C’era una volta un uomo, che viaggiava con un asino. E con loro c’erano anche un GPS, una placca solare, un portatile con un modem e una videocamera. E i passi dell’asino guidavano l’uomo nella natura, passi molto diversi da quelli che fanno gli uomini da quando camminano nelle città. L’asino si chiamava Minuto e l’Italianissimo Cristian Bettini lo ha usato come accompagnatore e come metronomo del suo cammino in un progetto artistico (Donkijote terzo capitolo di un progetto complesso nato come Lasino.org, e proseguito come Donkeypedia) che gli ha permesso di scoprire l’affascinante regione delle Asturie in Spagna, con i piedi per terra.

Percorrendo sentieri più che strade, armati di strumenti minimi di comunicazione e della compagnia del fotografo Martín Ruano, Cristian e Minuto hanno cercato di ricreare una memoria comune, di rimappare un territorio (quello della regione delle Asturie, in Spagna) e un patrimonio antropologico che rischiano di cadere nell’oblio; di andare quindi in cerca di risposte, di informazioni, di una poetica collettiva che si possa condividere attraverso i media digitali. Ma che tenga assolutamente presente la necessità di una dimensione di vita e di un’esperienza più umana e reale. “Festina lente” è il motto che Cristian porta tatuato su una gamba e che cerca di diffondere proponendo l’atto del camminare come un processo cognitivo.

Il progetto, già realizzato in passato in Italia e in Olanda, ha vinto lo scorso anno il concorso Digital_LAB del LABoral di Gijón ed è stato quindi adattato ad un esplorazione del territorio Asturiano, diventando poi un altro “racconto contemporenao” (questa volta ambientato nel nord della Spagna), curato da Roberta Bosco e Stefano Caldana. Il progetto è stato documentato su Internet nel corso della sua realizzazione ed è stato aperto alla partecipazione del pubblico sotto molteplici punti di vista.

Innanzitutto, era possibile seguire il viaggio sul sito: leggere il diario di bordo, vedere le fotografie, localizzare i viaggiatori sulla mappa e contribuire lasciando commenti. Poi, chi voleva, poteva unirsi fisicamente al viaggio, anche solo per alcuni brevi tratti, cosa che non pochi scelsero di fare. Infine, si poteva assistere alla mostra presso il LABoral di Gijón e altri laboratori, dove Cristian presenziava al termine di ogni viaggio (in tutto, nelle Asturie ne ha fatti quattro). Un vero progetto di cross medialità tra piattaforme reali e virtuali, di geoesplorazione sia fisica che online di un determinato territorio, di integrazione di tecnologie di localizzazione e networkiing per una compartecipazione dell’artista e del pubblico all’opera stessa.

Tutta la documentazione è ancora presente sul sito web e sul blog dell’artista ed è così generosa da accontentare pienamente le curiosità dei nostri lettori. Qui daremo dunque spazio alla chiacchierata che abbiamo avuto il piacere di fare con Cristian Bettini durante i giorni dela sua partecipazione al festival The Influencers 2010 di Barcellona.

Barbara Sansone e Jordi Salvadò: Allora Crstian, vuoi raccontarci come è nato il progetto Donkijote?

Cristian Bettini: Il progetto viene da una necessità interiore, da riflessioni filosofiche sul contemporaneo, sul tempo e sullo spazio, su come entriamo in contatto con il mondo che ci circonda: concetti che nell’ultimo secolo sono cambiati molto, disorientandoci notevolmente. Inoltre, ci sono le mie inquietudini personali: vedo una società sempre più egemonica e pesante nella vita di chiunque e noto che si stanno cercando alternative, vie di fuga. Per questo ho bisogno di ritrovare una narrazione personale che non sia mainstream e di connettermi con il territorio dove sono presenti tutti gli altri e dove in realtà c’è moltissma gente che pensa in modo diverso. In più, entra in gioco l’immagine poetica di un uomo con un asino, che in giro è una distorsione della realtà, nel nostro occidente appare come un errore, perché non si vede quasi più.

Questo provoca una reazione immediata nelle persone che ci vedono: è come se ricordassero, come se qualcosa suonasse noto. Artisti, economisti, fisici e scienziati dicono che stiamo andando dalla parte sbagliata. Non si riesce a fare un cambio, credo perché fondamentalmente ci è stata tolta la narrazione, la poetica che unisce le cose. Un tempo la gente, quando lavorava nei campi o nelle miniere, cantava, si univa per cantare. Noi non lo facciamo più. Quindi io, con le mie povere capacità, cerco di recuperare questo contatto: cammino, scrivo, faccio le foto, parlo con la gente.

Barbara Sansone e Jordi Salvadò: Non credi però che questa narrazione, questa poetica, che effettivamente è andata persa nella vita quotidiana, si stia recuperando nelle varie forme di espressione artistica, anche grazie alle nuove tecnologie?

Cristian Bettini: È un percorso di ricerca che è stato innescato. Ma per ora ho la sensazione che gli anni che stiamo per affrontare siano sterili, si traducano in un periodo in cui si possa solo resistere.Tutto funziona sempre a ondate e le innovazioni culturali e artistiche avvengono in fasi predeterminate: c’è un boom e poi un momento che è propedeutico al seguente. I prossimi anni li vedo abbastanza duri. Magari è solo una sensazione personale, ma fino a poco tempo fa, quando emersero gli Yes Men, i Wu Ming, gli 01 e molti altri, non ce l’avevo.

È un po’ che non succede qualcosa che faccia girare pagina. Probabilmente è una trasformazione ancora in corso. Secondo me le persone che partecipano a eventi come The Influencers ad esempio (non solo quelli che presentano i loro progetti, ma anche coloro che vengono semplicemente ad assistere) funzionano da anticorpi nella società e resisteranno sempre, ci saranno sempre, anche se in alcuni momenti di più e in altri meno.

Barbara Sansone e Jordi Salvadò: Hai scelto il nome Donkijote per l’asino, per la sua componente visionaria?

Cristian Bettini: Il nome Donkijote è dovuto al legame con l’asino e con la Spagna. Il progetto ebbe origine in Italia sotto il nome di Lasino.org, dove cominciò come progetto indipendente. Poi trovai un produttore, presentando due seminari alla Comunità Europea e così me lo fecero fare in Olanda, con la Creative / Media Industry e dove divenne il progetto Donkeypedia. Infine approdò in Spagna nel centro d’arte LABoral di Gijón. Quindi si tratta di tre progetti che in realtà sono lo stesso ma avvenuti in modalità diverse.

Barbara Sansone e Jordi Salvadò: Quali sono le differenze tra le tre esperienze?

Cristian Bettini: La prima è stata caratterizzata dall’indipendenza, che mi ha permesso di viverla con estremo piacere. Nelle altre ci sono stati tipi di pressioni differenti. Quando alle spalle avevo una produzione non mi veniva imposto niente ma mi trovavo in un altro tipo di ambiente che funzionava con un altro linguaggio e altre modalità che andavano rispettate. Per esempio, nel progetto in Italia la mia faccia non appariva mai e in seguito invece dovetti assumere un’identità definita che si relazionasse con il pubblico. Secondo me, la migliore realizzazione rispetto a quello che mi ero immaginato è stata quella al LABoral, ma il più bel viaggio che ho fatto credo che sia stato quello in Italia, forse perché mi sono ricostruito un ricordo della mia terra e anche perché è stato il più lungo.

Barbara Sansone e Jordi Salvadò: Una domanda aperta: i concetti portanti del tuo progetto sono lentezza, silenzio e comunicazione.

Cristian Bettini: Una volta mi è capitato di camminare per un giorno intero, fianco a fianco per più di 30 km, con una persona Canadese e ci siamo parlati solo la sera. E alla sera però c’era una conoscenza profonda tra di noi. Il silenzio è una delle forme di comunicazione più forti, perché dà attenzione, è un linguaggio che lascia spazio a un contatto più profondo. Il linguaggio stesso di oggi mi lascia perplesso perché molte parole hanno assunto un significato diverso da quello etimologico. Pensate a “economia”, che era quasi sinonimo di risparmio e ormai significa più spreco, almeno in quanto a forma di utilizzazione delle risorse. “Viaggio” viene da “viaticum”, il cibo che si portava le gente per il viaggio, poi è diventato il tragitto tra un posto e l’altro. Nella nostra società fare un viaggio significa andare in un posto in modo così veloce che il tragitto quasi non esiste più.

La lentezza mi permette di riappropriarmi di me, del mio essere, che non è così scontato. Pensate a quanto sono aumentate le cose che facciamo nel quotidiano: sono tantissime, troppe. Io ho un’altra velocità, il mio cuore ha un altro ritmo e camminare, tanto più con un asino, mi permette di ritrovarlo, di entrare in uno stato di trance dove i pensieri a poco a poco vanno per conto loro, come in una sorta di meditazione. E non è un’esigenza solo mia: nella storia esistono scrittori e filosofi che se non camminavano impazzivano. Camminare è la prima cosa che impara un bambino, prima ancora di parlare. Con Martín, il fotografo con cui ho viaggiato delle Asturie, passavamo spesso giornate in silenzio.

Barbara Sansone e Jordi Salvadò: Ci racconti qualche aneddoto di viaggio, qualche cosa di speciale che ti è accaduto, qualche incontro speciale?

Cristian Bettini: Ci sono molte storie che mi sono rimaste in mente. Nelle Asturie mi è piaciuta la storia di un Italiano del secolo scorso che è andato a vivere là a fare il cacciatore di balene. Sì, fino al secolo scorso nel golfo di Biscaglia c’erano le balene! È stato bello anche attraversare le zone delle miniere, sedi di un pezzo di storia importantissimo della rivoluzione Spagnola, dove tra la gente si vedono un’empatia e una solidarietà che non sono state ancora cancellate. Si ferma una persona, ci vede, va al panificio e ci porta da mangiare. Chiedi un’indicazione e ti invitano a casa. Ho conosciuto un pensionato che quando è morto Franco aveva ancora due anni di carcere da fare per le attività sindacali, che si facevano nei boschi, perché erano illegali. L’ultimo maqui dalle montagne è sceso negli anni Sessanta.

Oppure, as esempio, storicamente è interessante che la resistenza nelle fabbriche occupate nelle Asturie è stata possibile (mi è sembrato) perché tutti avevano una terra, un orto, un maiale, un albero di mele per fare il sidro. Quindi se volevi combattere il sistema potevi farlo, perché avevi da mangiare. Noi non abbiamo niente e non possiamo fare uno sciopero a oltranza perché dopo un mese siamo tutti a capo chino a rimetterci. E questo ce l’anno portato via in una generazione: i miei nonni ce l’avevano. Un altro ricordo è quello di un monaco in Toscana che mi diceva che “persona” deriva dal latino “personare”, vibrare con: noi esistiamo solo nel momento in cui ci relazionamo musicalmente con un altro. Bello, no? Oppure in Olanda andai a visitare una fattoria di produzione di latte e vennero fuori alcune curiosità.

Innanzitutto il latte che viene commercializzato non è più naturale, perché per essere venduto deve presentare dei parametri chimici e organolettici specifici. Inoltre, questa famiglia produceva 20.000 litri di latte al giorno e aveva una fattoria assolutamente industrializzata dove tutto era meccanizzato.Ne erano molto contenti perché grazie a questo la loro vita era cambiata molto negli ultimi vent’anni: finalmente non dovevano più svegliarsi alle 5 del mattino ma potevano dormire fino alle 8, per esempio. E cercavano di convincermi del fatto che viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma poi un dettaglio mi colpì: mi invitarono a casa a bere il caffé e il latte lo compravano al supermercato! Si sta distaccando completamente il cordone ombelicale tra l’uomo e la terra. Perso quello, ottenute solo le produzioni industriali, perdiamo tutto, finiamo per vivere in un mondo artificiale, come già avviene nelle città. Mi interessa il fatto che nel territorio ci sono conoscenze che sono ancora disperse e che la nostra generazione può ancora salvarle.

Barbara Sansone e Jordi Salvadò: Sei ottimista. Credi veramente che si possano ancora salvare?

Cristian Bettini: Io credo che ci sarà sempre gente che non accetterà questo cambiamento, coloro che prima chiamavo “anticorpi”. La morfologia di un territorio in sé stessa contiene tutto: vi puoi osservare tutto quello che è scritto sui libri, come l’economia e la storia. Con un occhio attento e tempo a disposizione tutto viene a galla, però con un’empiricità importante. Per esempio, ultimamente sta andando molti di moda il mapping, fino a diventare addirittura ridondante. Ma tra guardare una mappa e conoscere il territorio c’è l’esperienza: se vi rinunciamo, se non connettiamo le due cose, sono informazioni sterili.

Barbara Sansone e Jordi Salvadò: Già, in effetti oggi la sovrabbondanza di informazioni, o la loro facilità di accesso, ci permette di sapere molto di un luogo prima ancora di visitarlo. Per quello, per esempio, noi pensiamo che un viaggio breve non abbia più senso, ma sia necessario trascorrere qualche mese in un luogo per scoprirne le pieghe dove non arriva l’informazione, ma solo l’esperienza.

Cristian Bettini: Sono assolutamente d’accordo ed è così che mi muovo da anni. Se mi capita di andare in Francia o in Inghilterra ci resto almeno quattro mesi, per darmi il tempo di capire. Non mi interessa passarci un fine settimana. Un’altra cosa che sta succedendo è che siamo arrivati ormai dappertutto e anche in modo pesante. Quando sono stato in India, con l’immagine che ne abbiamo e le informazioni che riceviamo, anche attraverso la gente di qui che si rifugia là per trovare una dinamica più umana in un posto dove la vita costa poco, mi sono accorto che abbiamo portato là quello da cui scappiamo. Ho incontrato viaggiatori che viaggiano da 30 anni e dicono che non c’è più un posto dove andare: è già arrivato tutto dovunque.

Le statistiche degli ultimi anni rivelano poi che c’è più gente che vive nelle città che fuori dalle città stesse. Questo è un cambio importante, focale, che per assurdo sta facendo svuotare un territorio che invece era sempre stato abitato, come ho potuto notare nelle Asturie. E che è ricco di risorse. Si stanno aprendo dei buchi nella nostra mappa. Ad appena 100 km da Oviedo ci sono paesi abitati solo da pensionati che tra 30 anni saranno deserti. L’uomo è andato camminando a scoprire tutto il mondo e adesso in qualche modo è in corso un processo inverso. È affascinante.

Barbara Sansone e Jordi Salvadò: Diremmo più curioso che affascinante. In realtà è molto triste.

Cristian Bettini: No, affatto. Per me invece è una speranza (ride).

Barbara Sansone e Jordi Salvadò: No, certo, tornano a esserci zone libere che si possono “colonizzare” secondo la propria filosofia, ma magari dal punto di vista della collettività sarebbe più bello che si potesse vivere il mondo con una distribuzione più omogenea e in una maniera più naturale, no? E tornando al tuo viaggio con Martín a con l’asino Minuto, dove dormivate? Vi ospitava la gente? Dove mangiavate?

Cristian Bettini: Avevamo una tenda, a volte dormivamo in granai, a volte a casa di gente, negli alberghi per i pellegrini sul cammino di Santiago. Avevamo un budget molto ridotto. Viaggiavamo con un fornelletto a gas, mangiavamo pane e formaggio, a volte ci invitavano a cena ma non era la norma.

Barbara Sansone e Jordi Salvadò: E il tuo rapporto con l’asino?

Cristian Bettini: Ho imparato a trattare gli asini stando due mesi presso un’associazione a Pragelato, in provincia di Torino, e poi durante le mie esperienze precedenti. Con Minuto all’inizio abbiamo dovuto stabilire le gerarchie, ma dopo appena qualche giorno, trovandosi lontano da casa, lui ci ha assunto come suoi punti di riferimento e tutto è diventato naturale. Ci siamo anche chiesti se si stava godendo il viaggio. Dalla rete ci arrivavano commenti che ci accusavano di sfruttamento, ma in realtà noi non lo montavamo, né lo caricavamo di tutti i bagagli. Abbiamo cercato di stabilire un rapporto il più possibile paritario: i pesi erano equamente distribuiti e spesso, quando ci trovavamo sui sentieri, ci facevamo condurre da lui. Io credo che il viaggio gli sia piaciuto, anche se in un modo diverso da come potrebbe apprezzarlo un umano.

Minuto per esempio non aveva mai visto il mare e quando gli è apparso davanti si è fermato a contemplarlo. I suoi proprietari addirittura dicono che da quando è tornato dal viaggio è molto più socievole, come se questa esperienza fosse stata in un certo senso “terapeutica” anche per lui. Volevano lasciarmelo ma non ho dove tenerlo e credo che stia meglio dove è sempre vissuto. Viaggiare con un animale è bello anche perché ti porta a prenderti cura di qualcuno prima che di te stesso, che è un’ottima pratica, consigliata fin dalla Cabala. E gli animali sono interessanti perché sanno sempre le cose prime di te: Minuto al mattino ragliava appena aprivo gli occhi e non poteva vedere che mi ero svegliato perché ero ancora dentro la tenda. Oppure si è accorto che il viaggio era concluso prima ancora che giungessimo effettivamente alla destinazione finale.

Barbara Sansone e Jordi Salvadò: Avrà un futuro questo progetto?

Cristian Bettini: Non lo so. A volte me lo chiedo. Sicuramente avranno un futuro la mia relazione con gli asini e la mia voglia di camminare 1.000 km all’anno. Sarà un progetto nel Web? Non lo so. Certamente mi interessa usare forme di comunicazione gratuite e non ho voglia di fare un libro di queste esperienze. Certo potrebbe essere interessante per le fotografie di Martín, ma mi piace il fatto che questo progetto abbia avuto un’inizio e una fine e che la gente possa essersela goduta in tempo reale e gratis.


http://www.donkijote.org/

http://www.flickr.com/photos/donkijote-org/

http://lasino.org/

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