Un testo in italiano e’ un esercizio quasi zen per un’emigrante. La concentrazione giunge scrivendo a mano, sul retro di una pagina stampata. L’inglese occupa il pensiero, il cervello impastato dai suoni di un lungo viaggio: spagnolo, ungherese, rumeno, e infine olandese, a me familiare e incomprensibile quanto il lombardo. Carta e penna sono strumenti magici, basici e fondamentali. L’evocazione scorre tranquilla attraverso il ‘soggetto normale’, io qualunque. Poiche’ la storia e’ sempre storia di qualcuno, e il fatto personale sgocciola e trapassa.

Uno scritto, percorso soggettivo nella memoria e gioco di associazioni. Non un resoconto completo ed esaustivo, ma i prodromi di una riflessione. La Romania e’ un paese curioso. Non solo per il fascino della comunita’ Gipsy, proveniente dall’India e insediatasi nel territorio un millennio fa. E neppure esclusivamente per i vampiri, Dracula e la Transilvania. La Romania rappresenta anche il Comunismo, e l’inizio della Rivoluzione, che scoppio’ appunto a Timisoara.

Un’immagine di questo paese, come un’icona, si e’ formata nella mia testa non so quanti anni fa’: una prateria molto assolata, erba e cielo particolarmente accesi, come i filmini Super8 dei bimbi di un tempo. Quasi al centro dell’immagine tre soggetti camminano da destra a sinistra: un uomo, una donna ed un tozzo cavallo. La donna porta un immenso peso sulla testa, avvolto in una sorta di giara di stoffa; braccia tese a prevenire i contraccolpi. A cavalcioni della bestia, con un cappello a falde larghe per proteggersi dal sole, siede leggiadro l’Uomo, naso rosso e pancia gonfia dal vino. La donna precede, non per dettami di cavalleria, bensi’ per sventare col suo corpo eventuali mine nel campo. Silenzio.

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La Romania: matrice culturale latina, senso dell’umorismo sferzante, sentimento di irreversibilita’ del reale che a volte caratterizza i paesi dell’est. Ricordo un viaggio verso Timisoara nel 1999, in autobus, in compagnia di un ragazzo inglese dal nome da eroe dei fumetti. Non abbiamo mai attraversato il confine. L’autobus ci abbandono’ durante la notte nella terra di mezzo, e risalimmo in autostop l’Ungheria, alla volta di Budapest. Gli inglesi non erano i benvenuti, ecco la mia esperienza.

Infine, dopo sette anni, ho suggerito la possibilita’ di fare l’Eclectic Tech Carnival in quella stessa citta’. Questa volta ci sarei andata sola. Ero in viaggio da piu’ di un mese, avendo sfidato, con sandali e zainetto, l’Europa infuocata di fine luglio. Una liberta’ improvvisamente ritrovata, il piacere della solitarieta’. Ultima meta, o quasi, la Romania. Il mio rapporto con le donne, il sesso femminile intendo, e’ stato, durante l’estate, a dir poco drammatico. Ho visto scenate, birre volare e mi sono anche ritrovata a piedi nella notte.

Nascosta nella periferia deserta di Milano, laddove i marciapiedi, secondo l’antica tradizione di marmisti e tombaroli, sono impestati di lapidi, passeggiavo pensierosa con Ubik, il quale depositava escrementi veri accanto a questi finti morti, morti da esposizione come manichini. Finche’, dopo un salto all‘Hackmeeting, sono saltata su un volo Milano-Timisoara.

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Grossi interessi economici legano il Nord-Est Italia alla Romania, e i collegamenti tra i due paesi ne sono prova. Tutti i miei compagni di viaggio erano rappresentanti di un qualche prodotto, tipo laminati plastici. Nessuno capiva come mai il mio concetto di lavoro non includesse la vendita di qualcosa. All’ingresso dell’areoporto, arrivando dalla pista di atterraggio, tre linee colorate segnano l’ingresso nel paese, a un passo dal ‘botteghino-controllo-documenti’: una rossa, una bianca ed una verde. Decido di non fare domande.

Estraggo il mio passaporto e mi metto in coda presso la fila ‘Residenti EU’. L’addetta mi indica sorridente il passaggio adiacente: Non-EU. Mi dispiace, ma mi tocca insistere per dimostrare la mia appartenenza a questa comunita’. Ci siamo: sono in Romania, a Timisoara. Dimentico la mia identita’ legale, ora sono Xname.

Incontrero’ donne provenienti da luoghi altri, con storie simili e diverse. Frammenti di spazio lanciati in aria come coriandoli. A un carnevale nomade si accede infatti attraverso un varco, un viaggio. Il tempo del transito, la sospensione del quotidiano, il passaggio in luoghi e non luoghi funziona come una maschera rituale, mette a nudo il soggetto e da’ inizio al rapporto con l’Alterita’, la trasformazione. Secondo Rosi Braidotti, lo stile «nomadico» è quello che meglio si presta alla ricerca delle figurazioni femministe, intese come adeguate rappresentazioni dell’esperienza femminile. “Nel mio lavoro sul nomadismo come concetto filosofico mi sono soffermata sulle differenze tra una condizione di mobilità– scelta o imposta- come nel caso dell’emigrazione, e altre figurazioni della soggettività come l’esilio, la precarietà del lavoratore all’interno del mercato del lavoro cosiddetto ‘flessibile’ o il nomadismo.” [Nicotra, Mary (14 Luglio 2002) Filosofe del nostro tempo: intervista a Rosi Braidotti].

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Il nomadismo e’ una filosofia che cerca forme di resistenza, modi di utilizzare la logica del sistema contro se stesso. La spazialita’ effimera, il cambio di posizioni e il tempo semantico (fatto di concatenazioni logiche o aleatorie) sono figurazioni in cui un soggetto puo’ autorappresentarsi come minoranza sociale (ma non necessariamente numerica).

L’Eclectic Tech Carnival e’ un incontro tra donne e tecnologia, un ‘carnevale nomade’ dedicato alle attivita’ ‘tecniche’. Il progetto, ideato dalle Gender Changer, e’ organizzato da un collettivo internazionale di donne. Il gender-changer e’ un dispositivo, un adattatore che cambia il sesso di un connettore e permette che due estremita’ dello stesso tipo si incastrino per comunicare. La Gender Changer Academy e’ un’organizzazione nonprofit gestita da donne e per donne, il cui primo obiettivo e’ promuovere la sviluppo di conoscenze in ambito informatico-tecnologico.

Il gruppo, nato ad Amsterdam nel 2000 attorno all’ hacker cafe’ ASCII (acronimo per Centro Sovversivo per lo Scambio di Informazioni di Amsterdam), si caratterizza per un’attenzione specifica alle basi dell’hardware e per metodi didattici volti a risolvere problematiche di genere. L’Eclectic Tech Carnival ha avuto luogo, a partire dal 2002, a Pula, Atene, Belgrado e Graz. La quinta edizione e’ avvenuta quest’anno in Romania, a Timisoara, dal 4 all’8 Settembre.

L’evento e’ stato organizzato in collaborazione con D MEDIA, organizzazione non governativa che promuove l’accesso libero e la produzione di informazione, e H.arta, spazio gestito dalle artiste Maria Crista, Anca Gyemant e Rodica Tach, che, dal 2001, propone mostre ed eventi nella citta’ di Timisoara.

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L’incontro organizzativo si e’ invece tenuto in Giugno a Roma, ospitato da Feramenta, attivo collettivo hacker femminile la cui nascita ha radici nell’entusiasmo scaturitosi all’ETC del 2005. Quest’anno, per la prima volta, l’evento ha aperto le porte, durante due serate, allo Spettatore Maschio. A Roma esponevo le mie ragioni a favore di questo rimescolamento.Innanzitutto io non sono una donna, o, almeno , cosa mi definisce come tale?

Non parlavo di gusti sessuali, ideologia Queer o mutazioni chirurgico-genetiche. Mi riferivo alla complessita’ del reale, all’identita’ come deformazione costante. Alla differenza che si discerne nella relazione e nelle sfumature. L’anno precedente, a Graz, avevo percepito questo separatismo come destabillizzante, mi ero sentita deprivata. Perso ogni punto di riferimento, la mia bussola era in tilt.

Eppure, al ritorno dal carnevale, dopo diciassette ore di treno Graz-Amsterdam, mi ero riconciliata con un uomo. Stare fra donne fa bene, ho pensato, poiche’ infatti lo desideravo molto. Ridevamo. Io non dormivo da giorni. Lui non percepiva la mia disperazione. ‘Ora ti capisco, ora si che ci capiamo…’

D’accordo, si, ma quando? Sentivo che la distanza si poteva colmare solo con altra distanza. O con la fusione. Che cosa capiranno mai gli uomini? E, soprattutto, chi sono loro? Quanto poco li capiamo noi? La distinzione esiste, ed e’ importante riconoscerla. Distinzione genetica, storica, sociale. Forse anche psicologica, se la psicologia ha senso. Eppure il confine e’ instabile. Siamo esseri fluttuanti. Siamo soggetti che disegnano cartografie differenti. Le nostre modalita’ di costituzione e posizione si fondano sulla non unita’, il flusso ed i movimenti. E il movimento non e’ soltanto spostamento fisico ma anche migrazione identitaria, metamorfosi, riconoscimento.

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A Roma abbiamo definito il separatismo come uno spazio di sperimentazione. Non come un traguardo, o una differenza sostanziale ed ideologica. Ho proposto il concetto di Floating Gender e si e’ giunte a riflettere sulle minoranze ed i gruppi. Si dice ci siano sette donne per ogni uomo, eppure la donna e’ una minoranza nel sistema delle forze sociali. Minore e maggiore sono segni complessi. Si puo’ essere in tanti senza avere alcun valore. Curioso.

Secondo la visione ‘Gender Changer’, le donne hanno un approccio all’apprendimento diverso da quello maschile. Io non sono d’accordo. Se dovessi definire la differenza fondamentale tra donna e uomo, una sola riflessione, tra quelle che ho sentito o pensato finora, mi sembra interessante. Le donne vivono un tempo ciclico, una curva che torna, spirale sinusoide. ll tempo dell’uomo e’ invece lineare e direzionale, il tempo vettore.

Per quanto riguarda l’insegnamento, vi e’ un preconcetto di fondo rispetto ai ruoli, ed all’idea di macchina. La macchina e’ uno strumento progettato dall’uomo, di caccia e non di raccolta. Dunque si presuppone l’uomo sia naturalmente piu’ abile e socialmente destinato a tale utilizzo. Ma quale tipo di essere sessuale siamo noi umani di fronte ad una macchina? Definita la sessualita’ come ‘Genere Fluttuante’, sistema di posizioni e ruoli mutevoli e mutanti, cosa succede quando ci troviamo di fronte all’Animato della macchina? Non si tratta del sesso delle macchine o della vita che c’e’ in loro. La riflessione verte sull’identita’ che noi possiamo assumere quando entriamo in relazione con la tecnologia, i media, le protesi.

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Lo spazio macchina e’ un luogo di autodefinizione, di scivolamento del genere. Per questo motivo, specialmente in campo tecnologico, ritengo poco producente insistere su un rigido separatismo. Gli spazi esclusivamente femminili sono sempre esistiti, ed e’ oggi secondo me piu’ interessante immaginare la cancellazione dei confini di genere. L’ubiquita’ deforma lo spazio nella rete, le azioni vengono compiute dalla distanza e il gender puo’ essere autodeterminato.

L’ambiente informatico rompe il binomio uomo vs donna, femminile vs maschile, introducendo un terzo elemento, di trasformazione e confronto, dietro al quale e’ possibile nascondersi, trovarsi, o semplicemente perdersi (allargo qui il concetto di macchina a quello di Intelligenza Artificiale). Ed in relazione a questo si puo’ essere Altro.

Tuttavia le donne hanno vissuto e vivono limitazioni nel rapporto con la tecnologia. Spesso l’accesso alle macchine e’ negato, e molti ambienti professionali sono prevalentemente maschili. A sei anni, quando ho manifestato il desiderio di toccare un computer (cosa che a mio fratello era permessa), mi e’ stato risposto che le ragazze hanno bisogno di ‘quella macchina’ solo quando e’ tempo di scrivere la tesi di laurea. E ho subito, invece, anni di lezioni di danza classica.

Per imparare ci vuole coraggio, il coraggio di manifestare un interesse, di non capire e di non sapere nulla a proposito dell’argomento. Il coraggio di sbagliare o di non essere capaci. A volte l’idea di poter apprendere da un’altra donna genera confidenza e fiducia.

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L’Etc 06 e’ stato un evento stimolante, ricco sotto molti punti di vista. Abbiamo insegnato varie materie, con una specifica attenzione alle tematiche open source e software libero, e una certa coscienza della carenza di strutture nella realta’ in cui queste conoscenze venivano trasmesse. Vi e’ stata una riflessione sul computer come strumento di espressione ed enunciazione, ma anche come possibilita’ di emancipazione ed indipendenza. Queste possibili bacchette magiche trasformano il piombo in oro, o, in parole meno esoteriche, permettono ad una donna di avere un lavoro, guadagnare e non dipendere da nessuno.

Vi e’ stata attenzione alle esigenze ed al livello delle donne presenti. Le ragazze di Feramenta hanno preparato una guida pratica per sopravvivere alle diverse piattaforme, un elenco di trucchi e generiche per utilizzare al meglio le risorse su qualsiasi tipo di sistema. Oltre ai classici HTML, CSS e Hardware, vi sono stati corsi insegnati da remoto, come ad esempio UpStage, programma che permette di gestire performances in real time attraverso la rete.

Vi e’ stata una dimostrazione di mapping con GPS, e un’introduzione all’acquisto intelligente in un negozio di informatica.La sezione audiovisiva e’ stata molto seguita, a partire dalle basi dell’audio digitale, all’uso del mixer ed alla sovrapposizione di tracce. Il concetto di layer, o livello, e’ stato il punto di sutura tra la manipolazione sonora e quella visiva. Gimp, Audacity ed ogni altro programma di editing non lineare utilizzano un sistema di stratificazione del senso e del contenuto che e’ un punto chiave per capire come muoversi entro questi domini.

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L’intento e’ stato quello di promuovere una comprensione generale delle macchine e dei processi di funzionamento e creazione, che possano fare da trama e spina a un sano processo di autoapprendimento. Insegnare a imparare dunque, dando le basi di una conoscenza e gli stimoli riflessivi necessari. Rendere l’apprendista maestro di se’ stesso, questa la chiave.

Inoltre insegnare significa sempre anche imparare, e’ uno scambio, un punto di passaggio dai limiti non ben definiti. Quest’anno ho provato una sensazione di agio, calma diffusa e benessere durante questo ritrovo al femminile. Ho visto il valore del confronto, culturale e di esperienze, fra donne. In questo stato economico sovra-nazionale che e’ il mondo, e’ molto importante che le minoranze, i diversi, le realta’ locali mantengano aperta la comunicazione tra loro ed alzino la voce verso l’esterno. Il passaggio di conoscenza tra donne e’ dunque interessante non perche’ il metodo di apprendimento sia sostanzialmente differente, quanto per la complicita’ che si crea nel rapporto e per i risvolti sociali che il contatto tra donne genera. La conoscenza non e’ un elenco di dati o una lista dinamica.

La conoscenza e’ un fluido. Durante i pomeriggi ‘audiovisivi’ dell’ETC, c’e’ stato un momento in cui la vista mi si e’ annebbiata, ho sentito gli zuccheri nel mio sangue finire, ed il mio corpo scivolare al di sotto della mia coscienza. Non era il morso di un vampiro. Eppure qualcosa stava accadendo: avevo passato ad altre donne la mia sete, la curiosita’ passionale, il morbo macchinico. Avevo aperto delle fessure e instillato il germe di un desiderio che non si puo’ placare.

‘Ci fermiamo cinque minuti, eh?’ Esco a prendere un po’ d’aria, ma la luce del sole mi ferisce gli occhi.


http://eclectictechcarnival.org/

www.genderchangers.org/

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