Christina Ray vive a Brooklyn, New York . E’ un’artista e una curatrice specializzata in psicogeografia, l’investigazione creativa degli spazi fisici e psicologici delle città, fondatrice di Glowlab, iniziativa che produce arte sperimentale legata alla fruizione e interpretazione degli spazi urbani, nonchè del Conflux Festival.

Una passeggiata con lei diventa un viaggio parallelo alla scoperta di una città che spesso abbiamo sotto gli occhi, ma a cui non prestiamo veramente attenzione. Una città che gli artisti usano liberamente, trasformano in continuazione e offrono allo sguardo di tutti – gratuitamente e senza pretendere di venderci nulla. L’ambiente che ci circonda diventa, attraverso le loro manipolazioni, qualcosa di familiare e inusuale allo stesso tempo, una risposta attiva al martellamento visivo a cui ci sottopongono la pubblicità e i messaggi del potere costituito. E così, lo stesso edificio può ospitare stratificazioni di graffiti su un lato e la sterile insegna di un ristorante dall’altro; un cartello stradale può nascondere un manifesto pacifista, sui muri si possono trovare indicazioni ai “naviganti” cittadini e nelle vetrine si possono scoprire affettuosi omaggi a New York. E tutto nel raggio di pochi isolati… Questi singoli interventi isolati diventano un’azione collettiva e coordinata durante il Conflux Festival, che accoglie ogni tipo di espressione artistica che possa contribuire all’esplorazione attiva degli spazi urbani – dalle mappe alle tecnologie digitali.

Abbiamo intervistato Christina nello spazio “operativo” di Glowlab – un mix di abitazione, studio e galleria -, all’inaugurazione di una personale di Steve Lambert, artista multimediale originario di San Francisco, e ora come lei residente a Brooklyn. Steve è fondatore dell’Anti-Advertising Agency, co-fondatore della Budget Gallery e collaboratore dell’Openlab di Eyebeam, centro culturale dedicato alle arti digitali. I suoi lavori spaziano dalla performance al video, dalla public alla Net art, passando per media più tradizionali come disegni e stampe. Nel suo ultimo progetto, commissionato dalla San Francisco Art Commission e realizzato in collaborazione con un altro artista, Packard Jennings, privati cittadini e personaggi pubblici hanno raccontato ai due come immaginavano la città di San Francisco se tutte le barriere, le costrizioni e le regole (dalle mere leggi della fisica a quelle della politica o dell’economia) fossero state abolite. Gli artisti hanno poi realizzato disegni e poster che raffigurassero questa San Francisco ideale
– dai tram-funivia agli edifici sospesi a mezz’aria – e li hanno riproposti ai cittadini. Un esempio di come l’impatto dell’arte può contribuire a cambiare i paesaggi urbani in chiave, appunto, psicogeografica….

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Monica Ponzini: Christina, tu sei specializzata nella cosiddetta “psicogeografia” e la sua relazione con le arti contemporanee: puoi spiegare questo termine e le sue applicazioni nelle nostre città?

Christina Ray: La psicogeografia è nata alla fine degli anni ’50, creata da un gruppo di intellettuali e scrittori. Non è iniziata specificamente come movimento artistico, ma come un modo per guardare la città, come la esploriamo, cosa ci piace e non ci piace di essa, cosa vorremmo cambiare, ma anche dare valore alla casualità, agli incidenti, e diventare più consapevoli delle città e di come le viviamo. Dalla fine degli anni ’50 in poi, ci sono state altre esperienze simili: artisti come Vito Acconci e Sophie Calle, e altri performing artists a seguire, che hanno usato spazi pubblici per realizzare arte e performance sperimentali, possono essere considerati affini. Ancora oggi ci sono artisti che usano tecniche simili, spesso incorporando più tecnologia nei loro progetti – una sorta di nuova evoluzione – ma essenzialmente l’idea di base è sempre quella di osservare le città, cosa significano, come le vogliamo e come possiamo riparare le cose che percepiamo come problematiche.

Monica Ponzini: Da un punto di vista psicogeografico, che differenze ci sono tra New York e altre città del mondo?

Christina Ray: Sono stata a Roma di recente e sono rimasta sorpresa dalla portata della città: era il mio viaggio lì e mi sono ritrovata a guardare le cose da un punto di vista più “terra-terra”. Anche le cose più basilari come “dove va il tuo sguardo quando ti guardi attorno” era ad un livello più semplice. Ho visto meno pubblicità, nelle nostre città negli Stati Uniti abbiamo molte più insegne e cartelloni pubblicitari. Ho vissuto anche in Giappone e lì è ancora più pronunciato il numero di insegne e la confusione visiva e la pubblicità. Ma alcuni artisti rispondono a questo e amano utilizzare questi elementi come un punto di partenza per il loro lavoro. Ci sono differenze in ogni città, talvolta è una questione di densità: qual è la densità dell’ambiente visivo, cosa vediamo attorno a noi. Certe volte è invece la densità delle persone. Io vivo a Brooklyn, per esempio, e ci sono molte meno persone che non al di là del fiume, a Manhattan, a poche fermate di metropolitana. Credo che tutte queste cose possano servire come base per creare nuovi tipi di arte, e abbiamo molti artisti che lo fanno, osservando gli schemi del traffico, delle persone, della segnaletica, e facendo fiorire le proprie idee da questo genere di cose per creare arte.

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Monica Ponzini: Secondo te, che influenza hanno le nuove tecnologie sulla psicogeografia e la sua applicazione sull’arte?

Christina Ray: Organizzo un evento chiamato Conflux Festival, un evento che dura 4 giorni e che si tiene a New York ogni anno, e abbiamo ogni anno molti progetti che hanno a che fare con la psicogeografia in un modo nuovo, persone che sperimentano e si chiedono cosa significhi la psicogeografia al giorno d’oggi. Molti di loro lo fanno utilizzando strumenti innovativi. Abbiamo artisti che lavorano sui podcast, videoproiezioni e mobile video, applicazioni sui cellulari: molti progetti diversi che sfruttano i mezzi della tecnologia e li applicano alla sperimentazione artistica nelle strade.

Monica Ponzini: E proprio il Conflux è uno dei due progetti principali che segui, assieme a Glowlab: ce ne puoi parlare?

Christina Ray: Glowlab è il progetto che ho iniziato circa 5 anni fa, per creare una sorta di contenitore per gli altri progetti. Comprende molti progetti più piccoli, soprattutto collaborazioni con altri artisti, progetti artistici o eventi più articolati, come mostre o eventi in spazi pubblici. Tutto questo, essenzialmente, è diventato un festival. Nel 2003, con altri artisti e amici, abbiamo chiesto a diverse persone, attraverso Internet: “volete venire a New York per un week-end in cui mettere insieme i nostri lavori e vedere cosa succede?”. Hanno detto di sì e abbiamo avuto il nostro primo evento nel Lower East Side a New York nel 2003, con 30 o 40 artisti che hanno condotto ogni tipo di esplorazioni artistiche durante un week-end. Questo evento è cresciuto ed ora è il mio più grosso progetto. Glowlab realizza mostre e abbiamo lavorato con molti artisti venuti fuori dal Conflux Festival. Teniamo insieme entrambi gli aspetti: street art e lavori che andrebbero nelle gallerie.

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Monica Ponzini: I tuoi prossimi progetti?

Christina Ray: In marzo avremo una mostra e una fiera. La prima è una mostra di artisti di Glowlab alla Galleria Leo Kesting a Manhattan, che apre il 20 marzo. La settimana successiva apre una fiera che aiuto a produrre, la Fountain Art Fair, che avviene in concomitanza con l’Armory Show; comprende soprattutto gallerie di Brooklyn ed è più focalizzato sugli artisti, più una collettiva che una fiera, con molte performance ed eventi. Abbiamo poi altri eventi, ma il più importante rimane il Conflux Festival a settembre.

Monica Ponzini: Il nostro concetto di spazio è cambiato completamente negli ultimi anni, non viviamo più solo in uno spazio fisico, ma anche in uno virtuale. Quali influenze hanno il virtuale e Internet sul modo in cui viviamo e interpretiamo lo spazio che ci circonda?

Christina Ray: Dal punto di vista dei lavori prodotti ultimamente, il Conflux Festival, per esempio, ha potuto cominciare grazie al fatto che le persone che vi hanno partecipato si sono “incontrate” tramite mailing list, forum, insomma, tramite Internet. Conoscevo artisti interessanti in Olanda o a Londra senza averli fisicamente incontrati, solo tramite la Rete. E’ stato grazie ai media online che abbiamo potuto dire “Incontriamoci nello spazio reale!”. E’ come un ponte e aiuta la gente a connettersi. E poi ci sono aspetti paralleli: penso agli artisti che usano le strade come una piattaforma aperta, in un certo senso, un ambiente in cui si può sperimentare, esplorare, provare cose nuove, realizzare cambiamenti, proprio come gli artisti che realizzano Net Art o altri tipi di media online. E’ un medium flessibile, che permette di esporre il proprio lavoro attraverso canali diversi, dove il pubblico può fruirne.

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Monica Ponzini: Come dici tu, si può vedere un parallelo tra fruizione aperta di spazi pubblici e tecnologie open source: secondo te, che differenze ci sono tra gli Stati Uniti e altre parti del mondo?

Christina Ray: Posso parlare soprattutto per quello che vedo succedere al Conflux Festival, che è un momento di aggregazione. L’atmosfera è davvero collaborativa, l’ambiente è aperto. E mi sembra che sia una situazione simile a quella dell’open source utilizzato per progetti digitali – c’è un sacco di condivisione. E’ la stessa cosa che vedo al Conflux, dove l’attenzione non è sul singolo artista, ma piuttosto sul come trasmettere il messaggio, sul modo migliore di comunicare con la comunità e la città. Spesso c’è bisogno di avere parecchie persone per realizzare un progetto: è come realizzare un software dove c’è bisogno di un gruppo di sviluppatori. In un certo senso, è sempre lo stesso tipo di condivisione…. 


http://glowlab.com

http://confluxfestival.org

www.stategrezzi.com/stategrezzi_2.0/video/glowlab_2008.mov

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