ricerca: arte ed economia, organizzazione femminista, attivismo televisivo, evasione, e produzione della storia.

La guerra contro il terrorismo, al fondo, fu una guerra contro l’autonomia a tutti i livelli e in tutte le dimensioni. Mano a mano che le politiche repressive si ampliavano e passavano all’offensiva, gli spazi concessi all’auto-istituzionalizzazione si facevano più esigui, e presto cominciarono a scomparire del tutto. Gli spazi politici di autonomia vennero spinti sulla difensiva, e divenne sempre più difficile mantenere il potenziale politico dell’auto-istituzionalizzazione.

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Loretta Borrelli: Cosa mi dici della tua attuale esperienza di insegnamento alla Funen Art Academy?

Jakob Jakobsen: Dopo la fine della CFU, è stato interessante per me lavorare alla Funen Art Academy. La Funen è una scuola indipendente finanziata dallo stato e dall’amministrazione comunale, ma con un consiglio d’amministrazione suo. Ed è una scuola piccola, ha solo 60 studenti. C’è una certa apertura alla sperimentazione nell’ambito dell’educazione artistica, ma non è propriamente un’auto-istituzione; si può dire che lavora un po’ ai margini del sistema ufficiale della formazione artistica.

Attualmente stiamo portando avanti lo studio in modo indipendente dal modello frutto del processo di Bologna, e stiamo progettando un piano di studi quinquennale al di fuori del sistema europeo dei crediti. Per quanto riguarda il metodo di lavoro, i nostri programmi funzionano in maniera collettiva e sono orientati verso gli studenti. Ma tanto la scuola quanto gli studenti si trovano in una posizione instabile, in seguito alla nostra decisione di lavorare al di fuori del sistema elaborato dal processo di Bologna. La marginalizzazione delle scuole e degli studenti che si trovano fuori dal sistema dei crediti è destinata a crescere, dato che il sistema verrà presto implementato praticamente nelle scuole di tutta Europa. Per contrastare questa tendenza stiamo lavorando alla costruzione di una rete di scuole d’arte indipendenti in tutto il mondo.

Loretta Borrelli: Mi rendo conto che è una questione enorme, ma sono interessata a sapere cosa pensi dell’esperienza dell’insegnamento intesa come una forma di attivismo.

Jakob Jakobsen: Devo fare una distinzione fra la CFU e la Funen Art Academy. Nella prima si lavorava principalmente alla ricerca e alla produzione di conoscenza. La questione della distribuzione della conoscenza non era basata su alcun metodo pedagogico, ma piuttosto sulla condivisione della conoscenza stessa. Alla Funen Art Academy c’è un’esperienza ibrida. Tanto nel modo in cui faccio lavoro collettivo, quanto negli argomenti che affronto, io faccio sempre politica. Gli studenti dell’Accademia, invece, in genere non sono affatto impegnati politicamente, ma ciò che io cerco di provocare è una consapevolezza delle implicazioni politiche dell’attività artistica. Alcuni studenti hanno una buona consapevolezza politica, e io, soprattutto in rapporto a questo gruppo, cerco di lavorare all’esterno della scuola, creando un rapporto con i contesti urbani e sociali della città nei quali la scuola è collocata.

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Loretta Borrelli: Negli ultimi anni, in Italia, ci sono state delle esprienze di autoformazione, ma in ambienti istituzionali. Tu ritieni possibile portare avanti l’autoformazione in contesti del genere? O bisogna al tempo stesso creare un’esperienza di auto-istituzionalizzazione? Credi che l’autoformazione o l’auto-istituzionalizzazione siano il modo giusto per sfuggire a una logica produttiva nel contesto dell’economia della conoscenza?

Jakob Jakobsen: Credo che l’autoformazione sia sempre necessaria, perché le istituzioni non sono mai in grado di fornire la conoscenza sufficiente, e soprattutto non quella giusta. Anche le istituzioni “progressiste” agiscono in modo normativo, e perciò l’unica via, per le scuole, è decentralizzarsi il più possibile. Io penso che i “buoni” contesti istituzionali dovrebbero incoraggiare e facilitare l’autoformazione fra gli studenti – non come un mezzo per risparmiare soldi, ma come un mezzo per tenere viva l’istituzione. Una parte del bilancio dovrebbe essere assegnata agli studenti, in modo che questi ultimi possano gestire la progettazione di corsi, workshop e incontri. Chiedere agli studenti di assumersi questo tipo di responsabilità forse è effettivamente gravoso, ma in questo modo essi svilupperebbero le loro capacità di auto-organizzarsi e di condividere conoscenza. 


http://www.funenartacademy.com/

http://www.copenhagenfreeuniversity.dk

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